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Reagan e la guerra

LIBERAL BIMESTRALE
di Stefano Silvestri
Liberal n. 25 - Agosto-Settembre 2004

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Due eventi segnano gli otto anni della presidenza Reagan, ambedue avvenuti quando il presidente americano non era ancora, o non era più, alla Casa Bianca: il primo è il lungo dramma degli ostaggi americani, prigionieri nell’ambasciata di Teheran (allora il presidente era Jimmy Carter, anche se Reagan aveva già assunto da pochissimo la sua funzione, quando vennero infine liberati), e il secondo è il crollo del Muro di Berlino (che avvenne quando era già stato eletto presidente George H. W. Bush): eppure il nome di Reagan rimane indissolubilmente legato a questi due avvenimenti, perché in effetti essi sembrano descrivere perfettamente le ragioni delle sue scelte di politica internazionale. Che Reagan fosse un anticomunista militante non era certo una novità: aveva già chiarito la sua posizione sin dagli anni del maccartismo, quando aveva assunto la responsabilità del sindacato degli attori di Hollywood. Semmai il fatto nuovo, che sorprese alcuni osservatori, fu la sua capacità empirica di conciliare anticomunismo e distensione. Reagan aveva ereditato da Carter la storica decisione di dispiegare in Europa gli euromissili, in risposta all’entrata in servizio dei missili SS-20 sovietici. Era stata una decisione difficile, voluta in primo luogo dagli europei che, al vertice della Guadalupa, avevano convinto il presidente americano della necessità di bilanciare questa mossa sovietica per ridare credibilità alla Nato e alla strategia della dissuasione. Reagan aveva aggiunto a questa mossa l’idea del cosiddetto «scudo stellare», cioè dello sviluppo di un grande sistema di difese antimissile che avrebbero dovuto (se fossero riuscite a funzionare, cosa peraltro molto dubbia) difendere il territorio americano da ogni minaccia di armi balistiche nucleari: fu soprattutto una grande sfida economica e tecnologica che non mutò direttamente gli equilibri militari, poiché non arrivò mai a essere effettivamente attuata (solo oggi, il presidente George W. Bush, a circa vent’anni di distanza, sta cominciando a dispiegare una versione ridottissima e molto meno ambiziosa di quelle difese antimissile), ma che riuscì indirettamente a mettere sotto pressione l’Unione Sovietica, mettendo allo scoperto la sua debolezza economica e industriale, e quindi affrettando la sua crisi. Tuttavia fu proprio il presidente dello «scudo stellare» che propose a Mosca uno spettacolare accordo di disarmo nucleare, la cosiddetta opzione «doppio zero», per l’eliminazione completa di tutti i missili a gittata intermedia, inclusi i famosi SS-20 e gli euromissili. La proposta fu accettata, segnando così uno dei momenti più alti della distensione, preparando la strada per i grandi accordi politici della fine degli anno Ottanta e la conclusione della guerra fredda. E fu ancora il presidente americano che seppe cogliere immediatamente la grande novità rappresentata dall’arrivo al potere di Gorbaciov e le nuove prospettive politiche che ciò apriva per l’Europa e per il mondo. Fu anche grazie a questa sua intuizione politica e alla sua flessibilità negoziale che Reagan riuscì, se non a realizzare lui stesso, quanto meno a impostare le premesse che portarono poi alla realizzazione della sua visione geopolitica del mondo: una visione liberale e liberista insieme, che si opponeva alla costruzione di blocchi o barriere artificiali e non concorrenziali, quale era l’impero sovietico. In questo egli venne aiutato dal suo stretto legame di amicizia con un altro grande esponente conservatore, forse meno brillante in termini di intuizione politica, ma altrettanto se non più deciso e spregiudicato in termini di iniziativa internazionale: Margaret Thatcher. Reagan, che negli anni del presidente Roosvelt era ancora un membro del Partito democratico, probabilmente non sopravvalutava l’importanza delle «relazioni speciali» del suo Paese con la Gran Bretagna. Certo, aiutò in modo importante, anche se indiretto, Londra durante la guerra delle Falklands, ma poco dopo, quando si trattò di invadere Grenada, non si preoccupò minimamente del fatto che fosse un Paese membro del Commonwealth (del resto non se ne preoccupò neanche Londra). Più importante fu il fatto che Reagan trovò nella Thatcher una sponda politica e ideologica estremamente ricettiva, che gli facilitò notevolmente sia i suoi rapporti con l’Europa, sia il dispiegarsi dei suoi nuovi impegni internazionali.
