Ecco una visione americana di ciò che è l’Europa, o di ciò che dovrebbe essere. Cercate di immaginare l’Europa senza includervi il Nord America. Significa immaginare l’Europa senza ciò che Hannah Arendt definisce il suo più nobile frutto. Senza l’Europa e le culture dei popoli europei, l’esperimento americano non sarebbe mai stato concepito, né tantomeno realizzato. L’America è figlia di Gerusalemme, Atene e Roma, proprio come lo sono Chartres, St. Paul a Londra, la cattedrale di Monaco, Praga e Cracovia. Per essere compresa fino in fondo, l’Europa deve essere vista come un genitore dell’America, e quindi come il partner anziano dell’Alleanza nordatlantica, l’alleanza culturale più potente e di successo in tutta la storia dell’umanità. Questo successo è dovuto senza dubbio al carattere naturale di questa alleanza, alla sua gioiosa conferma di un legame genitore-figlio di durata secolare. Ciononostante, voglio rivolgere l’attenzione all’Europa intesa come genitore, separatamente dal Nord America. Oggi, quando rifletto sull’Europa, mi riferisco all’Unione europea, con i suoi più o meno fluidi e mutevoli confini. Mi riferisco al Continente, dalla sua estremità occidentale in Portogallo (ben più a Ovest dell’Irlanda) fino, forse, a Istanbul a Sud, e possibilmente alla terre più orientali della Russia a Nord. Sono gli europei che devono decidere gli esatti confini.
Che cos’è l’Europa?
So che gli europei si sono finora rifiutati di fare qualsiasi riferimento, nella loro nuova Costituzione (nemmeno nel suo preambolo) alle radici giudaiche e cristiane. A me sembra una visione miope e ristretta della loro storia e della loro identità, ma, naturalmente, spetta a loro deciderlo. Nella loro concezione di se stessi, forse gli europei preferiscono non includere Chartres, Notre Dame, Saint-Denis, Colonia, i monasteri per cui Monaco è famosa, o i numerosi altri centri benedettini e certosini, attorno ai quali sono lentamente cresciute le loro più famose città. Forse desiderano dimenticare i monasteri in cui si copiavano con amore e si rendevano accessibili i manoscritti del passato, e in cui si coltivavano le arti plastiche e si elaboravano i più ambiziosi e grandiosi progetti dell’architettura europea. Forse non riconoscono l’antica tradizione giudaico-cristiana di inventività e innovazione: il timone di poppa per le navi, gli strumenti per la navigazione oceanica, le briglie e i finimenti per cavalli e buoi, le lenti d’ingrandimento, i telescopi, e tutta una serie incessante e quasi infinita di invenzioni pratiche patrocinate e benedette come giusta fruizione e sviluppo dell’atto cosmogonico originale del Creatore. Forse per gli europei di oggi non c’è bisogno di mettere in campo il Dio creatore degli ebrei per spiegare la peculiarità dell’Europa rispetto alle altre civiltà del mondo. Forse basta da solo l’illuminismo. Allora, probabilmente, gli europei di oggi hanno perso il senso dell’ironia. Perché, come sottolineò Zaratustra, dopo l’illuminismo Dio è morto, e con lui anche la ragione. Nel significato stesso della parola «illuminismo» si nasconde uno dei più profondi casi di bigotteria nella storia intellettuale dell’uomo, una vera e propria scissione manichea della storia. Identificare la propria stirpe con la luce (come se solo questa ne avesse il monopolio) e considerare tutti gli altri come creature dell’oscurità, rappresenta l’essenza stessa del dualismo metafisico. Ma una simile superba pretesa non pretende di essere giusta nemmeno nel suo significato più terreno e concreto. È infatti una regressione al dualismo religioso che precedette l’era ebraico-cristiana. Se, tuttavia, l’autoidentificazione con l’illuminismo è la decisione presa dagli europei di oggi, così sia. Farebbero bene, però, ad ascoltare gli avvertimenti di Zaratustra. Questa autoidentificazione con l’illuminismo ha di per sé profonde conseguenze politiche e persino demografiche. Il progetto dell’illuminismo, vale a dire creare una filosofia della morale fondata esclusivamente sulla ragione, è terminato con un fallimento. L’entità X è malvagia? Alcuni filosofi rispondono di sì, altri di no; alcuni fanno il tifo per questa X e altri la fischiano; altri ancora, infine, dicono che la ragione non ha niente a che fare con l’etica, e che è soltanto una questione di gusti, preferenze e scelte. I giudizi morali sono tutti relativi e soggettivi e perciò non esiste nessuna etica universale. Se le cose stanno così, Zaratustra aveva ragione. Non soltanto Dio è morto, ma anche la ragione, almeno nel campo dell’etica, è morta.
