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L’identità europea/ La svolta

LIBERAL BIMESTRALE
di Wolfgang Schäuble
Liberal n. 26 - Ottobre-Novembre 2004

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Europa senza europei», commentò la Süddeutsche Zeitung il giorno dopo le elezioni per il Parlamento europeo del giugno scorso. È forse per ironia della sorte, che proprio nel momento in cui per la prima volta dopo decenni di amara separazione, abbattuta la cortina di ferro, gli europei stavano scegliendo una comune rappresentanza popolare, una gran parte, addirittura più della metà, degli aventi diritto restavano indifferenti e, non votando, privavano l’Europa della loro voce? Ogni epoca ha le sue sfide. Certamente alcune sembrano ripetersi nella storia, nel senso che questioni già note vengono poste nuovamente, e proprio perciò dobbiamo ricavare dalla storia le corrette lezioni e riconoscere per tempo quali sono le correnti che indicano il futuro. In questo modo si tende su tutto il Ventesimo secolo europeo un arco del tutto peculiare. Gli europei hanno prodotto ciò che c’è di meglio al mondo e al tempo stesso hanno fatto accadere le cose più spaventose; hanno superato molte sfide e dinanzi ad altrettante hanno perduto; hanno sfruttato positivamente molte occasioni e molte le hanno fallite - e tutto ciò con un’assolutamente unica capacità di irradiazione e di effetto al di là del nostro continente. Le visioni di un’Europa unita risalgono molto indietro nel tempo, radicandosi in profondità nella storia europea. Due anni fa, l’inaugurazione del Museo storico tedesco a Berlino ha documentato tutto ciò in modo impressionante. Anche coloro che, all’inizio del Novecento, avevano riposto le loro speranze in una crescita pacifica comune dell’Europa, attinsero a esperienze europee che si erano realizzate nel corso di parecchi secoli. Se oggi abbiamo l’occasione storica di portare a compimento l’unità del nostro continente, ciò avviene da un lato nuovamente con le nostre esperienze storiche e dall’altro lato sulla base sia dei gradi di integrazione che l’Unione europea ha già raggiunto, sia della dimensione delle sfide che dobbiamo affrontare e vincere nel secolo della globalizzazione.
Oggi ci troviamo dinanzi al grande compito di definire il nostro ruolo futuro nel mondo, e per questo ciò che è in gioco è la nostra capacità di comprendere noi stessi, cioè la nostra identità europea. Già nel 1996 Vaclav Havel ha descritto questa situazione con sensibilità da letterato e al tempo stesso da uomo di Stato: «Il compito dell’’Europa non consiste e non consisterà più nel dominare il mondo, nel diffondere in esso con la violenza le proprie idee di benessere e di bene o di piegarlo alla propria cultura, e nemmeno di indottrinarlo. L’unico compito sensato per l’Europa del prossimo millennio consiste nell’essere il meglio di se stessa, cioè nel far rivivere le sue migliori tradizioni spirituali e, attraverso ciò, di plasmare in modo creativo un nuovo tipo di vita sociale globale». Quali sono dunque le esperienze europee, come si sono formate fino a diventare propriamente europee, e come possono diventare oggi i fattori cruciali per determinare l’Europa unita, per rappresentare in modo quasi tangibile l’elemento essenziale della politica europea? A mio avviso la prima questione che dobbiamo porci è quella di capire come vogliamo che si sviluppi l’Unione europea. Questa è anche la vera questione che si cela dietro all’attuale discussione riguardo all’inclusione della Turchia come membro effettivo dell’Ue. Una reale unione politica, nella quale gli Stati nazionali cedono parte della loro sovranità, potrà avere successo soltanto se le persone che formeranno questa unità politica si sentiranno parte di essa. L’organizzazione liberale di una comunità politicamente costituita presuppone l’identità, e quest’ultima si fonda su esperienze comuni basate sulla storia e su una comune visione del futuro, cioè su memorie condivise, su miti, su cultura e civilizzazione, e quindi su comuni idee dell’essere umano e della comunità umana, cioè su valori. Diritti umani, democrazia e Stato di diritto - tutto questo è palesemente dinanzi agli occhi nel dibattito sui valori anche all’interno del dialogo globale fra le culture. Ma che cosa è, in ciò, veramente europeo? L’essenza dell’europeicità consiste nella separazione fra Stato e religione. Poiché nelle questioni di fede non può esserci, in ultima istanza, spazio per i compromessi, l’ordinamento del mondo, se vuole assicurare il pluralismo e la tolleranza, non può fondarsi sulla semplice trasposizione nell’ambito mondano della verità religiosa. Questo è un esito della storia europea, e da qui nascono i diritti umani, con la loro pretesa di universalità, oggi codificati in modo sempre più forte e che vincolano tutti gli Stati. L’inalienabile e indisponibile dignità dell’uomo, indipendentemente da censo, nazione, religione, colore della pelle o sesso, definisce a sua volta il valore della diversità, quella dignity of diversity secondo la definizione della guida spirituale della Comunità ebraica inglese, Jonathan Sacks. Questo è il fondamento della nostra concezione europea del pluralismo e della tolleranza. Poiché però gli uomini sono anche sempre fallibili, c’è bisogno di regole per la convivenza civile, regole che possano fondare lo Stato di diritto, che è il modello opposto a quello del diritto del più forte. Questa è la ragione per cui anche il principio di maggioranza non può funzionare senza regole e senza limitazioni.
