Senatore Hatfield, signor presidente della Corte Suprema, signor presidente, vicepresidente Bush, vicepresidente Mondale, senatore Baker, presidente O’Neill, reverendo Moomaw e miei concittadini, per alcuni di noi oggi qui presenti, questa è un’occasione solenne e importantissima; eppure, nella storia della nostra nazione, è un accadimento comune. Il passaggio ordinario del potere così come sancito dalla Costituzione avviene normalmente in questo modo da quasi duecento anni, e pochi di noi si soffermano a pensare a quanto in realtà gli Stati Uniti d’America siano unici. Agli occhi di molti nel mondo, questa cerimonia ripetuta ogni quattro anni che per noi è normale altro non è che un miracolo. Signor presidente, desidero che i nostri cari cittadini sappiano quanto lei ha fatto per portare avanti questa tradizione. Con la sua cortese cooperazione nel processo di transizione, lei ha mostrato al mondo che ci osserva che siamo un popolo unito, impegnato a mantenere un sistema politico che garantisce la libertà personale in grado maggiore di qualunque altro, e quindi desidero ringraziare lei e i suoi collaboratori per tutto l’aiuto offerto nel tramandare questa continuità che è il baluardo della nostra Repubblica.
La vita della nostra nazione procede. Gli Stati Uniti si stanno confrontando con un male economico di grandi proporzioni. Soffriamo un’inflazione tra le più durature e le più gravose della nostra storia nazionale. Essa distorce le nostre decisioni economiche, penalizza i risparmi e schiaccia sia i giovani che lottano per farsi strada sia gli anziani a reddito fisso. E così minaccia di distruggere le vite di milioni di americani. Lo stallo dell’attività industriale costringe gli operai alla disoccupazione, alla miseria e alla perdita di dignità personale. E i pochi che ancora sono in grado di lavorare si vedono negare introiti adeguati a causa di un sistema fiscale che penalizza lo spirito imprenditoriale e che impedisce la possibilità di una piena produttività. Ma per quanto grande possa essere la pressione fiscale, essa non è riuscita a tenere il passo della spesa pubblica. Per decenni, abbiamo accumulato debiti su debiti, ipotecando il futuro nostro e dei nostri figli per godere di una temporanea convenienza attuale. Continuare in questa direzione, che oramai si protrae da tempo, significa causare contraccolpi sociali, culturali, politici ed economici tremendi alla nazione. Voi e io, come singoli, possiamo, chiedendo prestiti, vivere al di sopra delle nostre possibilità, ma questo solo per un periodo di tempo limitato. Perché, allora, dovremmo pensare che collettivamente, come nazione, potremmo in qualche modo sfuggire a questa stessa limitazione? Dobbiamo agire oggi per preservare il domani. E nessun fraintendimento: stiamo per agire, a partire da oggi. I mali economici che stiamo soffrendo si sono accumulati per molti decenni. Non se ne andranno in pochi giorni, settimane o mesi, però se ne andranno. Se ne andranno perché noi, noi americani, possediamo oggi, così come in passato, la capacità di fare qualunque cosa debba essere fatta per preservare il grande bastione della libertà.
