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Giugno 1987/Mr. Gorbaciov, open this gate!

LIBERAL BIMESTRALE
Liberal n. 25 - Agosto-Settembre 2004

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Cancelliere Kohl, Sindaco Diepgen, signore, signori. Ventidue anni fa il presidente John F. Kennedy venne in visita a Berlino e parlò ai berlinesi e a tutti i popoli del mondo alla City Hall. Ebbene, da allora altri due presidenti durante il loro mandato sono venuti a Berlino. Io stesso compio oggi la mia seconda visita nella vostra città. Noi veniamo a Berlino, noi presidenti americani, perché è un nostro dovere, in questo luogo, parlare di libertà. Ma devo confessarvi che siamo attratti anche da altre cose: dalla sensibilità della storia che si respira in tutta la città, più antica di cinquecento anni rispetto alla nostra nazione; dalla bellezza del Grunewald e del Tiergarten; ma soprattutto dal vostro coraggio e dalla vostra determinazione. Forse il compositore Paul Lincke capì qualcosa dei presidenti americani. Vedete, io sono qui oggi, come altri presidenti prima di me, perché ovunque io vada, qualsiasi cosa faccia: Ich hab noch einen koffer in Berlin («Ho ancora una valigia a Berlino»). Il nostro incontro di oggi viene trasmesso in diretta in Europa occidentale e nel Nord America. Ma so benissimo che ci vedono e che ci ascoltano anche nell’Est. A tutti coloro che ci stanno ascoltando nell’Est porgo i più caldi saluti e tutta la benevolenza del popolo americano. Una parola in particolare per chi ci sente a Berlino Est: nonostante io non possa essere con voi, rivolgo a voi le mie parole proprio come alle persone che stanno qui davanti a me. Perché mi unisco a voi come mi unisco ai vostri fratelli dell’Ovest in questa incrollabile, inalterabile convinzione: Es gibt nur ein Berlin («Esiste una sola Berlino»). Alle mie spalle c’è un Muro che circonda i settori liberi di questa città, parti di un vasto sistema di barriere che divide l’intero continente europeo. Dal Baltico giù verso Sud, queste barriere tagliano la Germania con uno sfregio di filo spinato, di cemento armato, di cani e di guardie alle torri. Più a Sud può non esserci un muro visibile, un muro ovvio. Ma rimangono le guardie armate e tutti i checkpoint, gli stessi; ancora una restrizione al diritto a viaggiare, ancora uno strumento per imporre a uomini e donne il volere di uno Stato totalitario. Ma è qui a Berlino che il Muro appare in modo evidente; una ferita nella città; qui, dove le foto dei giornali e gli schermi dei televisori portano l’impronta, indelebile nella mente di tutto il mondo, di questa brutale divisione di un continente. Davanti alla Porta di Brandeburgo ogni uomo è un tedesco separato da suo fratello. Ogni uomo è un berlinese costretto a guardare attraverso uno sfregio.
Il presidente Von Weizsacker ha detto: «La questione tedesca rimarrà aperta finché la Porta di Brandeburgo rimarrà chiusa». Oggi io dico: finché questa Porta rimarrà chiusa, finché si permetterà alla cicatrice del Muro di rimanere in piedi, non è soltanto la questione tedesca a rimanere aperta, ma la questione della libertà di tutta l’umanità. Ma io non sono qui per compiangere. Perché ho trovato a Berlino, anche all’ombra di questo Muro, un messaggio di speranza, un messaggio di vittoria. Nella primavera del 1945 il popolo di Berlino venne fuori dai rifugi antiaerei e trovò la devastazione, e il popolo americano venne in suo aiuto. E nel 1947 il segretario di Stato Gorge Marshall, come avete già ricordato, annunciò a tutti la creazione di ciò che sarebbe diventato noto come il Piano Marshall. Parlando esattamente quarant’anni fa, in questo stesso mese, disse: «La nostra politica non è diretta contro alcun Paese o dottrina, ma contro la fame, contro la povertà, contro la disperazione e contro il caos». Poco fa al Reichstag ho visto una mostra in cui si commemoravano i quarant’anni del Piano Marshall. Mi ha colpito l’insegna incisa a fuoco su una struttura sventrata che è stata