Per dirlo con le parole di Richardy Rorty, un filosofo facile alle crisi depressive e il più squisitamente europeo di tutti i filosofi americani, la mancanza di significato è «completa». Ma se l’orgoglioso obiettivo filosofico dell’illuminismo ha prodotto alla fine il suo esatto contrario (la negazione dell’importanza della ragione nell’etica), la stessa conseguenza ha avuto anche l’impulso demografico del libro della Genesi, nel quale il Creatore ordina che gli uomini debbano «riprodursi e moltiplicarsi, e popolare la terra». L’Europa sta morendo per mancanza di un numero sufficiente di nuovi nati. L’Europa non si sta moltiplicando bensì restringendo. È come se le giovani donne dell’Europa pensassero: se la vita è del tutto priva di significato, perché moltiplicare il dolore? (Anche i pesanti costi finanziari e la mancanza di tempo per le madri lavoratrici sono argomenti contro la maternità; ma quando le famiglie erano molto più povere, ancora più costrette in uno spazio angusto e già indaffarate con molti figli, questi impedimenti da soli avevano meno forza persuasiva). In un mondo dominato dal relativismo, inoltre, vantarsi non ha senso. Se tutto è assurdo, tutto ciò che l’Europa ha raggiunto non conta nulla. Tutto quello che rimane è il «multiculturalismo», altro termine dietro al quale si nasconde l’autodisprezzo. Tutto è assurdo: punto e basta. A prima vista, qualcuno potrebbe essere contento che sia spuntata l’alba di un’èra refrattaria ai giudizi morali. Il Dio della Bibbia, l’infallibile giudice di tutte le coscienze, che a ogni essere umano, dopo la morte, chiede conto di tutto quello che ha pensato, detto o fatto, è stato giustiziato, decapitato e annientato. Gli uomini sono liberi; ma allo stesso tempo la loro vita ha perso qualsiasi significato. Non contano più nulla né i pensieri, né le parole né, tantomeno, le azioni. Per quale motivo, allora, dovrebbe contare qualcosa la vita stessa? Tuttavia, c’è ancora un folto gruppo di europei a giudizio dei quali la vita ha un significato, uno scopo e una direzione: si tratta della grande fiumana di musulmani che continua a penetrare legalmente in Europa. Questi musulmani annientano in silenzio e dall’interno l’inutile Welfare State, semplicemente con il loro ottimismo e i loro elevati tassi di natalità. Ciò che non sono riusciti a conquistare con la forza delle armi nel 1565 a Malta, nel 1571 a Lepanto, o nel 1683 alle porte di Vienna, ora lo stanno ottenendo quasi senza incontrare alcuna opposizione grazie alla loro fede in una pienezza di significato della vita, che gli assicura un decisivo vantaggio sulla dottrina, dominante in Occidente, secondo la quale la vita è priva di senso. Sarebbe davvero una delle più grandi ironie della storia se i musulmani d’Europa, attraverso la loro stessa dottrina di ricompensa e punizione divina (che implica il valore decisivo della libertà), venissero lentamente convertiti e iniziati ai segreti della libertà soltanto una o due settimane dopo che gli odierni europei li hanno abbandonati. L’idea della libertà comincia a prendere lentamente fuoco, come in un incendio di prateria, nei campi secchi del vasto mondo islamico, dove prima d’ora non era mai stata accesa e alimentata. Il seme è stato gettato nel suolo stesso dell’Islam. Ha bisogno di acqua, di fertilizzanti e di cure premurose. Ma, in un’atmosfera permeata da pienezza di significato e finalità divina, potrà crescere e fiorire. Protetto da un metro di giudizio giusto e ineludibile, potrà prendere vita. Si può ragionevolmente immaginare che i musulmani europei amalgameranno la fede in un significato della vita e l’ideale di libertà in una nuova sintesi.