Molto più controversa, in una prospettiva storica, è risultata essere la sua avventura asiatica e medio orientale. Anche sulla sponda pacifica Reagan aveva un interlocutore abbastanza affine, nella persona del primo ministro giapponese Yasuhiro: l’alleanza stretta tra questi due esponenti politici permise ad esempio di riprendere in mano e consolidare nuovamente la Corea del Sud, che usciva da un periodo di forte instabilità politica e che si confrontava con una Corea del Nord sempre più forte militarmente, anche a causa della gara instauratasi tra Cina e Urss su chi la aiutava di più e meglio. Ma soprattutto Reagan voleva essere il presidente che avrebbe fatto dimenticare agli americani l’umiliazione del Vietnam e che li avrebbe riportati a essere una potenza attiva e vincente nel mondo. Fondamentale da questo punto di vista fu il fatto che Reagan era arrivato al potere anche sull’onda dell’indignazione e della frustrazione americana per l’episodio degli ostaggi di Teheran e per il fallimento, tragico e grottesco insieme, del tentativo compiuto da Carter per liberarli: una sconfitta militare che aveva risvegliato in molti lo spettro vietnamita, anche se la situazione reale era molto diversa. In quello stesso periodo, non solo i fondamentalisti radicali islamici avevano preso il potere in Iran, ma l’Urss (il grande nemico, quello che Reagan definirà «l’Impero del male») interveniva in modo via via più massiccio in Afghanistan, minacciando di turbare gli equilibri asiatici (un po’ come cercava di fare in Europa con il dispiegamento degli SS-20). L’impressione alla Casa Bianca era che stesse per fallire la strategia del contenimento del comunismo e che l’Urss fosse passata all’offensiva. Oggi, con il senno del poi, sono possibili anche altre letture di quegli eventi. Si può ad esempio sostenere che le mosse di Mosca non fossero tanto dettate dalla volontà di espandersi e trionfare, quanto dalla paura che le molte crepe che già il Cremlino avvertiva all’interno del suo impero si allargassero fino a provocarne il crollo. Ma comunque, anche se le ragioni potevano essere difensive, il fatto era che Mosca aveva scelto di arrischiarsi in una serie di mosse offensive, e questo, a giusti titolo, preoccupava Washington. Reagan non aveva una visione particolarmente sofisticata degli equilibri internazionali, per cui decise che la priorità strategica americana doveva semplicemente essere quella di fermare l’Unione Sovietica a qualsiasi costo. Per di più la sua amministrazione includeva un buon numero di esponenti di quella che, anni dopo, diverrà nota come la corrente ideologica dei «neo-conservatori», o in alcuni casi dei conservatori tout court, che abbracciarono con entusiasmo questo obiettivo, spingendo gli Usa ad assumere sempre nuove responsabilità regionali, a cominciare dal Medio Oriente. È quindi con Reagan che gli Stati Uniti si impegnano in Libano (dopo che gli iraniani avevano cominciato a sostenere le milizie degli Hezbollah), stabiliscono una vera e propria alleanza strategica con Israele, cominciano a rioccupare le ex basi britanniche nel Golfo, e soprattutto finanziano e armano, soprattutto attraverso i sauditi e i pakistani, la resistenza armata contro i sovietici in Afghanistan, arrivando sino alla famosa e contestata decisione di concedere ai combattenti afghani l’uso dei missili portatili aria-terra Stinger, che spezzeranno definitivamente la controffensiva sovietica. È molto probabile che Reagan non si facesse alcuna illusione sulle sue alleanze medio orientali. Quelli non erano anni un cui la Casa Bianca pensava di esportare la democrazia nei Paesi islamici. Reagan era e restava sostanzialmente un uomo plasmato dagli anni e dalle scelte della guerra fredda. Il suo problema non era di rovesciare i dittatori (anzi, fu la sua amministrazione a riannodare i legami con Saddam Hussein, in funzione anti-iraniana), bensì di bilanciare, fermare e se possibile sconfiggere l’Urss. Furono i servizi segreti americani di Reagan, in stretta collaborazione con quelli sauditi e pakistani, che diedero all’allora giovane Osama bin Laden i mezzi per fondare Al Qaeda e addestrare il primo importante nucleo della sua milizia terroristica internazionale, ma questo avvenne solo perché non si pensava seriamente alla minaccia terroristica, anche perché essa impallidiva e sembrava minuscola e quasi insignificante di fronte a quella nucleare e dell’impero comunista. È sin troppo facile, nel XXI secolo, dire che furono le scelte di quel presidente ad alimentare la minaccia di oggi, ma la realtà è che furono piuttosto molti e ripetuti errori dei suoi successori, quando già il quadro strategico era cambiato, a consentire la sottovalutazione dei nuovi rischi e quindi anche il loro progressivo rafforzarsi. Questa fu dunque la geopolitica della presidenza Reagan. Iniziata nell’ottica del contenimento dell’Unione Sovietica, secondo la migliore tradizione americana, da Harry Truman in poi, cominciò in realtà a sviluppare le premesse di quella che sarà la potenza globale americana e persino la guerra al terrorismo. Tutto ciò non avvenne tanto per precisa scelta politica, ma perché gli eventi e la sua profonda convinzione che gli Usa dovessero lasciarsi alle spalle una volta per tutte la paralisi militare causata dal trauma vietnamita, lo spinsero ad assumere sempre maggiori responsabilità regionali. È probabile che ciò sarebbe avvenuto in ogni caso, anche senza Reagan (era già implicito in alcune scelte compiute da Carter), ma avrebbe certo richiesto molto più tempo e soprattutto non sarebbe stato realizzato con quello stesso spirito di ottimismo e alla luce di quelle stesse apparenti certezze ideologiche e politiche che consentirono agli Usa di uscire vincitori dalla guerra fredda.
 

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