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L'esercito dell'Europa non può vincere senza gli Usa

LIBERAL BIMESTRALE
di Zbigniew Brzezinski
Anno I numero 3 - Dicembre 2000 - Gennaio 2001

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Fl3
Oggi l'Europa - nonostante il suo potere economico, la sua significativa integrazione economica e finanziaria, e il perdurare di una autentica amicizia transatlantica - è di fatto un protettorato militare degli Stati Uniti. Questa situazione genera necessariamente tensioni e risentimenti, soprattutto da quando la minaccia diretta verso l'Europa, che rese questa dipendenza alquanto sopportabile, si è notevolmente affievolita. Tuttavia non solo è una realtà che l'alleanza tra America e Europa sia disequilibrata ma è anche vero che l'attuale asimmetria di potere probabilmente aumenterà ancor più a favore dell'America. Questa asimmetria è dovuta sia alla forza senza precedenti dell'espansione economica dell'America che all'innovazione tecnologica di cui l'America è leader in campi diversi e complessi come la biotecnologia e l'informatica. Inoltre la rivoluzione tecnologica condotta dagli americani nel campo militare, non solo aumenta il raggio di influenza degli Stati Uniti, ma trasforma anche la natura e gli usi dello stesso potere militare. A prescindere da qualsiasi azione collettiva da parte degli Stati europei, è assai improbabile che nel prossimo futuro l'Europa riesca a colmare il divario militare che la separa dall'America.
Di conseguenza gli Stati Uniti rimarranno probabilmente l'unico vero potere globale per almeno un'altra generazione. E questo comporta che l'America sarà anche il membro dominante dell'alleanza transatlantica almeno per i primi venticinque anni del Ventunesimo secolo. Quindi il dibattito transatlantico non riguarderà tanto i cambiamenti fondamentali sulla natura del patto quanto piuttosto le tendenze previste, le relative implicazioni e le conseguenti ma più marginali modifiche. Detto questo non sarà necessario aggiungere che anche degli adattamenti progressivi potrebbero far nascere conflitti che sarebbe meglio evitare se si vuole che i rapporti tra Stati Uniti ed Europa rimangano costruttivi e con un reale spirito di cooperazione.... Chi in America decide la politica da seguire nei rapporti con l'Europa, dovrebbe tenere a mente una semplice regola: «non rendere l'ideale nemico del buono». L'ideale, per Washington, sarebbe un'Europa politicamente unita e membro fedele della Nato. Un'Europa che spenda quanto gli Stati Uniti per la difesa ma destinando queste spese quasi esclusivamente ad ampliare le capacità della Nato. Un'Europa disposta a far agire la Nato «fuori zona», per togliere il peso dei problemi globali dalle spalle degli Usa, e complice delle preferenze geopolitiche dell'America specialmente per quanto riguarda la Russia e il Medio Oriente. Infine, un'Europa compiacente su questioni che riguardano i mercati internazionali e la finanza. Il «buono» è un'Europa che si presenta come rivale economica, che amplia gradualmente la sua interdipendenza a scapito della vera indipendenza politica e militare, che riconosce i propri interessi nel tenere l'America coinvolta nelle sue periferie orientali; nonostante il fatto che sia comunque seccata della sua relativa dipendenza e che cerchi un'emancipazione graduale senza esserne completamente convinta.