Ma, per gli altri europei, secondo i quali la vita è priva di significato, anche la libertà è un concetto assurdo. Io, da semplice e remoto americano quale sono, avrei detto che il grande segreto che l’Europa ha a lungo custodito nel suo seno, nutrito, elaborato e sviluppato, il suo più prezioso gioiello, il suo principale vantaggio, la sua unica gloria, sia proprio lo Spirito della Libertà. Con la parola libertà, intendo, come diceva Lord Acton, il dovere di fare, non ciò che si vuole, ma ciò che si deve. Vincolati alla ferrea legge dell’istinto, gli altri animali non possono fare altro che ubbidire alle predeterminate caratteristiche della loro natura e fare ciò che il loro istinto gli ordina. Gli uomini hanno una natura più complessa. In tutto il regno animale, essi soltanto sono capaci di riflettere e decidere prima di agire, così come di scegliere il quando, il come e lo scopo delle loro azioni. Qualsiasi cosa ci segnalino i nostri desideri o il nostro istinto, noi riflettiamo, giudichiamo e decidiamo che cosa fare. Analizziamo l’intero campo delle numerose condizioni che regolano la nostra natura, consultiamo le leggi di Dio, ci lasciamo tentare dal Grande Tentatore e ascoltiamo i consigli dei «nostri angeli custodi». Insomma, riflettiamo e decidiamo. Assumendoci la responsabilità per tutte le conseguenze delle nostre azioni, conquistiamo il dominio e il controllo di noi stessi. Facciamo ciò che dobbiamo fare in virtù e per effetto di una nostra riflessione, decisione e autonoma scelta. In questo modo, diventiamo lentamente ciò che effettivamente siamo capaci di diventare: uomini e donne responsabili e liberi. La libertà, nel senso pieno che ha in Europa, è una forma di autocontrollo e padronanza di se stessi. Ciò che distingue l’Europa dalle altre civiltà è la sua scoperta del ruolo fondamentale dell’intuizione e della volontà nella storia dell’uomo. Con il termine «intuizione» intendo l’eureka!, ossia quella consapevolezza istantanea di comprensione globale di una certa cosa o situazione; ma intendo anche, in un secondo momento, il lento processo attraverso il quale, con riflessioni e giudizi, si comprende quale sia, in quella situazione, la scelta migliore da fare. Naturalmente, spesso una perfetta comprensione non riesce a tradursi in azione. La comprensione da sola non è sufficiente. È necessaria anche la volontà. Volere significa scegliere di mettere in atto le proprie riflessioni. Attraverso la volontà, interveniamo nel mondo circostante. Riflessione e decisioni sono i temi fondamentali di ogni storia raccontata nella Bibbia ebraica e cristiana; per l’Europa, rappresentano l’asse portante della storia umana. Le antiche civiltà della Grecia e di Roma, e le successive ma meno avanzate culture dell’Europa settentrionale, sono state un terreno fertile per la crescita di questo insegnamento. Per almeno cinquemila anni, l’Europa ha preso la libertà molto sul serio. Che cos’è, allora, l’Europa? L’Europa è la madrepatria, la culla e il secolare campo di addestramento della libertà. Della libertà intesa come idea. Della libertà intesa come aspirazione personale. Della libertà intesa come linea guida della storia. Della libertà come seme da nutrire fino a quando sboccia in ogni aspetto della vita, nella cultura, nella politica e, cosa recentissima, nell’economia. Della libertà intesa come autocontrollo e padronanza di se stessi. Non della libertà come semplice capriccio. Una libertà adulta e responsabile, non infantile. Una libertà condizionata da molte distinzioni, apprese attraverso ripetuti tentativi e dolorosi errori. Libertà secondo la legge. Libertà definita da seria riflessione. Una libertà rispettosa degli altri. Una libertà di cui ognuno è direttamente responsabile di fronte al Giudice universale. Una libertà di cui nessuno può essere privato. Una libertà inalienabile. Ci sono voluti secoli all’Europa per formulare tutto ciò. Si può essere certi che non sono ancora state imparate tutte le lezioni necessarie. Ma anche questa è una gloria dell’Europa: l’illimitatezza della sua ambizione.
