archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

Dicembre 1973/Meno tasse per tutti

LIBERAL BIMESTRALE
Liberal n. 25 - Agosto-Settembre 2004

Torna al sommario
cop25_th

 

I risultati delle elezioni di novembre dimostrano ancora una volta che il popolo statunitense si oppone fermamente alla filosofia dei controlli governativi sempre maggiori e delle imposte fiscali sempre più salate. Nello Stato di Washington, un aumento impopolare delle tasse che si voleva varare per via legislativa è stato annullato in modo schiacciante assieme alla proposta d’introdurre un’imposta statale sul reddito. Lo Stato di New York ha rifiutato una proposta sulle obbligazioni del trasporto di 3,5 miliardi di dollari da un margine di 3 a uno di 2. Il Texas e il Rhode Island hanno bocciato proposte legislative sui salari e il Kentucky ha rifiutato la proposta d’introdurre sessioni legislative annuali. La diffusa ribellione dei contribuenti è risultata evidente anche in California, dove quasi tutte le questioni relative ai salari del personale delle scuole locali sono state sonoramente sconfitte. Una contea ha addirittura votato per ridurre di duemila dollari gli stipendi dei soprintendenti appunto di contea. Del resto, è questo genere di questioni riguardanti le tasse che fornisce ai cittadini l’unica opportunità d’influenzare direttamente la politica fiscale del governo e di protestare contro il devastante carico di tributi che pesa su di loro; e questa opportunità concreta i cittadini l’hanno sfruttata al massimo. Ora, l’unico quesito presente sulle schede referendarie dell’’ntero Stato della California è stato quello relativo alla Proposizione n. 1, un’iniziativa tesa a ridurre le imposte statali sul reddito del 7,5% per l’anno 1974. La Proposizione ha peraltro costituito l’opportunità storica di ridurre per sempre la fiscalità imposta dallo Stato della California ai propri cittadini, predisponendo un limite costituzionale sulla percentuale del reddito personale che lo Stato può incamerare attraverso le tasse. Eppure, nonostante quasi due milioni di persone si siano espresse a favore di essa, la Proposizione n. 1 è stata bocciata in ragione del 54% di voti contro il 46 in un confronto a cui ha partecipato circa il 45% degli aventi diritto.
Perché? Perché la maggioranza dei votanti ha respinto questa storica occasione che le avrebbe consentito di ridurre la pressione fiscale di cui è gravata e come può, in considerazione del risultato, il sottoscritto o qualunque altra persona considerare la California uno di quegli Stati dell’Unione in cui le persone credono che la struttura complessiva del governo sia divenuta troppo grande e troppo costosa? La risposta a questa contraddizione apparente sta sia nei risultati della consultazione stessa sia nella campagna di distorsione e di falsificazione intrapresa contro la Proposizione n. 1 da un’opposizione ben finanziata e ben organizzata che ha evitato con ogni mezzo di discutere la questione centrale: vale a dire se oggi le tasse siano troppo alte e se il carico fiscale debba quindi essere ridotto. I quasi due milioni di cittadini che hanno votato a favore alla Proposizione n. 1 erano coscienti di votare contro l’aumento della pressione fiscale. Ironicamente, però, la maggior parte di chi ha votato negativamente ha creduto anch’essa di esprimere lo stesso parere. L’ultimo grande sondaggio di opinione relativo alla Proposizione n. 1, il Field poll, ha infatti rivelato che la maggioranza dei consensi inclinava verso il «no», ma ha pure indicato che il 69% di chi si è espresso contro di essa votava così credendo che tale proposta mirasse ad aumentare il loro carico fiscale. Benché pensata proprio per ridurre le tasse statali e locali, e per mantenerle definitivamente a livelli bassi, molti votanti sono caduti vittime della confusione generata da una serie di blitz televisivi e dalla campagna pubblicitaria a mezzo stampa orchestrata dall’opposizione. In un certo senso, la strategia referendaria dell’opposizione è stata la forma di tributo più sincera agli obiettivi che la Proposizione n. 1 si prefiggeva: la riduzione delle tasse. Dopo avere ripetuto alla gente che quella proposta avrebbe inibito la capacità di spesa del governo costringendolo in futuro a limitare i propri budget, e dopo avere fomentato i timori dei gruppi di pressione più disparati, l’opposizione ha dunque deciso d’impostare la propria campagna referendaria sulla falsa affermazione secondo cui la Proposizione avrebbe aumentato, non ridotto, le tasse. Del resto l’opposizione non ha osato schierarsi apertamente contro ciò che sapeva essere l’effetto ultimo della Proposizione n. 1, vale a dire l’imposizione di un limite realistico e realizzabile all’invadenza del governo atto a impedire che le tasse crescano più rapidamente dei redditi dei contribuenti. La sconfitta della Proposizione n. 1 non può però essere mutata in vittoria da chi prospetta aumenti fiscali e crescite illimitate degli apparati governativi. È stata una vittoria della demagogia politica e un trionfo dell’accusa non suffragata dai fatti, convincente in un annuncio pubblicitario televisivo di trenta secondi ma in realtà latore più di confusione che d’informazione.
