Voglio dedicarmi a un argomento che chiamerò «completamento della rivoluzione reganiana». E voglio introdurlo considerando brevemente la questione se il conservatorismo sia ottimista. La risposta a questa domanda è: sì. Il conservatorismo americano è oggi ottimista. O meglio, piuttosto, lo è diventato. Il conservatorismo americano è diventato ottimista - è diventato allegro, intrepido ed entusiasta e guarda al futuro - grazie principalmente alla leadership trasformatrice di Ronald Reagan. Grazie alla sua direzione, il partito conservatore americano è adesso il partito del futuro, perché è il partito dello spirito vitale, dell’energia e dell’impresa, è il partito delle idee. Il popolo americano ha rinnovato il suo impegno verso i nostri comuni principi; è iniziato il lavoro di restaurazione e di ricostruzione culturale. Il conservatorismo americano oggi detta le condizioni per le controversie nazionali. Lo fa perché, rinunciando il meno possibile ai propri principi, è riuscito a identificarsi con il desiderio tipicamente americano di nuove sfide e di nuove opportunità. Sotto la direzione di Ronald Reagan, il conservatorismo americano si è liberato del suo involucro di diffidenza e di atteggiamento difensivo verso il mondo in cui viviamo. Ha superato quello che una volta era diffidenza - perfino timore - del futuro. È diventato vigoroso, audace, positivo, in una parola, pienamente americanizzato. Mentre il liberalismo americano si è allontanato - in alcuni casi anche remando contro - dalla corrente principale della vita politica americana, il conservatorismo di oggi è a suo agio con il senso comune e con le comuni convinzioni del popolo americano. Di conseguenza, laddove una volta i conservatori opponevano resistenza al futuro, essi ora lo vedono come qualcosa da plasmare. E c’è una buona possibilità di farlo.
Conservatorismo che guarda al futuro
Considerate i cambiamenti avvenuti in due aree nelle quali il presidente Reagan ha cercato di determinare svolte fondamentali, nella politica economica nazionale e nella politica estera. In economia, l’approvazione della storica legislazione, che semplifica l’insieme delle norme che regolano la tassazione e che taglia i più elevati tassi marginali quasi della metà, è un atto di importanza epocale. Ciò implica la totale eclisse della vecchia economia, che era troppo spesso diffidente verso l’iniziativa privata ed eccessivamente fiduciosa nella pianificazione centralizzata. Si è avuta una nuova interpretazione di alcune vecchie verità concernenti la risorse imprenditoriali di crescita economica e del benessere, e il ruolo del governo come un affidabile e stabile arbitro dell’economia. Le riforme pratiche che sono state portate a termine negli ultimi cinque anni e i concreti successi che abbiamo avuto, si basano su una vera rivoluzione intellettuale nella quale, potrei aggiungere, la Fondazione Heritage ha avuto un ruolo di tutto rispetto. E proprio come le idee fallite del passato sono alla base dello spirito di malessere che il presidente Carter, a quanto pare, pensava fosse la nostra condizione naturale, così questa rivoluzione intellettuale giustifica l’ottimismo con cui noi affrontiamo il nostro futuro. La politica estera e militare è l’altra principale arena in cui la rivoluzione reganiana ha, necessariamente, concentrato le sue energie. E anche qui, io credo, noi abbiamo avuto successo nello sradicare il pessimismo autoindulgente degli anni Settanta. Infatti, anche se il presidente avesse realizzato poche altre cose, si sarebbe garantito per sempre il suo posto nella storia americana per il suo costante impegno nel ricostruire la struttura difensiva della nazione, un assoluto prerequisito per poter condurre una sana politica estera di qualsiasi tipo. Di quell’epoca sono i successi a Grenada ed El Salvador, la storica opportunità rappresentata dalla Sdi (Iniziativa di Difesa Strategica), e dal nuovo realismo nei riguardi dell’espansione sovietica e comunista, non meno aggressiva in America Centrale. Alla luce di risultati concreti come questi mi sembra giusto dire che noi abbiamo superato il momento critico. Per dirla con parole semplici: gli Stati Uniti come nazione stanno diventando la potenza più salda nell’arena mondiale. Ciò che è più significativo è che noi abbiamo capito ancora una volta perché sia importante essere forti. Ancora una volta noi riconosciamo la necessità di agire energicamente per difendere i nostri interessi e i nostri valori in un mondo pieno di pericoli. Con non minore importanza che nella sfera economica, il grande successo della rivoluzione reganiana nella politica estera e militare registra non soltanto modesti cambiamenti in qualche linea di condotta, ma anche la trasformazione del sentimento comune sull’essenza dell’America e su quanto essa possa realizzare. Nell’effettuare questa seconda trasformazione il ruolo giocato da Heritage è stato di nuovo vitale; e anche su questo fronte il conservatorismo americano, sotto la leadership del presidente Reagan, ha creato le basi per essere ottimisti sul futuro.