L’Europa in crisi
Non molto dopo che Nietzsche ebbe annunciato la morte di Dio, l’Europa entrò con grande entusiasmo e ottimismo nel Ventesimo secolo. La sua prima esperienza furono le crudeli carneficine della guerra di trincea: file interminabili di giovani soldati che correvano contro il fuoco continuo e fulminante delle mitragliatrici, cadendo come mosche dietro l’avanzata inesorabile dei carri armati. In seguito, la pace cominciò a sembrare inutile quanto la guerra. Subito dopo cominciò un’altra guerra, preceduta da anni di terrore e di operazioni della polizia segreta e segnata dall’ascesa del culto del totalitarismo. Benito Mussolini definì il totalitarismo in due parole: la feroce volontà. Intendeva, naturalmente, la feroce volontà del Leader. Se Dio e la Ragione erano morti, la Volontà era ancora viva e vegeta. Gli anni Trenta e Quaranta vennero definiti l’Era dell’Assurdo, l’Età del Nichilismo. E due crudeli forme di totalitarismo, uno rosso e l’altro nero, si scontrarono per dividersi il corpo sanguinante dell’Europa. Ancora una volta, come nel 1914, gli americani furono chiamati per difendere la libertà in Europa e risposero all’appello. Nella fase cruciale della seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti avevano sedici milioni di uomini in armi. Le catene di montaggio americane produssero aereoplani, carri armati e navi di grande qualità e in quantità senza precedenti. Quando Hitler stava ormai per essere sconfitto, l’astuto Stalin approfittò degli americani e degli inglesi, riuscendo a estorcere una divisione ingiusta e unilaterale dell’Europa che gli assicurò un numero di «nazioni asservite» molto maggiore di quello che la giustizia o il diritto gli avrebbero dovuto concedere. Ancora una volta, in Europa la libertà si trovò sotto un’ombra minacciosa. Moltissimi europei furono sedotti dal fascino del potere totalitaristico e si misero a collaborare con la potenza ostile. «Per quale motivo gli europei danno così poco valore alle loro libertà?»: ecco che cosa avrebbero domandato gli americani, se la minaccia dall’Est non fosse stata così reale. Nella resistenza contro la potenza sovietica, agli americani è stato richiesto un impegno molto maggiore che agli europei, sia in termini di spese sia di vite umane. All’Europa fu permesso di avviare la ricostruzione; anzi fu concretamente aiutata e assistita in quest’impresa. Ben presto una nuova Europa, moderna, ricca e piacevole, emerse dalle macerie di quasi quarant’anni di guerre. Dopo il 1989, quando, con grandi acclamazioni, crollò il Muro di Berlino, e poi ancora dopo il 1991, quando l’Unione Sovietica si dissolse e la nazioni dell’ex Urss riottennero la loro indipendenza e ripresero i loro antichi nomi, gli europei si accorsero di essere diventati ancora più ricchi e di vivere una vita più agiata e piacevole che mai. Avevano scelto la via del Welfare State, e quasi nessuno sembrava preoccuparsi per la condizione di dipendenza in cui questo li costringeva. Avevano donato la loro anima all’Eguaglianza, piuttosto che alla Libertà, e la profezia di Tocqueville, che, centocinquant’anni prima aveva cercato di interessare l’Europa all’idea di democrazia, si è avverata: «Al di sopra di essi si eleva un potere immenso e tutelare, che solo si incarica di assicurare i loro beni e di vegliare sulla loro sorte. È assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite. Assomiglierebbe all’autorità paterna se, come essa, avesse lo scopo di preparare gli uomini alla virilità; ma cerca invece di incatenarli irrevocabilmente nell’infanzia ... Perché non dovrebbe esentarli interamente dalla fatica di pensare e da tutte le pene del vivere? Così, ogni giorno esso rende meno necessario e più raro l’uso del libero arbitrio, restringe l’azione della volontà in più piccolo spazio, e toglie a poco a poco a ogni cittadino perfino l’uso appropriato delle proprie facoltà. L’Eguaglianza ha preparato gli uomini a tutte queste cose, li ha disposti a sopportarle e spesso anche a considerarle come un beneficio. Così, dopo avere catturato, uno dopo l’altro, ogni cittadino e dopo averlo plasmato a sua volontà, il governo allarga il suo abbraccio sull’intera società. Copre l’intero campo della vita sociale con una rete di piccole e complicate regole, minuziose e uniformi, attraverso le quali anche gli spiriti più originali e vigorosi non saprebbero come mettersi in luce e sollevarsi sopra la massa. Esso non spezza la volontà dell’uomo, ma la infiacchisce, la piega e la dirige; raramente la spinge ad agire, e spesso si adopera per impedire qualsiasi azione; non distrugge nulla, ma impedisce che nasca qualcosa; non è in alcun modo tirannico, ma ostacola, reprime, infiacchisce, soffoca e rincretinisce così tanto che alla fine ogni nazione si riduce a non essere altro che una mandria di animali timidi e instancabili, della quale il governo è il pastore» (da La democrazia in America, ndt.). L’amorosa passione che gli europei riversarono sul Welfare State trasformò il loro tradizionale atteggiamento nei confronti del mondo circostante. Mangiavano ottimi cibi. Con le loro veloci auto potevano raggiungere comodamente le loro case in campagna o trascorrere le vacanze all’estero. Tutto sembrava ordinato, civile, praticamente perfetto. Erano davvero soddisfatti. Dopo un secolo di tempestose ideologie, di passioni, violenze e guerre, si godevano la pace come se avessero trovato un’oasi verde e ricca d’acqua in un ostile e inaridito deserto, nel quale non volevano mai più ritornare. Sognavano il diritto internazionale, istituzioni internazionali e una sorta di Welfare State internazionale. Riscoprivano Kant. Il Kosovo è stato un vero shock per questi ormai paghi e sazi europei i quali, dopo una bella abbuffata, vogliono essere lasciati in pace a digerire. Qualcuno, dicono, deve fare qualcosa per mettere fine a questo ennesimo olocausto che si consuma in Europa meridionale sotto gli occhi di tutti. Gli europei