È un assioma della politica che quando le persone sono confuse a proposito di un tal problema, molte di esse voteranno contro. Ovvero, o sceglieranno lo status quo oppure non voteranno affatto. Il 6 novembre in California vi erano elettori sostanzialmente confusi circa gli effetti della Proposizione n. 1 in numero sufficiente a bocciare quello che probabilmente è stato lo sforzo maggiore profuso in questo secolo per ridimensionare in maniera ragionevole la magnitudo degli apparati governativi sul piano finanziario. Alcuni di loro hanno votato contro, altri sono rimasti semplicemente a casa. In California questo genere di cinismo potrebbe peraltro avere delle giustificazioni. Troppo spesso, nel passato, la gente si è sentita promettere sgravi fiscali o miglioramenti nell’efficienza degli apparti di governo, ma solo a condizione che si adottasse questa o quella misura amministrativa o che al governo fossero concessi i poteri o le facoltà nuove atte a modificare le limitazioni di bilancio precedentemente varate. È però accaduto che queste promesse non siano mai state mantenute e così per la gente la prospettiva degli sgravi fiscali promessi si è rivelata una mera illusione. Dopo le elezioni si scopre infatti sempre una qualche grande emergenza, un «bisogno» imprevisto per fare fronte al quale si debbono immancabilmente aumentare gl’introiti degli apparati di governo e mai ridurli. Quando assunsi il governo della California nel 1967, mi resi conto che la promessa «nessun aumento delle tasse» era irrealizzabile. La California era virtualmente insolvente: l’amministrazione precedente aveva infatti cambiato il sistema della contabilità di bilancio dello Stato in modo tale da alienare in 15 mesi le entrate di 12 mesi, evitando così un aumento significativo delle imposte durante l’anno elettorale del 1966. Ma il governo dello Stato spendeva un milione di dollari al giorno più di quanti ne raccogliesse. Diversamente dal governo federale di Washington, la California non può però stampare più cartamoneta o accumulare deficit. Al governatore è infatti richiesto di pareggiare il bilancio, e se per equilibrare introiti e spese sono necessarie tasse supplementari, a norma di Costituzione il governatore è tenuto ad aumentare le imposte. La mia prima importante lezione di gestione amministrativa è dunque stata dolorosa: lo è stata per i contribuenti e lo è stata per l’amministrazione. Si sono dovute infatti aumentare le tasse di circa 800 milioni di dollari onde pareggiare il disavanzo di bilancio che avevamo ereditato. All’epoca dissi di sperare che si sarebbe trattato di una misura provvisoria, e che quando si avesse avuto modo di operare riforme tese a limitare l’eccesso di spesa, ci si saremmo subiti messi a lavorare per ridurre la pressione fiscale sui cittadini. Credevo cioè che il governo avrebbe potuto funzionare in modo più economico adottando le stesse sane regole e i medesimi sani princìpi che si adoperano per il bilancio familiare. L’espressione «tagliare, comprimere e potare» è divenuta la parola d’ordine della mia amministrazione e il risultato ha confermato ciò in cui credevo: ossia che il costo della macchina pubblica potesse essere tenuto sotto controllo. Una task force di uomini d’affari ha quindi posto sotto esame l’amministrazione pubblica della California, suggerendo quasi duemila punti toccando i quali la si sarebbe potuta snellire. Ogni riforma e ogni sfida allo status quo burocratico ha comportato rabbia, proteste e dimostrazioni. Ma, contrariamente a quanto affermato dai gruppi protestatari, i tagli operati non hanno ridotto la capacità dello Stato della California di garantire finanziariamente i servizi che spettato lecitamente all’amministrazione pubblica. Anzi: hanno aumentato l’impegno pubblico e al contempo hanno ridotto le tasse.
