Signor presidente, delegati, amici, concittadini americani, grazie mille per questo benvenuto. Avete dato a Nancy e a me così tanti bei ricordi, così tanto calore e affetto che non possiamo ringraziarvi abbastanza per averci onorato della vostra amicizia. Nel corso degli anni mi sono rivolto a questa Convention come privato cittadino, come governatore, come candidato presidente, come presidente, e ora, ancora una volta, come privato cittadino Ronald Reagan. Stasera è una serata molto speciale per me. Naturalmente alla mia età ogni serata è una serata molto speciale. Dopo tutto, sono nato nel 1911. In effetti, secondo gli esperti ho oltrepassato la mia aspettativa di vita di parecchi anni. Il che è fonte di grande fastidio per alcuni, specie per quelli del Partito democratico. Ma c’è una cosa notevole nell’essere nati nel 1911. Nel viaggio della mia vita attraverso queste otto decadi, ho visto la razza umana attraversare un periodo di tumulti e trionfi senza precedenti. Ho visto la nascita del comunismo e la morte del comunismo. Sono stato testimone della sanguinosa futilità di due guerre mondiali, della guerra di Corea, del Vietnam e del Golfo Perisco. Ho visto la Germania unita, divisa e di nuovo unita. Ho visto la televisione crescere e trasformarsi da curiosità da salotto nel più potente mezzo di comunicazione della storia. Da ragazzo ho visto le strade riempirsi di Ford T; da uomo ho incontrato uomini che hanno camminato sulla Luna. Non ho solo visto, ma ho vissuto le meraviglie di quello che gli storici chiamano il «secolo americano». Eppure stasera non è il momento di guardare indietro. Perché nonostante io tragga ispirazione dal passato, come la maggior parte degli americani, vivo per il futuro. Dunque stasera, solo per pochi minuti, spero che mi lascerete parlare di un Paese che è sempre giovane. C’era un tempo in cui gli imperi erano definiti dalla quantità di terre, da popoli soggiogati e dal potere militare. Ma gli Stati Uniti sono unici perché siamo un impero di ideali. Per duecento anni ci siamo distinti per la nostra fede negli ideali di democrazia, di libertà dell’uomo e del mercato e delle straordinarie potenzialità che risiedono in uomini e donne apparentemente normali. Crediamo che nessun potere dello Stato sia più formidabile della spinta creativa e imprenditoriale del popolo americano. Questi sono gli ideali che hanno inventato tecnologie rivoluzionarie e una cultura invidiata da tutti i popoli. Questo potente senso dell’energia ha reso l’America sinonimo di opportunità per il mondo intero. E dopo generazioni di battaglie, l’America è la forza morale che ha sconfitto il comunismo e tutti quelli che vorrebbero legare l’animo umano.
In pochi anni, noi americani abbiamo vissuto i più radicali cambiamenti di questo secolo; la caduta dell’Unione Sovietica e l’avanzata dell’economia globale. Nessuna transizione è senza problemi, ma per quanto scomodi possano sembrare al momento, i cambiamenti degli anni Novanta restituiranno un’America più dinamica e meno in pericolo di qualunque momento nel corso della mia vita. Un concittadino chiamato James Allen ha scritto una volta nel suo diario: «Molte persone di pensiero credono che l’America abbia vissuto i suoi giorni migliori». L’ha scritto il 26 luglio 1775. Ci sono sempre quelli che credono che l’America si stia indebolendo; che la nostra gloria fosse il breve riflesso di un momento chiamato Ventesimo secolo; che la nostra fosse un’illuminazione di grandezza troppo lucente e brillante per poter durare; che la finalità dell’America sia nel passato. Amici miei, io rifiuto completamente questa visione. Non è l’America che conosciamo. Dovevamo essere i protagonisti del nostro destino, non vittime del fato. Chi tra di noi scambierebbe il futuro dell’America per quello di qualunque altra nazione nel mondo? E chi può avere tanta poca fede nella nostra America da voler scambiare i nostri domani per i nostri ieri? Vi darò un suggerimento. Hanno messo su una bella produzione a New York qualche settimana fa. Potete anche chiamarla patinata. Era molto appropriatamente a un tiro di schioppo da Broadway. Hanno continuato a dirci che non sono più il partito che erano un tempo. Hanno continuato a dirci con la faccia seria che sono a favore dei valori della famiglia, di un’America forte, di uno Stato meno invasivo. E poi dicono che l’attore sono io. A sentirli parlare, non diresti mai che l’incubo dell’annientamento nucleare è stato tolto dal nostro sonno. Non diresti mai che il nostro livello di vita rimane il più alto del mondo. Non diresti mai che la nostra aria è più pulita di vent’anni fa. Non diresti mai che rimaniamo la nazione a cui il resto del mondo guarda come guida. Non è stato sempre così. Non dobbiamo dimenticare - anche se loro lo vorrebbero - l’America molto diversa che esisteva solo dodici anni fa; un’America con tassi d’interesse al 21% e tanti anni alle spalle di inflazione a due cifre; un’America in cui i pagamenti per i mutui raddoppiavano, gli stipendi crollavano e gli automobilisti facevano la fila per la benzina; un’America i cui leader ci dicevano che era colpa nostra; che il nostro sarebbe stato un futuro di scarsità e sacrificio; e che quello di cui c’era veramente bisogno era un’altra dose di controllo statale e tasse più alte. Non era tanto tempo fa quando il mondo era un posto molto più pericoloso. Era un mondo in cui l’aggressivo comunismo sovietico era in crescita e la forza americana in declino. Era un mondo in cui i nostri figli crescevano sotto la minaccia dell’olocausto nucleare. Era un mondo in cui i nostri leader ci dicevano che affrontare i nostri aggressori era pericoloso, che la forza e la determinazione dell’America erano in qualche modo un ostacolo alla pace.
