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L’identità europea/ O tirannia o federalismo

LIBERAL BIMESTRALE
di Ernst Nolte
Liberal n. 26 - Ottobre-Novembre 2004

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Il primo maggio 2004, giorno dell’ingresso di dieci nuovi membri nell’Unione europea, i giornali e le riviste di tutta Europa si sono riempiti di articoli sul tema «Europa»: presentazioni dettagliate delle nuove realtà e condizioni di fatto, immagini e descrizioni dei Paesi entranti, discussioni sulle prospettive e sui futuri pericoli, ma anche ricordi storici, come il mito del rapimento della giovane Europa a opera del toro; la contrapposizione erodotea tra «Oriente» e «Occidente»; le tre principali capitali d’Europa: Atene, Gerusalemme e Roma, che, nel momento della loro fioritura, non appartennero affatto all’«Europa»; il cristianesimo, il giudaismo e talvolta persino le tribù germaniche del periodo delle migrazioni; la «Respublica» cristiana del Medioevo e della prima età moderna; il «grande piano» del duca di Sully; l’illuminismo e il concetto di Europa del conte Coudenhove-Kalergi. In realtà, l’aggiunta di questi dieci nuovi membri agli attuali quindici è senza dubbio il fatto più importante avvenuto nella storia dell’Unione europea dal giorno della firma del «Trattato di Roma» nel 1957. Se l’Ue si dovesse poi trasformare davvero in uno Stato federale, diventerebbe uno degli Stati più grandi e popolati che il mondo abbia mai visto (e per possibilità produttive potrebbe, almeno potenzialmente, superare persino gli Stati Uniti d’America). Ci sono quindi, nonostante il diffuso «euroscetticismo», ottime ragioni per organizzare grandi celebrazioni e ben giustificati motivi per dedicarsi a quelle riflessioni che consentono di comprendere il presente attraverso il passato e che ci mostrano le opportunità e i pericoli del futuro attraverso la prospettiva del presente. Uno storico non è chiamato a presentare soltanto i fatti, ma deve anche mettere in luce il rovescio dell’oggetto che sta studiando, e, ora più che mai, non può prendere posizione in modo competente sulle innumerevoli singole questioni che sono ovunque discusse. Le sue specifiche possibilità si limitano alla scelta di esempi storici che possano illuminare la situazione presente; perciò è soltanto con estrema prudenza e grande circospezione che può fare il tentativo non soltanto di occuparsi del «da dove» delle sue idee, ma anche del «verso dove», per quanto la stessa percezione che lo storico ha di se stesso sia esattamente il contrario di un «profeta». Io scelgo come esempio l’anno 1863 e l’inizio del processo di unificazione prusso-tedesco. Poiché nel cosiddetto «conflitto costituzionale» si trattava della questione «esercito del re» o «esercito del parlamento», il ministro della guerra prussiano Albrecht von Roon, amico e compagno d’armi di Bismark, disse che la domanda era se la corona reale prussiana dovesse essere sostituita da una «corona borghese» (come avvenuto in Francia con Luigi Filippo) e quindi se la stessa Prussia dovesse contendere in futuro «magari proprio con il Belgio, per procurarsi le benedizioni materiali di un’esistenza fuori dalla storia». Oggi non si può certamente parlare di una «corona civile»; eppure non pochi contemporanei, che vogliono vedere nell’unificazione dell’Europa null’altro che «la strada più sicura verso la ricchezza», potrebbero riconoscere una concezione affine, fatta eccezione per il concreto riferimento al Belgio. E poco prima che iniziasse la prima delle tre guerre d’unificazione scatenate da Bismark, apparve in un momento decisivo la possibilità di un’alternativa: l’invito rivolto dal kaiser austriaco Francesco Giuseppe a tutti i principi tedeschi per un nuova «Dieta dei principi» a Francoforte, dalla quale avrebbe dovuto uscire una nuova e più moderna «Costituzione» della «Lega tedesca» che avrebbe dovuto portare alla nascita di una federazione macrotedesca sotto la direzione comune dell’Austria e della Prussia. Il re Guglielmo I era molto incline a seguire l’invito, che tutti gli altri principi tedeschi accettarono; e Bismarck riuscì soltanto con grande fatica a convincere il re a non prendere una decisione che avrebbe avuto come conseguenza le sue proprie dimissioni e che avrebbe probabilmente creato una Germania che si sarebbe trovata con l’«Europa» in un rapporto molto più conflittuale del Deutsche Reich di Bismarck. Oggi l’eventualità di una guerra d’unificazione è scomparsa; e proprio per questo dalle discussioni sulla Costituzione che si tennero in coincidenza con la Dieta dei principi a Francoforte possono essere tratti concreti insegnamenti per il presente: infatti nessun’altra formazione statale ha mai assomigliato così tanto all’attuale Unione europea come la «Lega tedesca», ed entrambe hanno avuto o hanno la necessità di una trasformazione.
