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La resistenza è al terrorismo

LIBERAL BIMESTRALE
di Renzo Foa
Liberal n. 26 - Ottobre-Novembre 2004

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Siamo ormai nel quarto anno di guerra. George W. Bush - basta andarsi a rileggere le sue dichiarazioni all’indomani dell’11 settembre - aveva avvertito che sarebbe stata lunga e aveva aggiunto l’aggettivo «infinita». C’era dunque la consapevolezza che nessuna singola operazione, a cominciare dal rovesciamento del regime dei talebani in Afghanistan, sarebbe stata risolutiva di fronte a un nemico «irregolare» e globale, capace di colpire ovunque. C’era anche la consapevolezza dei limiti che le democrazie hanno quando sono costrette a usare la forza: li abbiamo verificati tutti, dall’uso del potenziale aereo alla quantità di forze da impiegare sul terreno fino alla necessità di combinare ogni forma di intervento con la ricerca del consenso, sul piano diplomatico e fra l’opinione pubblica. E soprattutto fino alla chiarezza dell’obbiettivo da conseguire: l’idea della «vittoria totale» - che ha contraddistinto i due grandi conflitti planetari del Novecento - da tempo era praticamente scomparsa dalle strategie. Per stare all’ultimo decennio, in Bosnia l’intervento del ’95 portò agli accordi di Dayton, in Kosovo quattro anni dopo a una tregua destinata a trasformare la regione in un protettorato dell’Onu, a Timor al riconoscimento dell’indipendenza. Oggi, per la prima volta dopo il ’45, ciò che manca è la possibilità di soluzioni negoziate. Manca per la natura della sfida che ha lanciato Al Qaeda e per i mezzi che usa, per il fatto che non si presenta come un nemico disposto a trattare qualcosa: è la sua visione dello scontro, insieme alla sua ideologia, a impedire la ricerca di un qualsiasi compromesso. Qui, su questo grande buco nero, si è verificata la più importante delle conseguenze che nessuno l’11 settembre poteva prevedere: il mondo ha finito con il dividersi in una sorta di bipolarismo, lungo una linea che separa coloro che hanno deciso di rispondere all’attacco contro New York e Washington - in primo luogo l’amministrazione americana e il governo britannico - e coloro che per i motivi più diversi non ne hanno condiviso la scelta. Si tratta di un bipolarismo politico, diplomatico, culturale, perfino umorale, che ha finora condizionato tutto lo svolgimento della guerra e che, probabilmente, lo condizionerà ancora a lungo. Le incognite della contrapposizione tra interventismo e questa nuova forma di neutralità sono sempre più pesanti. Ai punti interrogativi su passaggi attesi come decisivi - potrà cambiare qualcosa in Afghanistan con le prossime elezioni? Gli iracheni andranno alle urne, all’appuntamento fissato dalle stesse Nazioni Unite, e daranno vita a un governo davvero rappresentativo? - si aggiungono infatti le domande che nascono dallo smarrimento perfino di un linguaggio comune. Parole come legalità, negoziato, disarmo, equilibrio, rapporto di forza, sovranità, negli anni del bipolarismo Usa-Urss avevano lo stesso significato tanto a Washington che a Mosca, le divergenze cominciavano quando si entrava nel merito delle questioni. Oggi non è più così. Quando lo stesso Kofi Annan riesce a parlare di «illegalità» dell’intervento che ha rovesciato il regime di Saddam Hussein, nonostante le ultime esplicite risoluzioni del Consiglio di sicurezza, rivela quanto sia profonda la de-costituzionalizzazione delle relazioni internazionali. Quando Vladimir Putin individua nel terrorismo caucasico, ceceno e non solo, una propaggine della jihad, ma poi invoca il rispetto della «sovranità russa» e non trae le conseguenze della sua visione, sottolinea una contraddizione politica e strategica. Quando Jacques Chirac, nell’intento di far di tutto per liberare Christian Chesnot e di Georges Malbrunot, chiede il sostegno di organizzazioni come Hamas, mostra di considerare il ricatto dei sequestratori iracheni non per quello che è - cioè parte di una sfida globale - ma un incidente secondario e risolvibile. Del resto oggi sappiamo che la parola guerra per metà del mondo corrisponde a ciò che è iniziato l’11 settembre e per l’altra metà alla risposta che è stata data, prima in Afghanistan e poi in Iraq. Sappiamo con altrettanta chiarezza che la parola terrorismo trova da una parte una spiegazione e una giustificazione a seconda dei bersagli che vengono scelti, mentre dall’altra parte c’è l’idea che, comunque, l’azione di un kamikaze, un dirottamento, un sequestro, un’auto bomba va scritta sotto quella voce. Sappiamo anche che la stessa formula «come risolvere il problema» presuppone visioni che non riescono a coesistere: da un lato il problema nasce da un’ideologia totalitaria che ha il suo cuore nell’Islam, dall’altro lato si tratta solo della punta estrema di un disordine mondiale creato dall’arretratezza, dalla distribuzione ineguale delle risorse e da un equilibrio globale che vede lo strapotere di una potenza, l’unilateralismo, contro i diritti del resto del pianeta a trovare una governance, cioè il multilateralismo.

