Natan Sharansky è nato in Ucraina nel 1948 e ha studiato matematica a Mosca. Ha lavorato come interprete di lingua inglese per il grande fisico sovietico e dissidente Andrei Sakharov ed egli stesso divenne uno dei simboli della lotta degli ebrei sovietici e promotore dei diritti umani. Incarcertao nel 1978 sulla base di accuse, inventate, di tradimento e di spionaggio al servizio degli Usa, Sharansky fu condannato a 13 anni di detenzione. Dopo anni trascorsi nel gulag siberiano, è stato liberato nel 1986 in seguito a uno scambio di prigionieri americani e sovietici e trasferito in Israele dove ha fondato un partito politico che promuove l’acculturazione degli immigrati sovietici. Egli è attualmente ministro senza portafoglio nel governo di Ariel Sharon.
Si ricorda della prima volta in cui ha sentito fare il nome di Ronald Reagan?
Ero già in prigione da molto tempo quando Reagan fu eletto. Non sapevo molto di lui e per quanto mi ricordi, non penso di aver sentito parlare particolarmente di lui. Nessuno di noi, nel gulag, aveva molte informazioni, e io effettivamente sapevo meno della maggior parte dei detenuti perché avevo trascorso tanto tempo in cella di isolamento, dove, a volte, si restava per mesi. Il nostro primo indizio che Reagan potesse essere la figura-chiave nella nostra lotta, la lotta di tutti i popoli che combattono la tirannide, venne dalle feroci accuse nei suoi confronti che apparivano, piuttosto frequentemente, sulla stampa ufficiale sovietica. Ebbene, tutti i sovietici erano esperti nell’arte di «leggere fra le righe» e naturalmente noi dissidenti eravamo professionisti in questa sublime forma d’arte. In effetti, eravamo così bravi nel leggere tra le righe, da poter quasi ricostruire gli eventi, per come essi si erano davvero svolti, sulla base di quello che le autorità non ci avevano detto. Quello che non ci era stato detto, era altrettanto importante di quanto essi ci avessero detto, se non perfino più importante. Sulle prime, noi provammo sensazioni molto contraddittorie. Ricordo che avevamo accettato come dato certo che Jimmy Carter fosse il più grande difensore dei diritti umani. Solo più tardi, dopo aver visto che risultato possano dare le parole non accompagnate dai fatti, finimmo per maturare la convinzione che egli potesse offrirci una politica fatta solo di parole. L’unica cosa a suo vantaggio, però, era che Jimmy Carter insisteva nel continuare a dibattere il problema sulla scena internazionale. Ricordo che prima di lui nessuno sembrava disposto neanche a parlarne. Tutto ciò che si sapeva di Reagan era che fosse un attore di secondo piano e, dopo aver vissuto per così tanto tempo in un mondo orwelliano dove la recita costante era tutto ciò a cui noi eravamo stati abituati dai nostri capi, proprio il fatto che Reagan fosse un attore, lo voglio dire, aveva destato in noi, all’inizio, molta più preoccupazione che incoraggiamento.
Lei può ricordare particolari momenti dell’era reagan che hanno dato forza e incoraggiamento a lei e ai suoi compagni?
Questa domanda mi fa ridere. Le persone che considerano la libertà come qualcosa di scontato, che avere un Ronald Reagan sia ovvio, fanno sempre questo tipo di domanda. Certo! Quando noi venimmo a sapere che Reagan aveva proclamato l’Unione Sovietica «Impero del male» davanti al mondo intero, fu un momento meraviglioso. Una lunga schiera di capi occidentali si era ritrovata allineata nella condanna del malvagio Reagan che aveva osato definire la grande Urss «Impero del male»; e questo elenco veniva messo in prima pagina, proprio accanto alla storia di quest’uomo terribilmente pericoloso che voleva riportare il mondo ai giorni bui della guerra fredda. Il momento era arrivato. Fu la giornata più luminosa, la più gloriosa: finalmente era stato detto pane al pane e vino al vino, e la orwelliana «neolingua» era definitivamente morta. Da quel momento in poi, il presidente Reagan aveva reso impossibile, a chiunque vivesse in Occidente, poter continuare a tenere gli occhi chiusi, a ignorare, la reale natura dell’Urss. È stata una delle più importanti dichiarazioni di difesa della libertà, e noi tutti lo capimmo all’istante. Per noi, quello fu il momento che segnò veramente la loro fine e il nostro l’inizio. La bugia era stata scoperta e la verità non avrebbe mai più potuto essere nascosta. Questa fu la fine della grande rivoluzione bolscevica d’Ottobre di Lenin, e l’inizio di una nuova rivoluzione, una rivoluzione per la libertà, la rivoluzione reganiana. Entravamo e uscivamo spesso dalle celle di isolamento - io più della maggior parte dei miei compagni - e avevamo sviluppato un nostro linguaggio a battute per comunicare l’un con l’altro oltre i muri. Un codice segreto. Ci eravamo dovuti inventare un nuovo metodo di comunicazione per trasmettere questa grande, incredibile notizia. Battevamo perfino sui muri dei gabinetti!