che in precedenza avevano preteso che gli americani se ne tornassero a casa e lasciassero l’Europa agli europei si fecero i conti in tasca sulle spese che si sarebbero dovute sostenere senza l’aiuto degli Stati Uniti e, dopo qualche riflessione, promisero di contribuire per il 50% allo sforzo militare, ed esortarono gli americani a prendere il comando. All’atto pratico, per tutta la durata dei combattimenti, le forze europee hanno contribuito soltanto per il 10% e gli americani si sono accollati tutto il resto dello sforzo. Nel frattempo, la concezione e la progressiva costruzione di un’Europa unita, ossia dell’Unione europea, è stato un risultato veramente straordinario e di portata storica, frutto della lungimiranza di alcuni grandi statisti europei. Da un punto di vista americano, la concezione che alla fine si è imposta è sembrata di natura troppo collettivista, di ispirazione troppo socialista, e anche troppo sorda all’inventività e all’energia che l’economia dell’impresa (e la virtù morale da essa implicata) sarebbe in grado sprigionare. Ma, anche con questo neo, il superamento di storici odii e sospetti, e la direzione della volontà europea verso un’unione fraterna del Continente, è stata un’impresa davvero nobile. Gli americani come me possono avere il timore che gli europei siano troppo innamorati dell’Eguaglianza, la quale è una strada sicura per la schiavitù (io la chiamo «Egualtirannia»), e che non amino e apprezzino abbastanza la libertà. A propria volta, un foltissimo gruppo di autori europei ha condannato, durante gli anni Novanta, la libera economia di tipo americano definendola come il regno crudele e spietato di cowboy solitari. Hanno contrapposto il selvaggio individualismo dell’American West, quale loro stessi se lo immaginano, al comunitario «capitalismo renano» del soddisfatto e felice Welfare State. I due continenti hanno seguito ideali sempre più divergenti e l’Alleanza nordatlantica è sembrata sul punto di frantumarsi, attratta da due opposti campi magnetici.
Dopo il collasso della minaccia sovietica e la felice conclusione di tutti e due i totalitarismi che le precedenti generazioni di europei avevano creato (quello nero, che sognava la dittatura politica, e quello rosso, che sognava invece la dittatura economica), gli europei hanno cominciato a sentire sempre meno il bisogno degli americani. Hanno anche cominciato a vantarsi della loro superiorità. I loro ristoranti, in particolare, sono di qualità assolutamente superiore, per non parlare del loro stile di vita più rilassato, civile e divertente. L’American way of life, ai loro occhi, appariva, per numerosi aspetti, nettamente inferiore. I politici europei, dicevano, provengono da una classe politica migliore e più preparata dal punto di vista professionale. Non escono da quella classe dilettantesca e pasticciona di cittadini dalla quale arrivano quasi tutti i leader americani. In confronto alle élites europee, gli americani sembrano persone davvero «comuni», tenendo presente che il significato che gli europei attribuiscono a questa parola è diverso da quello che ha in America. Per le élites europee, le persone «comuni» devono essere controllate, istruite ed educate affinché si comportino bene con coloro che sono migliori di loro. Oggi l’Europa avrà forse pochi aristocratici nelle sfere dirigenziali; però, la carenza di sangue blu nella classe dirigenziale è più che compensata dal suo sentimento di superiorità. Nel 1991, durante la prima guerra del Golfo, alcune potenze europee erano restie a unirsi agli americani, ma poi hanno dovuto farlo comunque, dato che l’avevano già fatto numerosissimi altri Paesi. Quando iniziarono i combattimenti, tuttavia, la tecnologia militare americana (soprattutto nel settore delle comunicazioni) era talmente superiore a quella degli alleati europei (fatta eccezione per gli inglesi) che praticamente nessuno potè fare finta di non vedere l’imbarazzante divario. È stato uno spettacolo penoso. I bombardieri americani decollavano dal Kansas, facevano rifornimento in aria, attraversando metà del pianeta prima di scaricare il loro carico di ordigni, e poi continuavano il loro volo fino in Asia, dove atterravano per un po’ di riposo. Anche gli aerei da caccia potevano far rifornimento in aria, scambiare comunicazioni in tempo reale con i controllori di volo a terra e in aria, e, schiacciando un semplice bottone, lanciare bombe ad altissima precisione. I missili sparati dalle navi a centinaia di miglia di distanza sfrecciavano sopra il terreno, mutavano direzione a seconda dei segnali lanciati da sistemi eletronici di guida e giungevano precisi sul bersaglio penetrando attraverso la finestra di un predeterminato edificio, causando enormi danni al suo interno ma senza distruggere null’altro. Per la prima volta, gli europei (e il mondo intero) si accorsero improvvisamente fino a che punto erano stati surclassati dal punto di vista militare. Malgrado l’imbarazzante divario, l’adorato Welfare State europeo impedì ai governi europei di impegnarsi per mettersi al passo con la potenza militare degli Stati Uniti. E nonostante avessero una base demografica nettamente più ampia di quella degli Stati Uniti, nonché nel complesso una maggiore ricchezza collettiva, gli Stati europei continuavano a essere prosciugati dai loro insaziabili programmi assistenziali. C’era anche una divergenza di carattere psicologico. Nel Ventesimo secolo, parecchi popoli europei erano usciti umiliati dalle loro esperienze di guerra. La sconfitta non ha genitori, e il senso di colpa per le passate aggressioni è una bevanda amara che si beve ogni giorno. Per secoli, i tedeschi erano stati famosi per la loro spietata aggressività: ora non più. La Francia poteva ben difficilmente mostrarsi orgogliosa del governo Petain, o delle innumerevoli legioni che avevano collaborato con i nazisti; de Gaulle era riuscito a salvare la propria reputazione, ma soltanto sul filo del rasoio.