Ma noi siamo rimasti integri e abbiamo dichiarato che il comunismo era destinato alle ceneri della storia. Non abbiamo mai sentito tanto scherno dai nostri amici progressisti. L’unica cosa che li faceva arrabbiare di più erano due semplici parole: «Impero del Male». Ma noi sapevamo allora quello che i leader democratici non riuscivano a capire: il cielo non sarebbe caduto se l’America avesse ripreso le sue forze e la sua determinazione. Il cielo non sarebbe caduto se un presidente americano avesse detto la verità. L’unica cosa che sarebbe caduta era il Muro di Berlino. Ho sentito i relatori dell’altra Convention dire che «noi abbiamo vinto la guerra fredda» - e non potevo che domandarmi, cosa intendono esattamente per «noi»? E come tocco finale, hanno anche cercato di far credere che condividono gli stessi valori fondamentali del nostro partito! Quello che proprio non capiscono è il principio così eloquentemente espresso da Abraham Lincon: «Non puoi rafforzare il debole indebolendo il forte. Non puoi aiutare chi riceve lo stipendio colpendo chi paga lo stipendio. Non puoi aiutare il povero distruggendo il ricco. Non puoi aiutare in modo duraturo gli uomini facendo per loro ciò che possono e devono fare per loro stessi». Se sentiremo mai i democratici citare questo passo di Lincoln e agire come dicono, allora, amici miei, sapremo che l’opposizione è davvero cambiata. Fino ad allora, mentre vediamo questo fumo retorico che si leva dai democratici, ebbene, signore e signori, seguirei l’esempio del loro candidato. Non inalate. Il ragazzo che hanno candidato sostiene di essere il nuovo Thomas Jefferson. Beh, lasciate che vi dica qualcosa. Conoscevo Thomas Jefferson. Era un mio amico. E governatore, lei non è Thomas Jefferson. Non dobbiamo mettere da parte i nostri attuali guai, ma dove loro vedono problemi, io vedo possibilità, grandi e differenti, come la stessa famiglia americana. Anche in questo momento, il resto del mondo è sbalordito dagli esperti e dalle dita puntate che ci indicano tanto in ribasso come nazione. Bene, l’ho detto prima e lo dirò ancora: i migliori giorni dell’America devono ancora venire. I nostri momenti di maggiore orgoglio devono ancora arrivare. I nostri risultati più gloriosi sono davanti a noi. L’America rimane quello che Emerson l’aveva definita 150 anni fa, «la nazione di domani». Che magnifica descrizione, e quanto è vera. Eppure il domani avrebbe potuto non arrivare mai se non avessimo avuto coraggio negli anni Ottanta di tracciare una strada di forza e onore.
