Questa è stata la più bella festa di compleanno a cui io abbia mai partecipato. I racconti, i ricordi e le prospettive per il futuro che resta da costruire, sono stati più che commoventi, direi, profondamente stimolanti. Aristotele diceva che ciò che tiene insieme una comunità politica è una forma di amore - amicitia, friendship - un’amicizia fra cittadini. Ciò che io ho notato, durante questa settimana, tra i più stretti collaboratori di Ronald Reagan, è qualcosa di più della semplice ammirazione o lealtà per quest’uomo, è una sorta di amore. Il modo in cui noi tutti raccontiamo episodi che lo riguardano ne è una chiara dimostrazione. Noi amiamo l’uomo. Uno dei miei ricordi preferiti riguarda quel terribile giorno in cui egli ci fu quasi strappato. Era la sera della finale di basket della Ncaa, che sarebbe stata giocata a Filadelfia. Mentre noi eravamo sconvolti e inorriditi, in attesa di ricevere minuto per minuto notizie sulle sue condizioni di salute, la televisione annunciò che si stava discutendo sull’opportunità o meno di cancellare l’incontro: il presidente stava per essere sottoposto a un’operazione per cercare di salvargli la vita. Sul far della sera, venne trasmesso in televisione un collegamento con l’ospedale. Alla domanda su come si sentisse, il presidente, che era stato sul punto di morire, con uno sguardo birichino negli occhi disse: «Tutto sommato, preferirei trovarmi a Filadelfia». Il gioco proseguì, quella notte, a Filadelfia. Il nome di quella città significa «amore fraterno». È il nome più tipico degli Stati Uniti. Tutto il nostro Paese si dovrebbe chiamare «Filadelfia»!
Un pensatore del Diciottesimo secolo
Certamente questi ultimi tre giorni dimostrano ancora una volta che noi qui siamo stati - citando Shakespeare - «un gruppo di fratelli. Noi pochi. Noi pochi felici». E centinaia di milioni con noi. Un altro episodio che mi piace fu raccontato a me e a Karen da Clare Boothe Luce durante una cena a casa nostra. «Una cosa cui nessuno ha prestato attenzione», disse la signora Luce, «è da dove il presidente trae la sua serenità a dispetto delle critiche, specialmente di quelle dei mass-media. Ciò è certamente una capacità professionale che egli ha maturato nella sua esperienza hollywoodiana. Un attore impara presto la differenza fra botteghino e critica. Se tu fai cassetta, è sorprendente quanto tu possa essere gentile nei confronti dei critici». Larry Arnns ci ha chiesto di pensare al presidente Reagan collocandolo al medesimo livello di Washington, Jefferson e Lincoln. Il presidente stesso una volta disse (faccio una parafrasi): «Sono stato accusato dai miei critici di avere idee ottocentesche. Hanno torto, le mie idee sono del Settecento. Le ho apprese dai nostri Padri fondatori. Io credo in loro». Il miglior modo per comprendere Ronald Reagan è immergersi nella tradizione americana. Molto spesso, egli dà l’impressione di essere la voce dell’America, come John Adams o James Madison. Lasciate che io vi faccia una domanda. Ricordate quale presidente pronuncia queste parole e in quale occasione? «Prendendo in considerazione nel giusto modo il nostro pari diritto all’uso delle nostre facoltà, alle acquisizioni della nostra laboriosità, all’onore e alla fiducia da parte dei nostri concittadini, non per nascita, ma attraverso le nostre azioni e il loro significato; illuminati da una religione piena di bontà, professata apertamente, in verità, e praticata in forme diverse ma tutte istillanti onestà, verità, temperanza, gratitudine e amore per l’uomo; riconoscendo e adorando una Provvidenza operante al di sopra di tutto… Con tutte queste benedizioni, che cosa manca ancora per fare di noi una popolazione felice e prospera? Ancora una cosa, concittadini: un saggio e parco governo, che trattenga gli uomini dall’offendersi l’un l’altro, che li lasci viceversa liberi di guidare la loro laboriosità e il loro sviluppo e non tolga dalla bocca dei lavoratori il pane che essi hanno guadagnato. Tutto questo è la quintessenza del buongoverno, e questo è necessario per chiudere la serie completa delle nostre felicità». Queste sono le parole di Thomas Jefferson al discorso di insediamento. Ma non sembrano quelle di Ronald Reagan?
