E' accaduto poche volte che un primo ministro britannico svolgesse il proprio incarico per due mandati consecutivi mentre negli Stati Uniti governava lo stesso presidente. Questa coincidenza si è verificata solo tre volte. La prima è legata al mandato di William Pitt il giovane, che abitò al n° 10 di Downing Street mentre negli Stati Uniti era presidente George Washington. La seconda interessa Lord Liverpool, primo ministro durante l’intero mandato di James Monroe. E la terza riguarda la sottoscritta. Questa situazione mi concede dunque un prospettiva che, se non addirittura unica, è senz’altro storicamente privilegiata per tentare una valutazione complessiva della presidenza di Ronald W. Reagan. Non posso però fingere di essere un’osservatrice perfettamente neutrale. Ricordo ancora vividamente ciò che provai quando seppi dell’elezione di Reagan alla presidenza nel 1980. Ci eravamo incontrati alcuni anni prima e avevamo discusso di politica all’epoca in cui Reagan era ancora governatore della California: sapevo quindi che su molti punti credevamo nella stesse identiche cose. Ebbi dunque in quel momento la netta sensazione che assieme avremmo potuto affrontare imprese grandiose: far sì che diversi Paesi cominciassero finalmente a reggersi sulle proprie gambe, restaurando il loro orgoglio e i loro valori guida, per contribuire così a creare un mondo più sicuro e migliore. Insediandosi alla presidenza, Reagan si trovò a dover fronteggiare interessi monetari elevatissimi, un’inflazione alle stelle, una crescita economica indolente e un’incessante domanda di autolesionistico protezionismo. Questi problemi avevano generato - e da essa erano poi stati pure rafforzati - la sensazione che non si potesse fare granché in alternativa, che gli Stati Uniti dovevano rassegnarsi a scivolare in una nuova epoca di forti limitazioni alla crescita economica e che dunque il sogno americano era tramontato. Noi, in Gran Bretagna, per tutti gli anni Settanta del Novecento ci siamo trovati stretti nella morsa di un pessimismo non molto dissimile, in un’epoca in cui la discussione politica ruotava attorno al concetto di «mal britannico». Peraltro, a quell’epoca tutto il mondo occidentale cercava di misurarsi la febbre ricorrendo a ogni sorta d’indici economici. Il presidente Reagan comprese subito che la malattia era però il pessimismo stesso e che la cura era invece l’ottimismo. Decise allora d’intraprendere una salutare opera di restaurazione della fiducia nelle promesse del sogno americano: un sogno fatto di opportunità senza limiti fondate sullo spirito d’intrapresa, sugli sforzi dei singoli e sulla generosità personale. Reagan infuse così nel popolo americano la medesima fede che egli stesso nutriva nel futuro economico del Paese. Fu una scelta lungimirante, la sua. Egli riuscì infatti a traghettare gli Stati Uniti fuori dai giorni difficili della recessione economica che aveva colpito il Paese fra 1981 e 1982, all’inizio del suo mandato presidenziale, e questo contando sul fatto che le persone sono pronte a sopportare anche sacrifici seri oggi se sanno che questi sono il fondamento della prosperità di domani. Restituita la fiducia in se stesso al popolo americano, il presidente ne liberò subito anche le energie imprenditoriali. Ridusse l’eccessivo carico legislativo che pesava sul Paese, arrestò l’inflazione e dapprima tagliò nettamente di una certa misura poi riformò radicalmente in maniera strutturale la tassazione. Quando si rimuovono le barriere che ostacolano lo spirito d’intrapresa, riducendo sensibilmente le imposte (come si è scoperto in anni recenti anche in Gran Bretagna), i cittadini trovano incentivi nuovi per mettersi a lavorare sodo e guadagnare di più. Del nuovo clima si trovano infatti a beneficiare essi stessi, le loro famiglie e quindi l’intera comunità. Da questo atteggiamento è scaturita la visione ottimistica dell’economia che ha caratterizzato gli anni di Reagan. L’economia, infatti, si espanse del 25% in 72 mesi di crescita continua - il più lungo periodo di sviluppo economico mai realizzatosi nella storia degli Stati Uniti in tempo di pace - diffuse a largo raggio la prosperità e nel giro di un decennio ridusse la disoccupazione ai minimi termini.