Nella crisi attuale, lo Stato non è la soluzione ai nostri problemi. Lo Stato è il problema. Di volta in volta siamo stati tentati di credere che la società fosse diventata troppo complessa per governarsi in autonomia, che il governo gestito da un’élite fosse superiore al governo per la gente e della gente. Ma se nessuno tra noi è in grado di governare se stesso, allora chi tra noi ha la capacità di governare qualcun altro? Tutti noi assieme, dentro e fuori lo Stato, dobbiamo sopportare questo peso. Le soluzioni che cerchiamo debbono essere eque, senza che un gruppo sia obbligato a pagare un prezzo più alto. Sentiamo parlare spesso di gruppi di interessi particolari. Ora dobbiamo preoccuparci di un gruppo d’interesse particolare che è stato per troppo tempo dimenticato. Non conosce barriere geografiche o etniche né divisioni razziali e attraversa i confini dei partiti politici. È fatto di uomini e di donne che producono il nostro cibo, pattugliano le nostre strade, creano le nostre fabbriche, insegnano ai nostri figli, gestiscono le nostre case e ci guariscono quando siamo malati: professionisti, industriali, negozianti, impiegati, tassisti e camionisti. Sono, in breve, «Noi, il popolo», quegli uomini chiamati «americani». Ebbene, l’obiettivo di questa amministrazione sarà un’economia sana, vigorosa e in crescita, che fornisca pari opportunità a tutti gli americani, senza barriere innalzate dall’intolleranza o dalla discriminazione. Riportare gli Stati Uniti al lavoro significa riportare tutti gli americani al lavoro. Sconfiggere l’inflazione significa liberare tutti gli americani dal terrore del crescente costo della vita. Tutti debbono condividere il lavoro produttivo di questo «nuovo inizio» e tutti debbono condividere le ricchezze di un’economia rinata. Con l’idealismo e con la correttezza che sono il cuore del nostro sistema e che sono la nostra forza, potremo avere Stati Uniti forti e fiorenti in pace con se stessi e con il mondo. Così, ora che cominciamo, lasciateci fare l’inventario. Siamo una nazione che ha un governo e non viceversa. Ed è questo che ci rende una nazione speciale tra le molte della Terra. Il nostro governo non possiede altri poteri se non quelli conferitigli dal popolo. È arrivata l’ora di porre un freno e di ridimensionare l’ipertrofia del governo, che mostra di essere cresciuto ben oltre il consenso dei governati.
È mia intenzione dominare la dimensione e l’influenza del potere federale e ricordare la distinzione tra i poteri garantiti al governo federale e quelli riservati ai singoli Stati dell’Unione o alla gente. Tutti noi dobbiamo ricordarci che il governo federale non ha creato gli Stati; gli Stati hanno creato il governo federale. Non è peraltro certo mia intenzione, sia detto per evitare qualsiasi fraintendimento, eliminare completamente il governo. Mia intenzione è piuttosto quella di farlo funzionare, affinché lavori con noi e non al di sopra di noi, al nostro fianco e non addosso. Il governo può e deve fornire opportunità alle persone, non soffocarle; promuovere la produttività, per esempio, non soffocarla. Se ci domandiamo perché abbiamo ottenuto tanto per tanti anni, perché abbiamo insomma prosperato come nessun altro popolo al mondo, la risposta è che, in questa terra, abbiamo permesso all’energia e al talento personali dell’Uomo di liberarsi in misura maggiore a quanto sia mai stato fatto in precedenza. Da noi vi è stata più disponibilità e più protezione della libertà e della dignità della persona che non in qualsiasi altro luogo al mondo. A volte il prezzo di questa libertà è stato alto, ma noi non abbiamo mai esitato a pagarlo. Non è una coincidenza che i nostri problemi attuali siano paralleli e proporzionali all’intervento e all’intrusione nelle nostre vite della non necessaria ed eccessiva crescita dello Stato. È il momento per noi di comprendere che siamo una nazione troppo grande per limitarci a sogni piccoli. Non siamo, come qualcuno voleva farci credere, condannati a un declino inevitabile. Io non credo in un destino che si abbatterà contro di noi, al di là di quello che ci sforziamo di fare. Credo invece in un destino che si abbatterà contro di noi se non facciamo niente. Così, con tutta l’energia creativa di cui disponiamo, iniziamo un’era di rinnovamento della nazione. Rinnoviamo la nostra determinazione, il nostro coraggio e la nostra forza. E rinnoviamo anche la nostra fiducia e la nostra speranza. Abbiamo tutti i diritti di fare sogni eroici. Chi afferma che il nostro è un tempo senza eroi, lo fa perché non sa dove cercare.