Pertanto, diritti umani, democrazia e Stato di diritto si coappartengono e devono esercitare un’azione reciproca, perché soltanto se accomunati possono corrispondere al sistema di valori della libertà, dell’uguaglianza e della giustizia. A ciò si aggiunge il costante compito di combinare unità e molteplicità in modo corretto, il che sfocia nei principi di sussidiarietà o nelle strutture federali, unico modo per bilanciare apertura e intimità. Tutto ciò significa evidenziare e valorizzare la storia europea, lacerata in infiniti contrasti e conflitti, valorizzare esperienze che sono state e vengono tutt’oggi acquisite anche attraverso sconvolgenti fallimenti e che, proprio perciò, rappresentano per noi europei un obbligo morale di organizzarci secondo questi criteri. Quella separazione fra Stato e religione che ha luogo nel pensiero europeo e nella civiltà europea implica anche la differenza fra ciò che è ultimo (Dio) e ciò che è penultimo (l’uomo), cioè la rinuncia all’onnipotenza umana, come pure a quella statale, una sorta di prevenzione nei confronti di pretese assolutistiche. In questo spazio teorico si concentrano le esperienze del totalitarismo del Novecento: «Quando nel mondo uno non sa più che egli è, tutt’al più, il secondo, in quel momento si manifesta il diavolo», disse il Vescovo Reinelt in occasione del 50° anniversario del bombardamento di Dresda. Non dobbiamo dimenticarlo. La ricchezza della diversità deve rimanere il nostro principio informatore, se l’unificazione europea deve finalmente realizzarsi. Pertanto, per noi europei l’uomo, ciascun uomo, è un valore a sé e la sua dignità non è disponibile. Ciò vale anche per la nostra politica, quando si tratta per esempio di stabilire i confini della libertà di ricerca, poiché tragici fallimenti ci hanno insegnato di cosa siano capaci gli uomini privi di qualsiasi limitazione. E ciò vale anche per il divieto di tortura, anche in tempo di guerra. Chi incomincia a torturare, mette in questione l’autentico fondamento esistenziale di una comunità che ha l’obbligo di rispettare la dignità umana. Ecco perché dobbiamo tener ben fermo questo punto e difendere tutti i suoi principi. Alla fine sono i medesimi valori che delineano il quadro della nostra vita civile europea, che dobbiamo concepire anche come norma del nostro agire verso l’esterno. Pertanto, noi europei dobbiamo abituarci al fatto che non sempre possiamo soltanto soppesare all’infinito le situazioni, ma anche che dobbiamo sempre più frequentemente affrontare difficili decisioni. Per esempio, al di là di tutti i dettagli del dibattito sull’Irak, negli Stati Uniti c’è da anni l’idea diffusa che una parte degli europei si preoccupi molto più intensamente di cosa gli americani fanno e permettono di quanto non si preoccupi di cosa gli europei stessi potrebbero fare per contribuire alla stabilità mondiale nell’epoca della globalizzazione. Il mondo globalizzato, con le sue crescenti dipendenze reciproche per quanto riguarda le opportunità e i rischi; le accelerate trasformazioni delle strutture economiche, politiche e sociali; e la conseguente contemporaneità fra differenti stadi di sviluppo, tradizioni culturali e vincoli religiosi, tutto ciò pone il nostro ordine di valori dinanzi a sfide inedite. Né gli europei né gli americani potranno vincere queste sfide da soli. Tuttavia, grazie a una solidarietà atlantica responsabile e autenticamente rispettosa, possiamo farcela. Infatti, anche gli Stati Uniti sono eredi della tradizione europea; gli americani sono figli della civiltà e della cultura occidentali. E oggi stiamo facendo l’amara esperienza del fatto che in quanto occidentali non solo entrambi condividiamo le nostre conquiste ma entrambi attiriamo anche l’odio di molti verso la nostra forma di vita.
