Signor cancelliere, signor presidente della Camera dei Comuni, il viaggio, del quale questa visita forma una parte, è lungo. Mi ha già portato in due grandi città dell’Occidente, Roma e Parigi, e al summit economico di Versailles. Là, ancora una volta, le nostre sorelle democrazie hanno provato che, persino in un periodo di severe tensioni economiche, persone libere possono lavorare insieme liberamente e volontariamente per dedicarsi a problemi così seri come l’inflazione, la disoccupazione, il commercio e lo sviluppo economico in uno spirito di cooperazione e solidarietà. Altre pietre miliari giacciono avanti. Più tardi in questa settimana, in Germania, noi e i nostri alleati della Nato discuteremo le misure per la nostra difesa unita e le ultime iniziative dell’America per un mondo più pacifico, sicuro attraverso la riduzione delle armi. Parlando per tutti gli americani, desidero dire come ci sentiamo molto a casa nella vostra casa. Ogni americano lo farebbe, perché questa è, come ci è stato eloquentemente detto, uno dei templi della democrazia. Qui i diritti della gente libera e i processi di rappresentanza sono stati dibattuti e raffinati. È stato detto che un’istituzione è il prolungamento dell’ombra di un uomo. Questa istituzione è il prolungamento delle ombre di uomini e donne che si sono sedute qui e di tutti quelli che hanno votato per inviare qui i deputati. Questa è la mia seconda visita qui in Gran Bretagna come presidente degli Stati Uniti. La mia prima opportunità di salire sul suolo britannico risale a quasi un anno e mezzo fa, quando il vostro primo ministro benevolmente ospitò una cena diplomatica all’Ambasciata britannica a Washington. La signora Thatcher allora disse che sperava che io non fossi addolorato nel trovare un ritratto di Sua Maestà Re Giorgio III che mi guardava dall’alto della grande scalinata. Lei suggerì che era meglio metterci una pietra sopra, e in considerazione della nostra notevole amicizia tra i nostri due Paesi negli anni seguenti, aggiunse che oggi la maggior parte degli inglesi concorderebbero con Thomas Jefferson che «una piccola ribellione di quando in quando è una buona cosa». Bene, da qui andrò a Bonn e poi a Berlino, là dove si trova un orribile simbolo del potere indomito. Il Muro di Berlino, quella tremenda ferita grigia attraverso la città, è nella sua terza decade. È l’appropriata firma del regime che l’ha costruita. E un centinaio di chilometri dietro il Muro di Berlino, c’è un altro simbolo. Nel centro di Varsavia, c’è un cartello che segnala la distanza tra le due capitali. In una direzione punta verso Mosca. Nell’altro punta verso Bruxelles, quartier generale della tangibile unità dell’Europa occidentale. Il cartello dice che le distanze tra Varsavia e Mosca e Varsavia e Bruxelles sono uguali. Il cartello dimostra che la Polonia non è Est od Ovest. La Polonia è al centro della civilizzazione europea. Ha contribuito potentemente a quella civilizzazione. Lo sta facendo oggi essendo magnificamente non conciliata con l’oppressione. La lotta della Polonia per essere la Polonia e per assicurare i diritti basilari che noi spesso riteniamo riconosciuti dimostra perché noi osiamo non ritenere quei diritti riconosciuti.