Nell’arco di sette anni siamo riusciti ad aumentare l’impegno economico dello Stato della California a favore delle scuole pubbliche del 92%, anche se le iscrizioni di quest’anno sono cresciute di meno del 6% rispetto a quelle del 1967. Il fondo dello Stato californiano per il diritto allo studio, che aiuta i giovani che ne hanno i requisiti a pagare il college, quest’anno ammonta a più di 36 milioni di dollari, quasi otto volte superiore a quando si è cominciato. La California è poi stata la prima a inquadrare i malati mentali in un sistema che altro non è se non l’ampliamento dei servizi d’igiene mentale garantiti dalle strutture locali delle singole comunità di cui si compone il nostro territorio. All’inizio le somme di denaro disponibili per i servizi di cura garantiti dalle strutture comunitarie era di 18 milioni di dollari; quest’anno è salito a oltre 140 e il nostro essere passati dal «magazzino per malati di mente» ad ampie istituzioni psichiatriche di Stato è divenuto un modello per tutta la nazione. Nessuno ha contestato l’aumento dell’impegno economico pubblico in questi campi, ma i tagli di bilancio che lo hanno reso possibile sì e con foga. Quando abbiamo cercato di ridurre i disavanzi finanziari, siamo stati istericamente attaccati con l’accusa di volere il caos fiscale. Prima del 1967, chi in California era proprietario di un’abitazione si lamentava per l’eccessivo carico fiscale su quell’immobile. Gli sgravi, però, sono stati impossibili fino a quando i tagli e un’efficienza maggiore da parte dell’amministrazione pubblica non lo hanno permesso. Nel 1968 i proprietari di case hanno goduto di un’esenzione fiscale sugl’immobili pari a 750 dollari, che l’anno scorso, dopo una lotta quadriennale, è stata innalzata a 1.750; questa misura è stata varata assieme alla revisione di un pacchetto che consente di diminuire le aliquote fiscali previste per la frequenza delle scuole locali e che garantisce a queste il più grande aumento del finanziamento statale in un solo anno che mai si sia verificato nella storia. Per la maggior parte dei contribuenti questo ha significato un risparmio nelle imposte annuali sulla proprietà compreso fra i 150 e i 200 dollari.
Con l’obiettivo di estendere i benefici di una migliorata efficienza amministrativa a tutti i contribuenti, abbiamo operato crediti d’imposta a vantaggio degl’inquilini (invece di ridurre l’imposta sulla proprietà) e abbiamo dimezzato l’imposta d’inventario degli esercizi commerciali, riducendo pure di undici volte il pedaggio sui ponti. Ma con ogni probabilità il successo maggiore lo si è ottenuto nella riforma dell’assistenza sociale. Quando, nel 1971, avanzai questa proposta, la maggioranza che controlla il Congresso dello Stato della California, appartenente al Partito democratico, non ha neppure permesso che presentassi il programma in una sessione congiunta delle Camere. È stato detto che si sarebbe verificato un disavanzo di bilancio di 700 milioni di dollari. Venne prevista la catastrofe fiscale, il governo della California fu accusato di voler addossare il peso dell’iniziativa sulle amministrazioni locali e le organizzazioni di tipo assistenzialistico protestarono a gran voce sostenendo che eliminare gli abusi e le frodi dal settore dell’assistenza sociale avrebbe privato anche le persone autenticamente bisognose degli aiuti necessari.