Continuando la rivoluzione
Rimane ancora altro da fare in queste aree, e naturalmente, altro resta da ultimare. La rivoluzione reganiana non è completa. Ma i conservatori non si aspettano la compiutezza e la perfezione nelle cose di questo mondo. Come quando, nel deserto, i conservatori sapevano che non c’erano cause perse, così essi sanno adesso, mentre stanno governando, che non ci sono cause definitivamente e irrevocabilmente vinte. Sarà compito dei futuri presidenti e dei loro governi - e del popolo americano nel suo complesso - sostenere la crescita e ampliare ciò che questa amministrazione ha fatto per garantire il nostro benessere economico e la nostra sicurezza nazionale. Ma che le realizzazioni siano vere e che noi ci troviamo adesso sulla strada giusta, tutto questo è chiaro. Vale la pena soffermarsi per un momento a ponderare quanto peculiare sia stata la rivoluzione reganiana. In verità, sembra che noi abbiamo rotto con il passato o almeno con il passato più recente. E in verità, noi guardiamo a un futuro forgiato da noi, con rosee aspettative. Ma questa è stata una rivoluzione diretta ed eseguita dai conservatori, il che significa che è stata compiuta, non rinunciando, ma, al contrario, recuperando e salvaguardando istituzioni, principi e verità fondamentali. In verità, proprio rinvigorendo il nostro attaccamento a questi principi e istituzioni, il presidente ha favorito negli americani in generale, e negli americani conservatori in particolare, il loro rinnovato senso di ottimismo e fiducia in se stessi. Pertanto, essa deve realizzarsi anche nelle zone che necessitano ancora di essere indirizzate, se noi dobbiamo completare la rivoluzione reganiana. La ricchezza e la forza militare sono mezzi necessari alla grandezza nazionale ma non sono, naturalmente, sufficienti. Come il presidente ha osservato: «La grandezza di una nazione, alla fine, non si misura solo dal suo prodotto interno lordo o dalla potenza militare, ma dalla forza e dall’attaccamento ai principi e ai valori che legano la sua gente e ne definiscono il carattere». La grandezza nazionale, alla fine, dipende ed è rappresentata dal carattere della nostra gente, che a sua volta deriva da tre cose. In primo luogo, dalla nostra consapevolezza di chi siamo come nazione e in che cosa noi crediamo. In secondo luogo, dalla floridezza delle istituzioni che noi creiamo per manifestare quello in cui crediamo. In terzo luogo, dai valori in base ai quali noi plasmiamo le nuove generazioni americane. Ed è qui, in un alquanto amorfo, ma nondimeno tangibile regno di credenze, di atteggiamenti e di valori, che occorre operare uno sforzo di restaurazione nazionale se noi vogliamo realizzare le nostre potenzialità come popolo.
