Nel 1997, prendendo spunto dalla recensione di un libro, uno dei più affermati pensatori “neocon” scrisse sul “Weekly Standard” questo articolo dedicato esattamente all’eredità politica del presidente.
Oggi Ronald Reagan è un presidente non onorato nel suo Paese, un repubblicano senza imitatori nel suo partito e un conservatore senza seguaci nel suo movimento. Ciò accade malgrado in certi casi sembri apparentemente il contrario. È una cosa strana. Dopotutto, Reagan è stato il più importante presidente dal tempo di Franklin Roosevelt, il leader repubblicano di maggiore successo dal tempo di Theodore Roosevelt e il primo vero conservatore a raggiungere la cima della politica americana dal tempo di Coolidge. Reagan vinse la guerra fredda senza quasi sparare un colpo; pose le basi per sottrarre i repubblicani del Congresso da una condizione di minoranza che durava da mezzo secolo; e confermò in modo decisivo la giustezza delle pretese conservatrici. Temuto dai comunisti, trattato con sufficienza dai democratici, detestato dalla sinistra, Reagan ha sconfitto tutti. Eppure, chi oggi si professa reaganiano? Dinesh D’Souza è uno di questi, e il suo nuovo ed eccellente studio su Reagan (How an Ordinary Man Became an Extraordinary Leader, New York, Free Press 1997) offre una fresca opportunità per considerare i risultati di Reagan e il disinteresse in cui li abbiamo lasciati cadere. Perché appare più facile ignorare Reagan piuttosto che apprezzarlo, se questo significa affrontare sfide che preferiremmo evitare. Da presidente, Reagan ha compiuto due grandi imprese: ha restituito la salute all’economia americana e ha vinto la guerra fredda. La seconda, naturalmente, è di gran lunga la più grande, e la discussione di D’Souza sul ruolo indispensabile svolto da Reagan nel porre fine al «supremo dramma politico» degli ultimi cinquant’anni è la parte più interessante del libro. L’autore ci ricorda la portata dell’evento: «Quello che risulterà probabilmente il più importante evento storico dei nostri tempi è già avvenuto. È difficile che vivremo qualcosa di analoga portata». D’Souza dimostra in modo convincente che Reagan fu «il primo motore» della politica estera seguita dalla sua amministrazione, «l’architetto del proprio successo». Si tratti dell’attacco contro il sistema della deterrenza o della Dottrina Reagan, della dislocazione dei Pershing II o del summit di Reikyavik, Reagan seguì sempre politiche sulle quali i liberal scagliarono anatemi e che i «saggi» di quel momento derisero. Reagan ruppe anche con le concezioni tradizionali dei conservatori quando, durante il suo secondo mandato, diede fiducia a Gorbaciov e lo aiutò nello smantellamento del regime comunista e dell’impero sovietico. Reagan, naturalmente, era un tenace anticomunista. Ma il suo anticomunismo derivava dal suo patriottismo. Fu capace di assumere l’iniziativa morale contro il comunismo non soltanto perché riteneva l’Unione Sovietica una forza del male ma anche perché riteneva l’America una forza del bene. La Dottrina Reagan (ossia la decisione di aiutare le insurrezioni anticomuniste in tutto il mondo) fu un tenace e astuto mezzo per indebolire l’impero sovietico. Ma, come sottolinea D’Souza, «Reagan concepì la propria dottrina principalmente in termini morali». Ribadì sempre il diritto universale alla libertà e all’autogoverno. A differenza dei raffinati esperti dei suoi (e dei nostri) tempi, Reagan «definì il conflitto tra Occidente e Unione Sovietica come un conflitto di carattere fondamentalmente morale». Anzi, «Reagan pensava di ribadire semplicemente ciò che l’America rappresentava e ciò per cui combatteva». Reagan era convinto che l’America rappresentasse il bene. Ed era anche convinto, molto più della maggior parte dei conservatori, che il suo Paese avrebbe vinto. Se dimostrò una straordinaria lungimiranza nel riconoscere la debolezza del sistema sovietico, la ragione sta nella fiducia che riponeva nel sistema americano. Eletto con appena il 50% dei voti, in disaccordo con tutto l’establishment della politica estera, Reagan, nel corso del suo primo mandato, decise, come scrisse nel 1983 il sovietologo Stephen Cohen, dell’Università di Princeton, «di abbandonare il contenimento e la deterrenza e di perseguire un obiettivo completamente diverso: distruggere la potenza mondiale dell’Unione Sovietica e, se possibile, anche il suo regime comunista» (Cohen, ovviamente, stava accusando Reagan di seguire una strategia «patologica»). Fu ancora la sua fiducia nell’America ciò che gli permise, durante il suo secondo mandato, di assumere un’atteggiamento aggressivo per sfruttare a proprio vantaggio ciò che Gorbaciov si vedeva costretto a fare per rispondere alle dure politiche adottate durante il primo mandato. Perché, come ci ricorda D’Souza, «in un momento in cui nessun altro era in grado di farlo, Reagan osò immaginare un mondo in cui il regime comunista dell’Unione Sovietica non sarebbe più esistito». Reagan osò immaginare un mondo simile perché era sinceramente convinto che l’Occidente non avrebbe semplicemente contenuto il comunismo ma lo avrebbe «trasceso».
