E' difficile visitare questa magnifica costruzione, così ricca di memoria e di simboli, senza ricordare il commento che Sir Winston Churchill fece quando ricevette le congratulazioni per la mole di ascoltatori radunata ad ascoltare un suo discorso. Qualunque altro politico sarebbe stato lusingato. Non Churchill. Non era un gran risultato un bagno di folla, disse. «Se ne sarebbero radunati il doppio e forse di più per un’impiccagione pubblica». Forse è così, ma sono profondamente grato a ciascuno di voi per il caldo benvenuto. Che onore per me venire a Fulton, che conserva il marchio indelebile del nome e dell’eloquenza di Churchill. Che privilegio essere presente qui per contribuire a inaugurare la scultura di Edwina Sandys, che celebra il trionfo dei principi di suo nonno. E che fonte di orgoglio è per me ricevere una laurea ad honorem da questo straordinario college, il cui illustre passato è eguagliato soltanto dalla promessa del futuro. Oggi noi gioiamo della caduta del Muro di Berlino, che è stato aperto e definitivamente abbattuto soltanto un anno fa. Ricordiamo uomini e donne coraggiose su entrambi i lati della cortina di ferro che hanno dedicato le loro vite, a volte sacrificandole, per far sì che noi potessimo abitare in un mondo senza barriere. E ricordiamo, con l’intensità che deriva dalle lotte comuni, il più grande inglese di tutti, un figlio della democrazia parlamentare che poteva vantare una madre americana e che quindi ha incarnato lui stesso l’unione dei popoli anglofoni. Chi, trovandosi presso questa magnifica chiesa del Dodicesimo secolo che ricorda la visita fatta del 1946 di Sir Winston, può dimenticare la sua indomita figura, con quell’espressione da bulldog e le dita a V sollevate in segno di vittoria? Essendo il più grande comunicatore del nostro tempo, Sir Winston arruolò la stessa lingua inglese nella battaglia contro Hitler e la sua dottrina carica d’odio. Quando i nazisti potevano prevalere, da Varsavia alle Channel Islands e dall’Egitto fino all’Oceano Artico, in un tempo in cui l’intera causa della libertà umana stava traballando e veniva messa in pericolo, egli lanciò la sua sfida con parole che risuoneranno nei secoli a venire. E quando le armi alla fine tacquero nella primavera del 1945, nessun uomo sulla terra aveva fatto di più per preservare la civiltà durante le ore della sua prova più ardua.
Verso la fine della seconda guerra mondiale, ma prima delle elezioni che tutti sapevano avrebbero seguito la vittoria alleata in Europa, il Times di Londra preparò un editoriale in cui si suggeriva che il primo ministro Churchill potesse correre come figura super partes, al di sopra dei diversi schieramenti parlamentari, e che egli avrebbe gradito ritirarsi subito dopo per rimanere tra gli allori e per bearsi del fulgore della vittoria di ieri. Il direttore informò Sir Winston di entrambe le considerazioni che intendeva fare. Churchill diede una pronta risposta. «Signor direttore», disse, «io combatto per la mia parte». E anche sul secondo punto : «Signor direttore, me ne andrò solo quando chiude il pub». Per un momento nell’estate del 1945 sembrò che il pub avesse chiuso davvero. Noi tutti sappiamo che la democrazia può essere un padrone volubile. È duro filosofeggiare il giorno dopo che le elezioni ti sono scivolate tra le dita. Clementine, cercando di pensare a qualcosa che potesse consolare suo marito, vide i risultati e concluse che sarebbe stato solo un bene mascherato da male. Il vecchio leone si girò verso la moglie e le disse: «Al momento sembra piuttosto ben mascherato». «Non ho rimpianti» disse Churchill a coloro che lo andarono a trovare dopo la sua sconfitta. «Ho lasciato la mia impronta nella storia». Ma Winston Churchill raramente sceglieva la via più semplice. Non avrebbe potuto trovare pace finché la tirannia avesse afflitto una qualunque parte del pianeta. Così quando Harry Truman lo invitò a parlare al Westminster College nella primavera del 1946, Churchill non si fece sfuggire l’occasione. Sperava che con un viaggio nell’America profonda avrebbe potuto conquistare il cuore dell’America. Lo avrebbe fatto con un discorso la cui eloquenza immortale sarebbe stata pari alla sua logica incontrastabile. Nel periodo esausto successivo alla seconda guerra mondiale, pochi erano preparati ad ascoltare gli ammonimenti di un nuovo pericolo. Ma Churchill era imperterrito. Già una volta la sua voce si era levata tra tutte contro il dogma suicida della pacificazione. Già una volta aveva suonato l’allarme contro le anime illuse che pensavano di poter continuare a nutrire il coccodrillo con briciole e pezzi del loro Paese per ritardare il momento di farsi mangiare. I suoi ammonimenti sono stati ignorati da un mondo più innamorato di una quiete evanescente che della sicurezza di lungo termine. Ma il tempo ha dimostrato quanto avesse tragicamente ragione.