La riforma dell’assistenza sociale
Nessuna di queste cose è però accaduta. Quando abbiamo cominciato, gl’iscritti ai programmi di assistenza sociale della California stavano crescendo al ritmo di 40 mila persone al mese e i costi aumentando tre volte più rapidamente del tasso di crescita normale degl’introiti dello Stato (senza aumento delle tasse). All’ultimo conteggio il numero degl’iscritti all’assistenza sociale era diminuito di 386.835 persone rispetto all’inizio. Sono cioè aumentati di quasi il 30% i benefici per chi ne aveva veramente bisogno, aggiustando poi il costo della vita per gli anziani e per i disabili. Oggi il costo dell’assistenza sociale è compreso fra 1 e 2 milioni di dollari in meno di quello che chi ha avversato la riforma ha detto sarebbe stato. Da allora riforme analoghe dell’assistenza sociale sono state quindi adottate da alcuni altri Stati dell’Unione nordamericana e molti dei funzionari capaci e scrupolosi che hanno contribuito a realizzarle sono stati reclutati dall’amministrazione Nixon allo scopo di riformare l’assistenza sociale nazionale. Né l’imposizione fiscale si è trasferita al governo locale. Nell’anno successivo alla riforma dell’assistenza sociale, in California 42 contee su 58 hanno ridotto i livelli di tassazione base. Quest’anno lo hanno fatto 45 contee, la maggior parte delle quali per il secondo anno consecutivo. Così, anziché un deficit di bilancio di 700 milioni di dollari si è avuta una eccedenza di 800. Contrariamente a quanto fatto nel 1967, si sono raccolti 1,5 milioni di dollari al giorno in più del fabbisogno e così si è provveduto a restituirli ai cittadini.
Più di un anno fa, mentre spingevo per riformare le imposta di proprietà, organizzai un gruppo di esperti radunati allo scopo di esaminare l’intera struttura del governo, per scoprire come, evitando di tagliare i servizi essenziali, il carico fiscale dei cittadini potesse essere ridotto in maniera definitiva. Quel gruppo di esperti comprendeva alcuni degli economisti più noti del Paese, uomini come Milton Friedman, Peter Drucker, C. Lowell Harriss, Roger Freeman e James Buchanan. Assieme ai membri del mio gabinetto e del mio staff, questo gruppo di esperti ha lavorato per più di sette mesi scoprendo che le tasse sono la sola eccezione tollerata alla legge di gravità formulata da Isaac Newton. Vanno cioè sempre verso l’alto, sia nei periodi buoni sia in quelli cattivi, sia nei momenti di prosperità sia nei momenti di recessione. Nel 1930 il costo complessivo del governo (del governo federale, dei governi dei singoli Stati e degli altri livelli di governo locale) ammontava a circa il 15% dei redditi complessivi dei cittadini statunitensi. Quest’anno, in California, il costo complessivo è pari al 44,7% e un po’ meno nel resto del Paese. Di questa percentuale, lo Stato californiano incamera circa l’8,75. Assieme alla restituzione degli 800 milioni di dollari eccedenti, è stato dunque chiesto al citato gruppo di esperti d’ideare il modo per ridurre in maniera definitiva quella percentuale, decurtando permanentemente il carico fiscale individuale della California. Il risultato del lavoro degli esperti ha portato all’iniziativa fiscale offerta alla California il 6 novembre. Notoriamente gl’introiti incamerati dall’amministrazione di governo per soddisfare i fabbisogni primari dei cittadini aumentano a causa dell’inflazione e della crescita della popolazione. Tuttavia la nostra convinzione era che questo stato di cose potesse continuare anche riducendo in modo graduale il carico fiscale complessivo. Negli ultimi vent’anni il costo del governo dello Stato della California è cresciuto del 10% all’anno, ma il reddito totale dei cittadini cresce oggi solo del 7,7%, e questo ha costretto ad aumenti periodici delle imposta generando una curva in costante ascesa della percentuale di reddito personale che finisce in tasse.

