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La sinistra della rimozione

LIBERAL BIMESTRALE
di Piero Melograni
Anno I numero 3 - Dicembre 2000 - Gennaio 2001

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Fl3
Che quello dei manuali di storia non sia soltanto un problema scolastico è ormai chiaro a tutti. Si tratta di un problema culturale e politico, legato ai grandi temi della libertà e dell'informazione, nonché alla legittimazione delle forze politiche, alle prossime elezioni e ai destini più lontani degli italiani. Cominciamo dai fatti. Il primo dei quali è che i manuali di storia, oggi, sono in larga misura orientati a sinistra e contengono faziosità orientate a sinistra. Nella prima metà di novembre, numerosi giornali ne hanno fornito la prova pubblicando ricche antologie con le più grossolane panzane. La stampa di sinistra, viceversa, non è stata in grado di contrapporre antologie su manuali di destra, per la semplice ragione che non ne esistono. Miriam Mafai, polemizzando dalle colonne di Repubblica, non ne ha citato nessuno, e Umberto Eco, sullo stesso giornale, ha potuto ricordare soltanto i manuali anteriori al 1972. Lo stesso ministro della Pubblica istruzione, professor Tullio De Mauro, volendo reagire alle critiche riguardanti il contenuto dei manuali, ha ritenuto opportuno - in un'intervista al Manifesto - invitare uno storico del centro destra a scrivere «un manuale fascistoide», dando per scontato il fatto che sul mercato questo manuale non c'è (e come se il rimedio consistesse poi nel contrapporre faziosità a faziosità, settarismi a settarismi).
La partigianeria dei manuali scolastici è testimoniata non soltanto dalle falsità espresse, come hanno finora detto i giornali, ma anche dalle verità censurate. Mi limiterò a ricordarne soltanto due. Primo esempio: nascondere il fatto che nell'ultimo secolo, in Italia come in tutti i Paesi sviluppati dell'Occidente, le retribuzioni in termini reali, vale a dire rapportate al potere d'acquisto, sono enormemente cresciute. Nei manuali si parla volentieri di crisi, di scioperi, di licenziamenti, di maltrattamenti e di povertà diffusa. Tutt'al più si concede, anche se con riserva, che negli anni del «miracolo economico italiano» qualcosa di buono accadde. Ma si preferisce non scrivere che nell'ultimo secolo il sistema capitalistico occidentale ha assicurato progressi materiali giganteschi alle masse, senza distinzioni di classe, quando invece le economie del socialismo reale fallivano. Giorgio Amendola, nella prima pagina della Intervista sull'antifascismo pubblicata da Laterza nel 1976, dichiarò che: «gli italiani non sono mai stati tanto liberi come adesso e non hanno mai mangiato così bene come adesso». Questa frase fu utilizzata dalla Dc nella campagna elettorale di quell'anno, ma non è mai stata incorporata in nessun manuale di storia a uso delle scuole, perché era in contrasto con la «vulgata» di sinistra. Secondo esempio di verità censurata: il modo con il quale Alcide De Gasperi fu politicamente liquidato dalla Camera dei deputati. Il 28 luglio 1953, la Camera non concesse la fiducia all'ottavo e ultimo governo De Gasperi con 282 deputati che votarono contro e soltanto 263 a favore. Ebbene, per arrivare a costituire una maggioranza capace di sfiduciare il leader dc, i 29 deputati del Movimento sociale italiano furono fondamentali. Per porre termine all'era De Gasperi i comunisti non disdegnarono di unirsi a un movimento da essi considerato «fascista». I manuali di storia nascondono questo fatto. Se lo ricordassero, tutta la retorica sul cosiddetto «arco costituzionale» e sulla purezza antifascista del Pci rischierebbe di andare a gambe all'aria.
Gli autori dei manuali di storia, dunque, meriterebbero critiche non soltanto per le falsità pubblicate, ma anche per le censure e le autocensure a cui nessuno di loro è stato capace di sottrarsi. I manuali, infatti, vengono scritti non per fare ricerca, ma per compiere un'operazione commerciale, con l'obiettivo di vendere il maggior numero di copie (se l'operazione va bene, l'autore si comprerà una villa al mare, o in campagna, e magari metterà da parte un'altra bella sommetta). Ma per vendere bisogna andare incontro al mercato e questo mercato, come ha riconosciuto un addetto ai lavori (Giacomo Pierini, in una lettera al Corriere della sera), è costituito dagli insegnanti che in maggioranza fanno acquistare manuali orientati a sinistra. La grande svolta della scuola ebbe inizio col 1968 e oggi molti insegnanti possiedono una educazione «sessantottina». Ecco perché Giordano Bruno Guerri, come lui stesso ha ricordato sul Giornale, rinunciò due anni fa a scrivere un manuale. Gli editori ai quali si rivolse gli obiettarono che, data la sua fama di storico orientato a destra, il suo libro avrebbe ottenuto scarso successo. «Ma perché - chiese Guerri agli editori fingendosi ingenuo - i professori sono tutti di sinistra?». «No, certo - gli fu risposto - però quelli di sinistra sono la