Arredare le piazze
Ora su questo fronte, su questo fronte morale e culturale, ci sono anche motivi di speranza. Di fatto, è possibile che nulla di quanto realizzato finora dal presidente sia più importante del successo qui conseguito. Nella sua evocazione dei simboli di orgoglio e della nostra memoria storica, nel suo fare appello alla nostra saldezza nazionale, egli ha rappresentato la funzione cruciale della leadership politica. Inoltre egli ha fatto questo, proprio quando molti si stavano chiedendo se fosse ancora possibile una leadership presidenziale. Se, come il presidente ha affermato «in anni recenti i valori americani sono sembrati quasi essere andati in esilio», nessun atto pubblico è stato più significativo del suo salutarne con gioia il ritorno a casa. Il popolo americano ha rinnovato la sua promessa ai comuni principi; il lavoro di riforma e di restaurazione culturale è iniziato. Il significato della rivoluzione reganiana va ben oltre la riforma delle tasse e una difesa più forte; punta a un recupero della nostra funzione come nazione, a un rafforzamento dei nostri legami sociali e a una riaffermazione della nostra comune cultura. Ma il lavoro è appena iniziato; il trionfo è lontano dall’essere completo. Troppi americani perbene restano lontani, effettivamente sulla difensiva morale di fronte alle proprie istituzioni sociali e culturali. Possono gli americani sperare che i loro figli saranno verosimilmente gli eredi di quelle abitudini e di quei valori onorati dai nostri antenati? Possiamo sperare che impareranno a sufficienza la nostra storia e possiederanno il nostro patrimonio culturale? Possiamo avere fiducia in una loro crescita in un ambiente che continuamente nutra le loro qualità morali e intellettuali? Possiamo fidarci di quei segnali culturali che i nostri figli ricevono dalle nostre istituzioni educative, dai media, dal mondo artistico e perfino dalla nostra Chiesa? Possiamo aver fiducia nel fatto che la nostra società trasmetta ai nostri giovani messaggi adeguati - e impartisca loro i giusti insegnamenti - sulla famiglia, sull’uso della droga, sul rispetto delle credenze religiose, sul nostro significato come nazione e sulle nostre responsabilità come individui? L’atmosfera sociale contribuisce alla salute morale e intellettuale, o dobbiamo sentirci preoccupati mentre osserviamo la futura prosperità delle nostre famiglie, dei nostri figli, dei nostri concittadini?
Questo è un argomento molto complesso e io non posso farne qui la trattazione che merita. Lasciatemi dire semplicemente questo: sono fiducioso - sono certo - che la vasta maggioranza dei genitori nutra solo le migliori, le più sane e le più ragionevoli speranze per il futuro dei propri figli. La maggior parte di loro fa del suo meglio, come individui e come famiglie, per rendere quelle speranze un realtà. Ma come società, tempo addietro abbiamo perso fiducia nel nostro diritto-dovere di affermare pubblicamente la liceità di ciò in cui la maggior parte di noi crede in privato. È questa fiducia che noi dobbiamo riguadagnare. Noi abbiamo permesso che la piazza diventasse, secondo il termine coniato da Richard John Neuhaus, «nuda»; abbiamo consentito che le nostre istituzioni sociali e culturali mollassero gli ormeggi, perdessero ogni freno morale; abbiamo smesso di ribadire con chiarezza la fedeltà a quei modelli a cui noi teniamo e ai principi in base ai quali noi giudichiamo o, se ci fosse chiarezza nelle nostre menti, noi ammetteremmo di avere in qualche modo abdicato l’area della discussione pubblica (la piazza) a favore delle forze del relativismo morale e intellettuale. Di conseguenza, facciamo del nostro meglio dal punto di vista individuale; ma come società, abbiamo ancora molto di cui preoccuparci nel momento in cui prendiamo in considerazione il contesto, l’ambiente, la morale pubblica, nel cui rispetto alleviamo i nostri figli. E noi abbiamo ragione di preoccuparci, poiché questo è un problema comune. Come noi impariamo dal Gorgia di Platone, nessun uomo è un cittadino isolato. Individui e famiglie necessitano sostegno, i loro valori traggono nutrimento dalla comune cultura, dalla pubblica arena.
