Dell'intero testo della Costituzione, le parole con cui inizia l'articolo 11 - «L'Italia ripudia la guerra...» - sono probabilmente le più belle, perché quel verbo «ripudiare» esprime al meglio il rifiuto morale nei confronti della distruzione e dell'offesa all'umanità connesso alla stessa idea di conflitto militare. Sono ormai anche le più conosciute e soprattutto le più usate nello scontro politico. Negli ultimi anni sono state infatti elette a simbolo dell'ideologia anti-interventista, brandite come una clava dopo l'11 settembre. E, purtroppo, sono state ridotte a uno slogan unificante dell'anti-bushismo e dell'opposizione alle missioni italiane in Iraq e in Afghanistan. Si è trattato di un'appropriazione indebita. Chi formulò e approvò l'articolo 11 in questi termini non era certamente mosso da un'idea di disimpegno dalle grandi crisi internazionali, non intendeva affermare vincoli dal sapore isolazionista e, al contrario, proprio perché era appena uscito dalla guerra combattuta e vinta contro il nazismo e il fascismo teneva molto alla difesa della libertà dei popoli e degli individui. E oltretutto non poteva neppure immaginare l'impatto che quella formulazione avrebbe avuto con il trascorrere dei decenni né le difficoltà che avrebbe poi creato a diversi governi repubblicani, spesso costretti ad aggirare in modo fumoso e un po' ipocrita quel che gran parte dei costituzionalisti hanno finito con il considerare un veto. Il governo Andreotti, tra il 1990 e il 1991, dovette definire un'«operazione di polizia internazionale» l'invio di mezzi navali di unità dell'aeronautica nel Golfo, durante Desert storm, che pure aveva il mandato esplicito dell'Onu per ristabilire la sovranità del Kuwait violata dal regime di Saddam Hussein. Qualche anno più tardi, il governo D'Alema scelse la dizione di «difesa attiva» per giustificare la partecipazione italiana agli attacchi contro la Serbia nell'occasione della crisi del Kosovo. Il governo Berlusconi scelse, a differenza della Spagna, di non partecipare direttamente all'attacco all'Iraq nel 1993, mentre la missione «Antica Babilonia» venne ufficialmente considerata «di pace in zona di guerra», dopo che il Consiglio supremo di Difesa, su iniziativa del presidente Ciampi, aveva ufficialmente dichiarato la «non belligeranza» italiana, per la preoccupazione di attenersi alla lettera a quanto previsto dalla Costituzione.
L'articolo 11 appare dunque logorato. C'è intanto una contraddizione vistosa tra lo spirito di chi lo formulò e l'interpretazione che ne viene data correntemente ora. Fabio Grassi Orsini - nel suo Il mito dell'Onu - ha ricordato come si giunse alla scelta di quelle parole. Intanto c'era un contesto storico più generale in virtù del quale il testo fu segnato dall'intento di fissare tutto ciò che era l'opposto dell'esperienza che l'Italia aveva vissuto sotto il regime fascista, con la costruzione manu militari dell'Impero (occupazione dell'Etiopia e dell'Albania), con l'intervento nella guerra civile spagnola e con l'epilogo del conflitto mondiale scatenato dall'Asse. Ma c'era soprattutto la volontà di ribaltare il più rapidamente possibile la condizione scomoda di Paese vinto. Nella memoria nazionale c'è stata a lungo una rimozione sull'argomento. Tuttavia non può essere trascurato il fatto che alla stesura della Costituzione si arrivò dopo che l'Italia era stata esclusa dalla Conferenza di San Francisco, dopo che era caduta nel vuoto la richiesta di Benedetto Croce - che nel mondo era considerata la voce più autorevole dell'antifascismo - di una reintegrazione nel consesso delle «nazioni libere» in virtù della sua storia e della sua antica civiltà, dopo che era diventato chiaro a tutte le forze politiche che il nascente Stato democratico avrebbe dovuto comunque pagare un prezzo, anche nel Trattato di pace, per la stagione fascista. Sia per difendere i più immediati interessi nazionali, sia per riflettere l'esperienza appena vissuta con la Resistenza, nei lavori della Costituente si affermò una visione quasi unanime della garanzia della pace attraverso la composizione delle controversie tra gli Stati, da affidare a un sistema di sicurezza collettiva. Era quel sistema che non aveva funzionato con la Società delle nazioni, ma era soprattutto quel sistema che il presidente americano Roosevelt aveva tracciato, prima di morire, per l'Organizzazione delle Nazioni Unite che nacquero come alleanza tra i vincitori, nel nome della libertà (anche se l'equivoco è evidente, visto che tra i vincitori c'era l'Unione Sovietica di Stalin).