La sua conferenza a Fulton fu uno scoppio nella notte, un Paul Revere che ci avvertiva che la tirannia era ancora in marcia. «Da Stettino nel Baltico fino a Trieste nell’Adriatico, una cortina di ferro è scesa sul continente», disse. Churchill intitolò il suo discorso «La forza della pace», ma le reazioni che provocò erano tutto fuorché pacifiche. I redattori dei giornali su entrambi i lati dell’Atlantico bollarono l’autore come guerrafondaio. Il leader dei laburisti chiese al primo ministro Attlee di ripudiare formalmente le osservazioni del suo predecessore. Da Mosca arrivò una raffica di retorica, che chiamava l’ex alleato di Stalin in tempo di guerra «falso e ipocrita» e sosteneva che avendo perso le elezioni nella sua madre patria aveva deciso di tentar la fortuna negli Stati Uniti. Harry Truman aveva capito di più. Gli abitanti del Missouri furono molto contenti della visita di Churchill e accolsero con favore ciò che il loro distinto ospite aveva da dire. E per quelli intrappolati dietro la cortina di ferro, spiati e ingannati dai loro governi corrotti, che negavano loro la libertà, il pane e la loro stessa fede in un potere più grande di quello dello Stato, per quelli Churchill non era un guerrafondaio e gli alleati occidentali non erano nemici. Per le vittime dell’oppressione comunista la cortina di ferro era diventata fin troppo concreta, trasformandosi in un Muro, circondato dal filo spinato e da cani e da guardie con l’ordine di sparare a vista a chiunque tentasse di fuggire via dal cosiddetto «paradiso dei lavoratori» della Germania dell’Est. Il nostro è un pianeta più pacifico grazie a uomini come Churchill e Truman e a tanti altri che hanno condiviso il loro sogno di un mondo in cui nessuno brandisse una spada e in cui nessuno trascinasse una catena. Questo è il loro monumento. Qui, su un pendio erboso tra la chiesa di Santa Maria Vergine e il Champ Auditorium, un uomo e una donna hanno attraversato il Muro e hanno demolito simbolicamente qualunque barriera fosse rimasta sulla strada della pace internazionale e della fratellanza delle nazioni. Dal discorso di un solo uomo era nata una nuova determinazione dell’Occidente. Non guerrafondaio, non bellicoso, non espansionista, ma fermo e convinto nel fronteggiare coloro i quali avrebbero voluto saccheggiare terre e fare prigioniera l’anima stessa. La strada verso un’Europa libera che iniziò qui a Fulton ha portato alla Dottrina Truman e al Piano Marshall, alla Nato e agli aiuti aerei a Berlino, attraverso nove presidenti americani e quarant’anni di attività militare.
