Riflettere sulla storia dell’Europa tentando di formulare un giudizio che permetta di chiarificare il passato e il presente di questo continente ci obbliga a guardare con parresia al lento declino cui è stato sottoposto e cercare le cause che lo hanno determinato. Queste non sono poche e non sempre trovano di comune accordo gli studiosi. Una, comunque, ci sembra importante e merita di essere presa in considerazione, la mediamo dall’ultimo libro di J. S. Nye, Soft Power. La tesi di Nye - con il quale abbiamo avuto a Roma un interessante ed efficace tavola rotonda proprio nell’imminenza della guerra in Iraq - già espressa per alcuni versi nel suo precedente The Paradox of American Power, si elabora intorno al fatto che è venuto a modificarsi il concetto di «potere» e del suo esercizio sul comportamento delle persone. Ciò che oggi serve, sostiene Nye, è la capacità di esercitare un «potere di attrazione» in modo tale che quanto viene proposto possa essere accolto e messo in pratica perché agisce per convincimento e non per violenza. Riprendere questa tesi e rileggere la storia dell’Europa del Novecento, porta a concludere che il secolo passato si è lasciato illudere e ha ceduto all’hard power, al potere della guerra e della coercizione, come via per esprimere la propria supremazia. Insomma, per dirla con Macchiavelli, ciò che ha guidato la concezione politica delle due guerre è stato l’assioma: meglio essere temuti che amati! Illusione mortale che ha portato inevitabilmente a verificare la tragedia di due guerre poste in essere non per una liberazione, ma per un dominio di una nazione sull’altra, come se la storia dei secoli passati non fosse stata sufficiente a mostrare il volto tragico di un simile percorso. Se si vuole, questa è una chiave interpretativa che potrebbe essere seguita facilmente. L’opera progressiva di colonizzazione dell’Africa, dell’India e di altre regioni non fa che attestare quanto la manifestazione del potere di conquista più che di attrazione, fosse all’epoca incarnata e perseguita. Per molti versi, la storia non sembra cambiata neppure ai nostri giorni. Il dibattito internazionale circa la vicenda dell’Iraq, che si compone e scompone a tempi alterni con poca razionalità politica, non fa che attestare la stessa situazione. La tesi dell’unilateralismo e del multilateralismo mostra qui, in tutta la sua evidenza, i tratti del giano bifronte del potere; la scelta è appunto tra un hard power dell’uno contro tutti, forte della propria supremazia militare, e un soft power che passa le giornate in una paziente, meticolosa e intelligente azione diplomatica e politica.
Per ritornare al nostro tema di fondo, l’Europa del secolo scorso ha mostrato con le due guerre fratricide di essere caduta nella trappola del confronto militare come espressione del proprio potere. Dimenticando la propria tradizione culturale che le apparteneva e che l’aveva posta nei secoli come culla della civiltà in tutte le sue espressioni religiose, letterarie, architettoniche e musicali, il vecchio continente si era illuso pensando che era giunto il momento di cambiare rotta, dando il primato alla tecnica. Il processo di secolarizzazione che prendeva piede in maniera decisa, determinava la rottura con i valori fondamentali intorno a cui l’Europa si era costruita e segnava il suo lento, ma inarrestabile declino. Erano ben coscienti di questa situazione due personaggi diversi tra loro per formazione e cultura: Martin Heidegger e Romano Guardini. Quest’ultimo, nell’immediato dopoguerra, scriveva un breve libretto - Das Ende der Neuzeit - impressionante per l’attualità dell’analisi che vi è impressa, dove la tesi di fondo era dettata dalla rottura che la modernità aveva creato con il cristianesimo, primo vero elemento del declino. Il filosofo di Marburg, dieci anni prima della sua morte (1966), rilasciava un’intervista a Der Stern con la clausola di pubblicarla solo postuma. La sua tesi di fondo non fa che ricalcare, con altri termini, quella di Guardini. Heidegger sembrava lamentarsi con il suo intervistatore del fatto di essere sopraffatti dalla tecnica; il giornalista allora gli chiedeva: «Le si potrebbe obiettare: cos’è che qui viene violato? Tutto risulta funzionante! Si costruiscono sempre più centrali elettriche. Si produce sempre meglio. Gli uomini vengono ben amministrati nella parte altamente tecnicizzata del globo. Viviamo nel benessere. Cos’è qui che propriamente manca?». La risposta di Heidegger non si fece attendere: «Tutto funziona. Questo è appunto l’inquietante, che funziona e che il funzionare spinge sempre oltre verso un ulteriore funzionare e che la tecnica sradica l’uomo sempre più dalla terra. Non so se lei è spaventato, io in ogni caso lo sono stato appena ho visto le fotografie della terra scattate dalla luna. Non c’è bisogno della bomba