Per cercare di dire che cosa si sia perduto dell’Europa occorre domandarsi che cosa l’Europa fosse e che cosa possa eventualmente essere ancora oggi. L’Europa è la sua storia; e la sua storia comincia con la fine dell’Impero romano d’Occidente. In greco, Europa significava soltanto «Occidente», in contrapposto all’Egitto e alla Persia. La fanciulla che Poseidone portò in groppa a un toro al fratello a Creta significava solo che alla Grecia - ossia alla lingua greca - si apriva anche l’Occidente. Poi, però, nei continui movimenti di popoli tra Oriente e Occidente, da cui nacque la popolazione europea, vi fu un evento straordinario che, attraverso una storia quasi millenaria, genererà l’Europa, per dire così, di rimbalzo: l’arrivo di Alessandro ai confini del mondo. Alessandro ne tornò orientalizzato. Ma, in contrapposto a questa orientalizzazione, l’Occidente divenne Roma e, attraverso Roma, l’Europa. Per secoli in Occidente il greco rimase come lingua colta, sovrapposta, non affiancata, al latino. Il latino, in compenso, divenne la lingua del diritto, della res publica, di quello che noi chiamiamo Stato. Uno Stato unico in linea di principio anche se non unitario, come unica era la cultura di chi parlava greco e di chi parlava latino. Quando, in Occidente, lo Stato non fece più capo a un imperatore, e le persone anche colte disimpararono il greco, le due tradizioni, orientale e occidentale, si divisero, e a Occidente nacque l’Europa. Rinacque, anzi, come santa romana repubblica - ormai ideale e non di fatto - più volte, grazie a un pontefice massimo non più pagano, che incoronava un imperatore. Un imperatore che ben difficilmente aveva sotto di sé un esercito sufficiente con cui comandare. La divisione orizzontale tra Est e Ovest rese possibile in Europa una divisione verticale tra potere spirituale e potere temporale. In altre parole, l’Europa nacque dalla teoria agostiniana della Città di Dio. Per oltre un millennio Agostino fu l’autore dello spirito europeo, poco capito in Oriente, dove la distinzione verticale tra Chiesa e Impero non era accettata. Difficile, infatti, capire il concetto di una città opposta alla città di Dio e tuttavia provvidenziale. Lo scisma d’Oriente, conclamato, fu la registrazione definitiva di quell’incomprensione, che precluse all’Oriente la coesistenza liberale di uno Stato laico e di una Chiesa indipendente dal potere politico. Gli studi di Sergio Cotta e di altri hanno messo in luce la paradossale origine agostiniana del liberalismo europeo. L’Europa aveva dunque un’unità storico-culturale, e anche un’unità linguistica a livello dotto: il latino. Tutto questo poteva durare, però, fin quando fosse durata l’unità di principio della religione cristiana, di cui era contraltare laico l’unità dell’Impero. Di principio, perché politicamente il localismo era assoluto in parte temperato dai rapporti personali di fedeltà feudale. Anche religiosamente le lacerazioni erano continue (pensiamo agli Albigesi), benché non così estese come nei primi secoli. Nel Cinquecento, però, anche l’unità di principio ebbe fine. È vero che, sul piano dottrinale, quello di Lutero fu uno scisma, non un’eresia, ma sul piano disciplinare si produsse una rottura completa. Completa perfino con gli anglicani che sul dogma concordavano perfettamente. Anche sul piano dottrinale, poi, l’unità spirituale della sacra romana repubblica ebbe fine con Calvino e, con essa, quell’unità dell’Europa che era durata un millennio. Il Cinquecento fu perciò il secolo delle guerre di religione, ben diverse dalle guerre dinastiche precedenti, e molto più sanguinose. Fu il secolo, inoltre, della caccia alle streghe e di fanatismi contrapposti, ben peggiori dell’Inquisizione domenicana.
