Senatore Mathias, signor presidente della Corte Suprema Burger, vicepresidente Bush, presidente O’Neill, senatore Dole, reverendo Clergy, amici e membri della mia famiglia e miei concittadini, non ci sono parole adeguate per esprimere la gratitudine per il grande onore che mi avete tributato. Farò del mio meglio per meritarmi la vostra fiducia. Questa è, come ci ha detto il senatore Mathias, la cinquantesima volta che «Noi, il popolo» celebriamo questa storica occasione. Quando il primo presidente, George Washington, poggiò la mano sopra la Bibbia, aveva sopportato un viaggio di un giorno a cavallo nella natura incontaminata, selvaggia. C’erano quattro milioni di americani in un’Unione di tredici Stati. Oggi ce ne sono sessanta volte tanti, in un’Unione di cinquanta Stati. Abbiamo illuminato il mondo con le nostre invenzioni, che sono andate ad aiutare il genere umano ovunque si udiva un grido d’aiuto, siamo andati sulla Luna e siamo tornati sani e salvi. È cambiato così tanto da allora. Eppure siamo uniti come lo eravamo due secoli fa. Quando ho pronunciato questo giuramento quattro anni fa, l’ho fatto in un momento di grave crisi economica. Si erano alzate voci che dicevano che per vedere ancora grandezza e gloria avremmo dovuto guardare al nostro passato. Ma noi, gli americani di oggi, non ci siamo arresi a guardare indietro. In questa terra benedetta, c’è sempre un domani migliore. Quattro anni fa vi ho parlato di un nuovo inizio e quel nuovo inizio lo abbiamo raggiunto. Ma, in un altro senso, il nostro nuovo inizio è la continuazione di quell’inizio creato due secoli fa quando, per la prima volta nella storia, il governo, diceva il popolo, non era il nostro padrone, ma il nostro domestico; l’unico potere era quello che «Noi, il popolo» permettevamo a esse di avere. Quel sistema non ha mai fallito con noi, ma, per un certo periodo, noi abbiamo fallito nei confronti del sistema. Abbiamo chiesto allo Stato federale cose che lo Stato federale non era in grado di dare. Abbiamo dato al governo nazionale poteri che appartenevano propriamente ai singoli Stati o ai livelli locali o direttamente alla gente. Abbiamo permesso alle tasse e all’inflazione di derubarci dei nostri guadagni e dei nostri risparmi e abbiamo guardato la grande macchina industriale che ci ha reso il popolo più produttivo della terra rallentare e il numero dei disoccupati crescere.
Nel 1980 sapevamo che era il momento di rinnovare la nostra fiducia, d’impegnarci con tutte le forze per la massima libertà personale compatibile con una società ordinata. Abbiamo creduto allora e così crediamo oggi che non esistano limiti alla crescita e al progresso umani quando gli uomini e le donne sono liberi di seguire i propri sogni. E avevamo ragione a crederlo. Le tasse sono state ridotte, l’inflazione è stata ridimensionata radicalmente e vi è più gente occupata che mai prima nella nostra storia. Stiamo creando una nazione nuovamente vibrante, robusta e viva. Le montagne da scalare sono rimaste poche. E noi comunque non smetteremo di scalarle fino a quando ogni americano non potrà godere della pienezza della libertà, della dignità e dell’opportunità come di diritti naturali. È questo un nostro diritto naturale come cittadini di una grande repubblica, e così affronteremo questa sfida. Questi saranno anni in cui gli Stati Uniti ripristineranno la propria fiducia e la tradizione del progresso; in cui i nostri valori di fedeltà, famiglia, lavoro e buon vicinato verranno riaffermati per l’età moderna; in cui la nostra economia sarà finalmente liberata dalla morsa dello Stato federale; in cui avremo profuso sforzi sinceri per ottenere una significativa riduzione delle armi, così come per ricostruire le nostre difese, la nostra economia e per sviluppare tecnologie nuove, aiutando a preservare la pace in un mondo pieno di problemi e allontanando il flusso della storia dall’oscurità del totalitarismo per avvicinarlo al caldo sole della libertà umana. Miei cari cittadini, la nostra nazione è pronta per la grandezza. Dobbiamo fare ciò che sappiamo essere giusto e dobbiamo farlo con tutto il nostro vigore. La storia dovrà dire di noi: «Quelli furono anni d’oro: quando lo spirito della rivoluzione americana rinacque, quando la libertà guadagnò una nuova vita, quando gli Stati Uniti raggiunsero il loro meglio». Il nostro sistema bipartitico ci