Tra la straordinaria molteplicità di aspetti che si possono assegnare alla preistoria dell’Europa ne vorrei scegliere uno che per lo più si considera soltanto in parte in riferimento a Hitler ed eventualmente a Stalin: ossia il fatto che l’unificazione di ciò che prima era separato è avvenuta senza un «federatore», vale a dire senza una personalità superiore e uno Stato particolarmente potente, la cui presenza è stata storicamente un costante e imprescindibile presupposto per la creazione di grandi imperi, da Alessandro Magno a Cesare e al Senato romano fino all’«unificazione delle terre francesi» realizzata dai Capetingi e a molto altro ancora. Johann Gottlieb Fichte non considerava possibile un’unificazione attraverso dibattimenti e trattative, e perciò postulava la necessità di un «dittatoriale artefice della germanità». In questo ruolo può essere visto Bismarck, anche se Bismark non corrispondeva all’ideale di Fichte e lo Stato da lui creato non era affatto una «tirannia» (Zwangstaat) bensì, nonostante tutte le «forze reazionarie» rappresentate dalla nobiltà militare e dai latifondisti, uno dei Stati di cultura liberali (Kulturstaat) della fine del Diciannovesimo e dell’inizio del Ventesimo secolo. Comunque, nel nostro tema rientra la domanda se siano da definire anche «dittatori per l’Europa», coloro i cui fallimenti hanno contribuito più di ogni altra cosa alla formazione dell’odierna «Unione europea». Lo storico tedesco Ludwig Dehio ha pubblicato nel 1948 un libro intitolato Gleichgewicht oder Hegemonie («Equilibrio o egemonia»), nel quale ha descritto i tentativi compiuti da singoli sovrani e Stati per ottenere una stabile supremazia sull’Europa e creare così un’unità o, meglio ancora, restaurare la perduta unità. La prima potenza egemonica di questo tipo è stata, secondo Dehio, la Spagna (e rispettivamente la Spagna-Austria) di Carlo V e Filippo II. L’impero universale spagnolo, sul quale, dopo la scoperta e la conquista del Sud America, «non tramontava mai il sole», fu anche per parecchi secoli la superpotenza dell’Europa; e chi legga i racconti di Conrad Ferdinand Meyer Jürg Jenatsch e Die Versuchung des Pescara può farsi un’immagine concreta e vivace della potenza politica e dell’influsso culturale di questo Stato, che si considerava il campione del cattolicesimo e della restaurazione dell’unità spirituale dell’Europa medioevale. Se si rivolge lo sguardo all’Inghilterra e ai Paesi Bassi, si ricava una netta impressione della battaglia per la sopravvivenza combattuta dalle potenze protestanti, che erano convinte di stare soltanto difendendosi contro la minaccia del «Papismo» e del suo «dispotismo» persino quando organizzavano aggressive campagne belliche o spedizioni navali. Come noto, fu in definitiva la natura stessa a decidere la situazione, facendo naufragare l’invincibile Armada degli spagnoli nelle tempeste del Mare del Nord.
