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Gennaio 1989/Ciao, marinaio della libertà

LIBERAL BIMESTRALE
Liberal n. 25 - Agosto-Settembre 2004

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Questa è la trentaquattresima e ultima volta che vi parlo dallo Studio ovale. Siamo stati insieme per otto anni e presto per me sarà il momento di andare. Ma prima di farlo, volevo condividere con voi alcuni pensieri, alcuni dei quali ho messo da parte da lungo tempo. È stato l’onore della mia vita essere il vostro presidente. Così tanti di voi hanno scritto nelle scorse settimane per dire grazie, ma io potrei dire lo stesso a voi. Nancy e io siamo grati per l’opportunità che ci avete dato di servirvi. Una delle caratteristiche della presidenza è che sei sempre in qualche modo isolato. Passi tanto tempo andando troppo veloce in una macchina che qualcun altro sta guidando, vedendo la gente attraverso i vetri sfumati: i genitori che alzano un bambino e il saluto che hai visto troppo tardi e che non riesci a ricambiare. E così tante volte avrei voluto fermarmi e uscire da dietro il vetro, stabilire un collegamento. Beh, forse stasera posso fare un po’ di tutto questo. La gente chiede come mi sento ad andarmene. Il fatto è che «partire è un dolore così dolce». La parte dolce è la California, e il ranch, e la libertà. Il dolore, gli addii, certo, e lasciare questo magnifico posto. Sapete, oltre il corridoio, su per le scale di questo ufficio c’è la parte della Casa Bianca dove vivono il presidente e la sua famiglia. Là sopra ci sono le mie finestre preferite, quelle davanti a cui mi piace stare e guardare fuori al mattino presto. La vista si stende sopra i campi del Washington Monument, e poi il Mall e il Jefferson Memorial. Ma nelle mattine in cui l’umidità è poca, si può vedere oltre il Jefferson fino al fiume, il Potomac, e la sponda della Virginia. Qualcuno ha detto che è la vista che aveva Lincoln quando vide il fumo salire nella battaglia del Bull Run. Io vedo cose più prosaiche: l’erba sulle rive, il traffico del mattino quando la gente è in strada per andare al lavoro, ogni tanto una barca sul fiume.
Ho pensato parecchio davanti a quella finestra. Ho riflettuto su cosa gli ultimi otto anni hanno significato e significano. E l’immagine che mi viene in mente come un ritornello è nautica, una piccola storia riguardo a una grande nave, un rifugiato e un marinaio. Erano i primi anni Ottanta e un marinaio lavorava duramente sulla portaerei Midway, che stava pattugliando il mare cinese meridionale. Il marinaio, come gran parte delle truppe americane, era giovane, intelligente e ferocemente perspicace. L’equipaggio aveva notato all’orizzonte una piccola barca in avaria. E stivati dentro c’erano dei rifugiati provenienti dall’Indocina, che speravano di raggiungere l’America. La Midway spedì una piccola lancia per portarli alla nave e alla salvezza. Appena i rifugiati riuscirono ad avvicinarsi nel mare mosso, uno notò il marinaio sul ponte e si alzò, richiamando la sua attenzione. Gridò: «Ciao, marinaio americano. Ciao, uomo della libertà». Un piccolo momento con un grande significato, un momento che il marinaio, come scrisse in una lettera, non riusciva a togliersi dalla testa. E, da quando lo venni a sapere, nemmeno io. Perché era questo che significava essere un americano negli anni Ottanta. Abbiamo lottato, ancora, per la libertà. So che lo abbiamo sempre fatto, ma negli ultimi anni il mondo - e in un certo senso, noi stessi - lo ha riscoperto. È stato un bel viaggio questo decennio e abbiamo tenuto duro insieme attraverso alcuni mari in tempesta. E alla fine, insieme, stiamo raggiungendo la nostra destinazione. Il fatto è che, da Grenada ai summit di Washington e Mosca, dalla recessione dell’81 e dell’82, all’espansione che iniziò nel tardo ’82 e continua fino a oggi, noi abbiamo fatto la differenza. Per come la vedo io, ci sono stati due grandi trionfi, due cose di cui sono più fiero. Una è la ripresa economica, in cui il popolo americano ha creato - e occupato - 19 milioni di nuovi posti di lavoro. L’altra è la ripresa della nostra morale. L’America è di nuovo rispettata nel mondo e osservata come guida.