Vi sono eroi che entrano e che escono quotidianamente dai cancelli delle fabbriche. E altri, una manciata appena, che producono cibo a sufficienza per nutrire noi e il resto del mondo. S’incontrano poi eroi seduti oltre i banconi degli esercizi commerciali e se ne trovano su entambi i lati di quei banconi. Ci sono imprenditori che hanno fiducia in se stessi e fiducia in un’idea capace di generare nuovi posti di lavoro, nuova ricchezza e nuove opportunità. Ci sono individui e famiglie le cui tasse sostengono il governo e le cui donazioni sostengono le chiese, le associazioni di beneficenza, la cultura, l’arte e l’istruzione. Il loro patriottismo è silenzioso, ma profondo. I loro valori sostengono la nostra vita nazionale. Ora, ho usato le parole «essi» e «loro» nel riferirmi a questi eroi. Avrei potuto dire «voi» e «vostri» giacché mi sto rivolgendo proprio agli eroi di cui parlo: voi, i cittadini di questa terra benedetta. I vostri sogni, le vostre speranze, i vostri traguardi stanno per diventare i sogni, le speranze e i traguardi di questa amministrazione, e così Dio mi aiuti. Noi dovremmo rispecchiare quella compassione che è una parte così importante di voi. Come possiamo amare il nostro Paese e non amare i nostri compatrioti, e amandoli, non tendere la mano quando essi cadono, non guarirli quando sono malati e non fornire loro l’opportunità di essere autosufficienti, così che siano uguali nei fatti e non solo in teoria?
Possiamo risolvere i problemi chi ci si parano innanzi? La risposta è un inequivocabile ed enfatico «sì». Per parafrasare Winston Churchill, non ho fatto questo giuramento con l’intenzione di presiedere alla dissoluzione della più forte economia del mondo. Nei prossimi giorni proporrò di rimuovere gli ostacoli che hanno rallentato la nostra economia e ridotto la nostra produttività. Farò passi avanti per ripristinare l’equilibrio tra i vari livelli dello Stato. I progressi potranno essere lenti - misurati in centimetri e in metri, non in chilometri - ma faremo progressi. È il momento di risvegliare questo gigante industriale, di riportare il governo alle sue sole competenze e di alleggerire la pressione fiscale che oggi ci punisce. Saranno queste le nostre prime priorità e su questi princìpi non scenderemo mai a compromessi. Alla vigilia della nostra lotta per l’indipendenza uno dei più grandi fra i Padri fondatori della nazione, Joseph Warren, presidente del Congresso del Massachusetts, disse ai propri concittadini americani: «Il nostro Paese è in pericolo... Da voi dipendono le sorti dell’America. Siete voi a dover rispondere agli importanti interrogativi su cui si fondano la felicità e la libertà di milioni di persone non ancora nate. Che le vostre azioni siano degne di voi». Ecco, io credo che noi, gli americani di oggi, siamo pronti ad azioni degne di noi stessi, pronti a fare quello che dev’essere fatto per assicurare felicità e libertà a noi, ai nostri figli e ai figli dei nostri figli. E quando qui, nella nostra terra, riusciremo a operare il rinnovamento, allora verremo considerati sempre più potenti in tutto il mondo. Saremo ancora l’esempio della libertà e il faro della speranza per chi oggi non gode di libertà. Nei confronti di quei vicini e alleati che condividono la nostra libertà, rafforzeremo i legami storici e assicureremo loro il nostro sostegno e il nostro fermo impegno. Risponderemo alla lealtà con la lealtà. Cercheremo di instaurare relazioni che portino benefici a entrambi. Non utilizzeremo la nostra amicizia per imporci sulla loro sovranità, perché la nostra sovranità non è in vendita.