ha servito bene nel corso degli anni, ma mai meglio di quei momenti di grande minaccia nei quali ci siamo ritrovati assieme non come democratici o come repubblicani, ma come americani uniti in una causa comune. Due dei Padri fondatori della nostra nazione, un avvocato di Boston chiamato John Adams e un coltivatore della Virginia chiamato Thomas Jefferson, membri di quello straordinario gruppo che si riunì nella Independence Hall di Filadelfia e che osò pensare di poter far ricominciare da capo il mondo, ci hanno lasciato una lezione importante. Divennero rivali politici nelle elezioni presidenziali del 1800. Ma anni dopo, quando entrambi erano in pensione, e l’età aveva ammorbidito la loro collera, hanno iniziato a parlarsi nuovamente scrivendosi delle lettere. Tra quei due uomini che avevano contribuito a creare questo nostro Paese si era così ristabilito il legame. Nel 1826, nel cinquantesimo anniversario della Dichiarazione d’indipendenza, morirono entrambi. Morirono lo stesso giorno, a poche ore di distanza, e quel giorno era il 4 luglio. In una delle lettere che si scambiarono al tramonto delle loro vite, Jefferson scrisse: «Mi riporta al tempo in cui, assediati da difficoltà e da pericoli, lavoravamo assieme per la stessa causa, combattendo per ciò che è più importante per l’uomo, il suo diritto di autogovernarsi. Faticando sempre allo stesso remo, sempre con qualche onda davanti pronta a sovrastarci, eppure continuando senza tregua [...] abbiamo cavalcato la tempesta con il cuore e con le mani».
Ebbene, con il cuore e con le mani, alziamoci come un unico popolo: un popolo unito nel nome di Dio e determinato a far sì che il nostro futuro sia degno del nostro passato. Come stiamo facendo ora, non dobbiamo ripetere mai quegli errori pur animati da buone intenzioni che appartengono al passato. Non dobbiamo mai abusare della fiducia degli uomini e delle donne che lavorano, stornando i loro guadagni in una futile caccia alle richieste sempre maggiori di un governo federale ormai straripante. Ci avete eletto nel 1980 per fermare questa ricetta per il disastro e non credo che ci abbiate rieletto nel 1984 per invertire la direzione. Al centro dei nostri sforzi c’è un’idea rivendicata da 25 mesi consecutivi di crescita economica: libertà e incentivi fanno correre la spinta e l’intraprendenza che sono il fulcro del progresso umano. Abbiamo iniziato ad aumentare le remunerazioni per il lavoro, i risparmi e gli investiment, e a ridurre la crescita dell’apparato pubblico nei costi e nelle dimensioni, così come la sua interferenza nella vita delle persone. Dobbiamo semplificare il nostro sistema fiscale, renderlo più giusto e tenere le aliquote basse per tutti quelli che lavorano e che guadagnano. Dobbiamo muoverci con nuovo coraggio, così che ogni americano in cerca di lavoro possa trovarne uno; così che i meno grandi tra noi possano avere un’equa possibilità di ottenere le cose più grandi: di essere eroi che guariscono i nostri mali, che nutrono gli affamati, che proteggono la pace tra le nazioni e che fanno di questo mondo un posto migliore. È giunto il momento di una nuova emancipazione americana: un grande sforzo nazionale per abbattere le barriere economiche liberando lo spirito d’intrapresa nelle aree più afflitte del Paese. Amici, assieme possiamo e dobbiamo farlo, così Dio mi aiuti. Dalla nuova libertà si sprigioneranno nuove opportunità di crescita, sorgerà un popolo più produttivo, soddisfatto e unito e si svilupperanno Stati Uniti più forti: Stati Uniti che guideranno la rivoluzione tecnologica e che apriranno la mente, il cuore e l’anima ai tesori della letteratura, della musica e della poesia, nonché ai valori della fiducia, del coraggio e dell’amore. Un’economia dinamica, con più cittadini che lavorano e che pagano le tasse, sarà il nostro strumento più forte per abbattere il debito pubblico. Ma cinquant’anni di spesa pubblica quasi sempre impazzita ci hanno portato alla fine al momento di fare i conti. Siamo giunti a un punto fermo, al momento delle decisioni importanti. Ho posto una domanda al mio governo e al mio staff e ora pongo la stessa domanda a ciascuno di voi: se non noi, chi? E se non ora, quando? Dev’essere fatto da tutti noi, andando avanti con un programma mirante a raggiungere il pareggio di bilancio. Allora sì che potremo iniziare a ridurre il debito nazionale.