Morì, dunque, molto prima del Novecento lo spirito dell’Europa? Non morì perché l’equilibrio si ristabilì su una base diversa. Per spiegarlo dobbiamo riprendere, sotto un altro aspetto, l’unità dell’Impero romano come unità amministrativa, ben diversa dal suo fondamento ideale cantato da Virgilio. Se questo veniva dall’idea dell’Impero universale di Alessandro, l’unità amministrativa derivava più prosaicamente dalla prassi dei suoi successori: i Diadochi. L’Impero di Alessandro, nel suo apparire fulmineo, era stato uno, i suoi successori erano parecchi. E l’Impero romano idealmente restava uno, ma amministrativamente aveva seguito l’esempio dei successori di Alessandro, in particolare di Pergamo. Alla fine dell’età repubblicana Roma importa, infatti, la cultura ellenistica. Importa, in particolare, una struttura amministrativa e fiscale di cui il basso Impero diverrà la caricatura (lo mise mirabilmente in luce Rovstovzev, 1926). Anche nel contaminare amministrazione e sacralità l’Impero romano seguì l’esempio ellenistico. La comparsa pubblica del sovrano era chiamata parusia, e il termine fu applicato addirittura alla prima e alla seconda comparsa dell’unico figlio di Dio. La persecuzione contro i cristiani (dapprima identificati come una setta ebraica) si sviluppò precisamente a causa di tale fusione tra dignità imperiale e amministrazione, perché i cristiani accettavano l’effige di Cesare sulle monete, ma rifiutavano di farne un Dio (sia pure non preso molto sul serio dagli stessi pagani) e non tolleravano che il Dio unico e di tutti sedesse con gli altri dèi nazionali nel pantheon. In questo i protestanti rimarranno cristiani: si accontenteranno di mettere a capo della Chiesa nazionale il monarca, e non un «monarca straniero» qual era il Papa. Vi fu tuttavia chi, come Hobbes, portò questa dipendenza dal re alle ultime conseguenze, sostenendo che il sovrano era arbitro anche della verità teologica. Questo, infatti, aveva sostenuto Enrico VIII, per negare al Pontefice l’autorità di dichiarare nullo un suo matrimonio (già sciolto dalla morte) e di conseguenza valido un matrimonio successivo con persona ancora in vita, che gli impediva di sposare Anna Bolena. Così da un rifiuto del divorzio nacque la Chiesa anglicana (oggi degenerata al punto di ammettere che il re possa sposare una divorziata). Paradossalmente, da questo sovrapporsi dell’autorità mondana all’autorità spirituale nacque il liberalismo inglese, perché della verità teologica al re non importava assolutamente niente. Ciò permetteva la tolleranza dei non conformisti dalla quale, secondo Locke, andavano esclusi, come è noto, gli atei e i «papisti». Questa la situazione da cui, dopo le guerre di religione, nacque una nuova Europa. La guerra dei Trent’anni aveva messo a terra la Germania e l’Europa in ginocchio. La pace di Westfalia trovò un nuovo modus vivendi, fondato sull’«equilibrio europeo» e sul rispetto reciproco delle teste coronate, alle quali si poteva sottrarre tutto eccetto la corona, in guerre diverse, ormai, dalla guerra medievale come ordalia, ma diverse anche dalle guerre di sterminio, quali avevano cominciato a essere le guerre di religione, e quali saranno poi le guerre ideologiche. Sulla carta il Sacro romano impero restava, ma con la tacita convenzione che fosse un ricordo. I desideri dell’imperatore non erano più comandi a cui si dovesse, almeno in linea di principio, obbedire. Questo fece l’Europa di Münster e di Osnabruck, e resse fino al 1914. Ma aveva già in sé un tarlo che la rodeva. Nell’ultima fase della guerra dei Trent’anni la Francia di Richelieu decise di intervenire a fianco dei protestanti, per volgere definitivamente a proprio vantaggio la devastazione. Sotto questo calcolo si insinuava una tentazione. Poiché la pace di Westfalia relegava nel mondo delle idee il Sacro romano Impero, la Francia monarchica poteva divenirne l’erede nel mondo reale. Non fu la prima volta né l’ultima che la più forte e unitaria nazione d’Europa turbò l’equilibrio europeo. Con Giovanna D’Arco aveva affermato, contro il principio dinastico, il principio della nazionalità. E attraverso vicende solo apparentemente tortuose questo principio divenne un pericolo per l’Europa, molto tempo prima che arrivasse de Gaulle. Il re cristianissimo non aveva mai esitato ad allearsi coi turchi contro i cristiani, come non esitò ad allearsi con i protestanti contro i cattolici. Mazzarino e Colbert proseguirono su questa strada, anche quando l’opportunità li spingeva a perseguitare gli Ugonotti. In funzione propagandistica, intorno a Luigi XIV si formò una sorta di Ministero della cultura popolare, del tutto simile al circolo di Mecenate intorno ad Augusto; e restaurò il classicismo in piena età barocca. Luigi XIV si sentiva il nuovo Augusto; e di ciò la rivoluzione, senza rendersene conto, fu l’erede. La rivoluzione francese appaiò Voltaire e Rousseau nel Pantheon, benché incompatibili, e lo fece in funzione di una ripresa dell’idea imperiale. Napoleone se ne rese conto, al punto di sposare la figlia dell’ultimo sacro imperatore, dopo averlo costretto a rinunciare al titolo, e di dare al fantomatico Napoleone II il titolo di «Re di Roma». La Francia era ormai la Sacra romana repubblica con a capo un imperatore. Ma per giungere a tanto non bastava la politica, era necessaria la mistica. Non bastava Voltaire, era necessario Rousseau, erede di Calvino e maestro di Robespierre. Attraverso la mistica, la nazione rivoluzionaria usurpò una funzione che il linguaggio stesso negava alle «nazioni», cioè ai gentili: la funzione di redimere l’umanità, che l’antica Alleanza aveva affidata a Israele. Attraverso Rousseau e Robespierre il nazionalismo francese rovesciò il significato della parola Nation, e fece della Francia il popolo eletto, come nazione per eccellenza. Tradizionalmente le nationes erano i gentili, ma la Nation per eccellenza, con la rivoluzione, assunse il compito di portare a salvezza («salute pubblica») l’umanità. La continuità con la mistica razionalistica di Giovanna D’Arco è evidente: nel Quattrocento Giovanna era stata bruciata come eretica, nel Novecento sarà portata sugli altari come santa.