L’impatto che questi successi ebbero a livello internazionale è poi stato enorme. In occasione di ripetuti summit organizzati per discutere dell’economia dei Paesi occidentali, la leadership esercitata dal presidente Reagan incoraggiò le nazioni là riunite a cooperare fra di loro su linee politiche miranti a ridurre l’inflazione, a consolidare la crescita economica e ad aprire i mercati. E questi orientamenti hanno ottenuto il risultato di frenare le tendenze protezioniste mondiali, consentendo all’economia di crescere. Si tratta infatti di linee che non contengono solamente un messaggio di tipo economico, ma anche un concetto di natura politica: la libertà, cioè, funziona. Induce crescita, opportunità e prosperità. E così, constatati i successi ottenuti negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, altri Paesi si sono affrettati ad adottare politiche di libertà. Il presidente Reagan aveva deciso il proprio credo, vi è rimasto inamovibilmente fedele e grazie ai successi ottenuti ha convinto anche altri della sua bontà. Ma ricordo ancora quei primi giorni bui quando, all’inizio di questo decennio, entrambi i nostri Paesi lottavano accanitamente contro il doppio disastro dell’inflazione e della recessione, e quando qualcuno, anche dentro i nostri rispettivi partiti, voleva abbandonare quella condotta politica prima ancora di concedere a essa un vero banco di prova. Furono tempi che richiedevano il coraggio della freddezza e nervi saldi. E questo ebbe il presidente Reagan. Ricordo quando mi disse, durante un incontro all’ambasciata britannica nel 1981, che, nonostante tutte le difficoltà che avevamo incontrato, saremmo «tornati a casa incolumi e piuttosto presto». La ripresa economica è stata, peraltro, solo un aspetto della più ampia ripresa degli Stati Uniti della fiducia in se stessi e nel proprio ruolo sullo scenario mondiale. Il malessere diffusosi negli anni Settanta, infatti, andava ben oltre il semplice dato economico. L’esperienza del Vietnam aveva prodotto sul versante statunitense dell’Atlantico una mancanza di autostima, certo comprensibile ma molto pericolosa. E il mondo della politica combatteva frontalmente contro questo sentimento a rischio della sconfitta elettorale. Reagan s’insediò alla presidenza nel momento in cui l’Unione Sovietica invadeva l’Afghanistan, installava in Europa orientale missili puntati contro le capitali dei Paesi europei occidentali e aiutava gruppi filocomunisti a prendere il potere nel Terzo mondo contro la volontà popolare, un momento in cui sulla risposta statunitense a questi affondi pesava la «sindrome del Vietnam». E non solo sulla risposta statunitense. Tutto l’Occidente, costretto in una battaglia di volontà contro l’Unione Sovietica, sembrava perdere progressivamente fiducia. Il primo passo compiuto da Reagan fu quello di trasformare completamente il clima d’imbarazzo diffuso nelle forze armate che era alla base della sfiducia. Varando un bilancio ad hoc per la difesa dopo l’altro, ricostruì rapidamente la potenza militare statunitense. Molti hanno criticato queste mosse giacché troppo dispendiose. Ebbene, godere di un apparato difensivo sicuro certamente costa, ma non tanto quanto potrebbe rivelarsi onerosa la debolezza.
Ristrutturando il settore militare, il presidente Reagan rafforzò non solo le difese statunitensi, ma anche la volontà dei Paesi alleati, producendo immediatamente l’installazione da parte della Nato di missili Cruise e Pershing in punti strategici del territorio europeo occidentale. Tutto questo accadde peraltro nel bel mezzo della più grande «offensiva di pace» scatenata da Mosca sin dai tempi della crisi di Berlino, all’inizio degli anni Sessanta. Quell’offensiva comprendeva infatti l’abbandono da parte dell’Unione Sovietica dei colloqui sul disarmo nucleare convocati a Ginevra, nonché dimostrazioni di massa e attività di pressione da parte dei «gruppi per la pace» in Europa occidentale. Tuttavia la tattica di Mosca fallì, i missili statunitensi furono dislocati come previsto e i sovietici tornarono al tavolo delle trattative per negoziare lo smantellamento delle proprie installazioni missilistiche. Il presidente Reagan dimostrò pure di non temere affatto l’impiego diretto di quel potenziale militare che aveva precedentemente ricostruito. Ed è degno di nota, anche se spesso non lo si ricorda, che molte delle decisioni da lui prese nonostante le forti critiche siano poi state giustificate dagli eventi. Fu il presidente Reagan che, in mezzo a chi gridava ai quattro venti che la sua condotta politica mancava di qualsiasi criterio, inviò navi della marina