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Grande o quasi grande?

LIBERAL BIMESTRALE
di Alvin S. Felzenberg
Liberal n. 25 - Agosto-Settembre 2004

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Il 15 dicembre 1996, The New York Times Magazine pubblicò gli esisti di un allora recente sondaggio effettuato da Arthur M. Schlesinger jr. intervistando 32 storici e altri «esperti». Lo storico aveva chiesto ai propri colleghi di pronunciarsi in breve su ogni presidente degli Stati Uniti, scegliendo un aggettivo fra «grande», «quasi grande», «medio», «sotto la media» e «un fallimento». Tre presidenti sono stati definiti «grandi»: George Washington, Abraham Lincoln e Franklin D. Roosvelt. Sei sono stati giudicati «quasi grandi»: Thomas Jefferson, Andrew Jackson, James K. Polk, Theodore Roosvelt, Woodrow Wilson e Harry S. Truman. La sezione più sorprendente del sondaggio di Schlesinger però è stato il giudizio scadente che la giuria da lui scelta assegnò al più illustre dei predecessori immediati di William J. «Bill» Clinton: vale a dire Ronald W. Reagan, relegato alla parte bassa della categoria «medio», assieme a Gerald R. Ford, James E. «Jimmy» Carter, William H. Taft, Chester A. Arthur e Benjamin Harrison. A dire il vero, tra quei giudici il consenso su Reagan è stato tutt’altro che unanime: sette di loro lo hanno giudicato «quasi grande», undici «medio», nove «sotto la media» e quattro «un fallimento». Eppure, considerato nel complesso, il voto su Reagan presenta qualche disfunzione. Un esame attento della giuria scelta da Schelsinger genera infatti immediatamente il sospetto che i giudici siano stati scelti più per le sentenze che probabilmente avrebbero emesso che non per le loro referenze accademiche. La lista era stata debitamente compilata da alcuni eminenti biografi presidenziali quali Merrill D. Peterson (per Jefferson), Robert W. Remini (per Jackson), Arthur S. Link (per Wilson) e Robert H. Ferrell (per Truman). Abbondamente rappresentati nell’elenco vi erano poi autori simpatizzanti per il New Deal e per la sua eredità, quali James MacGregor Burns e Doris Kearns Goodwine Alan Brinkley. Figuravano quindi anche Robert Dallek, entusiastico ammiratore di Lyndon B. Johnson e lo storico di sinistra Eric Foner. A coronare il tutto, la giuria comprendeva pure due uomini politici progressisti del Partito democratico, l’ex governatore dello Stato di New York Mario Cuomo e l’ex senatore dell’Illinois Paul Simon. Forrest McDonald era l’unico studioso conservatore a essere stato incluso in quella lista. Policy Review ha quindi deciso di chiedere ad alcuni importanti studiosi di storia della presidenza statunitense se essi concordassero o meno con il giudizio espresso su Reagan dalla giuria scelta da Schlesinger. Ecco le risposte raccolte.
William F. Buckley jr. l Fondatore e direttore del periodico National Review
Reagan è stato il più intuitivo, quanto alle priorità, di tutti i presidenti del periodo postbellico, in un momento in cui sapere a cosa si dovesse prestare attenzione richiedeva una lotta costante. La sua definizione dell’Unione Sovietica come «Impero del male» gelò il sangue alla diplomazia internazionale, ma scosse l’immaginazione morale e contribuì a far avanzare il raggiungimento degli obiettivi nazionali americani più di quanto possano fare un anno di spese del Pentagono. A proposito delle quali, peraltro, Reagan sapeva perfettamente che le risorse degli Stati Uniti non avrebbero mai potuto eguagliare quelle del nemico. La sua volontà d’installare armi ad ampia gittata in Europa, di esplorare la tecnologia antimissilistica e d’investire ingenti somme di denaro nella difesa disarmò efficacemente il suo potenziale aggressore. E chi poi meglio di lui avrebbe potuto scagliarsi contro lo statalismo? Avremmo mai potuto immaginare che un presidente espresso dal Partito democratico, sette anni dopo che Reagan aveva lasciato la Casa Bianca, si sarebbe messo a riecheggiare l’idea antistatalista? Reagan ha diritto a un posto sul Monte Rushmore, e così lui sarà ancora là quando invece i detrattori saranno tutti scomparsi.

A.M. Rosenthal Giornalista, direttore esecutivo del New York Times dal 1977 al 1986
C’era un impero comunista ed era malvagio. Ronald W. Regan ha fatto più di ogni altro leader al mondo per far crollare quell’impero. Ha dimostrato anche che quanto l’amministrazione Clinton afferma riguardo alla Cina, ossia che la lotta contro una tirannia straniera necessita di un suo isolamento totale, è falso. Il presidente Reagan riuscì a mantenere la pressione sull’Unione Sovietica, sia militare sia economica e politica, e al contempo mantenne vivi i contatti con i suoi leader perché rientrava negli interessi di questi ultimi che così venisse fatto. Ritengo che tutto questo elevi il presidente Reagan allo status di «sopra la media». Credo sia sciocco da parte dei contemporanei tentare di relegare un presidente in una nicchia storica permanente. Mi aspetto quindi che, con il passare del tempo, la storia, se proprio non gli storici, giudichino Reagan «quasi grande» per il contributo che egli ha dato alla caduta dell’«Impero del male».

Henry Kissinger
segretario di Stato dal 1973 al 1977
Reagan è stato un presidente «quasi grande», che ha rovesciato i trend dominanti di politica interna. In politica estera ha combinato il realismo cocciuto con l’idealismo wilsoniano, accelerando la vittoria nella guerra fredda.