ricostruita. Capisco che i berlinesi della mia generazione vedendola, possano ricordare che quell’insegna delimitava il settore Ovest della città. L’insegna recita semplicemente: «Il Piano Marshall sta aiutando a rafforzare il mondo libero». Un forte, libero mondo nell’Ovest: quel sogno è diventato realtà. Il Giappone è risorto dalle rovine diventando un gigante economico. L’Italia, la Francia, il Belgio, tutte le nazioni dell’Europa occidentale hanno conosciuto una rinascita politica ed economica. È stata fondata la Comunità europea. Nella Germania dell’Ovest e qui a Berlino ha avuto luogo un miracolo economico, il Wirtschaftswunder. Adenauer, Erhard, Reuter e altri leader politici hanno capito l’importanza pratica della libertà. Così come la verità può fiorire solo quando ai giornalisti è concessa la libertà di parola, così c’è prosperità solo quando i contadini e gli imprenditori godono della libertà economica. I governanti tedeschi hanno ridotto le imposte, hanno fatto crescere il libero commercio, hanno abbassato le tasse. Solo dal 1950 al 1960 lo standard di vita nella Germania dell’Ovest e a Berlino si è duplicato. Dove quarant’anni fa c’erano solo rovine, oggi a Berlino Ovest sorge la più imponente produzione industriale di ogni città in Germania. Edifici occupati da uffici, splendide case e appartamenti, viali rigogliosi e un’enorme estensione di prati e parchi. Lì dove la cultura di una città sembrava ormai distrutta, oggi sorgono due grandi università, orchestre e un’Opera, innumerevoli teatri e musei. Dove c’era il bisogno, oggi regna l’abbondanza: cibo, vestiti, automobili, i fantastici beni del Ku’damm. Dalla devastazione, dalla totale rovina, voi Berlinesi avete, nella libertà, ricostruito una città che ancora una volta rientra nel novero delle più grandi del pianeta.
I sovietici possono avere avuto altri piani. Però, amici, ci sono alcune cose su cui i sovietici non possono contare: Berliner herz, Berliner humor, j a, und Berliner schnauze I«il cuore dei berlinesi, l’umore dei berlinesi e, sì, il grugno berlinese»). Nel 1950 Chrusciov aveva preannunciato: «Vi distruggeremo». Ma in Occidente oggi, noi vediamo un mondo libero che ha raggiunto un livello di prosperità e di benessere senza precedenti in tutta la storia dell’uomo. Nel mondo comunista vediamo il fallimento, l’arretratezza tecnologica, il declino degli standard sanitari e ancora il bisogno dei beni di prima necessità: troppo poco cibo. Ancora oggi l’Unione Sovietica non riesce a foraggiarsi autonomamente. A distanza di quarant’anni quindi, è sotto gli occhi di tutto il mondo una grande e inevitabile conclusione: la libertà conduce alla prosperità. La libertà trasforma l’antica inimicizia tra le nazioni in rispetto reciproco e pace. La libertà è la vittoria. E ora gli stessi sovietici possono, limitatamente, iniziare a capire l’importanza della libertà. Abbiamo sentito molte voci da Mosca circa una nuova politica di riforme e di apertura. Alcuni prigionieri politici sono stati rilasciati. Alcune televisioni straniere non vengono più ostacolate. Alcune imprese hanno il permesso di operare con maggiore libertà dal controllo statale. Sono questi gli inizi di profondi cambiamenti nello Stato sovietico? O sono gesti simbolici utili solo a far sorgere false speranze in Occidente, o a rafforzare il sistema sovietico senza cambiarlo veramente? Noi diamo il benvenuto ai cambiamenti e alle aperture; perché noi crediamo che la libertà e la sicurezza procedano di pari passo, crediamo che soltanto l’aumento della libertà umana possa rafforzare la causa della pace mondiale. C’è però un unico passo che i sovietici possono fare e che sarebbe inequivocabile, un passo che potrebbe promuovere platealmente la causa della libertà e della pace. Segretario Gorbaciov, se lei persegue la pace, se lei persegue la prosperità dell’Unione Sovietica e di tutta l’Europa dell’Est, se lei persegue la liberalizzazione: venga a questa Porta! Gorbaciov, apra questa Porta! Gorbaciov, abbatta questo Muro!