Qualcosa che mi è accaduto qualche anno fa riflette in parte tutto questo. Era ancora il 1981, e stavo intervenendo nel mio primo grande summit economico che si teneva quell’anno in Canada. Il luogo dell’incontro ruota fra i Paesi membri. L’incontro di apertura era una cena formale dei capi di governo delle sette nazioni industrializzate. Io sedevo come un nuovo bambino a scuola e ascoltavo, ed era tutto un François questo e un Helmut quello. Snocciolavano titoli e parlavano fra loro chiamandosi per nome. A un certo punto mi sono come piegato in avanti e ho detto: «Io mi chiamo Ron». Quello stesso anno abbiamo iniziato le azioni che sentivamo avrebbero acceso una ripresa economica: tagli alle tasse e deregulation, inizio di tagli alle spese. E presto la ripresa è iniziata. Due anni dopo, un altro summit economico con più o meno la stessa gente. Al grande incontro di apertura, ci hanno messo tutti insieme e all’improvviso, solo per un momento, ho visto che tutti erano seduti immobili e stavano guardando me. E poi uno di loro ha rotto il silenzio: «Ci parli del miracolo americano», ha detto. Ancora nel 1980, quando ero candidato alla presidenza, era tutto molto diverso. Qualche esperto ha detto che i nostri programmi avrebbero avuto risultati catastrofici. Le nostre posizioni sugli affari esteri avrebbero causato guerre. I nostri piani per l’economia avrebbero portato l’inflazione a scoppiare e causato un collasso economico. Ricordo anche un economista molto rispettato che ha detto, nel 1982, che «i motori della crescita economica sono stati spenti qui, e probabilmente lo rimarranno per gli anni a venire». Bene, lui e gli altri uomini d’opinione avevano torto. Il fatto è che quello che loro chiamano «radicale» è stato davvero «giusto». Quello che hanno definito «pericoloso» era solo «assolutamente necessario».
Durante tutto quel periodo ho guadagnato un soprannome, «il grande comunicatore». Ma non ho mai pensato che fossero il mio stile o le parole che usavo a fare la differenza: era il contenuto. Non ero un grande comunicatore, ma comunicavo grandi cose, e non sono fiorite dalla mia mente, venivano dal cuore di una grande nazione, dalla nostra esperienza, dalla nostra saggezza e dalla nostra fede nei principi che ci hanno guidato per due secoli. L’hanno chiamata la rivoluzione Reagan. Beh, lo accetto, ma a me è sempre sembrata più come una grande riscoperta, una riscoperta dei nostri valori e del nostro buon senso. Il buon senso ci diceva che quando metti una grossa tassa su qualcosa, la gente ne produrrà meno. Così abbiamo tagliato il livello delle tasse e la gente ha prodotto più che mai. L’economia è fiorita come una pianta che è stata potata e che può ora crescere più in fretta e più forte. Il nostro programma economico ha portato probabilmente la più grande espansione pacifica della nostra storia: il reddito reale delle famiglie è cresciuto, il tasso di povertà diminuito, l’imprenditorialità scoppia, e un’esplosione nella ricerca e nelle nuove tecnologie. Stiamo esportando più che mai perché l’industria americana è diventata più competitiva e, allo stesso tempo, ci siamo appellati alla volontà nazionale per abbattere i muri protezionisti all’estero, invece che erigerli in casa nostra. Il buon senso ci ha detto anche di preservare la pace, di ritornare forti dopo anni di debolezza e confusione. Così abbiamo ricostruito le nostre difese e in questo nuovo anno abbiamo brindato alla nuova pace nel mondo. Non solo le superpotenze hanno effettivamente iniziato a ridurre i propri depositi di armi nucleari - e la speranza di ulteriori progressi è forte - ma i conflitti regionali che circondano il mondo stanno iniziando a cessare. Il Golfo Persico non è più una zona di guerra. I sovietici stanno lasciando l’Afghanistan. I vietnamiti si stanno preparando a uscire dalla Cambogia e un accordo mediato dagli Stati Uniti farà tornare presto a casa cinquantamila truppe cubane dall’Angola.