degli Stati Uniti, assieme a unità navali europee, al largo del Golfo Persico con l’intento di proteggere il traffico marittimo internazionale. Non solo questa decisione ottenne lo scopo preposto, ma protesse pure dalle aggressioni gli Stati che si affacciano sul Golfo, accelerando così la fine del conflitto grazie al blocco anticipato di qualsiasi possibilità di allargamento dello scontro. Il presidente godette poi di un successo analogo anche nella battaglia che combattè senza posa contro il terrorismo. Reagì infatti direttamente contro uno degli Stati più prodighi nel fornire aiuto e asilo alle organizzazioni terroristiche, la Libia del colonnello Muhammar Gheddafi. Noi britannici avevamo avuto esperienza diretta dei metodi omicidi di Gheddafi, allorché un funzionario dell’ambasciata libica sparò a sangue freddo a una poliziotta in una piazza di Londra, e quindi non nutrivamo alcun dubbio sulla realtà del coinvolgimento libico nel terrorismo internazionale. Così, non esitai affatto a sostenere l’incursione aerea su Tripoli decisa dagli Stati Uniti, che comportò una notevole riduzione del terrorismo di matrice libica. In terzo luogo, il presidente Reagan ha offerto l’aiuto americano a quelle nazioni che ancora combattevano per mantenersi indipendenti a fronte delle aggressioni perpetrate dal blocco sovietico. Questa linea politica produsse successi di grande portata: il ritiro delle forze armate sovietiche dall’Afghanistan, che verrà completato entro il mese di febbraio prossimo; la prospettiva concreta di un ritiro cubano dall’Angola, incoraggiato dalla pazienza e dalla disponibilità della diplomazia statunitense; addirittura la prospettiva di un ritiro vietnamita dalla Cambogia.
In tutti e tre i casi si è trattato di risultati clamorosi, che pochi osservatori erano in grado di prevedere solo tre anni fa. È paragonando lo spirito fiducioso e ottimista diffuso oggi in tutto l’Occidente a quello che circolava quando Reagan divenne presidente otto anni fa che ci si rende conto dei grandi mutamenti di clima. Gli Stati Uniti hanno riconquistato la stima di sé e non temono più l’uso legittimo della propria potenza militare, discutendo peraltro l’eventualità di tale uso con i propri alleati della Nato a ogni livello e in tutta franchezza. Oggi la nostra unità d’intenti è più forte che mai. E, da ultimo, il ripristino della forza e della fiducia americane ha prodotto, come il presidente Reagan aveva sempre sostenuto, relazioni più pacifiche e più stabili con l’Unione Sovietica. È la forza, infatti, e non la debolezza che produce la pace. Fu solo dopo che la minaccia costituita dai missili SS-20 sovietici era stata sventata grazie all’installazione dei missili occidentali Cruise e Pershing, che Mosca decise di partecipare ad autentiche trattative di pace per un vero controllo sugli armamenti, quindi a reali negoziati di pace. Accadde dunque a Reagan di essere il presidente che negoziò, quattro anni dopo l’abbandono delle trattative di Ginevra da parte dei sovietici, il primo accordo per il controllo degli arsenali militari che produsse una drastica riduzione delle testate nucleari. E quando Reagan si recò in Unione Sovietica in occasione del terzo summit a cui partecipò nel corso della propria carriera presidenziale, pronunciò l’espressione «diritti umani» direttamente nelle orecchie di Mosca, luogo in cui le sue parole risplendettero come un faro di speranza per tutti coloro a cui erano negate le libertà fondamentali. Il ripristino della forza americana operato durante i suoi mandati presidenziali è infatti stato una delle spinte principali che ha generato nell’Unione Sovietica di Mikhail Gorbaciov l’idea delle riforme. Le autorità moscovite avrebbero sentito assai meno l’urgenza di un cambiamento se a fronteggiarle vi fosse stato un Paese debole e in declino. L’eredità lasciata da Reagan nelle relazioni Est-Ovest è quella che apprezza oggi con realismo l’idea secondo cui il mantenimento di apparati difensivi sicuri, lo sforzo profuso per colmare la distanza fra Occidente e Oriente e le iniziative atte a ridurre gli armamenti e le dimensioni degli eserciti da entrambe le parti non sono affatto politiche contraddittorie. Nessun atteggiamento occidentale potrebbe peraltro essere più miope di quello che oggi pensa di abbattere unilateralmente le difese al primo segno di distensione fra Est e Ovest. Nulla convincerebbe infatti di più i nostri interlocutori in sede negoziale del fatto che essi non hanno affatto bisogno di concedere alcunché dal momento che noi saremmo comunque disposti a eliminare le nostre strutture difensive. Ebbene, la