Presenterò presto una legge finanziaria al Congresso con l’obiettivo di congelare il programma di spese pubbliche per l’anno prossimo. Oltre a questo, dobbiamo compiere ulteriori passi per controllare in modo permanente il potere del governo di chiedere tasse e di spendere soldi. Dobbiamo agire ora per proteggere le future generazioni dal desiderio del settore pubblico di spendere i soldi dei propri cittadini e di tassarli come servi ogni qualvolta si debbono pagare i conti. Dobbiamo rendere incostituzionale il fatto che il governo federale spenda più di quanto riceve. Abbiamo già iniziato a restituire alla popolazione, agli Stati dell’Unione e ai livelli locali di potere le competenze che essi possono gestire al meglio. Ora, il governo federale ha uno spazio proprio in tema di compassione sociale. Ma i nostri obiettivi fondamentali debbono essere quello di ridurre la dipendenza e di aumentare la dignità degli infermi e degli svantaggiati. E per questo un’economia in crescita cresce, nonché il supporto della famiglia e della comunità offre le opportunità migliori per una società in cui la compassione possa divenire uno stile di vita, in cui il vecchio e l’infermo siano curati, così come il giovane e il non nato siano protetti, il meno fortunato seguito e reso autosufficiente. E c’è un’altra area in cui il governo federale può avere un ruolo. Come americano non più giovane, ricordo un tempo in cui nella nostra terra le persone di razza, credo o origine etnica differenti incontravano avversione e pregiudizio nei costumi sociali e, sì, nella legge. Non c’è racconto più incoraggiante nella nostra storia di quello del progresso che abbiamo fatto sul piano di quella «fratellanza umana» che Dio ha voluto per noi. Dobbiamo chiarire che non ci saranno ritorni al passato o esitazioni lungo la strada per costruire Stati Uniti ricchi di dignità e abbondanti di opportunità per tutti i cittadini. Dobbiamo affermare chiaramente che «Noi, il popolo» costruiremo una società americana delle opportunità in cui tutti noi - bianchi e neri, ricchi e poveri, giovani e vecchi - andremo avanti assieme, a braccetto. Ricordiamoci sempre che, sebbene abbiamo ereditato lignaggi di sangue da ogni angolo della Terra, siamo tutti americani, impegnati a portare avanti quest’ultima grande speranza dell’uomo sulla terra.
Ho parlato dei nostri obiettivi nazionali e dei limiti che dovremmo imporre al nostro governo nazionale. Ora lasciatemi parlare di un compito che è invece di primaria responsabilità del governo nazionale: l’incolumità e la sicurezza del nostro popolo. Oggi non innalziamo nessuna preghiera con più forza dell’antica preghiera per la pace sulla Terra. La storia ci ha dimostrato che la pace non arriverà, né la nostra libertà sarà preservata, dalla semplice buona volontà. Nel mondo c’è chi disprezza la nostra visione della dignità umana e della libertà. Una nazione, l’Unione Sovietica, ha condotto la più grande corsa agli armamenti che mai si sia verificata nella storia dell’uomo, costruendo così arsenali bellici terrificanti. Noi abbiamo fatto grandi progressi nel ripristinare la nostra capacità difensiva. Ma c’è ancora molto da fare. Non debbono quindi sussistere incertezze da parte nostra, né dubbi da parte di altri, sul fatto che gli Stati Uniti sono decisi ad affrontare tutte quelle loro responsabilità che ci consetiranno di vivere liberi, sicuri e in pace. C’è un solo modo sicuro e legittimo per ridurre il costo della sicurezza nazionale, ed è ridurne la necessità. Questo stiamo provando a fare nei negoziati con l’Unione Sovietica. Non stiamo solo discutendo i limiti di una futura proliferazione di armamenti nucleari. Cerchiamo invece di ridurne il numero. Cerchiamo la totale eliminazione futura di ogni arma nucleare dalla faccia della Terra. Ora, per decenni, noi e i