Il punto essenziale nell’idea di trascendere il comunismo non era semplicemente quello di permettere all’America di tornare di nuovo a casa. La visione che Reagan aveva dell’America le assegnava un ruolo ben preciso nel mondo post-guerra fredda. Presupponeva un’America potente sul piano militare, risoluta su quello morale e coraggiosa su quello politico; un’America impegnata a promuovere gli interessi e i principi americani nel mondo, non perché questi principi sono americani ma perché sono moralmente superiori a tutti gli altri. Questo è davvero troppo per i politici di oggi, che non vogliono assumersi queste responsabilità e che, in un modo o nell’altro, hanno abbracciato dottrine di ritirata americana. Qualsiasi politico che oggi intenda promuovere la visione reaganiana deve avere il coraggio di sfidare la strana miscela di timorosa compiacenza e consapevole miopia che in questo periodo caratterizza l’umore dell’establishment americano. Questo clima caratterizza anche l’establishment del Partito repubblicano. Reagan lo ha portato a due strepitose vittorie elettorali, la prima delle quali permise la formazione di un Senato a maggioranza repubblicana per la prima volta da 26 anni a quella parte. Riuscì a consegnare le chiavi della Casa Bianca nelle mani del suo vice presidente, garantendo così ai repubblicani il controllo del ramo esecutivo per tre mandati consecutivi, anche in questo caso per la prima volta fin dagli anni Venti. Per di più, è stato proprio il ritorno del Partito repubblicano a un’agenda di stampo reaganiano (grazie all’iniziativa e alla guida di Newt Gingrich) la causa della vittoria che ha finalmente posto fine a sessant’anni di dominio dei democratici quale partito di maggioranza negli Stati Uniti. La visione del Partito repubblicano che aveva Reagan si è dimostrata quella vincente. E ai partiti politici, come si sa, piace vincere. Eppure oggi, stranamente, il partito repubblicano non è un partito reaganiano. Una cosa è certa: il repubblicanismo di Reagan è controverso. Reagan attaccò un presidente repubblicano in carica (Gerald Ford n.d.r).e mise apertamente in discussione la dominante ortodossia repubblicana. Fece entrare nel gruppo dei repubblicani del Congresso conservatori sociali politically incorrect e impegnò il partito su una posizione antiabortista che l’élite culturale non poteva (e non può ancora) condividere. «I democratici reganiani» diventarono repubblicani perché gli venne offerta una nuova visione, non repubblicana in modo tradizionale, anti-establishment (e pro-America). È stata appunto l’impressione che Clinton e i democratici disprezzassero questa visione la causa che ha fatto completare il passaggio dei «democratici reaganiani» al partito repubblicano in sede congressuale e statale nel 1994.