L’insegnamento di tutto questo è stato, ovviamente, che poiché siamo una grande nazione, le nostre sfide sembrano complesse. Sarà sempre così. Ma finché ricordiamo i nostri principi fondamentali e crediamo in noi stessi, il futuro sarà sempre nostro. E abbiamo imparato qualcos’altro: una volta che inizia un grande movimento, non c’è modo di dire dove finirà. Volevamo cambiare una nazione e invece abbiamo cambiato il mondo. I Paesi del globo stanno convertendosi al libero mercato e alla libertà di parola e stanno allontanandosi dalle ideologie del passato. Per loro la grande riscoperta degli anni Ottanta è stata che, in ritardo, governare secondo una morale significa governare in modo efficiente. La democrazia, lo strumento profondamente giusto, è anche lo strumento profondamente produttivo. Quando arrivi al punto di celebrare il tuo trentanovesimo compleanno a volte puoi sederti, rivedere la tua vita e vederla scorrere davanti a te. Per me c’era una biforcazione nel fiume ed era proprio nel mezzo della mia vita. Non ho mai pensato di entrare in politica. Non era mia intenzione quando ero giovane. Ma sono stato educato a credere che devi pagare a tuo modo per le benedizioni che ti sono state concesse. Ero felice con la mia carriera nel mondo dello spettacolo, ma alla fine sono entrato in politica, perché volevo proteggere qualcosa di prezioso. La nostra è stata la prima rivoluzione nella storia del genere umano che ha davvero cambiato il significato dello Stato, e con tre piccole parole: «Noi, il popolo». «Noi, il popolo» dice allo Stato cosa fare; non lo dice a noi. «Noi, il popolo» è il pilota; lo Stato è la macchina. E decidiamo dove bisogna andare, e con quale strada, e quanto veloce. Quasi tutte le Costituzioni del mondo sono documenti in cui gli Stati dicono alla gente quali sono i suoi privilegi. La nostra Costituzione è un documento in cui «Noi, il popolo» dice allo Stato ciò che gli è concesso fare. «Noi, il popolo» siamo liberi. Questo credo è stata la base fondamentale per tutto ciò che ho tentato di fare in questi otto anni.
Ma ancora nel 1960, quando ho cominciato, mi sembrava che avessimo iniziato a invertire l’ordine delle cose, che con nuove leggi e regole e tasse che confiscano, lo Stato stesse impadronendosi sempre più del nostro denaro, delle nostre opportunità e della nostra libertà. Sono entrato in politica in parte per alzare la mia mano e dire «basta». Ero un cittadino-politico e sembrava la cosa giusta da fare per un cittadino. Penso che abbiamo fermato molto di quello che dovevamo fermare. E spero che abbiamo ricordato alla gente ancora una volta che l’uomo non è libero finché lo Stato non è limitato. C’è un chiaro collegamento causa ed effetto in tutto questo, netto e prevedibile come una legge fisica: quando lo Stato si espande, la libertà si contrae. Niente è meno libero del puro comunismo, eppure abbiamo, negli scorsi anni, creato una nuova soddisfacente vicinanza con l’Unione Sovietica. Mi è stato chiesto se non sia un azzardo, e la mia risposta è no, perché non stiamo basando le nostre azioni sulle parole ma sui fatti. La relazione negli anni Settanta era basata non sulle azioni ma sulle promesse. Avevano promesso di trattare il loro popolo e i popoli del mondo meglio. Ma i gulag erano sempre i gulag e lo Stato continuava a espandersi finanziando guerre in Africa, Asia e America Latina. Ora è diverso. Il presidente Gorbaciov ha attuato alcune riforme democratiche interne e ha iniziato il ritiro dall’Afghanistan. Ha anche liberato i prigionieri di cui gli ho dato i nomi ogni volta che ci siamo incontrati. Ma la vita ha un modo di ricordarti le grandi cose attraverso piccoli episodi. Una volta, durante i vorticosi giorni del summit di Mosca, Nancy e io abbiamo deciso di fare una pausa senza entourage e di visitare una sera i negozi della via Arbat, una piccola strada proprio nell’area principale di Mosca. Anche se la nostra visita era una sorpresa, ogni russo là ci ha immediatamente riconosciuti e chiamava i nostri nomi e voleva stringerci le mani. Eravamo quasi schiacciati dal calore. Ma in pochi secondi, un distaccamento del Kgb si è fatto avanti e ha iniziato a spingere via le persone nella folla. È stato un momento importante. Mi ha ricordato che mentre un uomo su una strada di Mosca desidera la pace, lo Stato è pur sempre comunista. E quelli che lo fanno funzionare sono comunisti e ciò significa che noi e loro vediamo temi come la libertà e i diritti umani in modo molto differente.