Gladstone, difendendo la Legge di Riforma del 1866, dichiarò: «Non potete combattere contro il futuro. Il tempo è dalla nostra parte». Era più facile credere nella marcia della democrazia ai giorni di Gladstone, in quel culmine dell’ottimismo vittoriano. Ci stiamo avvicinando alla fine di un secolo insanguinato, afflitto da una terribile invenzione politica: il totalitarismo. L’ottimismo giunge meno facilmente oggi, non perché la democrazia sia meno forte, ma perché i nemici della democrazia hanno raffinato i loro strumenti di repressione. Eppure l’ottimismo è ben riposto perché giorno dopo giorno la democrazia sta provando a se stessa di non essere per nulla un fragile fiore. Da Stettino sul Baltico a Varna sul Mar Nero, i regimi stabiliti dal totalitarismo hanno avuto più di trent’anni per fissare la loro legittimità. Ma nessuno, non un regime, è ancora stato in grado di rischiare libere elezioni. I regimi fondati con le baionette non mettono radici. La forza del movimento Solidarnosc in Polonia dimostra la verità detta in una barzelletta clandestina nell’Unione Sovietica. Cioè che l’Unione Sovietica rimarrebbe una nazione a un partito anche se fosse permesso un partito d’opposizione, perché chiunque si unirebbe al partito d’opposizione. Il ruolo di giocatore dell’America nella scena della storia del mondo è stato breve. Credo che il capire questo fatto vi abbia sempre resi pazienti con i vostri più giovani cugini, be’ non sempre pazienti. Ricordo che in un’occasione Sir Winston Churchill disse esasperato in merito a uno dei nostri più illustri diplomatici: «Egli è il solo caso che io conosca di un toro che porti il suo negozio di porcellane con sé». Ma brillante com’era Sir Winston, egli aveva anche quello speciale attributo di un grande statista, il dono della lungimiranza, la volontà di vedere il futuro basato sull’esperienza del passato. È di questo senso della storia, questa comprensione del passato che io voglio parlare con voi oggi, perché è con il ricordare ciò che condividiamo del passato che le nostre due nazioni possono fare una causa comune per il futuro.
Non abbiamo ereditato un mondo facile. Se gli sviluppi della rivoluzione industriale, che cominciò qui in Inghilterra, e i doni della scienza e della tecnologia hanno reso la vita molto più facile per noi, l’hanno anche resa più pericolosa. Ci sono minacce ora alla nostra libertà, anzi a ogni nostra esistenza, che le altre generazioni non hanno potuto nemmeno aver immaginato. C’è per prima la minaccia della guerra globale. Nessun presidente, nessun Congresso, nessun primo ministro può passare un giorno intero libero da questa minaccia. E non è necessario dirvi ciò che nel mondo odierno l’esistenza di armi nucleari potrebbe significare, se non l’estinzione del genere umano, sicuramente la fine della civiltà come la conosciamo. Ecco perché i negoziati sulle forze nucleari a raggio intermedio attualmente in atto in Europa e i colloqui sullo Start (colloqui sulla riduzione delle armi strategiche), che inizieranno più tardi questo mese, non sono solo critici per la politica americana o occidentale, ma lo sono per l’umanità. Il nostro impegno per un successo fin da principio in questi negoziati è fermo e incrollabile e la nostra proposta è chiara: ridurre il rischio della guerra riducendo i mezzi per muovere guerra in entrambe le parti. Allo stesso tempo c’è una minaccia che si manifesta alla libertà umana a causa dall’enorme potere dello Stato moderno. La storia insegna i pericoli del governo che eccede, il controllo politico prende la precedenza sulla libera crescita economica, la polizia segreta, una burocrazia irragionevole, tutto unito per soffocare l’eccellenza individuale e la libertà personale. Ora, sono consapevole che qui tra di noi e in tutta Europa c’è un legittimo disaccordo sul limite del ruolo che il settore pubblico dovrebbe giocare nella vita e nell’economia di una nazione. Ma su un punto tutti noi siamo uniti, la nostra avversione della dittatura in tutte le sue forme, ma più particolarmente il totalitarismo e le terribili crudeltà che hanno causato nel nostro tempo, la grande epurazione, Auschwitz e Dachau, il Gulag e la Cambogia. Gli storici guardando indietro al nostro periodo noteranno le costanti limitazioni e pacifiche intenzioni dell’Occidente. Noteranno che furono le democrazie che rifiutarono di usare la minaccia del loro monopolio nucleare negli anni Quaranta e all’inizio degli anni Cinquanta per guadagni territoriali o imperiali. Se quel monopolio nucleare fosse stato nelle mani del mondo comunista, la mappa dell’Europa, per meglio dire, il mondo, apparirebbe molto diverso oggi. E certamente noteranno che non furono le democrazie che invasero l’Afghanistan o soppressero Solidarnosc in Polonia o usarono la guerra chimica e tossica in Afghanistan e nell’Asia sud-orientale. Se la storia insegna qualcosa essa insegna che l’illudersi a dispetto di fatti spiacevoli è follia. Oggi vediamo attorno a noi i segni del nostro terribile dilemma, profezie del Giudizio universale, dimostrazioni antinucleari, una corsa all’armamento nel quale l’Occidente deve, per la nostra stessa protezione, essere un involontario partecipante. Allo stesso tempo vediamo le forze del totalitarismo nel mondo che vanno alla ricerca della sovversione e del conflitto in giro per il globo per promuovere i loro barbari assalti allo spirito umano. Qual è allora la nostra direzione? La civiltà deve morire in una pioggia di infuocati atomi? La libertà deve appassire in un tranquillo, mortale accordo con il maligno totalitario?
