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L'unico (ultimo?) statista europeo

LIBERAL BIMESTRALE
di Ferdinando Adornato
Il 16 aprile 2007 Joseph Ratzinger
compie 80 anni

Liberal n. 40 - maggio-giugno 2007

 

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Nell’estate del 2001, su liberal, avevamo definito Karol Wojtyla «l’unico (l’ultimo?) grande filosofo morale». La definizione piacque molto al Papa polacco, forse anche per via di quell’interrogativo che lanciava l’inquietante allarme sull’estinzione della filosofia morale dalla scena pubblica occidentale. Sei anni dopo, purtroppo, il quadro non è cambiato. Solo il mondo cristiano, in Europa, sembra farsi carico della responsabilità di continuare la narrazione etica sulla quale sono state edificate le democrazie occidentali. Certo, anche grazie al nostro lavoro culturale (assieme a quello di altri autorevoli opinion maker) il cosiddetto «mondo laico» si è diviso e sono sempre di più coloro che prendono le distanze dalle posizioni radical-laiciste; ma non c’è dubbio che la più diffusa filosofia del nostro tempo resta il relativismo culturale. E non c’è dubbio che l’Europa sia, in modo assai evidente, un continente «a rischio» di declino storico, culturale e spirituale. 

*****
Proprio lui, Ratzinger, lo ha scritto con precisione quasi matematica: «Io vedo una sincronia paradossale: con la vittoria del mondo tecnico-secolare post-europeo, con l’universalizzazione del suo modello di vita e della sua maniera di pensare, si diffonde, specialmente nei Paesi strettamente non europei dell’Asia e dell’Africa, l’impressione che il sistema dei valori dell’Europa sia giunto alla fine e sia anzi già uscito di scena; che sia giunta l’ora dei sistemi di valori di altri mondi, dell’America precolombiana, dell’islam, della mistica asiatica. L’Europa, proprio nell’ora del suo massimo successo, sembra svuotata dall’interno, come paralizzata da una crisi circolatoria, che mette a rischio la sua vita affidandola a trapianti che ne cancellano l’identità. Al cedimento delle forze spirituali portanti si aggiunge un crescente declino etnico. C’è una strana mancanza di voglia di futuro. I figli, che sono il futuro, vengono visti come una minaccia per il presente. Ci portano via qualcosa della nostra vita, così si pensa. Non vengono sentiti come una speranza, bensì come una limitazione». Ebbene: qualcuno può negare l’obiettiva verità di quest’analisi? Chi parla così è uno statista: eppure dalla bocca dei leader della nostra vecchia Europa non si sente uscire nulla di simile, manca il respiro di un’analisi e di una denuncia che ormai mettono in discussione le basi stesse della nostra futura convivenza. Tramonto culturale, tramonto spirituale, tramonto politico, tramonto demografico: il crocevia storico nel quale ci troviamo a vivere non ammette sottovalutazioni. Sì, certo, qualche allarme ogni tanto viene lanciato da questo o da quel vertice, qualche statistica demografica ogni tanto affatica la riflessione politica, ma poi alla fine la pigrizia e l’apatia prendono il sopravvento. La verità è che l’Europa non ha statisti all’altezza di raccogliere la sfida che il destino ci ha riservato. 