Al tempo in cui entrai alla Casa Bianca, era stata lanciata una nuova sfida. Mosca aveva deciso di schierare missili a media gittata, come gli SS-20, che avrebbero minacciato ogni città dell’Europa occidentale. Quei missili non sono mai stati lanciati, ma sono stati fatti esplodere con dei palloni di prova in aria e la propaganda piovve dal cielo sugli Stati Uniti e sulla Repubblica federale tedesca, nel tentativo di prevenire la modernizzazione delle forze Nato sul suolo tedesco. Ma il governo di Bonn non ebbe paura. Nemmeno il resto dell’Europa indietreggiò. Nello stesso momento noi negli Stati Uniti annunciavamo l’intenzione di sviluppare l’Inziativa di Difesa Strategica, per avvicinare il giorno in cui l’incubo nucleare fosse finito per sempre e i sogni dei nostri bambini non sarebbero più stati guastati dallo spettro dell’annientamento istantaneo. Naturalmente, non tutti furono d’accordo con questo nuovo corso. Per anni, alcuni opinionisti avevano sostenuto che tutto sarebbe andato meglio nel mondo se solo gli Stati Uniti avessero mantenuto un basso profilo. Alcuni tra loro non volevano soltanto abbassare il nostro profilo, volevano anche abbassare la nostra bandiera. Io non ero d’accordo. Ritenevo che nel 1980 fosse giunto il momento di smetterla di scusarsi per i legittimi interessi nazionali americani e di iniziare a perseguirli. Non ero solo. Leader che credevano nei grandi principi come Helmut Kohl e Margaret Thatcher rafforzavano il nostro messaggio, chiarendo che l’Occidente non si sarebbe fatto ricattare e che l’unica cosa razionale da fare era tornare al tavolo delle trattative di Ginevra e lavorare su riduzioni di armi eque per entrambi i lati, reali e durature. Un nuovo leader dell’Unione Sovietica fece la sua comparsa, non legato al passato, desideroso di liberarsi dall’estremismo. Con l’ascesa al potere di Mikhail Gorbaciov finì l’odiosa oppressione. La glasnost introdusse delle aperture nella società più chiusa del mondo. La perestrojka fu per tutti la promessa di una vita migliore, da raggiungere tramite istituzioni democratiche e con l’economia di mercato. E si riuscì ad approvare un vero controllo delle armi, con un’intera classe di armi che veniva eliminata per la prima volta nell’era atomica. Nell’arco di pochi mesi l’impero sovietico iniziò a sciogliersi come i banchi di neve a maggio.
Il mese scorso la stessa Germania è stata riunificata, all’ombra della Porta di Brandeburgo e sotto l’ombrello democratico della Nato. Io ne sapevo qualcosa di quella zona. Nel giugno del 1987 ero stato nella libera città di Berlino Ovest e chiesi a Gorbaciov di abbattere il Muro. Stava ascoltando? Che ascoltasse o no, né lui né gli altri governanti dell’Europa dell’Est potevano ignorare i ben più potenti canti dei manifestanti nelle via di Leipzig e di Dresda e di dozzine di altre città tedesche. Nelle chiese e nelle scuole, nelle fattorie e nei campi, un unico popolo silente trovò la voce e grazie a questa iniziò un tormentone per tirare giù il Muro, quello reale e quello immaginario. Grazie a loro la geografia politica dell’Europa è stata riscritta. Il futuro è stato ridefinito, mentre veniva strappato il velo su un passato crudele e sanguinario. Proprio la settimana scorsa, migliaia di cittadini sovietici, molti dei quali mostravano fotografie dei parenti morti nei campi di lavoro staliniani, hanno marciato fino al quartier generale del Kgb a Mosca per inaugurare un monumento alle vittime della repressione staliniana. Un’anziana donna, chiamata Alla Krichevskaya, portava una foto di un giovane uomo con un colletto alto d’altri tempi. Piangeva in silenzio. «Questo era mio padre» diceva, «non l’ho mai conosciuto. Fu mandato al campo di lavoro di Sologetsky nel 1932, pochi mesi prima che io nascessi, e gli spararono nel 1937». Mentre inauguriamo questo memoriale, dobbiamo fermarci a riflettere sull’eroismo e sul sacrificio del padre di Alla e di molti altri, troppi, come lui. Cinquant’anni dopo che Winston Churchill guidò il suo popolo nella battaglia di Inghilterra, il mondo è un posto molto diverso. La Russia sovietica è uscita dall’oscurità per entrare nella famiglia delle nazioni. L’Europa centrale e quella orientale lottano per creare libertà e prosperità attraverso l’economia di mercato. Come sarebbe soddisfatto Sir Winston!