sovietici abbiamo vissuto sotto la minaccia della distruzione reciproca; se uno dei due fosse ricorso all’uso di armi nucleari, l’altro avrebbe potuto vendicarsi distruggendo l’avversario che aveva iniziato. C’è forse una logica o una moralità nel credere che se una parte minacciasse di uccidere decine di milioni dei nostri cittadini, la nostra unica risposta sarebbe minacciare di uccidere decine di milioni dei loro? Ho dunque approvato un programma di ricerca per arrivare, se possibile, a uno scudo di sicurezza che distrugga i missili nucleari prima che essi raggiungano i propri obiettivi. Questo sistema eviterebbe di uccidere le persone, distruggendo solo le armi. Non militarizzerebbe lo spazio, aiuterebbe invece a smilitarizzare gli arsenali sulla Terra. Renderebbe le armi nucleari obsolete. Ci incontreremo con i sovietici, sperando di poter concordare il modo per liberare il mondo dalla minaccia della distruzione nucleare. C’impegniamo per la pace e per la sicurezza, confortati dai cambiamenti attorno a noi. Dall’inizio del secolo, il numero di democrazie nel mondo è quadruplicato. La libertà umana è in marcia e in nessun luogo più che nel nostro emisfero. La libertà è una delle più profonde e nobili aspirazioni dello spirito umano. La gente, in tutto il mondo, arde per il diritto di autodeterminazione, per quei diritti inalienabili che danno all’uomo dignità e progresso. Gli Stati Uniti debbono rimanere quindi i più fedeli amici della libertà, giacché la libertà è la nostra migliore alleata. Ed è questa l’unica speranza del mondo: sconfiggere la povertà e preservare la pace. Ogni colpo che infliggiamo contro la povertà sarà un colpo contro i suoi oscuri alleati di oppressione e di guerra. Ogni vittoria per la libertà umana sarà una vittoria per la pace mondiale. Così oggi andiamo avanti, una nazione sempre forte nella propria giovinezza e potente nelle proprie intenzioni. Con le nostre alleanze rafforzate, con la nostra economia che guida il mondo verso una nuova era di espansione economica, andiamo incontro a un mondo ricco di possibilità. E tutto questo grazie al fatto che abbiamo lavorato e agito assieme, non come membri di partiti politici, ma come americani. Amici, viviamo in un mondo illuminato dai fulmini. Così tanto sta cambiando e cambierà, ma così tanto resiste e trascende il tempo. La storia è un viaggio. E mentre noi continuiamo il nostro viaggio, pensiamo a quaelli che hanno viaggiato prima di noi. Ci troviamo ancora qui, assieme, ai piedi di questo simbolo della nostra democrazia, o meglio ci saremmo stati ai suoi piedi, se non avesse fatto così freddo. Eccoci allora all’interno del simbolo della nostra democrazia. Ecco, sentiamo ancora l’eco del nostro passato: un generale cade in ginocchio nella dura neve di Valley Forge; un presidente solitario cammina per le stanze buie, meditando sulla battaglia che deve combattere per preservare l’Unione; gli uomini di Alamo s’incoraggiano a vicenda; un colono si spinge a Ovest cantando una canzone e l’eco di quella sua canzone dura per sempre e riempie inconsapevolmente l’aria. È il suono americano. È speranzoso, accorato, idealistico, audace, onesto e giusto. È la nostra eredità; è la nostra canzone. La cantiamo ancora. Nonostante tutti i nostri problemi, le nostre differenze, siamo assieme come allora, esattamente come quando alziamo le nostre voci al Dio che è l’autore della musica più dolce. E possa Egli continuare a tenerci stretti mentre noi riempiamo il mondo con il nostro suono, un suono di unità, di affetto e di amore: un popolo unito nel nome di Dio, fedele al sogno di libertà che Egli ha instillato nel cuore umano, chiamato sinora a portare avanti quel sogno in un mondo in attesa e speranzoso. Dio vi benedica e possa Dio benedire gli Stati Uniti d’America.
(Traduzione di Paolo Zanetto)