Gli obiettivi della Proposizione n. 1
La Proposizione n. 1 è stata dunque ideata allo scopo di equilibrare la spesa pubblica con lo sviluppo dei redditi. Le sue caratteristiche fondamentali sono state:
- la riduzione immediata della tassa sul reddito imposta dallo Stato della California in ragione del 7,5% degl’introiti dell’anno 1974;
- l’eliminazione totale e permanente di tale tassa sul reddito per tutte le famiglie che guadagnano un massimo di 8 mila dollari l’anno;
- fattore più importante, l’approvazione di un limite massimo di tassazione attraverso l’imposizione di un tetto alla crescita degl’introiti incamerati dallo Stato della California, imposizione che avrebbe lentamente ridotto l’8,75% dei redditi dei cittadini assorbiti dal nostro Stato a un livello di circa il 7, lungo un periodo di 15 anni.
A meno che non venga fatto qualcosa per controllare l’illimitato potere di tassazione di cui gode il settore pubblico, il bilancio della California aumenterà dai 9,3 miliardi di dollari di quest’anno alla cifra sconcertante di 47 miliardi entro il 1989. Gli avversari della nostra proposta ci accusano poi di aver cercato d’imporre una camicia di forza fiscale al governo della California, obbligandolo a tagli consistenti per la formazione, per la salute mentale, insomma per quasi ogni voce del bilancio, nonostante il fatto che la Proposizione n. 1 avrebbe potuto raddoppiarlo nell’arco di dieci anni e triplicarlo in 15, e malgrado il fatto che i fondi per la formazione, per la salute mentale e tutti gli altri programmi di assistenza primaria avrebbero potuto svilupparsi con lo stesso ritmo. Al contempo, la California avrebbe potuto progettare una riduzione ordinata delle imposte come parte della ricerca di fondi per il bilancio. In cinque anni si sarebbero potute ridurre le imposte sul reddito di un altro 24% o abbassare di un penny l’imposta sulle vendite; in dieci anni la riduzione dell’imposta sul reddito avrebbe potuto essere del 60%, oppure si sarebbero potute ridurre di due centesimi le tasse sulle vendite di beni. L’assemblea legislativa avrebbe così completamente mantenuto il proprio potere di modificare la struttura fiscale, di aumentare specifiche imposte poco elevate e di fare qualsiasi cosa che faccia oggi, però con un’eccezione importante: tutti gli aumenti di tassazione futuri eccedenti il limite avrebbero dovuto essere ratificati dalla popolazione. È stata questa iniziativa che, più di qualsiasi altra, ha generato l’allarme maggiore negli apparati burocratici, i quali erano perfettamente a conoscenza del fatto che se mai la gente avesse deciso di porre il veto su una spesa eccessiva, i giorni del governo scialacquatore sarebbero prontamente finiti. Un membro dell’assemblea legislativa mi ha rinfacciato che restituire ai cittadini l’eccedenza di 80 milioni di dollari sarebbe «un dispendio inutile di fondi pubblici». Un altro ha detto che la Proposizione n. 1 limiterebbe la capacità del governo di ridistribuire il reddito della gente con le tasse: una delle poche dichiarazioni esatte che l’opposizione ha rilasciato durante la campagna referendaria, ma fatta solo all’interno delle sedi legislative.