atomica: lo sradicamento dell’uomo è già fatto. Tutto ciò che resta è una situazione puramente tecnica. Non è più la terra quella su cui l’uomo oggi vive». La conclusione a cui il filosofo giungeva, sembra costituire per alcuni versi la premessa da cui ripartire se si vuole riprendere vigore in questo inizio di nuovo secolo: «In base a una lunga meditazione del problema posso dire: la filosofia non potrà produrre nessuna immediata modificazione dello stato attuale del mondo. E questo non vale solo per la filosofia, ma anche per tutto ciò che è mera intrapresa umana. Ormai solo un Dio ci può salvare. Ci resta come unica possibilità quella di preparare nel pensare e nel poetare, una disponibilità all’apparizione del Dio o al fatto che al cospetto del Dio assente, noi tramontiamo. Noi non possiamo avvicinarlo; siamo al massimo in grado di risvegliare la disponibilità dell’attesa». L’Europa ha frainteso il fondamento su cui costruire la sua nuova immagine. Si è lasciata affascinare dal potere della tecnica e ha dimenticato il potere della cultura. Sia chiaro: non abbiamo nulla contro la tecnica. L’uomo ha sempre vissuto di essa e rappresenta il frutto della sua fantasia creatrice. La tecnica gli è sempre appartenuta a diversi livelli: un pezzo di legno per dissotterrare le zolle di terra sono state una vera tecnica per altri tempi… Il problema, quindi, non è questo ma ben altro. Il declino inizia quando la tecnica interviene per esprimere il suo dominio autonomo anche nei confronti dell’esistenza. La tecnica, insomma, si è fatta artefice di un processo conquistatorio, entrato nella vita stessa dell’uomo, a tal punto da diventare principio di vita. Sembra così che la tecnica abbia a stabilire il suo fine ultimo proprio come dominio sull’esistenza personale. Ciò a cui si è assistito a partire dagli inizi del secolo scorso è un reale cambiamento di paradigma che ha condotto alle analisi che oggi stiamo facendo. Che fare, quindi? Si ritorna al bistrattato e frainteso Medioevo? Prestiamo il fianco alla semplicistica critica che i cattolici sono contrari al progresso? Non siamo così ingenui da pensare al rifiuto delle conquiste compiute nel corso dei secoli e del progresso raggiunto con fatica; una disanima storica mostrerebbe che ne siamo stati fin dall’inizio i promotori e gli artefici. Ciò che importa, al contrario, è ricreare il giusto equilibrio per permettere al patrimonio culturale che possediamo di ritornare a essere interlocutore credibile presso le nuove generazioni. Il predominio della tecnica, inutile negarlo, ha un tratto di hard power che soggioga, ma non affascina. Fa entrare in un circuito che presto o tardi circoscrive in nuove forme di isolamento e solitudine precludendo la via dell’incontro interpersonale. La necessità di un progetto culturale europeo che sappia porre al centro, in maniera rinnovata e con linguaggi coerenti, i contenuti che hanno formato la nostra storia e costituito la nostra tradizione e, per ciò stesso costruito la nostra identità, si rende più che mai urgente e non procrastinabile. Esso deve prendere le mosse da ciò che ne è stato il suo centro propulsore: la forza della fede cristiana. Essa ha saputo accogliere le varie culture con cui si veniva a incontrare senza distruggerle, ma trasformandole in una sintesi integrativa che formava un’unità a prima vista paradossale. Qui non è questione di campanilismo tra religioni e ideologie; qui si tratta di riconoscere l’intrinseco valore veritativo che il cristianesimo possiede. Esso è un unicum nella fenomenologia religiosa in grado di garantire la piena libertà di Dio e dell’uomo; il carattere di trascendenza e il necessario impegno di trasformazione del mondo, senza impantanarsi nelle sabbie dell’immanentismo. Il valore che la tradizione deve essere mantenuta e trasmessa pena l’incomprensibilità di sé e la dinamica dello sviluppo che progredisce permettendo di raggiungere forme di vita umana altamente qualificate, se sono state avanzate con forza dalla modernità affondano, comunque, le loro radici in una fede che ha posto al centro la dignità della persona nella sua intrinseca capacità di relazione interpersonale come un soggetto aperto ad accogliere la verità, dovunque essa si manifesti, e a votarsi a essa come condizione di realizzazione di sé. Non una verità qualunque e neppure un frammento di essa. La storia spirituale dell’Europa è troppo grande per permettere che ci si fermi a una visione frammentaria e per accontentarsi di formare una poltiglia sincretista dove tutto è posto sullo stesso piano e, per ciò stesso, privo di valore normativo. Quando tutto è livellato, la condizione che ne deriva è la stagnazione, mentre quando si crea dinamica veritativa allora la soluzione è la spinta propulsiva che non si ferma mai fino a quando non ha raggiunto la pienezza.
