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Reagan e la sinistra

LIBERAL BIMESTRALE
di Renzo Foa
Liberal n. 25 - Agosto-Settembre 2004

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Il giorno dopo l’elezione di Ronald Reagan alla presidenza degli Stati Uniti, il primo commento del Pci venne paronunciato da Paolo Bufalini, un politico mite e acuto, dotto latinista, intellettuale distante come pochi altri da ogni rigidità ideologica. Il quale stupì tutti affidandosi a una citazione di Marziale - dies nigro signando lapillo - che suonò come l’espressione di uno stato d’animo segnato dallo smarrimento. Il ricorso al latino non attenuò l’impatto. Anzi, tradotte in linguaggio politico, quelle parole vennero interpretate per il significato che avevano, cioè un giudizio negativo, senza appello. Dall’ambasciata americana, dove si lavorava intensamente per stabilire un dialogo con il più forte partito comunista d’Occidente, la reazione fu, sul filo del telefono, immediata e convincente, visto che lo stesso Bufalini si affrettò a correggersi, con una dichiarazione più diplomatica, in linea con quei passi che Enrico Berlinguer compiva da tempo. C’era stato l’apprezzamento per l’«ombrello difensivo» della Nato, ma c’era stato soprattutto pochi mesi prima l’atto con il quale Botteghe Oscure aveva condannato l’intervento sovietico in Afghanistan, una posizione che a Washington non poteva non essere apprezzata in modo speculare all’irritazione che aveva suscitato al Cremlino. La correzione di Bufalini offrì forse ai funzionari di Via Veneto l’occasione di trasmettere al Dipartimento di Stato una nota più benevola nei confronti del Pci. Ma non rifletteva la realtà, cioè l’istintiva diffidenza che il gruppo dirigente berlingueriano nutriva verso una svolta che, come tutti, non era ancora in grado di giudicare compiutamente, ma che era in aperta contraddizione con la sua cultura e con la sua visione del mondo. Lo smarrimento nasceva anche dal «cappotto» che Reagan aveva inflitto a Jimmy Carter, un risultato elettorale che in poche ore aveva cancellato profonde convinzioni. La prima era che ci fosse davvero quell’«altra America» il cui mito era stato costruito durante la guerra del Vietnam, cioè un’architettura puramente ideologica, frutto sia del vecchio complesso di superiorità europeo sia del retaggio lasciato dall’immagine di Roosevelt e del suo New Deal, vissuto come un’esperienza di sinistra, destinata prima o poi a tornare sulla scena. La seconda convinzione era quella di una evoluzione graduale e progressiva del quadro internazionale che si reggeva sull’equilibrio fissato dalla fine della guerra indocinese - gli Stati Uniti indeboliti, l’Unione Sovietica rafforzata militarmente, ma in ogni modo appesantita dalla sua arretratezza tecnica e sociale, l’Europa occidentale in grado di costruirsi un ruolo da «terza via», secondo l’effimera illusione dell’«eurocomunismo» che cercava di ricucire la vecchia frattura con le socialdemocrazie (da quella tedesca di Brandt e Schmidt, a quella svedese di Olof Palme, ai neo-socialisti di Mitterrand che l’anno dopo sarebbe salito all’Eliseo). La terza convinzione era che non ci fosse più spazio nel mondo per tutto ciò che non era di sinistra. Invece si presentava all’improvviso la «nuova destra» vincente. Un oggetto misterioso per una cultura fondata sui dogmi dell’intervento pubblico e dell’estensione infinita del welfare. Parliamo di anni in cui in Italia non esisteva proprio più un’idea della destra: la visione era quella di un mondo in cui i confini costituzionalmente accettati andavano sul piano politico dal Pci alla Dc, sul piano sociale dai sindacati alla Confindustria, sul piano culturale dai film di Ettore Scola ai romanzi di Alberto Moravia, sul piano mediatico dall’Unità al Corriere della sera. Tutto il resto era fuori, non aveva diritto di cittadinanza.
Quando ci si chiede perché in Italia - a cominciare dalla sua sinistra, inclusa quella cattolica - sia stato quasi impossibile comprendere Reagan e il reaganismo, la spiegazione è facile da trovare. Il presidente americano venne considerato come l’espressione di un rigurgito del passato, di un sussulto reazionario, di una distorsione della storia e non come il promotore di una rivoluzione destinata a cambiare il volto del mondo. Nella cultura della sinistra c’era un blocco mentale che, a dire il vero, non riguardava solo l’America. In quello stesso 1980 c’erano state altre due grandi rotture d’epoca. In Polonia la protesta operaia di Danzica aveva fatto nascere Solidarnosc come espressione della società e per la prima volta una protesta pacifica all’Est aveva scardinato il teorema secondo il quale, dopo Yalta, l’unica partita possibile fosse quella interna ai regimi comunisti, tra le componenti neo-staliniste e quelle riformatrici. Non era presa nemmeno in considerazione l’eventualità che il potere temporale del comunismo potesse finire grazie a un’alternativa costruita dall’interno del mondo del lavoro, da gruppi di intellettuali che avevano rotto con il partito unico e dalla Chiesa. Del resto anche di Papa Wojtyla non si coglieva il carattere dirompente del suo messaggio e si preferiva guardare alle impalcature dell’Ost-politik vaticana. L’altra rottura d’epoca era avvenuta in Italia, quando il lungo braccio di ferro alla Fiat si era concluso con la «marcia dei quarantamila» e con la fine del potere di veto delle organizzazioni sindacali. Anche in questo caso, non era mai stata presa in considerazione l’eventualità che in un sistema consociativo una vertenza operaia si potesse concludere con una secca sconfitta. E il Pci - ma non solo il Pci - non si accorse che quel segnale venuto da Torino diceva che qualcosa di profondo era cambiato nei rapporti sociali, che non reggevano più i vecchi schemi interpretativi e che il fenomeno non riguardava solo l’Italia.

