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Troppi affari privati sotto il segno dell'Ulivo

LIBERAL BIMESTRALE
di Antonio Marzano
Anno I numero 3 - Dicembre 2000 - Gennaio 2001

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Fl3
Nel decennio Novanta, lo Stato ha realizzato privatizzazioni per circa 120 mila miliardi. Prima di giudicare l'ampiezza della cifra, è bene ricordare che nel nostro Paese vi era, all'inizio del periodo, un'invadenza dello Stato nel controllo delle imprese senza eguali nell'Occidente industrializzato. E una prova indiretta di ciò è che, nonostante quanto si è fatto, resta da privatizzare almeno altrettanto: il resto dell'Enel, dell'Eni, e via via fino alle Poste, Ferrovie e municipalizzate varie. Ma vi è un'altra considerazione da fare. Almeno la metà del ricavo delle «privatizzazioni» deriva da vendite parziali della proprietà azionaria, tali da lasciare il controllo delle imprese in mano allo Stato: basta citare il caso di Enel ed Eni, per cui si può dire che ancor oggi il settore energetico italiano è statale. Non ci vuol molto a capire che quando si vende mantenendo il controllo, si privatizza solo per modo di dire. In realtà, lo Stato si appropria di risparmio privato, ma la gestione dell'impresa resta statale. La terza considerazione riguarda la rispondenza tra risultati e obiettivi. Lo scopo è di far cassa? Allora bisognerebbe esaminare caso per caso se le cessioni sono avvenute a prezzi congrui. Vengono in mente due esempi che ne fanno dubitare. Il primo è la Centrale del latte di Roma, successivamente rivenduta a un prezzo multiplo rispetto a quello di cessione.
L'altro riguarda le licenze Umts, dove il numero troppo ristretto dei partecipanti (rispetto al numero delle licenze) ha dato luogo a risultati di gran lunga inferiori (fino alla metà) rispetto a quelli preconizzati. Ma far cassa non è tutto, e vi sono anzi obiettivi di livello un po' superiore cui aspirare. Specialmente, quello di dare più efficienza alle imprese attraverso la gestione privatistica delle medesime, e soprattutto di permettere all'intera economia di beneficiare di questo salto di qualità. Si è già visto come questo risultato sia stato mancato a causa del persistente controllo pubblico delle imprese solo parzialmente collocate. Ma v'è di più. Un monopolio privato non è proprio il massimo dell'efficienza. Dunque, quando si persegue quest'ultima, non basta privatizzare, bisogna anche liberalizzare il mercato. Se i prezzi dell'elettricità sono quasi il doppio che nel resto d'Europa; e se nell'aprile scorso, rispetto a un anno prima, il costo medio di un kilowatt ora è cresciuto del 16% (mentre calava nel resto d'Europa), è anche perché il mercato non è concorrenziale.
Questo è in parte dovuto al conflitto di interesse che sempre c'è quando lo Stato è al tempo stesso «regolatore» del mercato (nel senso che dovrebbe assicurarvi la concorrenza) e azionista (e allora, punterà ad alti dividendi). Ma forse vi è un'altra ragione. Un'impresa privatizzata che operi in concorrenza non può fare molti favori alla classe politica: sono favori che costano, e la concorrenza non perdona all'impresa che si assume costi impropri. Un'impresa monopolistica è altra cosa. La concorrenza, si può teorizzare in generale, ostacola l'interferenza della classe politica: quell'interferenza che ha provocato la crisi dell'impresa pubblica italiana.
Il problema è che la propensione a interferire è quasi connaturata nei nostri partiti politici. Ricorderete il ruolo «benedicente» di Palazzo Chigi nell'operazione Telecom: al punto che Guido Rossi definì Palazzo Chigi come una merchant bank dove non si parla inglese. La privatizzazione, quando si introduce tra i criteri che l'ispirano quello di accordare favori a imprenditori «amici», o a designare poi amici negli organi amministrativi che dovranno gestire le imprese, o di lasciare queste in regime di monopolio, non è più un metodo di contrasto dell'interferenza partitica. È il contrario.

Antonio Marzano
 
 

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