Così, quando, dopo l’11 settembre 2001, gli Stati Uniti hanno deciso che non potevano più usare una politica d’appeasement di fronte alle flagranti violazioni delle condizioni di pace stabilite nel 1991 commesse da Saddam Hussein, alcuni europei hanno cominciato a dare segni di autentico allarme. Gli americani non potevano tollerare che gli agenti di Al Qaeda si rifugiassero in Iraq e pubblicizzassero apertamente il loro interesse per le armi chimiche e biologiche (e forse persino per la cosiddetta bomba atomica «sporca», che si può collocare all’interno di una o due valigie). Ma gli europei erano propensi a trattare con i dittatori del Medio Oriente, mostrandosi semplicemente un poco più determinati che in passato, e ricorrendo a una politica di appeasement con i terroristi. Intendevano affrontare il terrorismo come se fosse un problema di criminalità comune anziché una questione di guerra aperta. La loro difficilmente contenuta ostilità verso gli Stati Uniti e il loro senso di superiorità avevano già piantato salde radici. E ora questi nuovi Stati Uniti stavano minacciandio il senso di pace e soddisfazione degli europei. Gli Stati Uniti stavano cominciando a fare del mondo un luogo pericoloso. L’Europa non era in condizioni di entrare in guerra. Gli europei non volevano entrare in guerra, né approvavano che altri lo facessero, e tanto meno gli Stati Uniti. Non è questa la sede adatta per descrivere dettagliatamente tutti i modi attraverso i quali il Welfare State europeo ha portato l’Europa stessa alla crisi. Basterà suggerire l’ipotesi che questo modello da un lato abitua la gente alla dipendenza, ne riduce il desiderio di libertà e il gusto per il rischio, e dall’altro succhia via tutte le riserve finanziarie dello Stato sottraendole alle spese militari e utilizzandole per soddisfare le insaziabili richieste popolari. Gli Stati fondati sul welfare perdono quasi subito tanto i mezzi quanto lo spirito per difendersi militarmente. Nel frattempo, tenendo conto della loro crisi demografica interna, così come del fatto che la proporzione tra lavoratori attivi e pensionati continua ad abbassarsi, viene da domandarsi fino a quando gli attuali governi europei saranno in grado di pagare e garantire tutti i benefit che hanno promesso.