Dobbiamo tenere alta la guardia, ma dobbiamo anche continuare a lavorare insieme per smorzare ed eliminare la tensione e la sfiducia. La mia opinione è che il presidente Gorbaciov è diverso dai precedenti leader sovietici. Credo che riconosca alcune delle cose sbagliate nella sua società e che stia cercando di sistemarle. Gli auguriamo ogni bene. E continueremo a lavorare per essere sicuri che l’Unione Sovietica che alla fine emergerà da questo processo sia meno minacciosa. Il succo di tutto questo è: voglio che la nuova vicinanza continui. E ciò accadrà, se rendiamo chiaro che noi continueremo ad agire in un certo modo finché loro continuano ad agire in modo corretto. Se e quando non fosse così, anzitutto si alzano i pugni. Se persistono, stacchiamo la spina. È sempre una fiducia da verificare. È sempre un gioco, ma è meglio tagliare le carte. È sempre un controllare da vicino. E non bisogna essere spaventati di vedere ciò che si vede.
Mi è stato chiesto se ho qualche rammarico. Beh, sì. Uno è il deficit. Ne ho parlato in passato come di un grande tema, ma questa serata non è per le spiegazioni, frenerò la lingua. Ma permettetemi un’osservazione: ho avuto la mia quantità di vittorie al Congresso, ma quello che poca gente ha notato è che non ho mai vinto niente che voi non abbiate vinto per me. Il popolo americano non ha mai visto le mie truppe, non ha mai visto i reggimenti di Reagan. Voi avete vinto ogni battaglia con ogni chiamata che avete fatto e ogni lettera che avete scritto chiedendo azione. C’è ancora bisogno di azione. Se vogliamo finire il lavoro, i reggimenti di Reagan devono diventare le brigate di Bush. Presto sarà lui il capo e avrà bisogno di voi ogni momento, proprio come me. Infine, c’è una grande tradizione di avvertimenti negli addii presidenziali, e io ne ho uno che ho in mente da parecchio. Ma stranamente inizia con una delle cose degli scorsi otto anni di cui sono più fiero: la resurrezione di un orgoglio nazionale che io chiamo il nuovo patriottismo. Questo sentimento nazionale è positivo, ma non conterà per molto e non durerà a meno che non sia fondato su meditazione e conoscenza. Un patriottismo informato è ciò che vogliamo. E noi stiamo facendo un lavoro abbastanza buono nell’insegnare ai nostri figli che cos’è l’America e cosa rappresenta nella storia del mondo? Quelli di noi che hanno più di 35 anni sono cresciuti in un’America diversa. Ci è stato insegnato, molto direttamente, cosa significa essere americani. E abbiamo assorbito, quasi nell’aria, l’amore per il Paese e l’apprezzamento per le sue istituzioni. Se non avevi avuto queste cose dalla tua famiglia le avevi avute dai tuoi vicini, dall’uomo per strada che aveva combattuto in Corea o dalla famiglia che ha perso qualcuno ad Anzio. Oppure potevi apprendere il senso del patriottismo a scuola. E se tutto il resto falliva, potevi apprendere il senso del patriottismo dalla cultura popolare. I film celebravano i valori democratici e implicitamente rinforzavano l’idea che l’America era speciale. Anche la tv lo faceva, a metà degli anni Sessanta. Ma ora stiamo per entrare negli anni Novanta e qualcosa è cambiato. Genitori più giovani non sono sicuri che un univoco apprezzamento dell’America sia la cosa giusta da insegnare ai figli moderni. E come per quelli che creano la cultura popolare, un patriottismo ben piantato per terra non è più il giusto stile. Il nostro spirito è tornato, ma non lo abbiamo istituzionalizzato. Dobbiamo fare un lavoro migliore nel far capire che l’America è libertà - libertà di parola, libertà di religione, libertà di impresa. E la libertà è speciale e rara. È fragile: ha bisogno di protezione.