Sir Winston Churchill rifiutò di accettare l’inevitabilità della guerra o persino che essa era imminente. Disse: «Io non credo che l’Unione Sovietica desideri la guerra. Ciò che loro desiderano sono i frutti della guerra e l’illimitata espansione del loro potere e delle loro dottrine. Ma ciò che dobbiamo considerare qui oggi mentre rimane il tempo è la permanente prevenzione della guerra e lo stabilirsi di condizioni di libertà e democrazia più rapidamente possibile in tutti i Paesi». Bene, questa è precisamente la nostra missione oggi: conservare la libertà tanto quanto la pace. Potrebbe non essere facile da vedere, ma credo che ora stiamo vivendo in un punto di svolta. In un senso ironico Karl Marx aveva ragione. Siamo testimoni oggi di una grande crisi rivoluzionaria, una crisi dove le richieste di un ordine economico sono in conflitto diretto con quelle di un ordine politico. Ma la crisi sta succedendo non in un libero, non-marxista Occidente, ma nella casa del marxismo-leninismo, l’Unione Sovietica. È l’Unione Sovietica che corre contro la marea della storia negando la libertà umana e l’umana dignità ai suoi cittadini. Il tasso di crescita nel prodotto nazionale è stato costantemente in declino dagli anni Cinquanta ed è meno della metà di quanto era allora. Le dimensioni di questo fallimento sono sbalorditive: un Paese che impiega un quinto della sua popolazione nell’agricoltura non è capace di nutrire il suo popolo. Se non fosse per il settore privato, il minuscolo settore privato tollerato nell’agricoltura sovietica, il Paese potrebbe essere sull’orlo della carestia. Questi appezzamenti privati occupano appena il 3% della terra arabile, ma contano per quasi un quarto della produzione della fattoria sovietica e quasi un terzo della produzione di carne e ortaggi. Super centralizzato, con pochi o nessun incentivo, anno dopo anno il sistema sovietico riversa le sue migliori risorse nella fabbricazione di strumenti di distruzione. La costante contrazione della crescita economica combinata con la crescita della produzione militare sta sottoponendo il popolo sovietico a una pesante sollecitazione. Ciò che vediamo qui è una struttura politica che non corrisponde più alla sua base economica, una società dove le forze produttive sono ostacolate da quelle politiche.