I nuovi crocevia
In poche parole, tensioni gravi e di vario tipo hanno creato una spaccatura fra Europa e America. Alcune di queste tensioni sono semplicemente di carattere emotivo, radicate in profonde passioni umane del tutto comprensibili: rivalità, invidia, competitività, orgoglio. Altre sono connesse ad antiche questioni di temperamento, come il desiderio europeo di sicurezza, dopo anni e anni di guerre fratricide, e di uguaglianza, dopo secoli e secoli di discriminazioni di classe. Il temperamento europeo sembra essere patologicamente incline al socialismo, contento e soddisfatto soltanto quando accomodato nella bambagia del collettivismo. Al contrario, il temperamento americano si è forgiato lasciandosi tutto alle spalle e tutto rischiando, per cercare di costruire qualcosa di nuovo. Gli americani amano il rischio ben più di quanto gli europei amino la sicurezza. E sebbene si vantino con orgoglio della «libertà sotto la legge» (grazie alla quale hanno spezzato le barriere di classe prima ancora che potessero mettere salde radici), gli americani non ritengono affatto che l’«eguaglianza dei risultati» sia una cosa giusta. Sanno per esperienza che chi rischia di più desidera e si merita di più degli scrocconi o di chi se ne rimane comodamente in panciolle senza assumersi rischi o responsabilità. Quando gli americani parlano di libertà, hanno in mente l’esperienza di rischiare tutto per creare qualcosa di nuovo. Ancora, la parola «intraprendenza» ha per gli americani un significato e un valore fondamentali. Una volta mi è stato detto (ma non so se sia vero) che gli americani usano questa parola quindici volte più spesso degli inglesi. Quando i primi americani approdarono in Massachusetts, o quando, successivamente, giunsero in Minnesota e nelle altre regioni del nuovo continente, non c’era nessuna chiesa dell’Undicesimo secolo ad aspettarli, nessun ginnasio, nessun mulino a vento e nessuna fabbrica. Non c’erano nemmeno campi già coltivati da secoli, né case né granai. Tutto ciò di cui avevano bisogno, se lo dovevano costruire. Così le comunità americane ammiravano e davano grande importanza alle persone con un grado superiore di intraprendenza: ossia la capacità di vedere che cosa bisogna fare e come bisogna farlo, unita alla capacità di rimanere concentrati sull’obiettivo e di impiegare la propria inventiva pratica fino al raggiungimento del proprio scopo. Gli americani adorano il rischio, l’inventitivà e il senso pratico, e sono affascinati dalla capacità di ottenere risultati concreti. Quando mi trovo in un albergo europeo, mi capita spesso di provare a spiegare al direttore come si potrebbero soddisfare in pratica alcune mie richieste e di vedere altrettanto spesso il viso del direttore diventare paonazzo dalla rabbia per il fatto di dover sentire lezioni su qualcosa di nuovo, quando invece i vecchi metodi hanno sempre funzionato benissimo, assolutamente convinto che gli americani siano insopportabilmente impazienti, esigenti e pieni di boria.
Gli europei e gli americani sono stati capaci di superare tutte le loro incomprensioni quando si è trattato di sconfiggere i nazisti e, successivamente, di battere i comunisti. Gli europei e gli americani hanno dato il loro meglio quando avevano di fronte un nemico terribile e comune. Oggi, è evidente che non la pensiamo nello stesso modo sul nuovo nemico. Perché la maggior parte di noi americani è convinta che il terrorismo internazionale islamico (ovvero la distorsione politica di una nobile religione) sia una forma di guerra globale. Noi crediamo che la resistenza al terrorismo sia una guerra, anche se deve essere combattuta non direttamente contro degli Stati, ma contro reti blandamente organizzate di attori non statali, segretamente appoggiati da alcuni Stati. Gli europei invece non ne sono affatto convinti. Forse accadrà qualcosa che li convincerà che gli americani hanno ragione. Oppure accadrà qualcosa che convincerà gli americani del fatto che il terrorismo non deve essere concepito come una causa di guerra ma come un problema da affrontare con la prevenzione (ma non credo che avverrà nulla di simile. La memoria dell’11 settembre non può essere cancellata). Per il momento, i dadi sono stati gettati. Gli europei stanno agendo con efficacia sul terreno della prevenzione, e ogni settimana veniamo a sapere come siano stati scoperti e neutralizzati nuovi complotti terroristici, in un Paese dopo l’altro, in Europa come in altre regioni del mondo. La minaccia ha, chiaramente, una portata internazionale. Noi americani stiamo facendo ciò che riteniamo essere il nostro dovere. Su questo punto, la nazione è saldamente unita e compatta. Anche se la sinistra americana, esattamente come la sinistra europea, è appassionatamente pacifista, il rivale democratico del presidente Bush nell’attuale corsa presidenziale segue in pratica la stessa politica militare del presidente Bush. Il candidato democratico condivide questa politica perché è quella condivisa dalla maggior parte degli americani, anche se deve confrontarsi con la sfida posta dal candidato della sinistra pacifista. Non bisogna farsi ingannare dalla stampa americana, compresa quella maggiormente conosciuta in Europa, dal New York Times (in Europa, The Herald Tribune), a Time, Newsweek e la Cnn. La nostra stampa d’élite è di fatto indistinguibile dall’ala sinistra del partito democratico. Non è così spostata a sinistra come vorrebbero gli estremisti nostrani, ma è comunque più a sinistra di quanto lo sia qualsiasi candidato presidenziale che potrebbe venire eletto dal popolo americano. Questo è particolarmente vero oggi, quando i problemi fondamentali sembrano essere di natura morale e sessuale, vertendo sull’omosessualità, l’aborto e altre questioni legate alla vita. La nostra stampa è non soltanto più spostata a sinistra rispetto alla media dell’opinione pubblica americana, ma anche molto più laica. Ha anche, per quanto non possa rivelarlo apertamente, un disprezzo molto più forte nei confronti della religione.