Io comprendo la paura della guerra e la sofferenza che affligge questo continente diviso. Ma io vi garantisco gli sforzi del mio Paese per aiutarvi a superare queste difficoltà. Per essere sicuri, noi occidentali dobbiamo resistere all’espansione sovietica. Così dobbiamo garantire che le nostre difese siano una forza inattaccabile. Noi cerchiamo la pace; per questo dobbiamo sforzarci di ridurre gli armamenti su entrambi i lati. A partire da dieci anni fa i sovietici hanno sfidato l’alleanza atlantica con una nuova grave minaccia, centinaia di nuovi e letali missili nucleari SS-20, capaci di radere al suolo ogni capitale d’Europa. L’alleanza atlantica ha risposto impegnandosi in un massiccio schieramento di forze finché i sovietici non fossero stati d’accordo a trovare una soluzione migliore; vale a dire la rinuncia bilaterale agli armamenti. Per molti mesi i sovietici rifiutarono di trattare sinceramente. Mentre gli alleati, di contro, si preparavano ad andare avanti con il loro schieramento di forze, ci furono giorni difficili, giorni di protesta come quella del 1982 durante la mia prima visita in questa città; e i sovietici in seguito abbandonarono il tavolo delle trattative. Ma nonostante ciò, l’alleanza tenne duro. E io invitai chi protestò allora, così come invito chi protesta ora, a riconoscere questo fatto: proprio perché siamo stati irremovibili, i sovietici sono tornati al tavolo delle trattative. Proprio perché siamo stati forti, oggi abbiamo la concreta possibilità, non solo di limitare il proliferare degli armamenti, ma di eliminare, per la prima volta, un’intera classe di armi nucleari dalla faccia della terra. Mentre io sto parlando, i ministri della Nato si stanno incontrando in Islanda per verificare i progressi della nostra proposta per l’eliminazione di queste armi. Durante i colloqui di Ginevra abbiamo anche proposto imponenti tagli alle armi strategiche d’attacco. E gli alleati occidentali allo stesso modo, hanno fatto proposte ancora più avanzate per ridurre il pericolo di una guerra convenzionale e per mettere definitivamente al bando le armi chimiche. Mentre noi perseguiamo il disarmo, io vi garantisco che manterremo la capacità di scoraggiare un’aggressione dell’Unione Sovietica a tutti i livelli necessari. In collaborazione con molti dei nostri alleati, gli Stati Uniti stanno portando avanti l’Iniziativa di Difesa Strategica, un programma per basare la politica di deterrenza non sulla minaccia di una rappresaglia offensiva, ma su difese che difendano davvero; vale a dire su sistemi che non colpiscano le popolazioni, ma che le proteggano. Con questi mezzi noi cerchiamo di aumentare la sicurezza dell’Europa e del mondo intero. Ma non dobbiamo dimenticare una questione cruciale: l’Est e l’Ovest non si fidano l’uno dell’altro non perché noi siamo armati; noi siamo armati perché non ci fidiamo gli uni degli altri. E le differenze tra noi e loro non sono gli armamenti, ma è la libertà. Quando il presidente Kennedy parlò alla City Hall ventiquattro anni fa, la libertà era circondata, Berlino era sotto assedio. E oggi, a dispetto delle pressioni sulla città, Berlino è sicura nella libertà. Ed è la libertà stessa che sta trasformando il pianeta.
Nelle Filippine, nell’America del Nord e in quella del Sud, la democrazia sta conoscendo una fase di grande sviluppo. Sulle rotte del Pacifico il libero mercato sta producendo una miracolosa crescita economica che sembra non avere fine. Nelle nazioni industrializzate è iniziata una vera e propria rivoluzione tecnologica, una rivoluzione caratterizzata da una rapida diffusione dei computer e delle telecomunicazioni. In Europa soltanto una nazione e le altre che questa controlla si rifiutano di entrare nella comunità degli uomini liberi. In quest’epoca in cui crescono in maniera esponenziale l’economia, l’informazione e l’innovazione, l’Unione Sovietica si trova di fronte a una scelta: deve operare cambiamenti fondamentali, o diventerà obsoleta. Oggi è quindi un momento di speranza. Noi nell’Ovest siamo pronti a cooperare con l’Est per promuovere aperture reali, per abbattere le barriere che separano i popoli, per creare un mondo più sicuro, un mondo più libero. E sicuramente non c’è posto migliore di Berlino, punto d’incontro tra Est e Ovest, per iniziare. Popolo libero di Berlino, oggi come ieri gli Stati Uniti sono per la stretta osservanza e la piena attuazione del Four Power Agreement del 1971. Consentiteci di approfittare di questa occasione, il 750° anniversario di questa città, per annunciare una nuova era, per cercare una vita più piena, più ricca, per la Berlino del futuro. Insieme dobbiamo mantenere e sviluppare i legami tra la Repubblica federale e il settore occidentale di Berlino, legami consentiti e regolati dall’accordo del 1971. E io rivolgo un invito a Gorbaciov: fateci lavorare per poter avvicinare la parte orientale e la parte occidentale di Berlino, così che tutti gli abitanti di tutta Berlino possano godere i benefici che derivano dal vivere in una delle più grandi città del mondo. Per aprire ulteriormente Berlino a tutta l’Europa, orientale e occidentale, ci lasci espandere il vitale accesso aereo alla città, trovando il modo di realizzare un servizio aereo commerciale per Berlino, più conveniente, più confortevole e più economico. Noi guardiamo al giorno in cui Berlino Ovest potrà diventare uno dei più importanti snodi aerei in tutta l’Europa centrale. Insieme ai nostri partner francesi e inglesi, gli Stati Uniti sono pronti a far sì che tutti gli incontri internazionali vengano spostati a Berlino. Sarebbe una cosa giusta che Berlino diventasse il luogo privilegiato per i meeting delle Nazioni Unite, o per le conferenze mondiali sui diritti umani o quelle sul controllo degli armamenti o su altre questioni che necessitano della cooperazione internazionale. Non esiste miglior modo per coltivare la speranza nel futuro che quello di chiarire i pensieri dei giovani, e sarebbe un vero onore per noi sponsorizzare gli scambi estivi tra giovani, gli eventi culturali e altri programmi rivolti ai giovani di Berlino Est. I nostri amici francesi e inglesi, ne sono certo, faranno lo stesso. E la mia speranza è che si possa avere la disponibilità da parte di Berlino Est a caldeggiare le visite dei giovani dal settore occidentale.