Lasciatemi concludere con un accenno particolare agli studenti del Westminster College, i costruttori dell’impero del Ventunesimo secolo. Prima di lasciare questo posto, non dimenticate perché ci siete venuti. Siete venuti al Westminster per esplorare la diversità delle idee e per sperimentare quella che chiamiamo civiltà. Voi qui scoprite che finché i libri rimangono aperti, le menti non potranno mai chiudersi. Voi qui sviluppate il senso di voi stessi, insieme alla concezione che il vostro ego non è mai sufficiente per una vita autentica e soddisfacente. Perché se è vero che costruiamo la nostra vita con quello che prendiamo, è anche vero che la costruiamo con quello che diamo. Purtroppo molti muri minacciano ancora le nostre famiglie e le nostre comunità. Più tardi il Fulton Optimist Club si incontrerà per decidere il vincitore del concorso per un saggio sul tema «Perché dovrei dire no alla droga?». Chiaramente il Fulton ha a cuore il suo futuro così come il suo passato. Ma soprattutto ha a cuore i ragazzi che rappresentano quel futuro. A Fulton, nel Missouri, così come a Londra a Berlino o a Los Angeles, il futuro è quello che noi vogliamo che sia. Sicuramente era irrazionale per un parlamentare di 65 anni, il cui consiglio veniva rifiutato finché l’emergenza non divenne evidente per tutti, credere che avrebbe potuto sconfiggere le forze armate più letali del mondo e schiacciare Hitler nel suo bunker di Berlino. Era irragionevole suggerire che una vecchia chiesa, totalmente rasa al suolo dal fuoco nemico, potesse venire ricostruita a cinquemila miglia di distanza come un monumento permanente all’uomo del secolo. Era irragionevole sperare che gli uomini e le donne oppresse dietro la cortina di ferro potessero un giorno attraversarla per giungere alla luce splendente della libertà. E che lo stesso Politburo venisse restituito alle persone nelle strade. Tutto questo era irragionevole. Ma è diventato vero. La mia più profonda speranza è che tutti voi sarete tanto irragionevoli da perseguire gli stessi obiettivi di Churchill: giustizia, opportunità e la volontà di abbattere i muri ovunque dividano la razza umana. Poco prima di morire Sir Winston ricevette una lettera da sua figlia Mary. «In aggiunta a tutti i sentimenti che una figlia prova per un padre tanto amorevole e generoso», scrisse, «ti devo ciò che ogni uomo, donna o bambino inglese ti devono: la libertà stessa». È questo che gli dobbiamo. Nell’inaugurare questa magnifica scultura, possiamo impegnarci a far giungere il prima possibile il giorno in cui tutti i figli di Dio potranno vivere in un mondo senza muri. Quello sarebbe il più grande impero di tutti. E ora, fatemi parlare direttamente con i giovani e gli studenti presenti qui. Mi domando se vi rendiate conto quanto raro, terribilmente raro, sia questo nostro Paese. Poco prima di lasciare la presidenza ho ricevuto la lettera di un uomo. Non so per quale motivo abbia deciso di scrivermi, ma sono contento che l’abbia fatto. Mi ha scritto che uno può andare a vivere in Francia, ma non è possibile diventare francese. Che si può andare a vivere in Germania o in Italia ma non si può diventare italiani o tedeschi. È stato in Turchia, in Grecia, in Giappone, ma dice che chiunque, da qualsiasi angolo della terra, può venire a vivere negli Stati Uniti e diventare americano. Qualcuno potrà chiamarlo misticismo se vorrà, ma non posso non sentire che c’è una sorta di piano divino che ha voluto che questo continente fosse qui, tra i due oceani per essere trovato dalla gente di ogni angolo della terra. Persone che avevano un’oncia in più di desiderio di libertà e un’oncia in più di coraggio per partire e guidare le loro famiglie, i loro parenti, i loro amici, le loro nazioni e venire qui a costruire questo Paese. La verità è che se noi prendessimo questa folla e potessimo capire esattamente le loro origini, l’eredità di ogni famiglia qui rappresentata, probabilmente avremmo come risultato i nomi di tutti i Paesi della terra, ogni angolo di mondo e ogni razza. Questo è il luogo sulla terra dove abbiamo la fratellanza tra gli uomini. E forse se continueremo con fierezza, questa fratellanza tra gli uomini fatta dai rappresentanti di ogni popolo sulla terra, forse un giorno i confini su tutta la terrà spariranno mentre i popoli attraverseranno quei confini per capire che, sì, c’è fratellanza in ogni angolo del mondo. Grazie a tutti e Dio vi benedica.
(Traduzione di Massimo Monti)