*****

Solo molti anni dopo e per caso, un amico giornalista che aveva lavorato a lungo in America nel decennio Ottanta mi ha offerto una chiave di lettura indiretta. Mi ha detto che lui non aveva mai incontrato nelle università, negli ambienti culturali e fra le persone che frequentava una sola persona che gli avesse detto di aver votato per Reagan, che pure era stato eletto nel 1980 e nel 1984 con una schiacciante maggioranza. Era l’immagine di una sinistra, di un mondo progressista, su entrambe le rive dell’Atlantico, ridotti in un maso chiuso. Non c’è da stupirsi del fatto che non venisse capito il senso di una presidenza e che fosse fin troppo comodo collocarla nella categoria di un’America tradizionalista e imperialista. Così scattò subito il riflesso automatico con il quale venne costruita addosso a Reagan l’immagine del «nemico»: non venne percepito il problema, la novità con cui fare i conti. Continuava a dominare, nella vasta area culturale e politica legata al Pci, l’idea che lo status quo fra i due blocchi contrapposti fosse immodificabile, quanto meno sul teatro europeo, e che gli assetti del «socialismo reale» fossero in qualche modo auto-riformabili. L’aver parlato dell’Unione Sovietica come dell’«Impero del male» e l’aver lanciato il programma della «difesa spaziale» furono atti che non vennero considerati dei potenziali grimaldelli, ma più semplicemente come il ritorno indietro a una tradizionale politica di riarmo, a una competizione militare destinata a deformare il quadro di «coesistenza pacifica» all’interno della cui cornice si consumavano le stagioni alterne della «guerra fredda». Attenzione: si trattava di un equilibrio per il quale l’Europa occidentale non pagava alcun prezzo; anzi ne era in larga misura avvantaggiata. Il conflitto Est-Ovest si era trasferito nel «terzo mondo», soprattutto nelle interminabili guerre africane, nell’Afghanistan occupato dai sovietici, nell’America centrale (con l’epicentro in Nicaragua e nel Salvador) e lungo quella frastagliata frontiera del «Sud del mondo» come lo chiamavano Brandt e Berlinguer, che veniva considerato il vero banco di prova dello sviluppo globale. L’appoggio dato a Solidarnosc e l’attenzione al dissenso nei Paesi dell’Est rappresentavano l’alibi con cui si giustificava la sopravvivenza della spartizione di Yalta. Le sinistre italiane - quelle rappresentate da Berlinguer e da Craxi - erano entrambe dentro questa dimensione schizofrenica. Con una differenza di fondo. Mentre il Psi cercava un suo profilo e il suo ruolo di forza di governo lo induceva non solo a chiudere ogni compromissione con Mosca ma ad aprirsi e a cercare di capire la rivoluzione reaganiana, il Pci - che rappresentava circa un terzo dell’elettorato, ora un po’ più, ora un po’ meno - non si liberò dalla sua ambiguità. Il progressivo distacco dal comunismo brezneviano non equivaleva certo all’accettazione dell’Occidente che aveva imboccato la strada del liberismo. Al contrario, quanto più si allentavano i vincoli ideologici dalla vecchia e fatiscente casa madre tanto più diventava intensa la contestazione dell’amministrazione repubblicana. Era il famoso «guado» che non finiva mai. Il pregiudizio su Reagan liberò così tutte le energie più tradizionaliste e conservatrici, consentì all’antiamericanismo di ritrovare una collocazione politica, dopo la parentesi di Carter, e aggravò quella incapacità di comprendere la modernità che fu la prima vera causa della crisi del Pci. Se non ci fosse stata questa incapacità, l’Unità - basta citare un episodio - non avrebbe promosso una raccolta di fondi a sostegno dei minatori inglesi, durante il loro duello mortale con la Thatcher. L’immagine di nemico principale cucita su Reagan fu talmente forte che, grazie all’incidente di Sigonella, ci fu l’unico episodio che avvicinò Botteghe Oscure a Craxi, secondo la vecchia logica in virtù della quale il nemico del mio nemico è mio amico. Fu solo una piccola crepa, in chiave di politica interna, nei muraglioni che circondavano il maso chiuso dell’area politica e culturale che faceva capo ai figli di Berlinguer (che era scomparso l’anno prima). Ma la dice lunga sull’incubo che in quegli anni l’America rappresentava per chi non voleva capirne le trasformazioni.