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Joseph Ratzinger è arrivato al soglio di Pietro accompagnato dalla sua immagine di teologo. Di più: con la fama dell’ideologo conservatore e intransigente. Capace, ancor meglio di Wojtyla (ma con maggiore rigidità) di argomentare razionalmente intorno al valore della fede e di sedurre con la sua sofisticata verbalità. Dopo il Papa operaio e popolare, il Papa intellettuale e aristocratico. Il breve tempo trascorso dalla sua elezione si è già incaricato di smentire la superficialità di tale fotografia delle cose. Ma forse sta accadendo qualcosa di ancor più inaspettato. Wojtyla ha realizzato una «rottura epistemologica» rispetto alla cultura occidentale del Ventesimo secolo. Ha chiamato l’umanità contemporanea a ritrovare le ragioni morali del proprio essere al mondo, ha chiesto di riaprire le porte alla speranza, ha presteso di ricollocare al centro della vita pubblica la persona come imago Dei. Ha, insomma, divelto le barriere che il Ventesimo secolo aveva eretto contro ogni sorta di filosofia morale umanista: cristiana, liberale o ebraica che fosse. Ebbene sembra quasi che oggi Ratzinger senta fortemente, oltre che il compito di proseguire con strumenti intellettuali più sofisticati l’opera filosofica di Wojtyla, l’esigenza di operare affinché la «rottura epistemologica» di Giovanni Paolo II, soprattutto in Europa, diventi valore civile e istituzionale. No, non stiamo parlando di un nuova era di «ingerenza politica». Lasciamo al laicismo ignorante l’uso di definizioni che non potrebbero in nessun caso corrispondere alla maturità delle nostre democrazie. Stiamo parlando, piuttosto, del grande compito di indicare all’Europa la via per mettere in relazione il proprio passato con il proprio presente e il proprio futuro. In altri termini la via per evitare il proprio tramonto: giacché ogni declino nasce essenzialmente dall’incapacità di chi governa popoli e Stati di tenere insieme la continuità della propria storia. Di capire le ragioni dell’evoluzione, di vigliare sui rischi dell’involuzione. Ripetiamolo: nessun leader europeo sembra capace di compiere tale operazione che è prerogativa unica ed esclusiva dell’essere «statista». Al contrario, dal discordo di Ratisbona fino alle ultime perorazioni sul pericolo del declino etnico, Benedetto XVI proprio intorno all’assunzione di questa responsabilità chiama le genti d’Europa. Proviamo a leggere i suoi discorsi senza pensare al suo ruolo pontificio: ebbene troveremo gli accenti di un europeo, figlio di un secolo tremendo, che invita i suoi fratelli ad agire per rovesciare il segno della storia. La circostanza che egli sia tedesco rende ancora più sacro il suo appello.

*****
Il fatto è che Ratzinger ha capito una cosa che pochissimi intellettuali e politici europei hanno capito: che la nefasta eredità dei totalitarismi è ancora presente tra noi, che la cultura europea, in fondo, non è ancora uscita dal Ventesimo secolo, non si è ancora liberata dai miasmi delle ideologie totalitarie. Ascoltiamolo: «I sistemi comunisti sono naufragati per il loro fallace dogmatismo economico. Ma si trascura troppo volentieri la parte avuta dal disprezzo dei diritti umani, dalla subordinazione della morale alle esigenze del sistema e alle promesse di futuro. La più grande catastrofe che hanno incontrato non è di natura economica; essa consiste nell’inaridimento delle anime, nella distruzione della coscienza morale. Il problema essenziale della nostra ora per l’Europa e per il mondo è che, se da un lato si riconosce la fallacia dell’economia comunista, tanto che gli ex comunisti sono diventati senza esitazione liberali in economia, dall’altro la questione morale e religiosa, di cui propriamente si trattava, viene quasi completamente rimossa. Così il nodo irrisolto del marxismo continua a esistere anche oggi: il dissolversi delle originarie certezze dell’uomo su Dio, su se stessi e sull’universo. Il declino di una coscienza morale basata su valori inviolabili è ancora il nostro problema e può condurre all’autodistruzione della coscienza europea, che dobbiamo cominciare a considerare - al di là del tramonto previsto da Spengler - come un reale pericolo». Così certamente deve parlare un Papa. Ma, se gli argomenti prodotti sono autentici, come sono, così dovrebbe parlare anche uno statista, ogni leader appassionato alla sorte delle proprie terre. Di fronte alla chiarezza di Benedetto XVI troviamo invece balbettii, impotenze, paure, calcoli di interesse. Come ha osservato George Weigel, Ratzinger non è un Papa eurocentrico, ma fin dalla scelta del suo nome, Benedetto, ci ha detto di voler lottare per recuperare all’Europa la sua unità spirituale, culturale e politica e lo sta facendo con grande tenacia e passione. Perciò nel quadro di un continente sfibrato, superficiale e impotente egli ci appare, nel pieno dei suoi ottant’anni, come l’unico grande statista europeo. Sperando che non sia l’ultimo.
 

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