Così, dobbiamo insegnare la storia basata non su ciò che è di moda, ma su ciò che è importante: perché i pellegrini sono venuti qui, chi era Jimmy Dolittle e cos’hanno significato quei trenta secondi sopra Tokyo. Sapete, quattro anni fa, nel quarantesimo anniversario del D-day, ho letto una lettera di una giovane donna che scriveva al suo vecchio padre, che aveva combattuto a Omaha Beach. Il suo nome era Lisa Zanatta Henn e ha detto: «Ci ricorderemo sempre, non ci dimenticheremo mai cos’hanno fatto i ragazzi della Normandia». Aiutiamola a mantenere la sua parola. Se dimentichiamo ciò che abbiamo fatto, non sappiamo più chi siamo. Sto mettendo in guardia dallo sradicamento della memoria americana che potrebbe portare, in ultimo, all’erosione dello spirito americano. Iniziamo con alcune cose principali: più attenzione alla storia americana e più enfasi nel rituale civico. E lasciatemi offrire la lezione numero uno riguardo all’America. Tutti i grandi cambiamenti in America iniziano al tavolo della cena. Così spero che domani sera, in cucina, inizino i discorsi. E bambini, se i vostri genitori non vi hanno insegnato cosa significa essere americani, diteglielo e obbligateli a farlo. Farlo sarebbe un gesto molto americano. E questo è tutto ciò che ho da dire stasera, tranne che per una cosa. Negli ultimi giorni, affacciato alla finestra del piano di sopra, ho pensato un po’ alla «città che splende sopra alla collina». La frase è di John Winthrop, che l’ha scritta per descrivere l’America che immaginava. Quello che immaginava era importante perché era uno dei primi pellegrini, uno dei primi uomini di libertà. Ha viaggiato fino a qui con quella che oggi chiameremmo una barca di legno; e come gli altri pellegrini, stava cercando una terra che fosse libera. Ho parlato della città che splende per tutta la mia vita politica, ma non so se ho mai davvero comunicato quello che vedevo mentre lo dicevo. Nella mia mente era una città alta, fiera, costruita su rocce più forti degli oceani, battuta dai venti, benedetta da Dio e colma di persone di tutti i tipi, che vivono in armonia e in pace. Una città con porti aperti che vivevano del commercio e della creatività. E se dovevano esserci delle mura, le mura avevano porte e le porte erano aperte a chiunque avesse la volontà e il cuore di entrarci. Ecco come la vedevo e come la vedo tuttora. E come sta la città in questa sera d’inverno? Più fiorente, più sicura e più felice di quanto fosse otto anni fa. Ma ancora di più: dopo duecento anni, due secoli, lei è ancora lì, forte e viva sul solido granito e il suo bagliore è rimasto intatto, non importa dopo quali tempeste. Ed è ancora un faro, ancora un magnete per tutti quelli che cercano libertà, per tutti i pellegrini di tutti i posti sperduti, che combattono nell’oscurità per arrivare a casa. Abbiamo fatto la nostra parte. E prima di incamminarmi per le vie della città, un’ultima parola agli uomini e alle donne della rivoluzione Reagan, gli uomini e le donne in tutta l’America che per otto anni hanno svolto il lavoro che ha fatto rinascere l’America. Amici: ce l’abbiamo fatta. Non abbiamo solo fatto passare il tempo. Noi abbiamo fatto la differenza. Abbiamo reso la città più forte, abbiamo reso la città più libera e l’abbiamo lasciata in buone mani. Tutto sommato, non male, non male davvero. E così, addio, Dio vi benedica e Dio benedica gli Stati Uniti d’America.

(Traduzione di Paolo Zanetto)
 

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