Un’ultima proposta, una proposta che mi sta particolarmente a cuore. Lo sport rappresenta una fonte di gioia e di civiltà, e voi tutti avrete notato che la Repubblica della Corea - la Corea del Sud - si è offerta di permettere che alcuni eventi delle Olimpiadi del 1988 abbiano luogo nel Nord. Competizioni sportive internazionali di ogni tipo possono aver luogo in entrambi le parti di questa città. E quale miglior modo per dimostrare al mondo l’apertura di questa città che quello di far sì che nei prossimi anni i giochi olimpici vengano ospitati a Berlino, Est e Ovest? In questi ultimi quarant’anni, come ho già detto, voi berlinesi avete costruito una grande città. L’avete fatto nonostante le minacce, nonostante i tentativi dei sovietici di imporre il confine orientale, di imporre il blocco. Oggi la città prospera a dispetto delle sfide implicite nell’ingombrante presenza di questo Muro. Cosa vi ha sostenuto fin qui? Sicuramente è una grande cosa venire nominati per la vostra forza, per il vostro glorioso coraggio. Ma credo che ci sia qualcosa di più profondo e che coinvolge l’aspetto, la sensibilità, il modo di vivere di Berlino, sentimenti non da poco. Nessuno può vivere a lungo a Berlino senza abdicare completamente alle disillusioni. Invece chi ha vissuto in prima persona le difficoltà della vita a Berlino, ma decide di accettarle, chi continua a costruire questa buona e fiera città in contrasto con un’ingombrante presenza totalitaria che si rifiuta di vedere realizzati gli sforzi e le aspirazioni umane. Chi parla con voce potente e solenne, che dice sì a questa città, sì alla libertà, sì al futuro. Ciò che mi preme sottolineare è che ciò che vi lega a Berlino è l’amore, un amore profondo e costante. Forse questo ci porta alla radice del problema, alla più radicale differenza tra Est e Ovest. Il mondo totalitario produce arretratezza perché fa violenza allo spirito, perché ostacola il naturale impulso dell’uomo a creare, a gioire, ad avere fede. Il totalitarismo pensa che persino i simboli dell’amore e della fede siano un affronto. Anni fa, prima che la Germania dell’Est iniziasse a ricostruire le proprie chiese, venne eretta una struttura secolare: la torre della televisione ad Alexander Platz. Da allora, le autorità si stanno adoperando per correggere ciò che considerano il difetto principale della torre, provando a intervenire sulla sfera di vetro posta sulla parte superiore e impiegando ogni sorta di vernici e di prodotti chimici. Ancora oggi infatti quando il sole colpisce quella sfera, la sfera che troneggia su tutta Berlino, la luce riflessa disegna la croce. Qui a Berlino, i simboli dell’amore i simboli della fede non possono venire soppressi, così come non è possibile sopprimere questa città. Quando un momento fa ho guardato fuori dal Reichstag, vera incarnazione dell’unità della Germania, ho notato delle parole crudamente disegnate con lo spray sul Muro, forse da un giovane berlinese. «Questo Muro cadrà. Ciò in cui si crede diventa realtà. Sì, in tutta l’Europa, questo Muro cadrà. Perché non si può fermare la fede; non si può fermare la verità. Il Muro non può fermare la libertà. E vorrei aggiungere una cosa prima di chiudere. Ho letto e sono stato interrogato a proposito delle manifestazioni contro la mia visita l’ultima volta che sono stato qui. Vorrei dire solo una cosa e la vorrei dire a coloro i quali hanno manifestato. Mi chiedo se si sono mai resi conto che se avessero avuto quel tipo di governo che sembra auspichino, non avrebbero mai potuto fare ciò che stanno facendo ancora adesso. Grazie,a Dio vi benedica

(Traduzione di Massimo Monti)
 

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