La rivoluzione reaganiana
Confronta le parole di Jefferson con quelle del discorso di insediamento di Ronald Reagan. «…Noi siamo una nazione che ha un governo stabile, non c’è altra alternativa. E questo ci rende speciali fra le nazioni sulla terra. Il nostro governo non ha altro potere che quello che gli viene garantito dal popolo. È ora di controllare e rovesciare la tendenza alla crescita di un governo che dà segni di essersi ampliato oltre il consenso che gli è stato dato dai governati. Non è mia intenzione abolire il governo. Piuttosto farlo lavorare con noi, non sopra di noi, farlo camminare al nostro fianco, non farlo cavalcare sulla nostra schiena… Se noi cerchiamo la risposta al perché, per così tanti anni, noi abbiamo ottenuto così tanto, prosperato come nessun altro popolo sulla terra, è stato perché qui, in questa terra, noi abbiamo dato via libera all’energia e al genio individuale dell’uomo in misura più grande di quanto sia mai stato fatto prima… Con tutta l’energia creativa liberata, al nostro servizio, cominciamo ora un’era di rinnovamento nazionale». Nel lontano 1988 ho avuto l’occasione di sottoporre questi due brani all’attenzione del presidente Reagan. Io ho pronunciato le seguenti parole: «Signor presidente, facendo sue le parole di Thomas Jefferson, lei a segnato un “nuovo inizio” e non solo per gli Stati Uniti. Molte nazioni ora stanno imitando la sua linea di condotta. Come principale fonte di speranza per i poveri della terra, anche loro si stanno trasformando da politicanti governativi in operatori economici e ciò riguarda tutti. Gli storici ci dicono che ciò che i nostri Fondatori intesero per “rivoluzione” era un ritorno ai principi fondamentali - il latino re-volvere - che vuol dire “ritornare al vero inizio”. C’è stata una rivoluzione “reaganiana”? Signor presidente, non è stata esattamente una rivoluzione “reaganiana”. È stata la rivoluzione americana, ora nel suo pieno terzo secolo, riportata da lei ai nostri principi fondamentali. Come i Fondatori, umilmente, osarono sperare, signor presidente, questa rivoluzione americana ha preannunciato un “nuovo ordine” di diritti basilari per ogni razza e per tutti i tempi. Questo novus ordo saeculorum è stato concepito in libertà e costruito rispettando l’affermazione che ogni persona è pari a un’altra, dovunque. In tutto il mondo oggi - anche se sotto un ghiacciaio come nella Russia di Gorbaciov - interi popoli si stanno orientando a questi fulgidi principi. Possa questa rivoluzione durare per sempre, signor presidente, e possa il suo nome essere collegato al suo rinnovamento, in questo periodo, in questa epoca, per tutte quelle generazioni future che Dio ritenga occorrano per far prosperare l’America. Per avere dato inizio ancora una volta alla Rivoluzione americana, signor presidente, la rivoluzione della libertà naturale, la rivoluzione che appartiene a tutta l’umanità, noi la ringraziamo». Mi ha fatto grande piacere vedere in quell’occasione lacrime nei suoi occhi.
