Fin dal Proemio la Costituzione Italiana proclama che la Repubblica «promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica»ı. Nel I titolo l'art. 33 specifica che «L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento». Già il progetto originario sottoposto all'assemblea, all'art. 27, mostrava la preoccupazione dei costituenti (segnatamente dei democristiani) per le scuole private, in parallelo con le pubbliche: libere, ma sottoposte a controlli sui programmi nonché alla prova finale dell'esame di Stato. L'insegnamento privato è vincolato a una condizione molto ambigua: «Purché senza oneri per lo Stato». Dato che la scuola costa, significa questa clausola che lo Stato può sovvenzionare le scuole private con una cifra non superiore a quella che spenderebbe per ottenere con la scuola pubblica lo stesso risultato, o significa che non può sovvenzionarle affatto? Non credo che la lettera della Costituzione basti per rispondere al quesito, ma lo spirito mi pare che dovrebbe portare piuttosto alla prima soluzione. Gli artt. 33 e 34 mirano a rendere tutti eguali di fronte alla scuola, come di fronte alla legge. «La scuola è aperta a tutti», dice l'art. 34, grazie a un emendamento proposto da vari costituenti in luogo del testo, assai demagogico, del progetto originario (art. 28) «la scuola è aperta al popolo». L'art. 34 dispone che «i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno il diritto di raggiungere i gradi più alti dell'istruzione» (in parole povere, la laurea); e il mezzo per attuare tale disposto è indicato nelle «borse di studio, assegni e altre provvidenze». A questo proposito è chiaro che, non solo la nostra, ma qualsiasi Costituzione sarà sempre inadeguata. Si tratta di buone intenzioni, ma non indicano se non genericamente il modo di attuarle. Come quando si dice: «tutti hanno diritto al lavoro», o «ad avere una casa», ecc., ma non si specifica a quale tipo di lavoro o a quale tipo di casa; e ancor meno chi e come glieli debba procurare. Diverso il caso della norma di diritto universale secondo cui tutti hanno diritto a un nome, perché qui c'è chi ha il corrispondente dovere di assegnare un nome al neonato e un ufficio incaricato della registrazione. Ma se un barbone dorme all'aperto non c'è chi abbia l'obbligo di ospitarlo: ci può essere qualche istituzione parastatale la cui attività è «supererogatoria»; o, alla peggio, la polizia che mette in guardia il barbone perché turba l'ordine pubblico.
Ancor peggio il caso del lavoro. Un disoccupato si presenta all'ufficio di collocamento; gli viene offerto un lavoro e lui lo respinge; si prova con un secondo e respinge anche quello. Si può concludere che, con ciò, il disoccupato perde il suo diritto al lavoro: è quasi inevitabile. Ma non si può neppure escludere che i lavori disponibili non si possano imporre a un soggetto, pur disoccupato, se la sua costituzione psicofisica è del tutto inadatta. Occorrerebbe, allora, che commissioni equanimi e tecnicamente preparate giudicassero caso per caso; e il costo diverrebbe (come si suol dire) «insostenibile». Qual è, in ultima analisi, lo scopo di una legge costituzionale? È etico-giuridico o utilitario? Se essa trascura il rapporto costi-benefici produrrà un deficit, che qualcuno dovrà compensare; e questo qualcuno saranno i privati, perché le aziende pubbliche lavorano generalmente in perdita. Lo Stato assistenziale segue il criterio: «esborso privato può derivare solo dal profitto su cui grava l'imposizione fiscale. E per questo il profitto deve anzitutto formarsi attraverso rapporti economici conformi alle leggi. Per contro tutta una corrente di non-pensiero tende a demonizzare il profitto e presume ciononostante di estrarne, con le imposte, tutto ciò che occorre per sostenere le spese dello Stato sociale. Basterebbe - si dice - eliminare l'evasione fiscale. Penso effettivamente che l'evasione sia sottostimata perfino dai più pessimisti, ma è affrettato concludere: «Se la eliminassimo saneremmo il bilancio». Se la eliminassimo elimineremmo molto lavoro e quindi molto reddito, perché certi lavori verrebbero a costare troppo. Si obietta: «Voi difendete l'evasione fiscale». Rispondo: «Voi difendete una tassazione che genera inevitabilmente l'evasione fiscale», quali che siano le pene «comminate» (cioè minacciate, non «inflitte» la Costituzione dovrebbe proteggere la lingua, non solo il paesaggio).