Ricordare le risposte
Circa quindici anni or sono Nathan Blazer professore a Harvard ha intitolato un libro di saggi Ricordare le risposte. Il suo punto di vista era che negli anni Sessanta noi abbiamo dimenticato, molti hanno caparbiamente rifiutato, le più elementari e assennate risposte alle domande fondamentali, a domande su che cosa contribuisca al benessere e alla prosperità sociale e su che cosa favorisca il carattere e la responsabilità individuale. Sicuramente quando i genitori mandano i loro figli a scuola, hanno tutto il diritto di esigere che le scuole prendano qualche provvedimento per difenderli dalla droga. Ebbene, grazie al presidente e a molti altri, noi abbiamo incominciato a ricordare le risposte e non siamo più così timidi da non esprimerle ad alta voce. Su questioni fondamentali di carattere e responsabilità individuali, sul ruolo delle istituzioni sociali come religione e famiglia, sui comuni obiettivi della nostra vita nazionale, abbiamo fatto molta strada negli anni più recenti. Occorre, però, un lavoro lungo, più lungo di qualche anno, per rinvigorire e rinnovare la nostra comune cultura. Tutto questo non è di stretta pertinenza del governo ma è un impegno a cui coloro che hanno responsabilità della cosa pubblica, devono prestare attenzione e supporto, un lavoro al quale noi possiamo contribuire in maniera accurata e puntuale. È un compito della massima importanza. Jimmy Carter, durante la sua partecipazione alla corsa presidenziale, promise un governo adeguato al valore del popolo americano. Ronald Reagan ci ha dato un governo degno del rispetto e della fiducia del suo popolo. Ma le nostre istituzioni sociali e culturali sono degne del popolo americano? Promuovono le qualità, gli atteggiamenti, i valori che noi vorremmo? Se non lo fanno, è necessario operare in modo che siano riformate. Questo lavoro richiede adeguate politiche governative, ma va oltre un solo governo; rappresenta il completamento delle riforme, che sono già state avviate. Lasciatemi fare tre brevi esempi che provano il fallimento delle istituzioni nel realizzare le nostre speranze come individui, come genitori e come cittadini.
Insegnare il nostro retaggio
In primo luogo, i nostri figli hanno bisogno di conoscere la nostra storia, i nostri eroi, il nostro retaggio, le nostre tradizioni. Hanno bisogno di apprendere tutto questo, non semplicemente per dimostrare di sentirsi orgogliosi nei confronti della nazione ma, come Leszek Kolakowski ha ammesso nella sua conferenza su Jefferson, perché «imparare la storia è sapere chi siamo»; significa imparare «perché e di cosa noi siamo responsabili»; significa imparare come questa responsabilità debba essere vissuta. Un recente studio di genitori, residenti e insegnanti di Arlington, Virginia, testimonia che gli americani si preoccupano moltissimo che i loro figli sappiano chi sono, di che cosa sono responsabili e di come questa responsabilità debba essere interpretata. I genitori di Arlington vogliono che i loro figli imparino perché l’America è speciale (il 79% vuole che «un alto grado di enfasi» venga posto sulle caratteristiche americane, lo 0% vuole solo «una piccola enfasi»). I genitori di Arlington vogliono che i loro figli sviluppino le doti fondamentali del cittadino (79% contro 4%); e i genitori di Arlington vogliono che i loro figli studino le epoche storiche (70% contro 6%), la cronologia (88% contro 6%) e la geografia (62% contro 10%). Ma la nostra gioventù sa cosa dovrebbe sapere? La nostra storia è un tradizione vivente, è un accordo mistico della memoria, per noi oggi come lo era per i nostri antenati? Noi spendiamo oggi molto di più per l’istruzione di quanto non abbiamo mai fatto. Noi siamo, attraverso i media, esposti a una varietà di messaggi e informazioni un tempo inimmaginabile. Noi godiamo di opportunità culturali che vanno al di là dei sogni delle generazioni passate. Crediamo, però, che i principi dei Padri fondatori, le tradizioni incarnate nelle nostre istituzioni, il ricordo dei nostri sacrifici, gli esempi dei nostri statisti, vivano nelle menti e nei cuori delle future generazioni? Io non penso che noi possiamo essere così fiduciosi come dovremmo essere.