*****

Ronald Reagan ha sconfitto anche il Pci? Probabilmente sì e certamente prima che gli effetti della sua rivoluzione facessero crollare il Muro di Berlino e estinguere l’Unione Sovietica. A ripensarci ora, se fu la sua politica ad aprire un nuovo orizzonte all’Occidente, almeno tre passaggi ci dicono che la componente maggioritaria della sinistra italiana, posta di fronte a una scelta chiara, non riuscì a completare il suo «guado» e, anzi, tornò sulla riva di partenza, ormai quasi desertificata. Il primo passaggio fu quello degli euromissili. In realtà era già stato Jimmy Carter a decidere il dispiegamento dei Pershing e dei Cruise in risposta alla pressione sovietica costituita dai nuovi SS-20. Ma il grande conflitto politico in Europa avvenne dopo la sconfitta del presidente democratico. Bisogna dire che, all’inizio della vicenda, Enrico Berlinguer capì la pesantezza della posta in gioco - Francesco Cossiga ne ha più volte dato testimonianza. Cercò il segretario del Pci di dispiegare un’azione diplomatica che aveva come fine «l’Opzione zero». Che significava convincere il Cremlino a ritirare i suoi missili, in modo da rendere inutile il dispiegamento di quelli americani, destinati a ripristinare l’equilibrio violato. Tuttavia la gerontocrazia sovietica restò sorda. E il risultato fu che, fallita la sua mediazione, Botteghe Oscure si lasciò trascinare da quel movimento pacifista che riempì piazze e strade, che aveva come bersaglio solo i Pershing e i Cruise e che espresse la prima rinascita dell’antiamericanismo dopo la fine della guerra nel Vietnam. Il secondo passaggio fu la partita tutta interna sul disinnesco dei quattro punti di scala mobile. Fu quella una decisione che aveva la sua ragione principale nel conflitto politico e sindacale italiano. Ma c’è da chiedersi se sarebbe stata presa se non fosse soffiato da Washington e da Londra il vento liberista che indicava al Psi e alla Dc (o quanto meno a una parte della Dc) la possibilità di incrinare, perché solo di questo si trattava, uno status quo sociale. Anche se in modo più tortuoso, la resistenza conservatrice sulla scala mobile fece la fine dello sciopero dei controllori di volo americani e dei minatori inglesi. Anche in questo caso, messo alle strette su una decisione chiara, il Pci imboccò la strada del ritorno nel guscio, alla ricerca del suo «zoccolo duro», il mondo del lavoro dipendente, che però era già geneticamente modificato. Il terzo passaggio fu la scommessa su Gorbaciov. Si può dire che fu inevitabile. Ma, alla luce della storia, la scelta di puntare sul «comunismo riformatore», travolto insieme a tutti gli altri comunismi possibili, mantenendo il pregiudizio sulla rivoluzione reaganiana equivalse a non comprendere che stava finendo il Novecento e che l’atto di chiusura era stato vidimato a Washington. Aveva dunque capito bene Paolo Bufalini, quando parlò di un giorno infausto - il dies nigro signando lapillo di Marziale. Per quella sinistra italiana doppiamente infausto. Intanto perché lì iniziò materialmente la fine del comunismo. E in secondo luogo perché - lo si vede bene oggi - da quel pregiudizio contro Reagan si sono poi via via alimentati tutti i vizi di cui soffre oggi. L’antiamericanismo. Il pacifismo. Il rifiuto di accordare cittadinanza a culture diverse. Il relativismo terzomondista. Le mitologie sulla superiorità europea. La paura del liberismo. Il rifiuto dell’internazionalismo democratico. Il catastrofismo sul destino del mondo. L’accettazione delle dittature nel nome degli equilibri globali. Fino, appunto, alla sottovalutazione del carattere universale della parola libertà. Non è per caso che il post-comunismo abbia evitato di fare i conti con il personaggio che ha chiuso il Novecento da vincitore.
 

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