I pilastri della sua eredità
Questo è il primo pilastro dell’eredità lasciataci da Ronald Reagan per il futuro: l’amore per la fede religiosa americana, il rispetto per la tradizione, una riverente soggezione dinanzi alle opere che la Provvidenza ha creato su questi lidi e tra questa gente. Queste opere non sono attribuibili a noi, sono opera di Dio, sono il passato di questa nazione. John Adams, il nostro secondo presidente, ha richiamato l’attenzione sui due ulteriori pilastri portanti dell’epopea americana; perciò alla grande avventura di Ronald Reagan. Egli ha chiamato uno di questi pilastri «lo spirito di libertà» e l’altro «la struttura del governo». Non occorre dire che Ronald Reagan amava la libertà. Egli credeva, con Thomas Jefferson, che «il Dio che ci ha creati, ci ha reso nel contempo liberi». Il nostro Creatore ha reso ogni donna e ogni uomo non soltanto liberi ma anche responsabili. E ciascuno di noi è unico, diverso da ogni altro. Il nome di ciascuno di noi è scritto nella mente di Dio, la Bibbia dice che Dio ci conosce uno per uno e ci chiama per nome. La libertà personale è allora il secondo pilastro dell’eredità reganiana. Questa non ci viene data banalmente, in un modo qualunque. Ciascuno di noi deve riscoprirla, vivere fedele a essa, non permettere alla nostra libertà interiore di assopirsi (la gente può essere in linea di massima libera ma incurante della libertà). Non è forse vero che Ronald Reagan ha chiamato ciascuno di noi che siamo in questa parte della terra - tutti gli americani - a essere migliori, più liberi di quanto avremmo potuto essere? Quelli di noi che ricordano gli anni Settanta sanno che è stato così. Il terzo pilastro, o almeno il suo nome indiretto, è «la struttura della libertà». O meglio: opportunità. John Adams diceva che le repubbliche richiedono un livello di virtù più alto rispetto a quello delle monarchie. Alle repubbliche, però, manca un’aristocrazia che rammenti loro che cosa sia l’ambizione e che aspetto abbia la nobiltà. Pertanto esse devono preparare a questo, stimolando gli individui, ovunque, con l’opportunità di migliorare la loro condizione, di disciplinarsi e di acquisire sane abitudini. In tutto il mondo, oggi, opportunità significa un nuovo modo di affrontare i problemi a causa della universalmente diffusa proprietà del capitale. Durante il Novecento, le nazioni hanno perseguito lo sfuggente miraggio della difesa del reddito pro capite. Nel secolo Ventunesimo noi dovremo concentrarci sull’accumulazione del capitale per ogni famiglia. Ad esempio, se la previdenza sociale è gestita privatamente, essa diventerà un fondo di capitali ereditabile dai propri discendenti invece di estinguersi con la morte come avviene con l’odierna previdenza sociale. Allo stesso modo, le posizioni individuali della cassa malattie (la «mutua») saranno gestite in modo che le sue parti inutilizzate restino nell’ambito familiare. La possibilità di possedere un proprio capitale dovrebbe essere resa universale. Le tasse sugli immobili dovrebbero essere abolite.