Il conservatorismo di oggi si trova in sintonia con il comune buonsenso e con le convinzioni comuni del popolo americano. Il governo ha qui un ruolo da svolgere, specialmente le realtà locali e gli Stati che reggono le scuole pubbliche; e il governo nazionale ha un importante ruolo educativo da espletare - anche attraverso discorsi, raccomandazioni, riconoscimenti e cerimonie, attraverso la diffusione di idee e l’organizzazione di progetti a livello nazionale, oltre al finanziamento delle varie iniziative. I singoli hanno un ruolo ancora più centrale, in casa e nelle associazioni di volontariato. Ma soprattutto, noi come società, come identità culturale dobbiamo rispondere alla chiamata della nostra storia nazionale e alla responsabilità che essa ci impone di instillare nei nostri figli un diffuso apprezzamento dei principi e delle consuetudini americane. La varietà dei modi in cui ciò può essere effettuato, apparirà più chiara una volta che noi ci saremo ribellati a tutte le pseudo-sofisticate pretese e rivendicazioni, tutte le cacofonie educative e i disordini culturali, e decideremo: sì, abbiamo bisogno di conoscere le nostre vicende nazionali, in modo da essere consapevoli dei nostri obiettivi come nazione.
Riaffermazione della famiglia.
Un secondo esempio è la famiglia. Questa è la nostra istituzione sociale più importante. È del tutto chiaro che il suo declino è stato disastroso per molti dei nostri giovani. Come individui, la maggior parte di noi crede nella famiglia: noi vogliamo famiglie solide; presumibilmente, vogliamo politiche governative che aiutino la famiglia; vogliamo che le nostre istituzioni educative e culturali supportino la famiglia; e stimoliamo noi stessi a favorire atteggiamenti e a seguire abitudini che consolidino la famiglia. Tuttavia, come società, noi siamo distratti da così tante tendenze e controtendenze che rischiamo di perdere di vista le mete fondamentali. E mentre noi, con serietà, cerchiamo di aiutare i nostri giovani, rischiamo di dimenticare questo fatto basilare: senza forti famiglie, molti dei nostri sforzi saranno inutili. Ora potrebbe essere non semplice rispondere alla domanda su come rinforzare le famiglie. Ma prima di ogni discussione sui modi e sui mezzi, occorre che venga riaffermato in modo chiaro e netto, e non solo come giustificazione, che la famiglia è un valore assoluto e che misure eccezionali sono giustificate per la sua protezione e il suo consolidamento. Come Stato, come società, come cultura, nel migliore dei casi, noi, su questo, mandiamo adesso segnali confusi e otteniamo risultati incerti. Noi vediamo il costo umano di quei segnali confusi e dei risultati incerti, nell’incremento dell’uso della droga e del crimine da parte dei giovani, che si accompagnano ad altre minori manifestazioni di irresponsabilità e di spreco di talenti e opportunità. È un costo che dovremmo decidere di non tollerare oltre.