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Chi resiste a chi? Probabilmente attorno a questa domanda si è aperta la frattura più profonda nel nuovo bipolarismo planetario. Se è vero che la storia ha dato un senso alle parole, dopo l’11 settembre quello di resistenza è un concetto che dovrebbe appartenere a chi sta cercando di dare al terrorismo una risposta all’altezza della sfida. E non il contrario. Si pensi a una data - il 18 giugno del 1940 - e si pensi a un uomo come Charles de Gaulle che pronunciò dai microfoni di Radio Londra quella frase testarda: «La fiamma della resistenza francese non si spegnerà». Si pensi a come poi quel termine abbia identificato l’unico contributo che nell’Europa continentale si sia riusciti a dare alla guerra contro Hitler e il totalitarismo nazista. Si pensi invece all’esercito degli estremisti sciiti di Al Sadr o alle milizie sunnite dei nostalgici di Saddam Hussein o alle bande dei tagliatori di teste legate a Al Qaeda o ancora a quelle tante sigle che connotano le azioni dei kamikaze e le esaltano nel nome della «guerra santa». È allora visibile tutto l’arbitrio dell’uso di quella parola quando ci si riferisce a chi combatte gli americani, la coalizione, le forze del governo provisorio di Baghdad. C’è addirittura la cancellazione della sua radice e del suo significato storico: non si trattò, nell’Europa di sessant’anni fa, solo di una lotta contro l’occupazione straniera, ma di qualcosa di più e come tale viene considerata in sede di riflessione storica. Anche in Italia, dove è generalmente acquisita come un momento fondante di libertà. Eppure non c’è stata alcuna difficoltà nel definire resistenza l’uso di kamikaze, l’esecuzione di ostaggi, l’impiego di auto imbottite di esplosivo e nell’attribuirle una legittimità morale e politica. E questo non solo nel linguaggio, già separato, del movimento no-global, ma anche di una cultura politica, quella della sinistra moderata, che pure è stata parte della storia costituzionale planetaria dell’ultimo mezzo secolo. Forse si è trattato di un riflesso meccanico, della vecchia abitudine di parlare di «resistenza vietnamita» e di «resistenza palestinese». Ma anche in questo caso colpisce il fatto che si sia sorvolato su almeno due problemi. Dovrebbe pure aver posto qualche domanda l’epilogo del conflitto indocinese, la confusione che allora avvenne quando si scambiò la liberazione con la libertà e quando la sovranità riconquistata in Vietnam, Laos e Cambogia si tradusse nell’opposto delle premesse annunciate. Così come dovrebbe aver posto qualche domanda il disastro in cui l’uso del terrorismo da parte dell’Autorità nazionale palestinese di Arafat ha gettato gli stessi palestinesi, ormai rinchiusi in un recinto - ultimo strumento che ha Israele per difendersi. Il fatto che nessuna di queste domande sia stata posta rivela qualcosa di più grave: testimonia che il bipolarismo interventismo-neutralità in cui è diviso il pianeta è in realtà sbilanciato. Testimonia cioè che l’area della neutralità spesso - il linguaggio è rivelatore di una scelta - è culturalmente contigua con una delle parti in lotta. Senza risalire al giudizio che, ormai quasi un quarto di secolo fa, venne dato sulla rivoluzione khomeinista, intesa come un momento di emancipazione, c’è una propensione a disegnare il mondo secondo una rete di alleanze possibili, lungo un fronte in cui il nemico principale è costituito da Bush, Blair e Berlusconi e in cui ci sono invece tolleranza, giustificazione e comprensione verso i nemici del mio nemico. Ecco allora l’errore storico che si ripete nell’arbitrio di vedere un possibile fronte comune che vada da John Kerry fino ad Al Sadr. Un arbitrio, non solo perché è la realtà in primo luogo a non corrispondere a questa illusione, ma anche perché siamo nel pieno di una distorsione della storia, dei simboli, del linguaggio.