Quasi tutte le organizzazioni che traggono status sociale, reddito e potere da strutture invasive di governo si sono allineate agli oppositori della Proposizione n. 1, ivi compresa l’associazione degli insegnanti pubblici, l’associazione degli impiegati pubblici e i gruppi impegnati nell’assistenza sociale. Gli avversari della Proposizione hanno affermato che il nostro programma di riduzione delle tasse avrebbe favorito i ricchi. La verità è invece che le tasse imposte dallo Stato della California sul reddito sarebbero state eliminate in maniera definitiva per ogni famiglia che guadagnasse meno di 8 mila dollari l’anno. Si è detto peraltro che la Proposizione non conteneva in realtà alcuna assicurazione di riduzione fiscale, eppure l’emendamento proposto alla Costituzione della California con il referendum afferma specificamente che, ogni anno per 15 anni, la percentuale del reddito dei cittadini che il governo può prelevare con le tasse deve essere ridotta con un condono oppure debbono essere ridotte le tasse. Si è addirittura detto che essa avrebbe indotto un aumento delle tasse locali, ma la speranza è che la Proposizione n. 1 avrebbe scritto nella Costituzione della California gli stessi limiti d’imposta al governo locale contenuti nella riforma dell’imposta di proprietà operata del 1972. Questa protezione sarebbe stata garantita non semplicemente da una legge, ma dal testo costituzionale che solamente i cittadini hanno il potere di modificare. Una delle più vistose falsità pronunciate durante la campagna referendaria è stata quella secondo cui la Proposizione n. 1 avrebbe autorizzato l’assemblea legislativa a consentire l’imposizione delle imposte locali sul reddito da parte di qualsiasi ente governativo, «dalle contee ai distretti di disinfestazione dalle zanzare». La verità è che l’assemblea legislativa possiede già quel potere e che quindi essa può autorizzare quell’imposizione attraverso un semplice voto a maggioranza. La Proposizione n. 1 avrebbe reso tutto questo più difficile, richiedendo una maggioranza di due terzi per ogni imposizione fiscale locale sul reddito (cosa che attualmente in California manca).
Ma in un campagna referendaria infocata la verità è un’arma davvero fragile. Può venire ignorata oppure travisata e distorta producendo nel cittadino medio, non pratico delle questioni riguardanti la finanza dello Stato californiano, la confusione. Quando in febbraio abbiamo proposto il controllo sugl’introiti e il programma di riduzione delle tasse della California, lo si è fatto offrendo un piano di restituzione dell’eccedenza di 800 milioni attraverso un altro condono dell’imposta sul reddito pari al 20% nel 1973 e una sospensione, per sei mesi, di un penny sulle tasse che gravano la vendita dei beni imposta dallo Stato della California. La maggioranza presente nell’assemblea legislativa, controllata da chi avrebbe poi condotto l’opposizione alla Proposizione n. 1, ha bloccato il piano e così quella iniziativa non ha superato nemmeno il primo comitato di esame, anche se tutti gli anni vengono proposti emendamenti costituzionali che vengono sottoposti a votazione. I legislatori che hanno combattuto la Proposizione n. 1 non hanno però trovato il tempo, nella primavera scorsa, d’indire discussioni pubbliche su vasta scala di detta proposta. Nelle settimane finali della campagna referendaria però - campagna indetta proprio per sottoporre al voto quell’iniziativa - quasi tutti i comitati legislativi principali hanno invece organizzato udienze speciali per pubblicizzare gli attacchi alla Proposizione n. 1. Poiché l’assemblea legislativa ha rifiutato di votarla, siamo stati costretti a raccogliere più di mezzo milione di firme perché potesse essere sottoposta al voto, e questo ha richiesto un grande sforzo in termini di tempo e l’impiego di parte dei contributi finanziari raccolti a sostegno del programma. Tuttavia questa parte della campagna referendaria ha reso utile lo sforzo. Prima che l’iniziativa venisse ufficialmente dichiarata sottoponibile al voto, la maggioranza al Congresso dello Stato della California espressa dal Partito democratico si era rifiutata di studiare qualsiasi possibilità di restituzione dell’eccedenza di 800 milioni di dollari ai contribuenti. Ma dopo che la popolazione ha deciso affinché la proposta venisse sottoposta al voto, i nostri avversari, ansiosi di renderla la meno attraente possibile dal punto di vista finanziario, hanno offerto un compromesso in base al quale detta eccedenza verrebbe restituita attraverso un condono dell’imposta sul reddito compreso fra il 20 e il 35% in una sola tranche e la sospensione, per sei mesi, di un penny sull’imposta di vendita dei beni.