Mesi fa, si è svolta una significativa celebrazione nell’Aula Paolo VI in Vaticano. Alla presenza di Giovanni Paolo II sono sfilate le delegazioni dei dieci Paesi che sarebbero entrati nel giro di alcune settimane nell’Unione europea. Mi sono passati dinanzi studenti universitari con il volto fresco della loro giovinezza. Mi è venuto spontaneo pensare: cosa sarà di loro fra trent’anni e in quale Europa abiteranno? Lo sguardo si posa, come si vede, sul futuro di questo vecchio e stanco continente; viene spontaneo, quindi, augurarsi che esso sappia recuperare il necessario spessore speculativo che ha segnato i grandi momenti della sua storia. Esso, per molti versi, sembra essersi allontanano dall’Occidente, senza sapere dove sia emigrato in cerca di fortuna. Un’espressione di Giovanni Paolo II può essere carica di lungimiranza se presa nel suo significato profondo. Si legge in Fides et ratio: «La ragione e la fede si sono impoverite e sono divenute deboli l’una di fronte all’altra. La ragione, privata dell’apporto della Rivelazione, ha percorso sentieri laterali che rischiano di farle perdere di vista la sua meta finale. La fede, privata della ragione, ha sottolineato il sentimento e l’esperienza, correndo il rischio di non essere più una proposta universale. È illusorio pensare che la fede, dinanzi a una ragione debole, abbia maggior incisività; essa, al contrario, cade nel grave pericolo di essere ridotta a mito o superstizione. Alla stessa stregua, una ragione che non abbia dinanzi una fede adulta non è provocata a puntare lo sguardo sulla novità e radicalità dell’essere… Ovunque l’uomo scopre la presenza di un richiamo all’assoluto e al trascendente, lì gli si apre uno spiraglio verso la dimensione metafisica del reale: nella verità, nella bellezza, nei valori morali, nella persona altrui, nell’essere stesso, in Dio. Una grande sfida che ci aspetta al termine di questo millennio è quella di saper compiere il passaggio, tanto necessario quanto urgente, dal fenomeno al fondamento. Non è possibile fermarsi alla sola esperienza; anche quando questa esprime e rende manifesta l’interiorità dell’uomo e la sua spiritualità, è necessario che la riflessione speculativa raggiunga la sostanza spirituale e il fondamento che la sorregge» (nn. 48.83). Difficile non condividere questa prospettiva. In un periodo di debolezza della ragione e della fede e, per conseguenza, di generalizzata debolezza di produzione filosofica e letteraria, di azione politica e diplomatica, di fantasia artistica e slancio missionario, quanti sanno cogliere la peculiarità del momento hanno la responsabilità di dover porre rimedio con l’impegno a trasformare non a delegittimare. Un giorno, si dovrà pur spiegare in maniera seria come può accadere che una cultura per duemila anni così ricca di storia e di spessore speculativo, sia caduta nelle braccia di forze più o meno anonime che la stanno distruggendo. La superstizione, la magia, la parapsicologia, il satanismo, l’occultismo… chi più ne sa più ne aggiunga, sono diventati interlocutori credibili e contesi protagonisti di salotti televisivi per intontire con chiacchiere in «un’orgia irrazionalistica» - per dirla con Magris - senza che nessuno si alzi per dire che tutto questo è illusione, inganno e frode. Faceva sorridere amaramente l’attenzione prestata qualche tempo fa a fatti di cronaca che vedevano la scoperta di morti delittuose a causa del satanismo, quando in altre pagine degli stessi giornali si irrideva alla legge, si delegittimava l’avversario politico e si ignorara l’interlocutore solo perché non fa parte del proprio circolo. Il futuro richiede collaborazione sincera tra diverse forze culturali e riconoscimento di complementarità nella ricerca di una verità che può essere data sempre come dono e non solo come mera conquista. Un’Europa che voglia avere un futuro significativo davanti a sé ha bisogno di recuperare il fascino della sua storia, delle sue tradizioni e delle conquiste che hanno caratterizzato un’epoca. La condizione di un recupero genuino della vera tradizione unitaria è condizione necessaria per evitare che abbiano a sopraffare le tradizioni locali, che hanno senso culturale, politico e religioso solo se riportare all’interno di un alveo comune. Gettarsi tutto alle spalle, senza riconoscere che alla base della sua unità culturale vi è una fede che nel bene e nel male ha saputo garantire la dignità della persona nelle sue espressioni di libertà e progresso, equivale a proporre una visione effimera che non reggerà all’urto del trapasso epocale. Gli anni del dopoguerra hanno visto in una parte dell’Europa la vittoria del comunismo. Anni bui e foschi che hanno segnato tristemente la storia di intere popolazioni, bruciando le giovani generazioni che sono cresciute prive di una conoscenza che permetteva loro di essere liberi e responsabili. Le mura di Berlino sono crollate, ma altre mura nel frattempo si sono innalzate; il fatto che non siano visibili non tocca la sostanza: altre generazioni si stanno bruciando nello stesso modo. La libertà richiede una spassionata ricerca della verità e un confronto con essa, non un’effimera e superficiale conoscenza del proprio presente senza sapere da dove si viene e dove si è radicati; questo, tuttavia, richiede passione e intelligenza… forse, troppo in un periodo di generalizzata debolezza, ma condizione necessaria se si vuole uscire dal pantano e guardare con fiducia al futuro.