Il declino dell’esperimento sovietico non dovrebbe giungerci come una sorpresa. Ovunque siano stati fatti paragoni tra società aperte e chiuse, la Germania Ovest e la Germania dell’Est, l’Austria e la Cecoslovacchia, la Malesia e il Vietnam, sono i Paesi democratici che sono fiorenti e sensibili ai bisogni dei loro popoli. E uno dei semplici ma schiaccianti fatti del nostro tempo è questo: di tutti i milioni di rifugiati che abbiamo visto nel mondo moderno, la loro fuga è sempre lontano da, non verso il mondo comunista. Oggi sulla linea della Nato, le nostre forze militari fronteggiano l’Est per prevenire una possibile invasione. Dall’altra parte della linea, le forze sovietiche fronteggiano anch’esse l’Est per impedire che il loro popolo fugga. La prova incontrovertibile del dominio totalitario ha causato nel genere umano una sollevazione dell’intelletto e della volontà. Sia che si tratti dello sviluppo delle nuove scuole dell’economia in America o in Inghilterra o la comparsa dei cosiddetti nuovi filosofi in Francia, c’è un filo unificante che corre attraverso il lavoro intellettuale di questi gruppi, il rifiuto del potere arbitrario dello Stato, il rifiuto di subordinare i diritti dell’individuo al super-Stato, la consapevolezza che il collettivismo soffoca tutti i migliori impulsi umani. Sin dall’esodo dall’Egitto, gli storici hanno scritto di coloro che si sacrificarono e combatterono per la libertà, la resistenza alla Termofili, la rivolta di Spartaco, la presa della Bastiglia, la rivolta di Varsavia nella seconda guerra mondiale. Più recentemente abbiamo visto la prova dello stesso impulso umano in una delle nazioni emergenti nel Centro America. Per mesi e mesi, i mezzi di informazione del mondo hanno fatto la cronaca della lotta nel Salvador. Giorno dopo giorno ci hanno offerto le storie e le pellicole presentate in modo tendenzioso a favore dei coraggiosi combattenti della libertà che lottavano contro le forze oppressive del governo per conto delle mute, sofferenti genti di quel Paese torturato. E poi un giorno a quelle mute, sofferenti genti fu offerta una possibilità di votare, di scegliere il tipo di governo che volevano. Improvvisamente i combattenti della libertà nelle colline furono smascherati per ciò che realmente erano, guerriglieri sostenuti da Cuba che volevano il potere per loro stessi e i loro sostenitori, non la democrazia per il popolo. Essi minacciarono di morte chiunque votasse e distrussero centinaia di autobus e autocarri per trattenere il popolo dal raggiungere i luoghi di votazione. Ma il giorno della votazione, il popolo del Salvador, senza precedenti - 1,4 milioni di persone - sfidarono imboscate e sparatorie e camminarono faticosamente per miglia per votare per la libertà. Stettero per ore sotto il caldo sole aspettando il loro turno di voto. Membri del Congresso che andarono là come osservatori mi dissero di una donna che fu ferita da una fucilata sulla strada per i seggi, che rifiutò di lasciare la fila, per essere curata, fino a che non avesse votato. Una nonna, alla quale era stato detto dai guerriglieri che sarebbe stata uccisa quando sarebbe tornata dai seggi, disse ai guerriglieri: «Potete uccidermi, potete uccidere la mia famiglia, uccidere i miei vicini, ma non potete ucciderci tutti». I veri combattenti della libertà del Paese risultarono essere i giovani, i vecchi e quelli nel mezzo.
Strano, ma nel mio Paese c’è stato poco o nessun servizio giornalistico su quella guerra sino alle votazioni. Ora, forse lo diranno, eccome: bene, perché ci sono nuove lotte attualmente. In distanti isole nel Sud Atlantico, giovani uomini stanno combattendo per la Gran Bretagna. E, sì, si sono sollevate voci che protestavano per il loro sacrificio per zolle di roccia e terra così lontane. Ma quei giovani uomini non stanno combattendo per semplici proprietà immobiliari. Essi combattono per una causa, per la convinzione che l’aggressione armata non deve essere permessa e che il popolo deve partecipare nelle decisioni del governo, secondo le regole della legge. Se ci fosse stato un fermo sostegno di quel principio quarantacinque anni fa, forse la nostra generazione non avrebbe sofferto la carneficina della seconda guerra mondiale. Nel Medio Oriente attualmente le armi da fuoco risuonano di nuovo, questa volta in Libano, un Paese che per troppo tempo ha dovuto sopportare la tragedia della guerra civile, il terrorismo, l’intervento e l’occupazione straniera. Il combattimento in Libano da parte di tutte le fazioni deve terminare e Israele dovrebbe portare le sue forze a casa. Ma ciò non è sufficiente. Dobbiamo tutti lavorare per eliminare il flagello del terrorismo che in Medio Oriente rende la guerra una minaccia sempre presente. Ma oltre i punti caldi si trova un più profondo, più positivo modello. In giro per il mondo oggi, la rivoluzione democratica sta raccogliendo nuova forza. In India un test critico è stato superato con il cambiamento pacifico dei partiti politici di governo. In Africa, la Nigeria si sta muovendo verso notevoli e indubbi modi per costruire e rafforzare le sue istituzioni democratiche. Nei Caraibi e nel Centro America, 16 Paesi su 24 hanno governi eletti liberamente. E nelle Nazioni Unite, 8 delle 10 nazioni in via di sviluppo che sono diventate membri di quel corpo nei passati cinque anni sono democrazie. Anche nel mondo comunista, l’istintivo desiderio di libertà dell’uomo e l’autodeterminazione viene in superficie ripetutamente. Senza dubbio, ci sono cupi ricordi di come brutalmente lo Stato di polizia tenti di scovare questa ricerca di autogoverno: 1953 nella Germania Est, 1956 in Ungheria, 1968 in Cecoslovacchia, 1981 in Polonia. Ma la lotta continua in Polonia. Noi sappiamo che ci sono anche coloro che si battono e soffrono per la libertà entro i confini della stessa Unione Sovietica. Il nostro comportamento qui nelle democrazie occidentali determinerà se questa tendenza continuerà.