Vi sono problemi morali sollevati, non solo dallo Stato etico, ma da qualsiasi etica; non si risolvono col metodo matematico-sperimentale. Lo si vede a proposito dei diritti, non meno che degli obblighi. L'art. 34 recita che «hanno diritto di raggiungere i gradi più alti dell'istruzione» i capaci e i meritevoli. Ma che cosa voglia dire «capace» lo si può arguire solo se si precisa che si tratta di chi è più utile alla società, non chi soddisfa a interessi particolari (un arguto professore osservava, un secolo fa, che nei concorsi universitari le pubblicazioni che contano di più sono le pubblicazioni di matrimonio). E chi sono i «meritevoli»? Merita di più chi si sforza molto per riuscire o chi, molto dotato, riesce senza sforzo? Chi è meritevole lo si scopre spesso per caso. Il filosofo Fiche, da piccolo, portava al pascolo le oche, e fu riconosciuto meritevole e fatto studiare da un possidente del luogo, a cui riferì per filo e per segno tutto ciò che aveva detto il pastore nel sermone domenicale. Il matematico Gauss fu riconosciuto meritevole in terza elementare dal maestro che, per stare tranquillo un'ora, ordinò alla classe di sommare tutti i numeri da 1 a 100. Dopo cinque minuti Gauss porse al maestro la lavagna col risultato esatto, e a richiesta spiegò: «Ho sommato 1 a 100, 2 a 99, ecc. e ho moltiplicato 101 per 50». Ma il merito non si rivela di solito così facilmente. Anatole France, Einstein e anche Newton erano pessimi scolari; e Galois fu respinto all'esame di ammissione alla Normale (perché trovò il problema da risolvere troppo facile e diede il foglio bianco, giudicandolo un affronto). Né la situazione sarebbe migliore se del merito dovesse darsi un'interpretazione morale. È più meritevole chi fa il bene spontaneamente o chi lo fa con sforzo? Kant diceva che il primo è «buono», il secondo «virtuoso». Schiller, nel famoso epigramma, si propone di prendere a odiare gli amici, «in modo da fare controvoglia ciò che il dovere comanda». A che cosa risalgono meriti e demeriti? Secondo Ibsen le colpe dei bisnonni ricadono sui nonni innocenti; ma, a parte queste unilateralità positivistiche, non c'è dubbio che sul comportamento incida molto l'eredità biologica. Ora, c'è forse maggior merito a ereditare un buon patrimonio genetico che un buon patrimonio finanziario?
Dal punto di vista etico il valore di una Costituzione si può apprezzare badando alle sue intenzioni. L'intenzione ha una direzione e un'intensità proprie, indipendentemente dal risultato. Così intesa cade facilmente nell'astrazione e si dice che lastrichi le vie dell'inferno. Ma, d'altro canto, se si trascura l'intenzione e si porta positivisticamente il valore tutto sul risultato, parlare di «merito» diviene una finzione. Una legge costituzionale, di conseguenza, non «positiva»: né in senso giuridico, né in senso epistemologico. Essa discende da un «diritto naturale», con tutti i problemi, ma anche con tutti i pregi teorici, del giusnaturalismo. La più antica Costituzione ancora in vigore, l'americana, comincia con le parole: «Tutti gli uomini sono dotati dal Creatore di taluni diritti inalienabili, tra i quali la vita, la libertà e il perseguimento della felicità». Con ciò non si garantisce affatto che the pursuit of Happiness giunga a buon fine, ma solo che si ha diritto di tentare. Per questo l'importante è ammettere, come dice la Costituzione americana, che «per assicurare questi diritti sono costituiti tra gli uomini i governi»; non viceversa, come sembrano pensare taluni politici: che le leggi siano un mezzo per sottomettere gli individui alle intenzioni dei governi.