maggioranza, e gli altri non si vogliono esporre». Anni fa un importante editore chiese anche a me di scrivere un manuale di storia contemporanea. Rifiutai per due ragioni: perché mi interessa la libera ricerca e perché, essendo critico di Lenin, oltre che di Mussolini, e nello stesso tempo essendo favorevole al sistema capitalistico che - come riconosceva Giorgio Amendola - assicura libertà e vettovaglie, sarei andato incontro a un sicuro insuccesso. Ogni epoca ha i suoi conformismi e non ci si può opporre a essi senza pagare un prezzo. Il presidente del consiglio Giuliano Amato conosce bene queste cose. Ma, nel dibattito svoltosi alla Camera il 15 novembre, ha preferito mettere la sordina sulla faziosità dei manuali ponendo l'accento sulla non esistenza di un diritto, da parte dei poteri pubblici, a giudicare il contenuto dei libri. Dottor sottile, Amato ha voluto sfruttare il punto debole del centrodestra (le forme assunte dall'iniziativa del Consiglio regionale del Lazio), per nascondere i vizi culturali del suo schieramento di governo, vale a dire la reale faziosità dei manuali e, più in generale, i ritardi storici di tutto il centrosinistra. È probabile che molti ambienti di sinistra abbiano pensato di aver così risolto e resa utilizzabile, anche a fini elettorali, una faccenda che altrimenti avrebbe potuto creare loro molti imbarazzi. Non siamo certi che essi siano riusciti nell'intento, dato che molti - da Marco Pannella a Giuliano Ferrara - hanno criticato il Consiglio regionale laziale e il suo presidente Francesco Storace, ma hanno poi ritenuto di dovergli esprimere un grazie. Ed è inoltre accaduto che l'ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, prendendo spunto dallo scandalo Storace, abbia rilasciato a Paolo Guzzanti una vivacissima intervista (sul Giornale ) destinata ad alimentare altre polemiche contro una cultura di sinistra che Cossiga definisce: «di regime, imperativa, occhiuta, dominante, saccente e supponente». «Secondo me - ha proseguito l'ex capo dello Stato - è arrivata adesso l'ora di passare all'attacco, è l'ora di perdere i complessi di inferiorità. [...] Vogliamo lanciare un appello ai difensori della cultura liberale e democratica affinché non lascino cadere l'occasione di questa battaglia e combatterla». In effetti, da dieci anni a questa parte, il mondo della cultura e della politica si è dimostrato riluttante a trarre tutte le conseguenze che potevano e dovevano essere tratte dalla caduta del comunismo e dalla dissoluzione dell'impero sovietico. Non crediamo che la cultura democratica e liberale sia stata l'unica vittima di questo ritardo. Crediamo invece che ne sia vittima anche, e magari soprattutto, la cultura della sinistra. Se il principale partito della sinistra, all'indomani della dissoluzione dell'Urss avesse avuto il coraggio di aprire le cateratte della storia, così come Nikita Krusciov aveva avuto il coraggio di aprirle nel 1956, probabilmente non ci troveremmo più a perdere tempo con i manuali faziosi, né a parlare di storia nei termini provinciali di questi giorni. Se Achille Ochetto, Massimo D'Alema o Walter Veltroni avessero avuto la capacità di imitare Krusciov, i Ds probabilmente non sarebbero più costretti a camuffarsi dietro a leader presi in prestito altrove, come Romano Prodi e Francesco Rutelli. Esiste sempre e dovunque, anche a destra, uno iato più o meno consistente fra le idee e i comportamenti dei gruppi dirigenti e quello dei seguaci. Ma nella sinistra questo iato sembra avere assunto da tempo caratteri patologici. Allorché Bettino Craxi morì in esilio, il presidente D'Alema propose i funerali di Stato. Ma i suoi seguaci restarono sconcertati e non capirono. Il presidente del Consiglio, evidentemente, e altri con lui, avevano maturato, su Craxi, un giudizio un po' diverso da quello circolante nella loro «base», senza renderlo pubblico per tempo. Altrettanto potrebbe dirsi circa i giudizi che molti dirigenti della sinistra esprimono in privato, ma solo in privato, sui problemi dell'economia, delle pensioni e dello Stato sociale. Anche qui avrebbero convenienza a spiegarsi in pubblico e nelle forme opportune. Scegliendo il silenzio pensano di proteggersi, dimenticando che, nelle società sviluppate, i ritardi culturali delle masse possono avere un peso tale da paralizzare i leader. La sinistra italiana, da decenni, è abituata a temporeggiare, a non urtare troppo i suoi «zoccoli duri», a comportarsi con circospezione, facendosi spesso sopravanzare dagli avvenimenti. Fu per queste ragioni che il Pci decise di cambiare nome e simbolo dopo la caduta del Muro di Berlino e non prima. Anche oggi la sinistra italiana sembra essere complessivamente in ritardo di fronte ai molti segnali di avvertimento e di novità che il Paese (e l'intero mondo) le stanno lanciando. È un danno per essa, ma è un danno anche per l'Italia, poiché l'intero il dibattito politico ne risulta immiserito.

Piero Melograni
 
 

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