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È stato Rudolf Giuliani, nel corso della convenzione repubblicana di New York a tracciare un parallelo tra George W. Bush e Winston Churchill. L’indomabile premier britannico è, nella storia del Novecento, l’uomo che decise di resistere, anche solo. Senza di lui, la resistenza al nazismo - il passaggio chiave del secolo scorso - non ci sarebbe stata. Nel giugno del 1940 era alla guida di una potenza isolata, mentre Hitler occupava l’Europa fino a dove cominciava la Russia staliniana, legata alla Germania dal patto di non-aggressione. Se avesse scelto di cedere, se fosse stato tentato dall’appeasement con i vincitori della prima fase della guerra, non ci sarebbe stata nemmeno la battaglia di Stalingrado. Se oggi si deve proprio parlare di resistenza, il paragone tracciato dall’ex sindaco di New York è quello più giusto. Si resiste al terrorismo, alla sua minaccia globale, ai suoi metodi, al suo disegno egemonico, alla sua rete di alleanze, alle semplificazioni con cui la cultura della neutralità descrive un mondo che non c’è. Quando una parte dell’Occidente tratta con chi proclama la guerra contro l’America e i suoi alleati e contro Israele e accetta una discriminazione, che è anche etnica e religiosa, quando il mondo viene diviso in questo modo - è la «guerra di civiltà» che ci è stata mossa - la resistenza è di chi si oppone al disegno di un dominio del terrore che presuppone una guerra senza limiti, con la sola eccezione di zone di non-belligeranza. Eccezioni però che la storia di questi anni ci fa considerare provvisorie.