La seconda e altrettanto fallimentare potenza egemonica europea è stata, a giudizio di Dehio, la Francia di Luigi XIV nella seconda metà del Diciassettesimo secolo, fino alla conclusione della guerra di successione spagnola nel 1713. Ancor meno che nel caso di Carlo V e Filippo II, la semplice enumerazione delle conquiste e delle battaglie non è sufficiente per descrivere il dominio del Re Sole, perché il palazzo di Versailles suscitò ben più ammirato stupore dell’Escorial, e il francese è rimasta la lingua della diplomazia fino al Ventesimo secolo. Tuttavia, si potrebbe dire, con un paradosso, che proprio le guerre di conquista e aggressione scatenate da Luigi XIV abbiano unito l’Europa; vale a dire, unito l’Europa contro di lui: di conseguenza, lasciò una Francia d’Ancien Régime che, come potenza più forte d’Europa, era già così indebolita da non potersi opporre alla Rivoluzione del 1789-1793. Come noto, l’«imperatore dei soldati» Napoleone Bonaparte si considerava allo stesso tempo l’erede e il vincitore di questa rivoluzione. E quando, negli anni 1806-1812, dopo che Napoleone ebbe sconfitto i prussiani e gli austriaci e cacciato gli inglesi fuori dal continente, un’unità politica dell’Europa sembrava davvero a portata di mano, fu ancora una volta la Natura (ossia la disfatta della spedizione napoleonica nella neve e nei ghiacci della Russia) a impedire che un «tiranno per l’Europa» si cingesse la fronte con l’alloro della vittoria. Non andò però sprecato il Codice civile e il ricordo di una «gloria» molto più potente dell’orrore per i milioni di vittime provocati dalle campagne militari del «mostro» o di «Satana», com’era frequentemente definito Napoleone prima che i nascenti partiti della sinistra causassero un repentino e completo rovesciamento di giudizio. È questo il momento più adatto per una riflessione di passaggio. All’inizio dell’età moderna (e con presupposti già osservabili nel Medioevo) l’Europa si presenta come un sistema di Stati che al proprio interno, malgrado continui spostamenti, conserva le differenze che la sua storia ha determinato: la distinzione tra potere spirituale e potere temporale; il contrasto tra le confessioni religiose; l’esistenza di città relativamente indipendenti; il sorgere di una scienza autonoma; l’aspramente combattuta avanzata di una tendenza secolarizzatrice, che aveva come presupposto la relativizzazione della pretesa al monopolio della verità religiosa; lo sviluppo di Stati nazionali all’interno di una cultura comune: in una parola, quella differenza produttiva che ha reso possibile uno straordinario progresso e che, non da ultimo, grazie alla discussione e al dibattito pubblico, ha impedito che la Bibbia rimanesse il «libro sacro», determinando in modo assoluto tutta la vita, come nel caso del Corano. Se poi non ci si nasconde il fatto che quelle tre sorgenti (grecità, giudaismo, Impero romano) all’inizio erano divise da una profonda inimicizia (e lo rimasero ancora per lungo tempo), appare chiaro fino a che punto l’immagine dell’Europa, o del suo «sistema liberale», costituisse in realtà un campo ricco di tensioni, dissidi e contrasti dialettici; ed è davvero sorprendente che, sebbene nessuno di questi fattori essenziali sia riuscito a eliminare gli altri, ognuno di essi abbia però, attraverso severe critiche reciproche, profondamente influenzato e «modernizzato» gli altri. Da questa prospettiva diventa possibile definire alcuni fenomemi come «non-europei»: precisamente quelli che, con argomenti ideologici e azioni concrete, cercano di eliminare uno o più di questi fattori.