La proprietà universale del capitale, in tutto il mondo, è l’espressione delle opportunità di oggi. L’occasione, l’opportunità, è il più grande maestro di virtù che la natura possa dare. Quando le regole sono giuste, le ricompense sono eque e il governo non stravolge col favoritismo il libero campo delle opportunità. La possibilità di scoprire e di usare il nostro potenziale, dono di Dio, è il terzo pilastro. Il quarto pilastro è il più impegnativo di tutti. È quello di diffondere la democrazia nel mondo. Questo è il lavoro di gran lunga più difficile e complicato, più di quanto possa sembrare. Accadde così che il 21 gennaio 1981 o giù di lì, il neo-onorevole Jeane Kirkpatrick mi avvicinò dicendomi che Reagan aveva bisogno di un ambasciatore a Ginevra per la Commissione sui diritti umani. Io dissi: «Per quando?»; e lei disse: «Per il 31 gennaio». «Posso aver tempo fino a domani per decidere?». «No, ma vai a farlo». Pertanto accadde che mi trovassi a Ginevra dieci giorni dopo, completamente impreparato al gergo dell’Onu e alle consuetudini dell’ambiente; non ero neanche un legale. Io ero il primo «reganauta» vivente ad arrivare in Europa. I miei colleghi ambasciatori mi consideravano con profonda curiosità. Guardavano per vedere se indossassi armi al cinturone e stivali da cow-boy. Sull’aereo avevo letto da cima a fondo i miei libri di istruzione, opera enorme, preparata dal personale dell’amministrazione Carter. Ma io fui in grado di preannunciare ai miei colleghi ambasciatori ciò che Ronald Reagan si aspettava da me e in generale quali sarebbero state le mie future indicazioni sul voto. Conoscevo Jeane Kirkpatrick e credevo di sapere ciò che Ronald Reagan si aspettasse da me. Ecco ciò che egli disse nel suo discorso inaugurale, citando Joseph Warren del Massachusetts, che aveva combattuto a Lexington ed era morto a Bunkerhill nel 1775: «Il nostro Paese è in pericolo ma non c’è da farsi prendere dalla disperazione… Da voi dipendono le fortune dell’America. Voi dovete decidere le importanti questioni sulle quali poggia la felicità e la libertà di milioni di persone delle generazioni future. Siate degni di voi stessi». Non è quello il secolo Diciottesimo? Non è questo l’uomo Ronald Reagan? Ciò accade perché egli è in sintonia con Washington, Jefferson e Lincoln, è sul Monte Rushmore (il monte del Sud Dakota su cui sono scolpiti i profili dei grandi presidenti). Egli ha restaurato la Rivoluzione americana.
I monumenti dei grandi uomini
Sapevo che gli Stati Uniti sotto la presidenza di Ronald Reagan sono rimasti fedeli a tre principi. Primo: noi sosteniamo i diritti umani di ognuno (è per questo motivo che siamo venuti in America). Secondo: noi sappiamo che i diritti non esistono come parole sulla carta («barriere di pergamena»), ma negli atteggiamenti e nelle organizzazioni degli esseri viventi. Pertanto noi ci concentriamo sulle istituzioni. Terzo: l’istituzione fondamentale è la democrazia, non solo governo della maggioranza ma poteri separati, controlli ed equilibri, protezione delle minoranze, regola della legge, libertà di parola e di associazione, tutta una complicata serie di idee, che include concetti ardui come «coalizione» e «compromesso». (In molte lingue non esiste neppure una parola che significhi «compromesso» nella giusta accezione). La democrazia è una lunghissima scuola. Guardando al futuro, noi abbiamo bisogno di una comprensione molto più approfondita della complessa serie di abitudini e istituzioni necessarie per rendere la democrazia più di una semplice parola. In Russia, oggi. In Cina. Nel mondo islamico. Un’ultima cosa. Ti chiedi perché i nostri Padri fondatori dicono che «il prezzo della libertà è una eterna vigilanza»? Perché la libertà è la situazione più precaria di tutti i regimi. La gente può liberamente buttarla via, consentire che essa sia carente, sciuparla. È per questo motivo che essa può essere salvata solo da una rivoluzione, dal rifarsi ai primi principi. La nostra nazione ha bisogno di una costante rifondazione della libertà, di continue rivoluzioni reganiane. Clare Booth Luce diceva che ogni grande uomo ha l’epigrafe di una sola riga: «Padre del suo Paese», «liberò gli schiavi», etc. Non so cosa scrivere per Ronald Reagan. Ma, sulla lapide che gli innalzerò nella mia mente, le parole saranno sempre: «Ronald Reagan. Sconfisse il comunismo. Guidò una nuova rivoluzione americana. Svegliò i migliori spiriti della nostra natura». E se io dovessi ridurre tutto ciò a una sola frase, la scriverei così nel marmo della mia mente: Ha risvegliato il nostro spirito migliore, l’angelo della nostra natura.
(Traduzione di Marinella Piccione)
© liberal-National Review 1999