Per tutte queste ragioni nessuno dovrebbe sottostimare l’importanza di questa campagna elettorale e cosa significherà il risultato. La posta è alta. La presidenza è una cosa seria. Non possiamo permetterci di fare una scommessa. Abbiamo bisogno di un uomo di seri propositi, esperienza senza pari, conoscenza e capacità. Un uomo che capisca lo Stato, che capisca il nostro Paese e che capisca il mondo. Un uomo che sia stato al tavolo con Gorbaciov e Eltsin. Un uomo i cui risultati come comandante in capo della più coraggiosa ed efficiente forza di combattimento della storia lascino il mondo in soggezione e il popolo del Kuwait libero da una tirannia straniera. Un uomo che abbia dedicato più di metà della sua vita a servire questo Paese. Un uomo di onestà, integrità e onore. E stasera vengo a dirvi che io - caldamente, sinceramente, completamente - sostengo la rielezione di George Bush a presidente degli Stati Uniti. Conosciamo il presidente Bush. Per sua stessa ammissione, è un uomo calmo, non un uomo di spettacolo. È un leader degno di fiducia, di alto livello, rispettato in tutto il mondo. È una mano ferma al timone attraverso le acque irrequiete degli anni Novanta, il che è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di George Bush! Sì, abbiamo bisogno di Bush. Abbiamo bisogno anche di un altro combattente, un uomo che è qui con noi stasera, qualcuno che si sia ripetutamente battuto per le sue più profonde convinzioni. Abbiamo bisogno del nostro vicepresidente, Dan Quayle. È vero: un sacco di democratici progressisti dicono che è il momento di cambiare; e hanno ragione; l’unico problema è che pensano al lato sbagliato di Pennsylvania Avenue. Quello che dovremmo cambiare è un Congresso a maggioranza democratica che spreca tempo prezioso su questioni partitiche che non hanno assolutamente alcuna rilevanza per le esigenze dell’americano medio. Dunque per tutti gli interessi radicati lungo il Potomac - i presidenti con il martelletto, gli staff traboccanti, i tassatori e i fabbricanti di regole congressuali - abbiamo uno slogan semplice per il novembre 1992: pulite la Camera! Perché vedete, miei cari repubblicani, il cambiamento siamo noi! Per cinquanta degli ultimi sessant’anni i democratici hanno avuto il controllo del Senato. E hanno avuto la Camera dei Rappresentanti per cinquantasei degli ultimi sessant’anni. È il momento di pulire la Camera. Fare pulizia dei privilegi e dei benefit. Fare pulizia dell’arroganza dei grandi ego. Fare pulizia degli scandali, delle scorciatoie e del trascinare i piedi. Che genere di lavoro pensate che abbiano fatto durante tutti questi anni in cui hanno gestito il Congresso? Sapete, ero solito dire ad alcuni di quei democratici che presiedono ogni commissione della Camera: «Dovete bilanciare il conto corrente dello Stato esattamente come bilanciate il vostro». Poi ho scoperto come gestiscono la banca della Camera e ho capito che era esattamente quello che facevano! Ora immaginate cosa sarebbe accaduto se avessero controllato anche il potere esecutivo!
Questa è la ventunesima elezione presidenziale nella mia vita, la sedicesima in cui voterò. Ciascuna di queste elezioni aveva il suo clima, i suoi titoli di un giorno che sono dimenticati il giorno dopo. Ci sono stati un po’ più di avvenimenti quest’anno rispetto ad altri, un po’ più di urla su chi è in salita e chi in discesa, mentre sceglievamo i nostri candidati. Ma ora siamo arrivati, come accade sempre, al momento della verità, il serio lavoro di scegliere un presidente. Ora è il momento di scegliere. Come dodici anni fa, e come abbiamo visto tante volte nella storia, la nostra nazione oggi è a un bivio. C’è un dubbio diffuso sulle nostre istituzioni pubbliche e una profonda preoccupazione, non solo per l’economia, per la rotta complessiva di questo grande Paese. Proprio come allora, il popolo americano chiede a gran voce il cambiamento e le riforme radicali. La domanda che ci siamo posti dodici anni fa è la stessa che ci poniamo oggi: quale genere di cambiamenti noi repubblicani possiamo offrire al popolo americano? Alcuni possono credere che le cose di cui abbiamo parlato stasera siano irrilevanti per la loro scelta. Questi nuovi isolazionisti sostengono che al popolo americano non interessa come o perché abbiamo vinto la grande battaglia di definizione della nostra era, la vittoria della libertà sui suoi avversari. Insistono che il nostro trionfo è una notizia di ieri, fa parte di un passato che non insegna lezioni per il futuro. Bene, niente potrebbe essere più tragico, dopo aver fatto tanta strada nel viaggio di rinnovamento che abbiamo iniziato dodici anni fa, di un’America che dimentica le lezioni di libertà individuale che essa stessa ha insegnato al mondo che le è grato. Emerson aveva ragione. Siamo la nazione di domani. La nostra rivoluzione non è finita a Yorktown. Più di due secoli dopo, l’America continua nel suo viaggio di scoperta, una terra che non è mai arrivata, ma che è sempre nel processo di arrivare. Ma dato che abbiamo guidato la crociata per la democrazia oltre i nostri confini, abbiamo un grande compito da svolgere a casa nostra. Oggi voglio appellarmi a voi perché rinvigoriate la democrazia nel vostro quartiere. Sia che proveniamo dalla povertà o dalla ricchezza, sia che siamo afro-americani o irlandesi-americani, cristiani o ebrei, da grandi città o piccoli centri, siamo tutti uguali davanti agli occhi di Dio. Ma come americani, questo non basta. Dobbiamo essere uguali davanti agli occhi di ciascun altro. Non possiamo più giudicare gli altri sulla base di quello che siamo, ma dobbiamo invece iniziare a scoprire chi siamo. In America le nostre origini importano meno dei nostri destini, ed è questo il senso della democrazia.