In questo modo diventa possibile dare una definizione di Hitler che, pur non nascondendosi il fatto paradossale che anche lui fu un «tiranno per l’Europa» e che proprio questo fu in un certo senso il suo desiderio, caratterizza la sua Europa appunto come «non-europea», anzi come «anti-europea». Tra i fattori che abbiamo menzionato figura anche il giudaismo, inteso come forza critica e naturalmente criticabile, che Hitler voleva estirpare dal mondo perché in esso vedeva non semplicemente un’importante causa concomitante ma l’autentica origine di ciò che oggi si definisce in genere «globalizzazione» e ciò che concepiva come la «tirannia dei capi del giudaismo» su tutti i popoli e gli Stati. Soltanto a margine cito il fatto ben noto e paradossale che questo sedicente «Führer di tutti gli ariani» voleva annientare completamente i polacchi ariani, facendone scomparire per sempre il seme dalla terra. Così la sua sconfitta fu causata non soltanto, come nel caso di Luigi XIV e Napoleone, dal «sistema liberale europeo», che si trovava sotto attacco diretto, ma anche da potenze extraeuropee. Dehio considera Hitler e la sua Europa come l’ultimo tentativo compiuto (e anche l’ultimo possibile) per imporre un’egemonia sull’Europa. Non parla però del penultimo tentativo, quello di Lenin, ai cui eserciti nel 1920 soltanto il «miracolo sulla Vistola» impedì di ottenere la vittoria sui «reazionari» polacchi e di intrecciare una decisiva collaborazione con i già molto forti e ancora molti entusiasti partiti comunisti di Germania, Francia e Italia. È un fatto davvero sorprendente che nel mondo europeo e atlantico dei primi decenni del Ventunesimo secolo la classe imprenditoriale sia giustamente considerata la più importante e trainante, e che, ciononostante, il suo praticamente completo ed estremamente violento annientamento in Russia e poi in moltre altre regioni del mondo sia stato del tutto ignorato e rimosso dagli intelletuali dell’Europa occidentale e dell’America e non sia mai divenuto oggetto di una profonda riflessione. L’Europa dei Venticinque si fonda di fatto sulla sconfitta del comunismo e della sua ideologia, ma spiritualmente è dominata da un fraintendimento nella valutazione dei regimi totalitari del Ventesimo secolo, per colpa del quale ogni seria riflessione sulla storia dell’Europa e del mondo viene combattuta e persino stigmatizzata da un’eccessiva considerazione di ovvietà morali e di discutibili connessioni causali. Se si sostituisce al concetto di «federatore» quello di «impulso federativo», si può raccontare la lunga e stupefacente storia degli sforzi per l’unità dell’Europa compiuti durante la seconda guerra mondiale, a partire dai «piani europei di resistenza», passando per il discorso pronunciato da Churchill a Zurigo e arrivando fino alla creazione della «Convenzione costituzionale». Però la domanda è se tutti gli sforzi idealistici sarebbero bastati per realizzare quello che oggi è visibile a tutti come unità europea. Perciò alla domanda sul federatore non si può semplicemente rispondere con l’osservazione che l’Europa attuale ha per presupposto il fallimento di tutti i potenziali federatori e che quindi può esistere soltanto in quanto «libera» Europa, che guarda con fiducia al suo futuro. In realtà dopo il 1945 c’è stato una sorta di federatore in negativo, un federatore uscito da un più rigido e ugualmente più egoistico altruismo; e tenendo conto di questa circostanza si può avviare la riflessione su quegli sviluppi futuri che da molti osservatori (per quanto certamente non da tutti) sono considerati funesti. Questo federatore in negativo è stato la Germania che, sotto il peso della catastrofica sconfitta e della messa in discussione della sua storia, si è aperta a un’idea di Europa per la quale gli altri Stati nazionali dell’Europa, Italia compresa, non vedevano nessuna ragione convincente. L’inizio sta nella disponibilità, garantita dalla stessa Costituzione tedesca, a rinunciare alla sovranità nazionale; e questa linea si è imposta contro ogni possibilità di ricaduta, per culminare nell’adesione all’abolizione della propria difesa, sul cui significato e valore poggiava quel poco di autostima che i tedeschi avevano mantenuto o che si erano ricostruiti negli anni del dopoguerra.