Era politicamente sconsigliabile accettare il compromesso? Si sarebbe dovuto lasciare che l’eccedenza venisse incamerata dall’erario aumentando così le possibilità di far approvare la Proposizione n. 1? Considerati questi argomenti, si è deciso di rifiutarli giacché il nostro scopo è sempre stato quello di ridurre le tasse, non di partecipare a giochetti politici. Le tasse sulle vendite di beni sono state abbassate di un centesimo per sei mesi, l’imposta sul reddito per le famiglie che guadagnano al massimo 8 mila dollari all’anno eliminata interamente per l’anno 1973 e nello stesso anno le imposte pagate dalle famiglie con redditi superiori riceveranno un condono compreso fra il 20 e il 35%. La decisione di sottoporre la Proposizione n. 1 al voto ha fatto sì che si riuscisse a ottenere parte degli scopi prefissati forzando l’assemblea legislativa a restituire ai cittadini l’eccedenza di bilancio. Ma la riduzione a termine più lungo, permanente, delle tasse rimane ancora un obiettivo non raggiunto. Sono quindi naturalmente deluso. Era ed è un’idea ambiziosa, e non mi rammarico del tentativo fatto. L’iniziativa ha avuto uno scopo positivo. In conseguenza della battaglia intrapresa in California, dappertutto i cittadini statunitensi sono stati avvertiti del peso sconcertante che le tasse impongono sull’economia nazionale e su ogni singola famiglia in questo Paese. La gente non ha affatto respinto l’idea della riduzione delle imposte fiscali né della riduzione a livelli ragionevoli delle dimensioni e del costo del governo. In tutto il Paese i cittadini hanno votato a favore della riduzione delle tasse e così è avvenuto anche con il voto espresso confusamente in California circa la Proposizione n. 1. Forse si sarebbe potuto e dovuto fare di più per spiegare con chiarezza maggiore le questioni filosofiche che erano alla base di quella proposta, e per denunciare quel sottile giocare con le paure dei cittadini in modo da distrarre, da rendere irrilevante la loro opinione e da confonderli che è stato sfruttato tanto efficacemente dai nostri avversari. Abbiamo peraltro imparato che negli Stati Uniti opera uno schieramento davvero imponente di forze deciso a espandere la misura e il peso del governo, mantenendo illimitato il potere che esso ha di tassare i cittadini. Raramente si è riusciti a sconfitte tali forze durante gli scorsi quarant’anni. Avendo sempre prevalso, le tasse ora pesano sulla famiglia americana media più di quanto essa complessivamente spende per gli alimenti, l’abitazione e il vestiario. Un’economia libera non può sopravvivere per sempre a questo genere di carico fiscale. Più di un secolo fa, il filosofo francese Frédéric Bastiat ha scritto: «Anche lo Stato è soggetto alla Legge di Malthus. Esso tende a espandersi in proporzione ai propri mezzi di sussistenza e a vivere oltre essi, mezzi che in ultima analisi sono solamente le risorse del popolo. Guai al popolo che non è capace di limitare la sfera di azione dello Stato: la libertà, l’impresa privata, la ricchezza, la felicità, l’indipendenza, la dignità personale, tutto sparisce». Questo è quanto accadrà inevitabilmente anche negli Stati Uniti a meno che si agisca per porre un freno alle spese eccessive del governo. E questo non può però essere fatto semplicemente mutando una legge. Si è pensato che limitare per legge il debito nazionale potesse controllare il deficit, ma il deficit è invece momentaneamente o anche definitivamente aumentato nonostante una ventina di mutamenti legislativi varati nel corso degli ultimi dodici anni. Soltanto i cittadini, attraverso un emendamento costituzionale o l’adozione di altri metodi sicuri, ha il potere di porre limite gli eccessi del governo. E questo è ciò che si è cercato senza successo di fare per lo Stato della California attraverso la Proposizione n. 1. La questione fondamentale resta però identica. Non abbiamo rinunciato all’obbietivo di ridurre le tasse. Verranno altri confronti elettorali, altri giorni. Abbiamo subito una battuta d’arresto, certo. Abbiamo perso una battaglia, ma questa lotta andrà avanti. I cittadini troveranno il modo per controllare questo governo cresciuto in maniera abnorme e per porre un limite ragionevole alla porzione di reddito personale che esso può incamerare attraverso le tasse. Questa idea diverrà una realtà. Essa deve prevalere perché altrimenti la società libera che abbiamo conosciuto per duecento anni, l’ideale di un governo basato sul consenso dei governati, cesserà semplicemente di esistere.

(Traduzione dall’inglese di Ignazio Cantoni)
 

web agency Done Communication