Coloro che, negli Stati Uniti, decidono la politica da seguire devono riconoscere che in realtà «il buono» sta al servizio di importanti interessi americani. Dovrebbero tenere presente che iniziative come l'Esdi (European security and defence identity) riflettono la domanda europea di autostima, e che le lamentose ingiunzioni (una serie di «non si può» emanati dai dipartimenti di Stato e difesa) non fanno altro che intensificare i risentimenti europei e hanno la potenzialità di spingere Germania e Gran Bretagna nelle braccia della Francia. In aggiunta, l'opposizione alle iniziative europee da parte dell'America può solo convincere certi europei - ingiustamente - che la Nato è più importante per la sicurezza degli Stati Uniti che per la sicurezza dell'Europa. Infine, ma non meno importante, vista la realtà della scena europea, quelli posti dall'Esdi alla Nato non sono problemi di principio ma di metodo, e i problemi che riguardano il metodo non si risolvono in modo costruttivo trasformandoli in questioni di principio. Quindi, drammatici annunci di rottura sono controproducenti, hanno un che di teologico, e come tali minacciano di trasformare differenze superabili in dibattiti dottrinali. Si rifanno a dissensi passati all'interno della Nato che non hanno portato a nulla di buono, come l'iniziativa morta sul nascere della Forza nucleare multilaterale, nei primi anni Sessanta, che accelerò il programma nucleare francese. O, più di recente, nel 1999, gli sforzi americani per rinvigorire la Nato facendola diventare una sorta di alleanza globale, «fuori zona», iniziativa che cadde in pezzi con l'avvento della guerra in Kosovo. Dispute come queste distraggono da una realtà fondamentale: la Nato ha avuto un notevole successo, e il fatto che sia tutt'altro che perfetta non impone una revisione drammatica.
A questo punto bisognerebbe chiedersi: anche se la nuova forza europea diventasse una realtà nel 2003, dove e come potrà agire da sola? In quale contesto credibile si può immaginare un'Europa che agisca con decisione senza garanzie di sostegno da parte della Nato e senza una certa dipendenza sulle sue finanze? Immaginiamo un conflitto in Estonia, con il Cremlino che incita la minoranza russa e poi minaccia di intervenire, l'Europa non alzerebbe un dito senza il coinvolgimento diretto della Nato. Supponiamo che il Montenegro voglia l'indipendenza e che la Serbia lo invada, senza la partecipazione degli Stati Uniti è probabile che le forze europee verrebbero sconfitte. Mentre le tensioni sociali in piccole province europee - per esempio la Transilvania o persino la Corsica! - richiederebbero l'invio di forze di pace europee (come già è successo in Bosnia). Un intervento del genere non sarebbe certo l'esempio di una Europa diventata «un attore indipendente sullo scenario internazionale», per citare il ministro della Difesa francese Alain Richard... Gli Stati Uniti dovrebbero confermare il loro sostegno alla ricerca europea di una maggiore integrazione, anche se quel sostegno sarà essenzialmente retorico. Gli Stati Uniti hanno saggiamente evitato di identificarsi con l'opposizione conservatrice britannica all'unione politica e monetaria europea, e, ugualmente, dovrebbero anche evitare la tentazione saltuaria di mostrare una schadenfreude, un piacere perverso, quando l'Europa inciampa. L'America non deve temere l'emergere di una rivale proprio perché l'integrazione europea sarà lenta e perché il sistema governativo europeo non sarà come quello americano. Il rapporto fra le due sponde dell'Atlantico appare più come un matrimonio che riunisce differenze e convergenze rispettate dalle due parti - compresa una certa divisione del lavoro - ed entrambe di fatto servono e consolidare il rapporto. Questa è stata la situazione negli ultimi cinquant'anni e rimarrà tale per diverso tempo. Di fatto il carattere in evoluzione del sistema internazionale dovrebbe rafforzare i legami transatlantici. L'Europa e gli Stati Uniti insieme rappresentano quasi il quindici per cento della popolazione mondiale, e sono entrambi visti come isole di prosperità e di privilegio in un contesto globale irrequieto e in subbuglio. In quest'era di comunicazioni istantanee, una percezione di ineguaglianza si può tradurre rapidamente in ostilità politica verso coloro che sono invidiati. Quindi, sia i propri interessi che un senso di potenziale vulnerabilità dovrebbero continuare a fornire le basi per una duratura alleanza tra Stati Uniti ed Europa. La comunità europea, situata sulla sponda occidentale dell'Asia e in prossimità dell'Africa, è più esposta al crescente tumulto globale e ai rischi che ciò comporta di quanto lo sia l'America, più isolata geograficamente, più unita politicamente e con una maggiore potenza militare. L'Europa sarà più a rischio se uno sciovinismo politico motiverà di nuovo la politica estera della Russia, o anche nel caso che l'Africa o l'Asia sud-centrale vedessero un aggravarsi dei propri fallimenti sociali. Anche la proliferazione di armi nucleari di distruzione minaccia più l'Europa per la sua limitata capacità militare e per la prossimità geografica con Stati potenzialmente nemici. Per quanto si possa vedere, l'Europa avrà ancora bisogno dell'America per sentirsi realmente sicura. Allo stesso tempo, un rapporto più stretto con l'Europa legittima filosoficamente e definisce il ruolo globale dell'America. Crea una comunità di Stati democratici senza la quale gli Stati Uniti rimarrebbero solitari nel mondo. Mantenere, migliorare e specialmente ampliare questa comunità deve rimanere il compito più storicamente vitale dell'America, per poter «assicurarsi la benedizione della libertà per noi e per la nostra posterità».
© Fl - The National Interest (traduzione dall'inglese di Flavia Marcello)

Zbigniew Brzezinski

 

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