Oggi vengono espresse solo deboli proteste contro i «contributi netti» che la Germania continua a pagare come se fossero una cosa naturale. Il fatto davvero sorprendente, ossia che l’unione di una formazione di maggiori proporzioni, che nella storia si è potuta realizzare soltanto con la guerra, la minaccia o almeno una morbida pressione, sia diventata oggetto di un sentito desiderio, anzi persino di una rivendicazione imprescindibile, sarebbe difficilmente concepibile senza la corrente di questi contributi netti (senza dubbio pagati non soltanto dalla Germania). Però manca ancora la prova inchiodante e definitiva di un grave peggioramento della situazione economica o persino di una profonda crisi. Ciò che oggi è ristretto alle piccole cerchie di un autentico estremismo di destra, vale a dire la tesi che questi contributi netti siano in realtà tributi, esattamente come le riparazioni stabilite al tempo del trattato di Versailles, e che soltanto attraverso questi tributi l’unificazione europea sia diventata possibile, potrebbe diventare ancora una volta argomento di una rumorosa propaganda. Una convincente controprova sarebbe soltanto la premura e l’abnegazione nella possibile, anzi probabile crisi di un futuro forse già vicino. Soltanto allora l’Unione europea diventerebbe un’autentica «comunità di destino». Fino a quel momento però dovrà vivere con i rischi che potrebbero nascere da una richiesta eccessiva sulla Germania; proprio come resta il pericolo che la Gran Bretagna, già tenuta a distanza da de Gaulle, quando verranno sollevate forti richieste per la sua assimmilazione, possa nuovamente indirizzarsi sulla propria strada, verso la quale la indirizza la sua stessa storia. Non già in un prossimo futuro, ma soltanto dopo severe prove sperimentali, l’Ue otterrà un diritto d’esistenza che niente e nessuno potrà più mettere in dubbio. Una prova sperimentale di tutt’altro genere si otterrà quando si sarà proseguito uno sviluppo al quale l’Ue deve la sua stessa esistenza e che si può definire come «annullamento dei confini» (Entgrenzung). Anche senza gli eventi epocali delle due guerre mondiali si sarebbero probabilmente verificati, per quanto in modo più lento e graduale, quei processi che non si sono fermati di fronte ai confini degli Stati nazionali: l’industrializzazione, la democratizzazione, la secolarizzazione, l’espansione dei rapporti di mercato; in una parola, la modernizzazione. La più antica delle dottrine economiche moderne, la dottrina liberale dell’edificazione progressiva e per tutti vantaggiosa del «mercato mondiale» aveva già da lungo tempo postulato il superamento di tutti i confini, che avrebbero potuto ostacolare la libera circolazione di beni, capitali e idee. Però né Ricardo né Malthus avevano da ciò derivato l’esigenza di un’abolizione degli Stati. Gli Stati nazionali potevano continuare a esistere, almeno finché non si prefissavano l’obiettivo fatale dell’autarchia. Ora l’Europa dei Venticinque ha praticamente raggiunto ovunque quei confini politici e culturali che la natura e la storia hanno tracciato intorno al Continente. Un’eccezione è costituita dal più grande Paese di questa parte del mondo, vale a dire la Russia, la cui esclusione viene giustificata da un argomento squisitamente politico: una potenza così grande manderebbe all’aria l’ambito di un’unione costituita da Stati di proporzioni medie o piccole, e porterebbe ben presto a un’indesiderata supremazia. Quanto alla Turchia, si accampano per lo più ragioni geografiche: la piccola, anche se molto importante lingua di terra che si trova sul continente europeo è soltanto un annesso del vastissimo territorio anatolico. Ma un interesse del tutto elementare e pre-politico richiede la demarcazione di un confine di genere completamente diverso, e precisamente demografico: se i tassi di natalità rimangono così diversi come sono oggi, l’abbandono di questo confine significherà che l’Europa si troverà al suo interno uno Stato che in un futuro non troppo lontano assumerà una forza dominante, tanto che si potrebbe formulare il seguente postulato: soltanto Stati con una forza (o viceversa una debolezza) biologica approssimativamente uguale possono riunirsi in una formazione politica. Quindi se la sparizione dei confini che il processo di unificazione europeo rende possibile oltrepassa i confini storici e geografici, l’Unione europea non assumerà, come viene spesso sottolineato, nessuna realtà storico-politica, ma sarà soltanto una zona di libero scambio, che potrebbe estendersi sempre più finché, divenuta uno Stato universale a livello embrionale, un giorno si scontrerà probabilmente in modo disastroso con la più vicina prefigurazione di un potenziale Stato universale, ossia gli Stati Uniti d’America.