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C’è voluta la tragedia di Beslan perché si cominciassero faticosamente a rompere alcuni schemi. C’è voluto cioè un fortissimo choc emotivo. Senza quelle immagini, l’immagine vera e propria del nichilismo, senza la raffigurazione di un potere distruttivo capace di colpire i simboli universali dell’innocenza, i bambini, non si sarebbe finalmente diffuso il dubbio. Che schema ha cominciato a rompersi? Fondamentalmente il più importante, quello secondo cui il terrorismo ha non solo una spiegazione, ma una giustificazione, che le sue vittime, per quanto innocenti, appartengono a un mondo di «colpevoli» e che il suo bersaglio ha una logica, è la ricchezza, è l’unilateralismo, è quindi l’America, considerata come una devianza della storia dell’Occidente e dell’Europa. L’11 settembre dei bambini - come è stato chiamato - ha posto molti problemi, al di là delle contestazioni mosse a Vladimir Putin, alla sua spinta autocratica e all’inefficienza dei suoi apparati di sicurezza. Il primo problema riguarda la Cecenia e ha molti risvolti. Una guerra decennale, una sistematica violazione dei diritti umani, la devastazione non solo delle città, ma anche della vita sociale organizzata, gli ostacoli anche brutali che il Cremlino - prima con Eltsin e ora con il suo successore - hanno sempre frapposto all’informazione e alla diplomazia sono tutti fattori che stanno a monte. Nel silenzio generale delle cancellerie, anche europee, poche voci hanno cercato di richiamare l’attenzione sui pericoli di questa lontana guerra caucasica. Qui, probabilmente solo qui, avrebbero un fondamento sia l’argomento che il terrorismo può nascere da «serbatoi di odio», sia il richiamo a quella catena di errori per la quale alla fine il risultato raggiunto non è la pace, ma una terra dominata dalla spirale della distruzione. Viene in mente che se, nel 1996, non fosse stato ucciso il presidente ceceno Dzhokhar Dudayev, l’unica personalità in grado di controllare l’indipendentismo, i tanti rivoli della guerriglia non avrebbero finito per confluire nell’insorgenza globale del nuovo fondamentalismo. Viene in mente anche che, troppo a lungo, l’Europa ha chiuso gli occhi per convenienza e per calcolo strategico, mentre paradossalmente era l’amministrazione americana ad avere rapporti con il pur debole Alan Maskhadov. Vengono in mente le occasioni perse per evitare che si arrivasse a questo epilogo. Purtroppo è successo. Ora il problema per chi ha levato la sua voce solidale con l’indipendentismo ceceno è quello di riconoscere che a Beslan si è consumata una rottura, che ricordare i vari passaggi che hanno portato alla tragedia non significa trovare non dico una giustificazione, ma neppure una spiegazione. Con l’eccidio di quei bambini si è chiusa definitivamente una pagina e se ne è aperta un’altra. Ma non è questo il solo problema. Chi ha visto nella Russia uno dei bastioni istituzionali, insieme alla Francia e alla Germania, del fronte no-war, dovrebbe porsi qualche domanda. Per chi valgono i discorsi sulla legittimità della lotta al terrorismo? Quali sono i valori che accomunano il fronte dei contrari alla politica dell’interventismo? Prima dell’11 settembre c’è stato in Iraq, in Afghanistan e in tutte le altre incubatrici dell’insorgenza jihadista - che fossero i palazzi dei Paesi musulmani, moschee incluse, o che fossero le periferie delle capitali dell’immigrazione - qualcosa di paragonabile alla guerra che la Russia ha mosso alla Cecenia? Almeno si tenti una risposta. Ci si chieda se non altro perché è oggi l’amministrazione Bush a chiedere conto a Putin della stretta politica decisa dopo Beslan, mentre qualche «vecchia e saggia» cancelleria europea si era limitata, cavalcando l’emozione, a «chiedere spiegazioni» sulla dinamica del massacro nella scuola n. 1 della città ossetina. Ecco il divario di fondo tra la preoccupazione per il quadro generale e la preoccupazione per i dettagli, cioè da una parte la preoccupazione che la lotta al terrorismo non pregiudichi il quadro delle garanzie democratiche e, dall’altra, la preoccupazione sulle tecniche con cui si affrontano la presa di ostaggi e la minaccia alla loro vita. Eppure, per anni, questa stessa cultura della trattativa e dell’appeasement ha posto agli Stati Uniti e ai suoi alleati il grande problema del rispetto del diritto, proprio a cominciare dalla questione del carcere di Guantanamo.
Altri schemi sono stati rotti dai drammatici casi dei francesi Christian Chesnot e Georges Malbrunot e delle italiane Simona Pari e Simona Torretta, due giornalisti di un «Paese amico» e due volontarie di una Ong dalla dichiarata collocazione pacifista. Perché è qui che si è infranto il teorema secondo cui il nemico del mio nemico dovrebbe essere mio amico. È in queste vicende che l’insorgenza anti-occidentale ha raggiunto il suo punto estremo, cancellando ogni distinzione e rivelando che i bersagli sono scelti sulla base certo di una strategia politico-militare, ma anche della loro identità etnica e del loro passaporto. Non ha retto cioè l’illusione di una neutralità - condensata nella formula «né con Bush né con bin Laden» - capace di creare zone di non-belligeranza, anzi di allargare il fronte no-war. Come prima risposta al problema, c’è stata la fin troppo facile fuga nella dietrologia e nel complottismo, con le accuse a servizi segreti legati all’Occidente. Una reazione fragile, perché non affronta la domanda sulle ambiguità del neutralismo. Ci sono quelle storiche, sul rapporto tra i risultati ottenuti e i prezzi che invece ha fatto pagare (soprattutto agli altri). Ma ci sono quelle che riguardano direttamente questa prima «guerra asimmetrica globale»: chi si presenta unicamente come «amico della pace» - che sia una media potenza come la Francia o un movimento di opinione - è veramente percepito come tale dai belligeranti o, quanto meno, dal belligerante che usa le armi del terrorismo?

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Nell’interpretazione della guerra, all’inizio del suo quarto anno, si pongono molte incognite. Alle vecchie - sulla possibilità di arrivare a una stabilizzazione in Afghanistan e in Iraq, dopo che in ogni modo la linea del fronte è stata spostata nel mondo islamico - se ne aggiungono nuove. Sappiamo che cominciano a rompersi gli schemi no-war. Sappiamo che di riflesso, soprattutto in Europa, iniziano a emergere pubblicamente i dubbi nelle comunità musulmane. Sappiamo però anche che tutto è in movimento e che il conflitto, per quanto di bassa intensità, sarà ancora molto lungo e che il suo esito dipenderà da molti fattori. Del resto, come già accadde nel Novecento, all’interno di una stessa guerra se ne stanno combattendo diverse: c’è quella di Al Qaeda contro l’America, quella collaterale dei terrorismi caucasici contro la Russia, quella del fondamentalismo islamico contro i moderati musulmani, c’è poi la guerra fredda di una parte dell’Europa contro gli Stati Uniti e l’altra parte del continente e, infine, lo scontro tutto interno all’Occidente nell’opinione pubblica. E, ancora, esattamente come già accadde nel secolo scorso ci sono alleanze in movimento. La grande differenza rispetto al passato è che di fronte all’attacco globale della jihad, condotto per ottenere la vittoria, la risposta resta limitata, in uomini, in mezzi, in obbiettivi da colpire. E questo è sempre più il grande problema che ha la resistenza al terrorismo.
 

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