Da allora, tuttavia, la visione reaganiana è stata perduta. Il partito si è nuovamente frantumato nelle sue componenti dell’epoca pre-reaganiana. Gran parte della leadership repubblicana del Congresso è nixoniana e adotta una versione repubblicana degli antiquati gruppi di interesse democratici e della politica delle coalizioni, con una patina di facili discorsi privi di qualsiasi consistenza o senso morale. Nel frattempo, il repubblicanismo alla Rockfeller cerca di tornare alla ribalta nel Nord-est e Pat Buchanan, insieme a tutti i suoi accoliti, tenta di spacciare un messaggio distillato da una bizzara e stravagante mescolanza tra George Wallace e Robert Taft. Reagan vinse e poi legò insieme queste diverse fazioni offrendo all’America, come dice D’Souza, una «visione morale unificante»: una visione fondata sul patriottismo e la grandezza nazionale. Ma per quanto possa sembrare stupefacente, pochi leader repubblicani oggi dimostrano qualche interesse a promuovere questa visione. Se è vero, come sostiene D’Souza, che «Reagan è la figura dominante nella politica americana della seconda metà del Ventesimo secolo», ciò appare nel modo più evidente nel Partito democratico, con l’intelligente appropriazione di alcuni temi reaganiani da parte di Clinton. Il partito di Reagan, da lui stesso portato quasi al trionfo, si tira indietro. Quanto ai conservatori, sono orgogliosi di Reagan e rivendicano il merito dei suoi successi. Ma quando si tratta della politica attuale, sembrano altrettanto pronti dei liberal a proclamare che viviamo in un’èra «post-reaganiana». O perché timorosi di apparire nostalgici o perché del tutto ignari delle superiori doti di Reagan, i conservatori di oggi non studiano né tantomeno seguono il suo esempio. Un osservatore, pur professando la sua ammirazione per Reagan, ha sostenuto che il reaganismo non è stato in alcun modo un’innovazione ma semplicemente «un common sense di stampo conservatore applicato ai problemi che si sono sviluppati negli anni Sessanta e Settanta». La confutazione espressa da D’Souza è convincente: di fatto, l’economia dell’offerta ha rappresentato una rottura rispetto alla precedente ortodossia conservatrice: la convinzione che il comunismo fosse non soltanto pericoloso ma debole non era affato diffusa tra i conservatori; il fascino populista e morale esercitato da Reagan sui democratici era una novità. In ogni caso, contano più i fatti delle parole. Come D’Souza ci ricorda, nel 1964 Goldwater ottenne meno del 40% dei voti, mentre, vent’anni dopo, Reagan vinse con quasi il 60%. I conservatori che «considerano Reagan un altro Goldwater presentatosi alle elezioni in un momento più propizio» si sbagliano di grosso. Reagan è riuscito ad aggiungere la maggioranza silenziosa di Nixon al cuore pulsante dei seguaci di Goldwater, creando in questo modo una maggioranza patriottica che non era più silenziosa e che resta la base per un possibile e duraturo riallineamento dei conservatori.
Seguendo l’esempio di parecchi suoi predecessori, anche D’Souza cerca di spiegare il «segreto» di Reagan, di risolvere il «mistero» dell’uomo Reagan. Per quanto la sua analisi sia profonda, D’Souza non riesce quasi mai a svelare l’enigma. Al pari di tutti gli altri, D’Souza nota l’«ottimismo» di Reagan. Il suo coraggio e il suo ottimismo erano legati in questo modo: il coraggio cammina spesso di pari passo con la convinzione (non sempre del tutto razionale) che la propria causa prevarrà. Reagan era sinceramente convinto che avrebbe vinto e insieme a lui anche l’America. Credeva nel popolo americano e nei principi americani. Credeva che gli uomini hanno il diritto di essere liberi e che siano in grado di autogovernarsi. E credeva che questi principi sarebbero risultati vittoriosi. Reagan era convinto di tutto questo perché era convinto che la Provvidenza fosse in qualche modo schierata a fianco dell’America. Reagan era probabilmente una persona religiosa sui generis, ma la sua convinzione che Dio si prendesse cura dell’America e della giustizia sembra avere contribuito a infondergli il coraggio per fare tutto ciò che fece. Nel capitolo conclusivo, D’Souza si unisce al coro dei molti che ammoniscono di non sperare in un «altro Ronald Reagan». Ma perché non dovremmo farlo? Come sottolinea lo stesso D’Souza, Reagan era per molti versi un uomo qualsiasi che divenne un leader straordinario. Proprio perché Reagan non arriva alle vette di Lincoln o di Churchill, è un modello di più facile imitazione per altri ordinari uomini politici. Abbiamo senz’altro il diritto di sperare in un altro Reagan. Nel frattempo, come suggerisce ancora D’Souza, possiamo lavorare per rinvigorire il reaganismo. Se lo facciamo, rendiamo onore alla memoria di Reagan e rafforziamo la sua convinzione (espressa nel magnifico discorso pronunciato nel 1984 in Normandia) che la nostra sia «la forma di governo più giusta e onorevole mai adottata dall’uomo».
(Traduzione di Aldo Piccato)
© liberal-The Weekly Standard 1997