Ogni sparizione di confini è allo stesso tempo una destoricizzazione. L’identificazione totale e pronta al sacrificio con la città natale, con l’orizzonte controllabile della polis, di cui dà testimonianza il discorso di commiato di Socrate, doveva scomparire prima che il regno macedonico di Filippo e Alessandro potesse costituirsi, e analoghi processi di indebolimento dell’antico e di integrazione nel nuovo sono osservabili in tutta la storia mondiale. Così recita il titolo di un libro americano: Peasants into Frenchmen («Da contadini a francesi»), e si potrebbe scrivere un libro simile su tutti gli abitanti dell’Europa orientale, che per se stessi hanno soltanto la definizione «nostrani», prima che si concepiscano come rumeni o ucraini. Però, nello stesso modo, anche i francesi, gli italiani, gli inglesi e i tedeschi non dovrebbero forse trasformarsi in «europei», se l’Ue vuole darsi fondamenta stabili? Sarebbe un evento senza precedenti se nazioni storicamente pienamente sviluppate si dovessero trasformare in semplici province di una realtà sovranazionale, e innumerevoli europei non sarebbero probabilmente disposti a pagare un prezzo così alto per l’unità europea. Inoltre, non si può definire in poche frasi né tantomeno in un libro che cosa costituisca l’«identità» degli europei, perché essi in larga misura non sono più cristiani nel senso in cui lo erano i loro genitori e antenati, così come non sono più ardenti nazionalisti, razionalisti e ottimisti, e ciononostante soltanto pochi europei potrebbero non avere la consapevolezza del fatto che una stretta parentela storica li lega reciprocamente molto più della semplice affinità naturale che accomuna tutti gli uomini. Proprio da questo punto di vista l’ingresso dei «dieci» (e il presumibilmente prossimo completamento attraverso i pochi popoli ancora fuori) potrebbe rappresentare un grande aiuto. Le piccole nazioni dell’Europa orientale hanno dovuto lottare un intero secolo per conservare e sviluppare la propria rispettiva identità, che sembrava temporaneamente scomparsa, come ad esempio quella dei cechi dopo la battaglia della Montagna Bianca. Io credo che nessun polacco, ceco o sloveno sia disposto a rinunciare alla propria indentità nazionale soltanto perché è diventato un cittadino dell’Unione europea. Proprio in questo modo anche coloro che più di tutti, e per comprensibili ragioni, sono pronti a gettare via (o persino a combattere) l’identità che li ha contraddistinti fino a oggi, ossia i tedeschi, potrebbero imparare a superare una delle eredità più fatali dell’èra nazista, vale a dire l’idea che ci si comporti giustamente soltanto se si fa e si pensa tutto il contrario di ciò che hanno detto e pensato i nazisti: ci si deve trasformare in antinazionalisti perché Hitler era un nazionalista estremo; si deve condannare la coscienza nazionale come manifestazione di «razzismo» perché Hitler è stato un razzista nel significato proprio e autentico della parola; ci si sente in dovere di sostituuire l’ovvio e naturale eurocentrismo con un brusco antioccidentalismo perché Hitler voleva essere anche un cittadino europeo. Europa da dove? Ho trattato soltanto di un capitolo della sua storia che appare del tutto negativo, come la ragione fondamentale del fallimento di tutti i «federatori», e che d’altra parte deve essere considerato negativo da coloro che vorrebbero vedere l’Europa come un partner e rivale, anche militare, degli Stati Uniti e che perciò sono pronti a pagare il prezzo di una netta limitazione della libertà individuale. Europa verso dove? Non solo ritengo che l’indubbiamente evidente conseguenza di queste premesse, ossia l’egoismo collettivo nei confronti dei vantaggi materiali che l’Europa dei contributori netti ha conservato, nonché l’annullamento dei confini e la destoricizzazione (che sono inseparabili da un dominio esclusivo dell’individualismo edonistico), non vada considerata come un processo evolutivo inevitabile, ma approvo anche lo sforzo di conservare anche in futuro le molteplici, fluide e contraddittorie «identità» di questa «vecchia» eppure rinnovata Europa.

(Traduzione dal tedesco di Aldo Piccato)
 

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