No, la democrazia non è un fiore fragile. Non di meno necessita di essere coltivata. Se il resto di questo secolo sarà testimone del graduale sviluppo di democrazia e di ideali democratici, dipenderà dai provvedimenti che prenderemo per aiutare la campagna per la democrazia. Alcuni argomentano che dovremmo incoraggiare il cambiamento democratico nelle dittature di destra, ma non nei regimi comunisti. Bene, accettare questa assurda nozione, come alcune ben intenzionate persone fanno, vale a incoraggiare il ragionamento che una volta che i Paesi raggiungono un potenziale atomico, a essi dovrebbe essere concesso un indisturbato regno di terrore sui loro propri cittadini. Noi rifiutiamo questo corso. Per quanto riguarda l’opinione sovietica, il presidente Brezhnev ripetutamente ha sottolineato che la competizione di idee e sistemi deve continuare e che questo è interamente coerente con la distensione della tensione e la pace. Bene, chiediamo solo che questi sistemi comincino con l’essere all’altezza delle loro proprie costituzioni, attenendosi alle loro leggi e osservando gli impegni internazionali che essi hanno intrapreso. Chiediamo solo un processo, una direzione, un codice base di buone maniere, non un’immediata trasformazione. Non possiamo ignorare il fatto che persino senza il nostro incoraggiamento ci sono state e ci continueranno a esserci ripetute esplosioni contro la repressione e le dittature. L’Unione Sovietica stessa non è immune a questa realtà. Qualsiasi sistema che non abbia mezzi pacifici per legittimare i propri leader non può che risultare instabile. In tali casi, proprio la repressività dello Stato alla fine spinge la gente a resistergli, se necessario, con la forza. Sebbene si debba essere cauti sul forzare il passo del cambiamento, non dobbiamo esitare a dichiarare i nostri supremi obiettivi e intraprendere azioni concrete per muoverci verso di essi. Dobbiamo essere leali nella nostra convinzione che la libertà non è la sola prerogativa di pochi fortunati, ma l’inalienabile e universale diritto di tutti gli essere umani. Così afferma la Dichiarazione universale dei diritti umani delle Nazioni Unite, la quale, fra altre cose, garantisce libere elezioni. L’obiettivo che io propongo è piuttosto semplice da dichiarare: promuovere l’infrastruttura della democrazia, il sistema della libera stampa, sindacati, partiti politici, università, che permettano alla gente di scegliere la loro propria strada per sviluppare la loro cultura, per conciliare le loro differenze attraverso mezzi pacifici. Questo non è imperialismo culturale, è fornire i mezzi per un’autentica autodeterminazione e protezione della diversità. La democrazia già fiorisce in Paesi con culture ed esperienze storiche molto differenti. Sarebbe una condiscendenza culturale, o peggio, dire che qualunque popolo preferisce la dittatura alla democrazia. Chi sceglierebbe volontariamente di non avere il diritto al voto, decidere di acquistare i volantini della propaganda del governo invece dei giornali indipendenti, preferire il governo ai sindacati controllati dai lavoratori, optare per il possesso della terra da parte del governo invece di quelli che la coltivano, volere la repressione governativa della libertà religiosa, un solo partito politico invece di una libera scelta, una rigida cultura ortodossa invece della tolleranza democratica e della diversità?