Nella ricostruzione di Grassi Orsini, la formula inizialmente scelta per l'articolo 11 dalla Commissione dei 75 - «L'Italia rinunzia alla guerra come strumento di conquista e di offesa alla libertà degli altri popoli e consente, a condizioni di reciprocità e di eguaglianza, alle limitazioni di sovranità necessarie a un'organizzazione internazionale che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni» - riecheggiava il testo del Patto Briand-Kellog, raggiunto a Parigi nell'agosto del 1928 e che fu il primo trattato internazionale in cui l'uso della forza fino ad allora considerato la prima garanzia della sovranità veniva privato della sua liceità. Al Patto si era arrivati dopo che il ministro degli Esteri francese Aristide Briand aveva proposto agli Stati Uniti un'alleanza bilaterale in chiave anti-tedesca e dopo che il segretario di Stato americano Frank Kellog aveva controproposto un accordo multilaterale. Al patto - che nel suo primo articolo affermava che le «parti contraenti dichiarano solennemente in nome dei loro popoli rispettivi di condannare il ricorso alla guerra per la risoluzione delle divergenze internazionali e di rinunziare a usarne come strumento di politica nazionale nelle loro relazioni reciproche» - avrebbero aderito fino al 1939 oltre sessanta Stati, fra cui anche la Germania, il Regno Unito, l'Italia e il Giappone, cioè Paesi che da lì a poco si sarebbero combattuti. Ma, per quanto fosse stato inutile, le visioni di fondo che lo ispirarono erano quelle della rinuncia all'uso della forza e quindi dell'alternativa possibile alla guerra. Già nella stessa Commissione dei 75, comunque, come ha scritto Grassi Orsini, il testo originario dell'articolo 11 fu emendato: il «ripudia» fu considerato più forte del «rinunzia» ed effettivamente lo era; il riferimento, quasi esplicito all'Onu, venne allargato al concetto più ampio di «un ordinamento internazionale» e - curiosità storica - venne respinto un emendamento che chiedeva di prevedere esplicitamente limitazioni di sovranità anche nella prospettiva della costruzione dell'Europa comune.
Si tratta dunque di una formulazione molto datata come fa fede il commento del presidente della Commissione Meuccio Ruini per il quale «il riferimento alla guerra di offesa alla libertà dei popoli» risuonava come «un grido di rivolta e di condanna del modo in cui si era intesa la guerra sciagurata di conquista nel fosco periodo dal quale siamo usciti». La ricostruzione dell'ambiente storico sottolinea di per sé lo spirito e anche le necessità politiche contingenti che sottintesero alla formulazione dell'articolo 11. La datazione di questa formulazione risulta ancora più evidente nel confronto tra il mondo uscito dalla seconda guerra mondiale - e dalla speranza che continuava a esserci, nonostante l'irruzione della «guerra fredda», di un ordinamento internazionale capace di assicurare pace e giustizia fra le nazioni - e il mondo di oggi, con il mutamento profondo del sistema di relazioni e della natura dei conflitti, con tutte le «asimmetrie» che si sono definite. La prima grande questione è l'assenza, nell'articolo 11, di ogni riferimento alla libertà e quindi al valore universale dei diritti dell'uomo (definiti dalla dichiarazione delle Nazioni Unite del 1948, quindi successiva alla scrittura della Costituzione italiana), che hanno assunto una centralità politica e culturale. Se nell'era del bipolarismo Usa-Urss e quindi dello status quo fra blocchi e Stati, il problema appariva secondario rispetto alla prevenzione della guerra, il mutamento del 1989 ha progressivamente mutato l'ordine delle priorità. Nella stagione iniziata con la caduta del Muro di Berlino, le cause di conflitto e di intervento internazionale si sono progressivamente trasferite dalla voce «difesa della sovranità» a un'altra voce: quella dell'instabilità provocata da regimi autoritari e dal mancato rispetto dei diritti dell'uomo, per ragioni politiche, etniche o religiose.