E quanto ai nemici della libertà, a coloro che sono potenziali avversari verrà ricordato che la pace è la massima aspirazione del popolo americano. In suo favore, siamo pronti a negoziare e a sacrificarci, ma mai ci arrenderemo in suo nome: né ora né mai. La nostra capacità di sopportazione non dovrà mai essere fraintesa. La nostra riluttanza a entrare in guerra non dovrà mai essere presa per una mancanza di volontà a farlo. Quando sarà necessario agire per proteggere la nostra sicurezza nazionale, noi agiremo. Conserveremo, se necessario, forze sufficienti per vincere, sapendo che se lo facciamo avremo più possibilità di non dover mai fare ricorso a quelle forze. Soprattutto dobbiamo tutti renderci conto che nessun arsenale e nessuna delle armi custodite negli arsenali del mondo è altrettanto potente quanto lo sono la volontà e il coraggio morale di uomini e di donne liberi. È un’arma che i nostri avversari nel mondo di oggi non hanno. È un’arma che noi americani abbiamo. Dobbiamo farlo comprendere a chi pratica il terrorismo e assalta i propri vicini. Mi è stato detto che oggi sono stati organizzati migliaia di incontri di preghiera e ve ne sono profondamente grato. Siamo una nazione unita nel nome di Dio e io sono convinto che Dio ci ha voluti liberi. Sarebbe appropriato e giusto, credo, se negli anni futuri ogni giorno dell’indipendenza venisse dichiarato giorno di preghiera.
Questa è la prima volta nella storia che questa cerimonia si tiene, come vi è stato detto, sulla facciata ovest del Campidoglio. Da qui si ha una vista magnifica, che si stende sulla storia e sulla bellezza straordinarie di questa città. Al confine di questo spiazzo ci sono i templi dei giganti sulle cui spalle noi poggiamo. Diritto davanti a me, il monumento a un uomo monumentale: George Washington, padre della nostra Patria. Un uomo umile che assurse alla grandezza con riluttanza. Guidò gli Stati Uniti dalla vittoria rivoluzionaria fino all’infanzia del loro essere nazione. Su un lato vedo il monumento in memoria di Thomas Jefferson. La Dichiarazione d’indipendenza arde della sua eloquenza. E poi, dietro alla Reflecting Pool, le colonne solenni del Lincoln Memorial. Chiunque comprenda nel proprio cuore il significato degli Stati Uniti lo ritroverà nella vita di Abraham Lincoln. Dietro a questi monumenti innalzati all’eroismo scorre il fiume Potomac e sulla riva lontana le dolci colline del cimitero nazionale di Arlington, con le sue file allineate di semplici lapidi bianche con croci cristiane o stelle di Davide. Tutte assieme formano solo una piccola frazione del prezzo che è stato pagato per la libertà. Ciascuna di quelle lapidi è un monumento al genere di eroi di cui ho parlato prima. Le loro vite si sono chiuse in posti chiamati Belleau Wood, Argonne, Omaha Beach, Salerno e altrove nel mondo, come Guadalcanal, Tarawa, Pork Chop Hill, Chosin Reservoir o centinaia di risaie e di giungle di un luogo chiamato Vietnam. Sotto una di quelle lapidi giace un giovane, Martin Treptow, che ha lasciato il suo lavoro in un piccolo negozio di parrucchiere nel 1917 per recarsi in Francia con la famosa divisione Arcobaleno. Là, sul fronte occidentale, è stato ucciso mentre cercava di portare un messaggio tra due battaglioni sotto il fuoco dell’artiglieria pesante. Ci è stato detto che sul suo corpo è stato trovato un diario. Sotto l’intestazione, «il mio impegno», ha scritto queste parole: «L’America deve vincere questa guerra. Dunque io lavorerò, salverò, mi sacrificherò, mi farò forza, combatterò con gioia e darò il mio meglio, come se il risultato dell’intera battaglia dipendesse solo da me». La crisi che affrontiamo oggi non ci richiede il sacrificio che è stato invece chiesto a Martin Treptow e a tante migliaia di altri come lui. Richiede però il nostro sforzo più grande e la nostra ferma volontà di credere in noi stessi e nella nostre capacità di compiere azioni grandi; di credere che assieme, con l’aiuto di Dio, possiamo risolvere i problemi e che risolveremo i problemi che ora stiamo per affrontare. E perché, dopo tutto, non dovremmo crederci? Siamo americani. Dio vi benedica e grazie.
(Traduzione di Paolo Zanetto)