Purificare la mente americana
Un terzo e ultimo esempio è la droga. Il ministero dell’Istruzione sta per pubblicare un libro e nel contempo annuncia nuove iniziative che aiuteranno genitori e dipendenti scolastici a tenere la droga fuori dai nostri istituti. Qui ancora un volta il governo ha un ruolo ben definito da giocare, e gli individui e le famiglie ne hanno uno ancora più grande. Ma, avendo ancora negli occhi le immagini della recente morte di giovani atleti, fatemi domandare anche questo: qual è il ruolo delle nostre istituzioni culturali? Le nostre scuole e le nostre università, spesso, e qualche volta in modo veramente adeguato, richiamano all’ordine il resto della società per aver fallito nel vivere in modo conforme agli ideali dichiarati. Essi si assegnano il ruolo di pungolo, di coscienza morale. Ma che cosa ne è di loro? Sicuramente, quando i genitori mandano i loro figli a scuola, hanno il diritto di esigere che le scuole adottino qualche misura per proteggerli dalla droga. Io ho esposto questo semplice punto di vista all’associazione dei Comitati governativi di università e di scuole nel marzo del 1986; le scuole e le università hanno una responsabilità essenziale nell’occuparsi della morale e, certamente, anche del benessere fisico di coloro i quali si affidano alle loro cure. Io ho dichiarato: «Tutte le scuole devono proteggere gli studenti da certe influenze: droga, criminalità, frode, sfruttamento... Specificatamente, ad esempio», ho aggiunto, «i genitori si attendono che le scuole facciano del loro meglio per tenere gli spacciatori lontani dal campus e per espellere drogati, imbroglioni, truffatori e parassiti, nel caso siano già là. I genitori esigono che le scuole siano pubblicamente, attivamente ed efficacemente contro tutto ciò. I genitori non si aspettano che le scuole restino neutrali di fronte alla scelta tra la decenza e la decadenza». E per aver detto questo sono stato criticato e considerato come «un presidente della Pta (Associazione genitori e insegnanti) di una piccola città» e di essere stato «semplicistico». Ebbene, se le nostre istituzioni accademiche e culturali sono diventate talmente «sofisticate» da dimenticare i loro elementari doveri e responsabilità, è giunta l’ora per noi di richiamarli ai fondamentali principi e alle fondamentali responsabilità. Sarà compito dei futuri presidenti e delle amministrazioni, e del popolo americano nel suo complesso, crescere, incrementare e ampliare ciò che questa amministrazione ha fatto per assicurarci benessere economico e sicurezza nazionale. Entrando nello specifico, ogni capo d’istituto dovrebbe scrivere quest’estate ai suoi studenti, dicendogli: «Ci vediamo a settembre per riprendere gli studi; ma niente droga nel campus. Niente. Punto e basta. Questa politica sarà supportata dai presidi, dai funzionari, dai consulenti e dal corpo insegnante, rigorosamente ma inderogabilmente». Una tale politica potrebbe infatti essere fatta rispettare. Anzi, dovrebbe essere fatta rispettare. E nessun genitore o contribuente avrebbe alcunché da obiettare, se una tale linea di condotta fosse attuata. Sarebbe un bene per i nostri giovani, un bene per la nostra società e per le nostre istituzioni scolastiche superiori. Mettere però in pratica una linea di condotta così netta, richiederebbe una sorta di rafforzamento delle nostre istituzioni e una riassunzione delle loro responsabilità fondamentali.
Recupero di una grande nazione
Io credo che in America sia già iniziato un tale rafforzamento delle nostre istituzioni e una riassunzione di responsabilità. Il significato della rivoluzione reganiana, va ben al di là della riforma delle tasse e di una più forte difesa militare, imperniata com’è sul recupero della nostra fermezza nazionale, sul rafforzamento dei nostri legami sociali, sulla riaffermazione delle nostre comuni credenze culturali. Questo è un compito che travalica la politica, per non parlare della politica di una singola amministrazione. Tuttavia è un incarico che non può essere svolto senza il supporto del governo. Per prendere a prestito un’espressione dell’era precedente, a cui il presidente ama fare riferimento, completare la rivoluzione reganiana significa intraprendere una restaurazione della nazione. Significa applicare, in modo tradizionale ma anche nuovo e creativo, un rinforzo alla struttura sociale, culturale e, per dirla meglio, morale che, alla fine, renda possibile la vera grandezza, nelle nazioni non meno che negli individui. In questo sforzo di restaurazione nazionale, l’attuale generazione americana, coniugando una preferenza conservatrice per lo sperimentato e per il certo con una ritrovata volontà di abbracciare l’innovazione e l’audacia, si trova di fronte al suo appuntamento col destino.
(Traduzione di Marinella Piccione)
© liberal-Policy Review 1989