Gran Bretagna non lo farà mai. Noi continueremo a mantenere e anzi a rinforzare le nostre difese. E spero che il nostro esempio venga seguito e imitato anche dai nostri partner e dai nostri alleati: l’Europa deve infatti dimostrare la volontà di volersi assumere in prima persona parte del fardello che comporta la difesa del proprio territorio. È del resto questo il modo migliore che l’alleanza della Nato ha per ripagare le lungimiranti iniziative di politica estera e difensiva adottate dagli Stati Uniti negli anni di Reagan. Il tentativo di produrre una valutazione complessiva dei mandati presidenziali di Reagan in politica estera e interna evidenzia certamente un punto fermo. Reagan ha compiuto la più difficile delle imprese politiche: ha modificato l’atteggiamento e la percezione comuni di ciò che è concretamente possibile fare. Muovendo dalla incrollabile forza delle proprie convinzioni personali, ha cercato di produrre un ampliamento mondiale della misura di godimento della libertà in un momento storico in cui la stessa libertà subiva gravi ridimensionamenti, riuscendovi. E non solo questo, per quanto importante sia: oggi infatti la libertà si diffonde mentre il collettivismo diminuisce. Il fatto è che la libertà è un’idea che ovunque nel mondo affascina gli spiriti e le menti, laddove il collettivismo non può fare altro che continuare a rendere schiavi i corpi delle persone. È questa la misura del cambiamento prodotta da Reagan.
Come può dunque accadere che alcuni leader politici siano in grado di trasformare il mondo, mentre altri, altrettanto capaci e animati da passione civile, lascino le cose identiche a come le hanno trovate? Alcuni anni fa, il professor Friedrich A. von Hayek sottolineò che le scienze sociali spesso negano gli aspetti più importanti riguardanti i cittadini delle diverse nazioni giacché non riescono a valutarli e a esprimerli in termini meramente quantitativi. Una delle qualità umane impermeabili alla riduzione a mero dato quantitativo è proprio la capacità di leadership, una qualità, questa, che allo statista è richiesta come requisito irrinunciabile della propria attività politica. Nessuno può dubitare del fatto che il presidente Reagan abbia saputo essere un capo in modo davvero non comune. Ad alcuni degli elementi che hanno determinato la sua capacità di essere leader ho fatto riferimento di passaggio: la solidità delle convinzioni, la fermezza nei momenti difficili, la capacità d’infondere ottimismo nel popolo americano al punto da riuscire a ripristinarne la fiducia nel destino del loro Paese. Vorrei però aggiungerne altre tre, che, assieme a quelle precedentemente menzionate, hanno fatto sì che egli sia riuscito a modificare radicalmente lo scenario politico internazionale. Certamente la prima è il coraggio. Il mondo intero ricorda l’arguzia e la solennità che il presidente ha dimostrato quando si cercò di attentare alla sua vita. Fu una di quelle occasioni in cui la gente potè constatare direttamente quale fosse il carattere autentico di quell’uomo oramai privo di tutte le certezze che il potere e gli alti incarichi pubblici assicurano. E la gente ammirò quel che vide: il coraggio lieto giocato contro il pericolo di perdere la vita, e nessun pensiero per sé ma invece solo il desiderio di rasserenare la propria famiglia e la nazione intera scherzando e dimostrando buon umore. La seconda è che le sue opinioni personali hanno fatto risuonare le corde del cuore di ogni americano comune. Il grande giornalista inglese Walter Bagehot ebbe a dire che il vero statista è un uomo di opinioni comuni e di non comuni abilità. Questo è vero proprio del presidente Reagan ed è uno dei suoi maggiori punti di forza politica. Reagan è infatti riuscito a fare appello al popolo americano perché il popolo americano percepisse distintamente che il presidente ne condivideva i sogni, le speranze e le aspirazioni; e che per di più li perseguiva mettendo in pratica con serenità le proprie convinzioni più profonde. I risultati ottenuti con l’esercizio di questa sua leadership sono tutti intorno a noi. Il presidente Reagan se ne va ora dalla scena politica lasciando gli Stati Uniti d’America più forti e più fiduciosi e un Occidente più unito che mai. Sono certa che il nuovo presidente, George Bush, un uomo di un’esperienza senza pari nell’arte del governo e negli affari internazionali, ne sarà un degno successore, capace di dare al mondo la leadership decisa che esso si attende da un presidente degli Stati Uniti. Per questo gli facciamo i nostri migliori auguri
(Traduzione di Marco Respinti)
©liberal-National Review 1988