Jeane Kirkpatrick Senior Fellow presso l’American Entreprise Institute. Rappresentante Usa presso le Nazioni Unite dal 1981 al 1985
Solo il pregiudizio progressista può impedire a esponenti eminenti del Partito democratico (cosa che sono la maggior parte degli storici) di riconoscere gli straordinari obbiettivi raggiunti da Ronald W. Reagan. Ne nomino appena due: il ruolo cruciale che il presidente ha svolto nell’opera di ricostruzione della potenza militare statunitense e in generale occidentale, dopo un lungo periodo di declino dell’Occidente e di espansionismo sovietico, e il grande successo da lui ottenuto nel dimostrare la superiorità del libero mercato e delle società libere rispetto al socialismo, in specie, ma non esclusivamente, il socialismo di tipo marxista. La leadership da lui esercitata nel perseguimento di questi obiettivi ha rafforzato la pace e ha ampliato la misura della libertà.

Michael Barone Senior Writer del U.S. News & World Report
Reagan merita senza dubbio un giudizio di «quasi grande». Si tratta di un presidente che ha deliberatamente adottato linee di condotta politica che hanno generato sette anni di crescita economica a basso livello d’inflazione dopo che gli economisti del Partito democratico ne avevano decretato l’impossibilità e che hanno vinto la guerra fredda nel momento in cui praticamente nessuno, in alcun partito, credeva che ciò potesse accadere. Questi avvenimenti non sono peraltro stati accidentali. Sono stati il risultato intenzionale delle linee politiche adottate e supervisionate personalmente da Reagan, molto spesso contro il parere o contro i tentativi di manipolazione messi da alcuni dei suoi stessi consiglieri. Chiunque dubiti che fosse Reagan a predere queste decisioni, farebbe bene a leggere The Triumph of Politics: Why the Reagan Revolution Failed di David A. Stockman (HarperCollins, New York 1986) quanto all’economia, nonché Reagan di Lou Cannon (Smithmark, New York 1985) e The Turn: The United States & the Soviet Union, 1983-1990 di Don Oberdorfer (Poseidon Press, New York 1991) per quel che riguarda la sua politica nei confronti della Russia.

Forrest McDonald Professore di Storia all’Università dell’Alabama di Tuscaloosa
Sono stato uno dei 32 storici interpellati da Schlesinger e uno dei sette che hanno giudicato Reagan «quasi grande». Le mie ragioni per questa valutazione sono i successi grandiosi ottenuti dal presidente nella distruzione dell’«Impero del male» e, a livello interno, il fatto che abbia permesso alla nazione di tornare a camminare a testa alta.

Martin Anderson Senior Fellow presso l’Hoover Institute on War, Revolution and Peace della Stanford University
Tra cent’anni, quando storici ragionevolmente obiettivi si volgeranno indietro, giudicheranno Reagan un grande presidente, proprio come lo sono stati George Washington, Abraham Lincoln e Franklin D. Roosvelt. Perché? Perché come quei tre, Reagan ha presieduto a cambiamenti epocali. Durante il suo mandato, l’idea filosofica del comunismo è stata ribalata su se stessa, l’impero sovietico è crollato e la minaccia di una guerra nucleare globale è svanita.

George H. Nash Storico.
Tre successi di Reagan si stagliano nettamente sullo sfondo degli anni Ottanta del Novecento, che già sono storia. In un momento di deriva e di malessere pericolosi, egli ha ridato agli Stati Uniti fiducia in se stessi e grandezza. Ha trasformato il conservatorismo americano da teoria a pratica, ha minato le pretese intellettuali del progressismo imperante e ha impresso una virata decisiva al paradigma del discorso politico di tutto il Ventesimo secolo. Soprattutto, ha smosso le risorse - retoriche, militari e diplomatiche - che hanno spinto il comunismo sovietico sulla strada dell’estinzione. Più passa il tempo, più la levatura di Reagan si fa imponente, segnale certo, questo, del fatto che egli rimarrà come uno dei nostri presidenti più importanti e di maggior successo.

Alonzo L. Hamby Insegna Storia americana alla Ohio Univeristy
In generale, gli storici dovrebbero forse astenersi dal giudicare presidenti eletti nel corso della loro stessa vita. Dopotutto, gli storici non sono meno privi di convinzioni ideologiche e di spirito di parte più di quanto lo siano gli opinionisti del New York Times. In pratica, però, nessuno di noi rispetta quella regola e quindi eccoci qua. Quando le passioni si raffredderanno fra una generazione o più, Ronald W. Reagan verrà accettato dagli storici come un leader «quasi grande». Alle lacune della sua presidenza è già stato dato ampio risalto. L’economia orientata all’offerta è stata al massimo un successo parziale, giacché il presidente è stato più capace di parlare di un ridimensionamento del governo che non a farlo concretamente; il risultato è stato infatti l’incremento - gestibile certo, ma innegabilmente oneroso - del debito pubblico. Inoltre gli americani, pur non volendo un presidente che si atteggiasse a piccolo manager, normalmente si aspettano un livello d’impegno maggiore di quello mostrato da Reagan a proposito di molte delle questioni più importanti presentatesi nel corso della sua presidenza. Tuttavia, con la propria retorica Reagan ha risollevato uno spirito nazionale depresso e ha fondato un corso politico capace di vincere la guerra fredda. Forse non finirà sul Monte Rushmore, ma verrà candidato a esservi ritratto più di qualunque altro presidente dopo Harry S. Truman.

(Traduzione di Mario Rimini)
 

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