Inevitabilmente però, altre nazioni presero a imitare l’esempio della Francia: in primo luogo la Prussia. Erano nati i nazionalismi che, premettendo al nome della nazione il prefisso totalitario pan (pangermanesimo, panslavismo), si trasformarono inevitabilmente in imperialismi. La Francia, monarchica o repubblicana che fosse, non aveva neppur bisogno di premettere pan, perché era la nazione per eccellenza. Il Congresso di Vienna fu una seconda pace di Westfalia. «Assicurò trent’anni di pace all’Europa» (diceva una fascetta dell’editore Einaudi su una traduzione dei Memoires di Metternich); ma non resse più di tanto. In parte la restaurazione era ancora in piedi nel 1914, ma aveva già vacillato nel ’48 e nel ’70, ed era pronta a implodere. La guerra di popolo tornava ormai a essere una guerra di sterminio: guerra di religione divenuta rivoluzionaria o antirivoluzionaria, ma sempre totalitaria. E, se tra il ’14 e il ’18 sterminò soprattutto i combattenti, la seconda volta sterminò soprattutto le popolazioni civili. L’impressionante fu, nel 1914, che del beneficio di questa guerra fossero convinti, non certo tutti, ma moltissimi, in particolare i giovani e gli intellettuali. Sotto questo aspetto l’entrata in guerra dell’Italia contro il parere del Parlamento fu peggio che un crimine, fu un errore. Un errore tardivo che l’Italia non mancò di scontare col fascismo, con un’altra guerra e con la caduta della più antica dinastia d’Europa. La «generazione del ’14» (come la chiama un valente autore americano) vedeva stoltamente nella guerra una fonte di rigenerazione. Ebbe motivo di pentirsene in meno di due anni, ma il male era fatto. E, del resto, veniva di lontano. E oggi? Oggi l’Europa sembra essere poca cosa, e in certo senso lo è. Il Sacro romano Impero è un ricordo (anche se potrebbe dare spunto a un cammino a ritroso). Le radici classiche e cristiane dell’Europa ci sono, ma sembrano fantasie di persone che (in mezzo a una diffusa ignoranza) possono dirsi «dotte». I politici chiamati a scrivere la Costituzione europea, incapaci di capire il senso metaforico della parola «radici», pensano a tutt’altro. L’unione monetaria è irrisa dagli idealisti come un’Europa dei ragionieri, ma almeno qualche effetto lo ha. Ma la comunità di difesa - nucleo essenziale di una politica federale - fu affossata, al solito, dalla Francia di Mendès-France. Frattanto, però, qualcosa di positivo è avvenuto: pur senza essere avviata a una reale federazione, l’Europa è già qualcosa di simile a una confederazione. Anzi, tra gli Stati di una confederazione possono scoppiare guerre, mentre è estremamente improbabile che questo avvenga tra Stati dell’Unione europea. E questo non è poco. C’è poi un tipo di civiltà europea presente in tutto il mondo: si è soliti chiamarla «civiltà materiale». Prendiamo come esempio il modo di vestire, soprattutto dei maschi: appena si giunge a un qualche grado di ufficialità, esso è il modo di vestire europeo. Il primo ministro cinese veste come quello italiano, benché la Cina sia una civiltà indipendente. Ciò colpisce, tanto più che il modo maschile di vestire europeo è assolutamente irrazionale (come già notava il Leopardi nello Zibaldone). Residuo, si dirà, di un prestigio passato. Ma vi sono anche altre manifestazioni nelle nazioni extra europee che fanno pensare che l’Europa non sia finita del tutto: neppure l’Europa in senso geografico, appendice marginale dell’Eurasia. Senza dubbio certi movimenti culturali si sono invertiti: ci si va a perfezionare negli Usa, mentre fino alla prima guerra mondiale avveniva il contrario. Eppure, se uno può scegliere dove andare ad abitare (miliardario americano o signore del petrolio) è facile che scelga l’Europa. Nonostante lo scempio edilizio, un’atmosfera è rimasta. Ma non illudiamoci che l’atmosfera basti. Ma, poiché abbiamo la ventura di esserci nati, cerchiamo di approfittarne, resistendo a richiami superficiali. Un legame anche semplicemente emotivo col passato è pur sempre meglio di una totale mancanza di interesse. Difficile dire oggi quale sia il destino dell’Europa. Ma già più di una volta l’Europa è rinata dalle rovine e può darsi che lo faccia ancora. L’unica resa che ci farebbe dubitare sarebbe la resa morale, di cui ci sono sintomi, per fortuna non prevalenti. Da secoli l’Europa è sulla difensiva: ma non è detto che difendersi equivalga ad arrendersi.