Ciononostante, tutte queste differenze tra Europa e America sono in realtà la conseguenza e il frutto degli straordinari successi ottenuti insieme, nel corso di quasi cento anni di informale e formale Alleanza Nordatlantica, uniti contro tutte le minacce contro la nostra comune cultura. Le nostre differenze e le nostre divergenze, in realtà, assomigliano piuttosto a liti di famiglia. Possono essere violentissime e molto dolorose. Ma sono acutizzate proprio dalla nostra somiglianza di famiglia, come anche dall’importanza delle cose sui cui litighiamo. Se ci apprezzassimo di meno, se dipendessimo meno gli uni dagli altri, e se non ci sentissimo in reciproco debito, non litigheremmo con la stessa passione. Le nostre emozioni sono forti e appassionate proprio perché ci vogliamo bene. Non possiamo sopportare che l’altro si disinteressi di quello che a noi sembra più caro. «Come potete comportarvi in questo modo?», ognuno vorrebbe chiedere all’altro. Come si dice qui in America sui francesi: «Dio benedica i francesi! Sono sempre a disposizione quando hanno bisogno di noi». E come i francesi dicono degli americani: «Hanno un eccessivo senso di grandeur, tanto che devono essere tenuti a bada dalla forza combinata di altri Paesi. Perciò mettetevi tutti in fila dietro di noi!». Queste passioni devono essere tenute sotto controllo. Se il presidente Bush verrà rieletto, nei prossimi quattro anni dovrà lavorare molto duro (insieme al segretario di Stato che sarà sempre più attivamente impegnato in Europa e sarà un sempre più importante anello di collegamento con il Continente) per ricompattare l’Alleanza Nordatlantica. Dal cuore pulsante di quest’Alleanza escono e si liberano nel mondo i segreti di economie innovatrici, prospere e intraprendenti, la prevenzione degli abusi garantita da una politica democratica e il rispetto per i diritti inalienabili dell’individuo, che rappresentano la grande speranza per il futuro di questo pianeta. L’Europa e l’America devono prepararsi alla prossima ascesa della Cina e dell’India; al movimento, per quanto rapido o lento, del mondo musulmano verso una forma più aperta di società civile e verso una qualche nuova di democrazia islamica; e, infine, alla trasformazione del più disorganizzato e disgraziato dei continenti, vale a dire l’Africa. L’Europa e l’America devono anche impegnarsi più a fondo per far proseguire l’appena iniziato processo di riforme nell’ex Unione Sovietica. Per citare le parole del direttore della New Atlantic Initiative, Radek Sikorski, «la Russia sta diventando sempre più autocratica, la Bielorussia possiede squadre della morte e l’Asia Centrale sta scivolando verso il fondo dei Paesi del Terzo mondo». Si tratta di difficili sfide che l’Europa e l’America farebbero bene ad affrontare insieme. Sono sfide per cui non è sufficiente la potenza (e tantomeno la saggezza) di una soltanto. Oggi, nel tempo reale, il terrorismo internazionale è una minaccia le cui vere dimensioni non sono ancora state pienamente comprese da molte, troppe persone (tra le quali moltissime anche in America). Prego che non dovremmo ancora imparare nel modo più doloroso quanto distruttiva possa essere questa minaccia. Persone serie e bene informate affermano che una bomba atomica «sporca» nascosta in una o due valigie, piene di agenti chimici o biologici, potrebbe uccidere centinaia di migliaia di persone in un sol colpo in praticamente qualsiasi importante città. Tuttavia, se ci concentriamo soltanto sul lato positivo delle sfide che dobbiamo affrontare, sulla colossale impresa di ridurre la povertà in gran parte del mondo, di fare in modo che l’acqua potabile sia disponibile per tutti (come avviene ora in aree non troppo estese del pianeta), di sconfiggere l’espidemia di Aids e di contribuire a rovesciare le dittature per trasformarle in efficienti democrazie, ci accorgiamo che insieme abbiamo grandi cose da compiere. Per il benessere del pianeta, alla svolta del nuovo millennio, dobbiamo compiere insieme un lavoro di enorme portata e difficoltà, a cominciare da un’analisi giudiziosa della sua natura, per non parlare della sua positiva e pratica esecuzione. L’Europa è destinata a rimanere unita con l’America, e l’America con l’Europa; ed europei e americani sarebbero assolutamente folli se permettessero che passioni futili e indegne ci allontanassero da questo destino. L’Europa è la madre e l’America la figlia. Dobbiamo forse separare la madre dal suo bambino? La saggezza di Salomone consiste nel saper comprendere questa legge.
(Traduzione dall’inglese di Aldo Piccato)