Caro Pirani,ti scrivo a proposito di Palmiro Togliatti dato che ho letto di recente un tuo articolo sui meriti e i limiti di quel leader. Condivido ciò che scrivi solo in parte. Vorrei difendere Togliatti (nome che abbrevio con «T.») più di quanto abbia fatto tu. E non è la prima volta che accade poiché, nel Corriere della Sera dell’11 settembre 1990, già pubblicai uno scritto dal titolo: Tre anime nel politico Togliatti. La terza era liberarsi da Stalin. Penso che T. fosse non soltanto antistalinista e antisovietico, ma perfino anticomunista, avendo intelligentemente capito che i mali del regime derivavano dall’ideologia totalitaria.
Negli anni in cui fu esiliato in Urss, T. condusse una vita terribile. Era seguace di Nikolài Bukarin, accusato di trotskismo e fucilato da Stalin nel 1938. Secondo Jules Humbert-Droz - un dirigente dell’Internazionale comunista che conobbe bene T. e si confidò con Giorgio Bocca - T. rimase bukhariniano «anche negli anni dell’obbedienza a Stalin». All’epoca del Terrore (molti parlano ipocritamente di «purghe») T. vide scomparire quasi tutti i dirigenti sovietici. Nikita Krusciov rivelò nel 1956 che il 70 per cento dei membri eletti nel 1934 al Comitato centrale del partito, vennero arrestati e fucilati. Scomparvero almeno 500 mila iscritti al Pcus. T. visse l’epoca del Terrore e fu un uomo terrorizzato.
Quando tornò in Italia nel 1944 T. uscì solo in parte dall’incubo. I servizi sovietici avrebbero potuto raggiungerlo ovunque e ucciderlo qualora avesse disobbedito. Il 3 ottobre 1973, ricordiamocelo, poco dopo aver annunciato la linea del compromesso storico, sgradita ai sovietici, Enrico Berlinguer subì un attentato lungo la strada che da Sofia lo conduceva all’aeroporto. L’attentato fu organizzato dai servizi bulgari per conto degli stessi sovietici. Berlinguer fu ferito e si salvò per miracolo, come riferì La Repubblica il 27 ottobre 1991. I segretari del Pci dovettero affrontare questi rischi.
Di certo sappiamo che T. - rientrato in Italia - fece di tutto per non tornare nei Paesi comunisti. Lo confermò la sua compagna, Nilde Jotti, parlando anni fa con Bocca. Nel dicembre 1950, a Mosca, Stalin chiese a T. di lasciare l’Italia per diventare segretario del Cominform e T. si ribellò. La direzione del Pci, obbedendo a Stalin, nominò un nuovo segretario del partito nella persona di Luigi Longo. Ma T. si infuriò e riottenne la carica. Nel viaggio di ritorno verso Roma, tuttavia, sia lui sia la Jotti ebbero molta paura. Per due giorni, a Praga, vennero rinchiusi in una villa del tutto isolati. Allorché attraversarono la cortina di ferro, a Vienna, T. abbracciò la Jotti esclamando: «Finalmente liberi!». Parole riferite da Enzo Biagi nel Corriere della sera del 21 agosto 2003.
Negli anni del Terrore, T. non riunì mai la direzione del Pci in territorio sovietico. Se vi si fossero riuniti avrebbero rischiato di morire tutti, come già accaduto alle direzioni di altri partiti comunisti. Per sopravvivere, tuttavia, T. dovette condividere il sacrificio di numerosi compagni. E autorizzò lo sterminio dei dirigenti comunisti polacchi. Massimo Caprara (Paesaggi con figure, ediz. Ares) riferisce che Davide Lajolo, un giorno, chiese a T.: «Che cosa avrebbe fatto Gramsci al tuo posto nella questione polacca?». La gelida risposta fu: «Sarebbe morto». T. ammise, in tal modo, che la posta in gioco era la sua morte, che Gramsci la avrebbe affrontata, ma che lui, salvandosi, salvò astutamente il Pci e i futuri eredi di esso.
Bocca, nella sua biografia di T., riferisce una testimonianza di Mauro Scoccimarro, uno dei maggiori dirigenti del Pci. Un giorno, dopo il fatidico 1956, T. chiese a Scoccimarro: «Se tu fossi stato in Urss durante le persecuzioni, che cosa avresti fatto?». E Scoccimarro: «Mi sarei ribellato. Almeno così credo». T. ribatté seccamente: «Non era facile». Oggi siamo in grado di capire bene il perché.
Caro Pirani, la verità è che il mondo in cui T. visse fu assai più drammatico, ambiguo, contorto e cinico di quanto lasci intendere. E i Ds, il suo Correntone, nonché Rifondazione & C. sono in qualche modo gli eredi di quel mondo così terribile. Se si mettessero con coraggio a ricercare e a rendere pubblica la storia dei loro avi, diventerebbero migliori e farebbero diventare migliore l’intera società italiana.