Sin dal 1917 l’Unione Sovietica ha fornito formazione e assistenza velata ai marxisti-leninisti in molti Paesi. Naturalmente, essa ha anche promosso l’uso della violenza e della sovversione con quelle stesse forze. Durante i passati decenni, gli europei occidentali e gli altri social-democratici, cristiano-democratici e i leader hanno offerto aperta assistenza a fraterne, politiche istituzioni sociali per portare un progresso democratico e pacifico. Appropriatamente, per una nuova e vigorosa democrazia, le istituzioni politiche della Repubblica federale tedesca sono diventate una principale forza in quest’opera. Noi in America ora intendiamo intraprendere misure supplementari, come molti dei nostri alleati hanno già fatto, verso la realizzazione dello stesso obiettivo. I presidenti e gli altri leader delle organizzazioni partitiche nazionali dei repubblicani e dei democratici stanno iniziando uno studio con l’istituzione bipartitica americana per determinare come gli Stati Uniti possano nel miglior modo contribuire come nazione alla campagna globale per la democrazia che ora sta guadagnando forza. Avranno la cooperazione dei leader congressuali di entrambi i partiti, insieme con i rappresentanti delle imprese, del lavoro e di altre importanti istituzioni nella nostra società. Sono impaziente di ricevere le loro raccomandazioni e di lavorare con queste istituzioni e il Congresso nel comune compito di rafforzare la democrazia nel mondo intero. È il tempo che ci impegniamo come nazione sia nel settore privato che pubblico per assistere lo sviluppo democratico. Progettiamo anche di consultarci con i leader delle altre nazioni. C’è una proposta dinanzi al Consiglio d’Europa per invitare i parlamentari dai Paesi democratici per una riunione a Strasburgo il prossimo anno. Quel prestigioso convegno potrebbe considerare i modi per aiutare i movimenti politici democratici. Questo novembre a Washington avrà luogo una riunione internazionale sulle libere elezioni. E la prossima primavera ci sarà una conferenza di autorità mondiali sul costituzionalismo e l’auto-governo, ospitata dal capo della Giustizia degli Stati Uniti. Autorità da un numero di Paesi in via di sviluppo e sviluppati, giudici, filosofi e politici con esperienza pratica hanno accettato di esplorare come convertire il principio nella pratica e favorire il governo della legge. Allo stesso tempo, invitiamo l’Unione Sovietica a considerare con noi come la competizione di idee e valore, che è impegnata a sostenere, possa essere condotta su basi reciproche e pacifiche. Per esempio, sono pronto a offrire al presidente Brezhnev un’opportunità di parlare al popolo americano sulla nostra televisione se egli mi permetterà la stessa opportunità con il popolo sovietico. Suggeriamo anche che una commissione di nostri reporter appaiano periodicamente su l’una e l’altra televisione per discutere i principali eventi.
Ora, non desidero sembrare eccessivamente ottimista, eppure l’Unione Sovietica non è immune dalla realtà di ciò che sta succedendo nel mondo. È successo in passato, una piccola élite di governo o erroneamente tenta di attenuare la sollevazione nazionale per mezzo di una più grande repressione e un’avventura straniera, oppure sceglie un corso più saggio. Inizia con il permettere al suo popolo di avere una voce in capitolo sul proprio destino. Anche se quest’ultimo processo non viene realizzato presto, credo che la rinnovata forza del movimento democratico, completata da una campagna globale per la libertà, consoliderà le aspettative per il controllo delle armi e per un mondo in pace. Ho discusso in altre occasioni, incluso il mio discorso del 9 maggio, gli elementi delle politiche occidentali verso l’Unione Sovietica per salvaguardare i nostri interessi e proteggere la pace. Ciò che sto descrivendo ora è un piano e la speranza per il lungo periodo, la marcia della libertà e della democrazia che abbandonerà il marxismo-leninismo sul mucchio di cenere della storia come ha abbandonato le altre tirannie che soffocano la libertà e messo la museruola alla espressione di sé del popolo. E questo è il