In confronto a noi europei, gli americani hanno una maggiore fiducia in se stessi e pure una fede piuttosto ingenua che tutto sia fattibile. Se questa posizione viene controbilanciata con lo scetticismo europeo fondato sull’esperienza storica, allora siamo in presenza di una base assai promettente per quanto riguarda il futuro. Entrambi, europei e americani, abbiamo bisogno di fiducia, di disponibilità e di capacità di azione, ma abbiamo anche bisogno da un lato di comprendere il valore di una regolamentazione dei rapporti internazionali in base a leggi precise e, dall’altro lato, di adottare una procedura decisa in comune, cioè in modo multilaterale. Anche tutto ciò è esperienza europea. Poiché gli europei e gli americani sono beati possidentes, essi hanno anche, più di tutti gli altri, qualcosa da perdere. E proprio in questo senso l’impegno per la stabilità globale corrisponde al nostro interesse, inteso nel senso migliore del termine. Proprio in questo rapporto con il mondo non-occidentale dobbiamo preservare i nostri valori e, in riferimento alla comunicazione planetaria globale e alle informazioni disponibili in modo pressoché illimitato, non possiamo più crearci una comprensione selettiva di valori. Per questa ragione, una politica dei diritti umani che venga percepita come arbitraria ci costerebbe moltissimo in termini di credibilità. Diritti umani e democrazia si trovano sempre in un rapporto di tensione nei confronti della sicurezza e della stabilità, ed è una nostra esperienza europea la necessità di doverci sforzare, proprio in epoche difficili, di trovare la forza per raggiungere un equilibrio funzionante, oggi tanto attuale quanto globale, negli ordinamenti di libertà interni ai nostri Stati di diritto a causa delle minacce che ci arrivano dal terrorismo internazionale. A questo proposito però noi europei non possiamo assolutamente illuderci: non è possibile dividerci il lavoro, per cui gli americani si occupano dell’hardpower e noi ci concentriamo sul softpower. La partnership può funzionare e rimanere stabile se entrambi siamo capaci e siamo disposti a esercitare insieme hardpower e softpower. Negli ultimi tempi, gli Stati Uniti stanno riconoscendo nuovamente il valore delle decisioni assunte in collaborazione, e io sono fiducioso che essi faranno valere di nuovo in modo ancora più potente ed efficace la forza di persuasione politica della loro democrazia. E al tempo stesso, ora gli europei riconoscono, sia pur lentamente, che devono drasticamente rivedere le loro capacità militari e le loro posizioni di principio nei confronti dei problemi riguardanti la sicurezza interna ed esterna, anche per continuare a essere partner validi e affidabili degli Stati Uniti.
L’unificazione europea avrà buon esito soprattutto se riusciremo trovare una vera identità europea. L’identità dell’Europa e la possibilità di creare, nel secolo della globalizzazione, un forte continente unificato si determinano nella loro qualità interna, in modo sempre più decisivo, anche in base alle forme di azione che l’Europa adotterà verso l’esterno. Nella misura in cui l’Europa, sulle macerie delle sue guerre e delle sue catastrofi e sulla ricchezza delle sue esperienze e dei suoi successi, riuscirà a combinare in modo corretto pluralità e unità, essa riuscirà allora a trasmettere all’intero mondo, al mondo globalizzato, la speranza che la responsabilità comune non minaccia la peculiarità culturale o religiosa, ma, al contrario, la arricchisce. E nella misura in cui noi europei ci faremo carico della nostra responsabilità nei confronti del mondo globalizzato, acquisiremo anche le forze necessarie per resistere alla tentazione della stagnazione, nella quale non solo noi tedeschi rischiamo di precipitare dopo decenni di crescita e di successi. Ma il cambiamento e la diversità sono elementi propri dell’essere umano, mentre l’introversione è il contrario dell’eredità europea.

(Traduzione dal tedesco di Renato Cristin)
 

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