Nel suo memoriale Fear No Evil (Non temete il male), lei scrive che il presidente Reagan rimase affascinato da questo episodio.
La prima volta in cui ho incontrato il presidente Reagan, gli ho raccontato questa storia. Ho sentito il bisogno di confidargli ogni cosa. Gli ho narrato della giornata memorabile in cui abbiamo avuto notizia del suo discorso sull’«Impero del male», da un articolo sulla Pravda o sull’Izvestia, che ci era in qualche modo pervenuto, nonostante fossimo in prigione. Quando gli raccontai che tutto il nostro gruppo si era abbandonato a un’esplosione di giubilo e che era in atto un cambiamento nel mondo, ebbene in quel momento il presidente, questo uomo così grande e forte, si illuminò come uno scolaretto. La sua faccia si rischiarò e divenne raggiante. Saltò giù dalla sedia come uno schioppo e iniziò ad agitare le braccia in maniera selvaggia e a chiamare tutti affinché venissero ad ascoltare la storia «di quest’uomo». Solo allora iniziai a rendermi conto realmente che il presidente Reagan doveva aver sofferto terribili offese per il suo grandioso discorso, non solo in Unione Sovietica, ma che egli era stato ferito anche in patria. Sembrava come se il nostro attimo di gioia fosse la sua rivincita: ne era valsa la pena, aver sopportato grandi offese per aver fatto quel discorso.
Si può davvero affermare che Reagan sia stato veramente responsabile di un evento così grande come il crollo dell’Urss?
Sì. Certamente. Ma non era un uomo isolato. Se mi fosse concesso di estendere ulteriormente il merito dell’evento, io direi che il crollo dell’Urss è attribuibile a tre uomini: Andrei Sakharov, Scoop Jackson e Ronald Reagan. Queste persone hanno portato chiarezza morale nel conflitto e hanno avviato quella catena di eventi che portò alla fine del comunismo sovietico. Sakharov nel popolo russo, il senatore Jackson nel governo americano e Reagan, nell’interesse del popolo americano, nel mondo e di riflesso in Unione Sovietica. Essi hanno inventato la politica delle connessioni: le relazioni internazionali e i diritti umani devono essere interconnessi; il modo in cui un governo tratta il suo popolo non può essere considerato separatamente dal modo in cui ci si aspetterebbe che il governo trattasse i Paesi stranieri. Il modo in cui i governi onorano gli impegni in patria mostrerà al mondo come essi onoreranno gli impegni presi all’estero.
Il suo costante, sincero appello per la libertà, la sua incrollabile opposizione alla tirannide e l’audace ottimismo. Da dove pensa che gli venisse tutto ciò?