motivo perché noi dobbiamo continuare i nostri sforzi di consolidare la Nato proprio mentre ci muoviamo verso la nostra iniziativa Opzione zero nei negoziati sulle forze a raggio intermedio e la nostra proposta per la riduzione di un terzo dei missili balistici a testata nucleare. La nostra forza militare è un pre-requisito alla pace, ma sia chiaro che manteniamo questa forza nella speranza che non sia mai usata, perché l’estrema causa determinante nella lotta che è in atto ora nel mondo non siano bombe e razzi, ma una prova di volontà e idee, un processo di decisione spirituale, i valori che sosteniamo, le convinzioni che amiamo, gli ideali ai quali siamo dediti. Il popolo britannico conosce ciò: stabilita una forte guida, il tempo e un po’ di speranza, le forze del bene alla fine si raccolgono e trionfano su male. Qui tra di voi c’è la culla del governo indipendente, la madre dei parlamenti. Qui la durevole grandezza del contributo britannico al genere umano, le grandi idee civilizzate: libertà individuale, il governo rappresentativo e il governo della legge al di sotto di Dio. Mi sono spesso meravigliato in merito alla timidezza di alcuni di noi in Occidente circa il sostenere quegli ideali che hanno fatto così tanto per alleviare le situazioni penose dell’uomo e le avversità del nostro imperfetto mondo. Questa riluttanza di utilizzare quelle vaste risorse sotto il nostro controllo mi ricorda l’anziana signora la cui casa fu bombardata nel blitz. Mentre i soccorritori si muovevano da un posto all’altro, trovarono un bottiglia di brandy che lei aveva messo da parte dietro la scala, che era l’unica cosa rimasta in piedi. E siccome lei era a mala pena cosciente, uno dei lavoratori tolse il tappo per dargliene un sorso. Lei si riebbe subito e disse: «Una volta per tutte, mettetela via. Quella è per le emergenze». Ebbene, l’emergenza è su di noi. Dobbiammo smettere di essere timidi. Ritroviamo la nostra forza. Offriamo la speranza. Diciamo al mondo che una nuova era non è solo possibile ma probabile.
Durante i giorni bui della seconda guerra mondiale, quando quest’isola era incandescente di coraggio, Winston Churchill esclamò, rivolto agli avversari della Gran Bretagna: «Che specie di persone credono che siamo?». Bene, gli avversari della Gran Bretagna scoprirono che straordinario popolo erano i britannici. Ma tutte le democrazie pagarono un prezzo terribile per aver permesso ai dittatori di sottostimarci. Non osiamo fare lo stesso sbaglio di nuovo. Così, chiediamo a noi stessi: «Che tipo di persone crediamo di essere?». E rispondiamoci: «Gente libera, meritevoli della libertà e determinati non solo a rimanere tali ma ad aiutare anche gli altri a guadagnarsi la loro libertà». Sir Winston guidò il suo popolo a una grande vittoria nella guerra e in seguito perse un’elezione proprio mentre i frutti della vittoria erano in procinto di essere goduti. Ma lasciò la sua carica onorevolmente e, come si verificò, temporaneamente, sapendo che la libertà del suo popolo era più importante del destino di qualsiasi singolo leader. La storia ricorda la sua grandezza in modi che nessun dittatore conoscerà mai. E ci lasciò un messaggio di speranza per il futuro, tanto opportuno ora come quando per la prima volta lo pronunciò, come leader dell’opposizione nella Camera dei Comuni quasi ventisette anni fa, quando disse: «Quando guardiamo indietro a tutti i pericoli attraverso i quali siamo passati e i potenti nemici che abbiamo abbattuto e tutti gli scuri e mortali disegni che abbiamo vanificato, perché dovremmo avere paura del futuro? Siamo giunti sani e salvi attraverso il peggio». Bene, il compito che ho esposto sopravviverà di molto alla nostra generazione. Ma insieme, anche noi siamo passati attraverso il peggio. Cominciamo ora un importante sforzo per assicurare il meglio, una crociata per la libertà che coinvolgerà la fede e il coraggio della prossima generazione. Per il bene della pace e della giustizia, muoviamoci verso un mondo nel quale tutte le persone siano finalmente libere di determinare il loro proprio destino. Grazie.
(Traduzione di Patrizio Data)