Dieci anni dopo che abbiamo incitato l’America a un nuovo inizio, stiamo ancora iniziando. Ogni giorno porta nuove sfide e opportunità da affrontare. A ogni alba ci ricordiamo che milioni di nostri concittadini devono ancora condividere l’abbondanza della prosperità americana. Molti deperiscono in quartieri pieni di droga e vuoti di speranza. Altri esitano ad avventurarsi sulle strade per paura della violenza criminale. Dobbiamo impegnarci a creare un nuovo inizio per loro. Dobbiamo applicare la nostra ingenuità e il nostro grande spirito a rivoluzionare l’istruzione in America, così che tutti tra noi abbiano gli strumenti mentali per costruirsi una vita migliore. E mentre lo facciamo, ricordiamoci che la più profonda istruzione inizia in casa. E dobbiamo indirizzare l’energia competitiva che ha costruito l’America nel ricostruire le nostre città, così che vengano creati veri posti di lavoro per quelli che ci vivono e che dalla disperazione possa nascere una vera speranza. Dobbiamo rinforzare il nostro sistema sanitario, così che gli americani di tutte le età possano sentirsi sicuri nel loro futuro senza paura della rovina finanziaria. E amici miei, una volta e per tutte, dobbiamo riprendere il controllo del deficit nazionale attraverso un emendamento per un bilancio bilanciato. E dobbiamo tutti rinnovare il nostro impegno. Rinnovare la nostra promessa di rendere il nostro Paese e il mondo un posto migliore per vivere, giorno per giorno, persona per persona. Allora quando le nazioni del mondo si rivolgono a noi e dicono, «America, sei il modello della libertà e della prosperità», possiamo voltarci verso di loro e dire «non avete visto ancora niente!». Per me stasera è l’ultimo capitolo di una storia che è iniziata un quarto di secolo fa, quando il popolo della California mi ha affidato la guida dei loro sogni. Miei cari concittadini - quelli in questa sala e quelli a casa - voglio che sappiate che ho sempre avuto il massimo rispetto per voi, per il vostro buon senso e intelligenza e per la vostra onestà. Ho sempre creduto in voi e in quello che potete fare per voi stessi e per gli altri. E qualunque cosa la storia potrà dire di me quando me ne sarò andato, spero che registrerà che ho fatto appello alle vostre migliori speranze, non alle vostre peggiori paure, alla vostra fiducia piuttosto che ai vostri dubbi. Il mio sogno è che tutti voi viaggerete lungo la strada davanti a voi con la luce della libertà a guidare i vostri passi e il braccio dell’opportunità a indicarvi la via. La mia più profonda speranza per ciascuno di voi - e specialmente per i giovani - è che amerete il vostro Paese, non per il suo potere o la sua ricchezza, ma per il suo altruismo e il suo idealismo. Possa ciascuno di voi avere il cuore di concepire, la testa di dirigere e la mano per eseguire i lavori che renderanno il mondo un po’ migliore per la vostra permanenza qui. Possiate tutti voi americani non dimenticare mai le vostre origini eroiche, non mancare mai di seguire la guida di Dio e non perdere mai il vostro naturale ottimismo, donato da Dio. E infine, miei cari americani, possa ogni alba essere un nuovo inizio per l’America e possa ogni sera portarci più vicini a quella città splendente sopra alla collina. Prima di andarmene, vorrei chiedere alla persona che ha reso il viaggio della mia vita così significativo, a una persona di cui sono stato tanto fiero nel corso degli anni, di raggiungermi. Nancy… Miei cari americani, da parte di noi due, addio, e possa Dio benedire ognuno di voi, e possa Dio benedire questo Paese che amiamo.
(Traduzione di Paolo Zanetto)