Nei nostri tempi, il «ripudio» della guerra, che è un concetto forte e condivisibile, diventa monco se non è accompagnato da un altrettanto esplicito «ripudio» della violazione dei diritti dell'uomo o, di più, se non è affiancato da un impegno al sostegno delle spinte alla libertà. È questo un dilemma che si pone in continuazione e che continuerà a porsi in un mondo in cui le minacce alla sicurezza e agli equilibri globali vengono prevalentemente sia dalla crisi di sistemi autoritari o più semplicemente a-democratici, sia dalle nuove forme di fondamentalismo - in primo luogo quello islamista - che si sono impegnate nella «guerra santa» contro le democrazie consolidate dell'Occidente e quelle in via di formazione nello stesso mondo musulmano. Del resto tutte le crisi esplose nel mondo dal 1989 in poi hanno avuto questa caratteristica unificante e hanno posto alla comunità internazionale il problema del ricorso all'uso della forza. E proprio il ricorso all'uso della forza - in altra parola, guerra - è riconosciuto dallo stesso Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite. Qui c'è la prima esigenza della riscrittura dell'articolo 11 che, non a caso, è stato politicamente brandito dagli oppositori all'«interventismo umanitario» dello scorso decennio (espressosi in primo luogo con gli interventi in Bosnia e in Kosovo e poi a Timor), poi dai contestatori delle risposte militari decise dopo l'11 settembre e che ha creato vincoli e problemi alla definizione delle funzioni delle missioni militari italiane all'estero. Missioni che, come quella attuata in Iraq e quella in corso in Afghanistan, pur essendo finalizzate al ristabilimento della pace e al contrasto al terrorismo, non hanno avuto e non hanno un significato politico di neutralità: il loro scopo dichiarato è stato il sostegno alla costruzione democratica di Paesi oppressi da regimi totalitari. Al di là dell'esigenza di completare il principio costituzionale - ripudiare la guerra e sostenere chi si batte per la libertà - c'è in questo caso il problema di riflettere una Costituzione materiale, grazie alla quale l'Italia si è trovata impegnato negli ultimi quindici anni in missioni militari, certamente di varia natura, ma improntate tutte, anche indirettamente, a contribuire alla costruzione di assetti democratici da inventare o alla difesa di quelli esistenti. Si tratta quindi di considerare centrale e di formalizzare, con una correzione dell'articolo 11, la questione della libertà nel mondo. Il testo, infine, appare obsoleto di fronte al peso preponderante assunto dall'Unione europea e dalla crescente difficoltà di definizione del rapporto tra le due sovranità, che oltretutto occupa parte importante dell'attività della Consulta e della ricerca dei costituzionalisti. Anche qui si pone, con altrettanta urgenza, il problema di una riscrittura per precisare le linee guida - dignità e diritti dell'uomo, democrazia, Stato di diritto - all'interno delle quali l'Italia cede quote di sovranità a un organismo internazionale come la Ue, ormai talmente importante da indicare esplicitamente nella Carta fondamentale.