Io non penso che gli venisse da Hollywood. Gli veniva da lui stesso, dalla sua anima. Egli aveva due cose di cui noi tutti abbiamo bisogno, ma che pochi di noi sembrano possedere. Reagan aveva sia la chiarezza interiore che il coraggio. Aveva la limpidezza morale per capire la verità e il coraggio sia di comunicarla che di fare tutto ciò che era necessario per sostenerla. In lui c’era più l’uomo che la retorica. Il suo maggior contributo personale fu il divieto all’Urss di usare gli Stati Uniti per consolidare se stessa a spese dell’America. L’Urss aveva imparato che gli Stati Uniti e l’Europa esistevano per fornire al sistema sovietico proprio quelle risorse energetiche e quel sostegno di cui essa aveva bisogno per sopravvivere. Reagan, istintivamente, l’aveva capito quando nessun altro ne aveva la minima percezione. Questo è il più grande paradosso: la peggiore minaccia alla libertà è stata, per molti versi, il prodotto di questa libertà! La tirannide sovietica era in completa balìa dell’Ovest per la sua sopravvivenza totale. Reagan lo sapeva bene. L’Urss, una nazione di duecento milioni di schiavi, non riusciva a tenere il passo, in nessun modo, con i progressi tecnologici, economici o scientifici che stavano avvenendo nell’Occidente. Il momento in cui Reagan tolse questo sostegno all’Urss, questa iniziò il suo decadimento.
Come è possibile che le verità su libertà e totalitarismo, che appaiono oggi così evidenti e così ovvie, possano essere state completamente dimenticate per così tanto tempo e da così tante persone?
Nelle democrazie, l’arrendevolezza non è un’eccezione, ma ne è una regola fondamentale. La politica delle eccessive concessioni è un potente effetto collaterale della democrazia. Il cedimento dell’Ovest nei confronti dell’Urss, cominciato quasi nel momento in cui era finita un’analoga politica nei confronti della Germania nazista, è cessato solo con l’intervento di Reagan. I capi delle democrazie necessitano della pace per garantirsi la sopravvivenza politica. Dal momento che le democrazie devono rispecchiare la volontà dei loro popoli, i loro capi scelgono lo strumento delle concessioni perché qualsiasi cosa è preferibile alla guerra. I popoli liberi vanno in guerra solo quando non hanno altra scelta. Questa è la grande forza della democrazia come anche la sua grande debolezza. Le democrazie sono così libere, così stabili e così prospere perché le loro popolazioni non vogliono la guerra. I capi occidentali si stavano pertanto muovendo nel rispetto di questa tradizione, credendo che l’Unione Sovietica avesse bisogno di essere trasformata da mortale nemico in un partner di buona volontà. Anche il presidente Carter, che aveva capito l’importanza dei diritti umani meglio di qualsiasi altro suo predecessore, aveva sempre scelto la politica delle concessioni all’Urss piuttosto che obbligarla a competere con l’Ovest.
Dal momento che non siamo in grado di riprodurre un clone di Reagan, quali sono i suoi insegnamenti pratici che possono essere applicati oggi per raggiungere un simile effetto?
Connessione. Questa è la cosa più importante che Reagan abbia fatto. Egli ha creato un modello, invitando ad aderirvi, che è servito per abbattere il più grande impero totalitario della storia e può essere utilizzato, oggi, con nemici non meno pericolosi, ma di gran lunga meno potenti. Ma un’alleanza richiede sia coraggio che lucidità morale. La grande forza di Reagan è stata la sua ottimistica fede nella libertà, la sua consapevolezza che ogni essere umano la meriti e che la libertà è una forza che può riscattare, rinforzare, arricchire e nobilitare.
È difficile da immaginare due persone con esperienze di vita più diverse di Natan Sharansky e Ronald Reagan. Ha avvertito queste differenze anche a livello umano?
Abbiamo avuto entrambi una simile visione del mondo. È questo, ciò che importa… Non le esperienze in sé ma il messaggio che sai trarre da loro. La gente soleva dire che le barzellette di Reagan lo facevano apparire come un sempliciotto. A me invece hanno rivelato la forza delle sue convinzioni. Si divertiva molto a raccontarmi la vecchia barzelletta sull’allora presidente sovietico Leonida Brezhnev e sul suo primo ministro Alexei Kosygin. Essi discutevano su che cosa sarebbe successo all’Urss se avesse aderito veramente agli accordi di Helsinki e avesse adottato una politica di emigrazione lealmente aperta. «Tu e io rimarremmo gli unici due cittadini dell’Urss», disse Brezhnev. «Parla per te», rispose Kosygin. Reagan aveva capito l’efficacia di questa barzelletta. Egli si ergeva contro il male, aveva il coraggio di combatterlo e la saggezza per sconfiggerlo.
(Traduzione di Marinella Piccione)
©liberal-The Weekly Standard 2004