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Reagan e Thatcher

LIBERAL BIMESTRALE
di Giuliano Cazzola
Liberal n. 25 - Agosto-Settembre 2004

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A sentire i commenti che hanno accompagnato la scomparsa e le solenni esequie di Ronald Reagan, 40° presidente degli Usa, si è rimasti sconsolati a fronte del perdurare di una cultura settaria che non si arrende neppure davanti al mistero della morte. Reagan è stato presentato (con un filo di disapprovazione) come un ex attore di seconda fila, anticomunista, che accarezzava persino il progetto delle «guerre stellari» (il supersistema di difesa contro le minacce sovietiche), fino a quando non venne domato dal bravo e valoroso Gorbaciov (l’eroe della sinistra italiana ed europea, di cui nessuno si ricorda più nella Federazione russa) che lo convinse ad accettare politiche di disarmo bilaterale e bilanciato. La realtà ovviamente è diversa. Quando i due leader si incontrarono in Islanda, Reagan era già un vincitore, Gorbaciov uno sconfitto o meglio l’erede di una disfatta strategica del gruppo dirigente post-brezneviano. Ad aprire la crisi irreversibile dell’«Impero del male» era stata proprio, nei primi anni Ottanta, la corsa all’ammodernamento delle installazioni missilistiche nello scacchiere europeo (i cosiddetti euromissili). In quella circostanza svolsero un ruolo fondamentale due grandi leader occidentali, socialisti riformisti, come Bettino Craxi in Italia e Helmut Schimdt in Germania, i quali consentirono la dislocazione di missili più moderni sul territorio dei loro Paesi, mentre i comunisti e i loro compagni di viaggio pacifisti protestavano anche allora a senso unico, esibendo le solite sceneggiate (al grido infame di «meglio rossi che morti») che poi sono entrate stabilmente nel loro squallido copione. Le fragili basi del sistema sovietico non ressero la sfida e l’Urss «perse il passo». Fino al crollo del Muro di Berlino. Reagan ha questo merito storico, condiviso soltanto con un’altra «grande» personalità a cavallo dei due secoli (non a caso insignita con la più alta decorazione civile americana) come Papa Giovanni Paolo II. Ma il defunto ex presidente sarà ricordato anche come un eccezionale innovatore nel campo della politica interna e in particolare di quella economica. La recessione, insieme alla crisi degli ostaggi in Iran (la più grande umiliazione subita dagli americani in tempi recenti), fu un elemento determinante per la sconfitta di Jimmy Carter nel 1980. Reagan non esitò ad appoggiare la politica della Fed (allora guidata da Paul Volcker) protesa a «uccidere il drago dell’inflazione». La sua arma fu una versione modificata del monetarismo, che poi fece scuola anche nel Regno Unito: anziché fissare esplicitamente i tassi d’interesse (che salirono notevolmente), la Fed decise di controllare l’offerta (o quantità) reale di moneta gestendo le riserve della Banca. Non fu facile condurre avanti una linea siffatta: gli agricoltori circondarono l’edificio della Federal Reserve; i rivenditori di automobili inviavano bare con dentro delle chiavi d’accensione a simboleggiare i veicoli rimasti invenduti (e sottoposti alla penetrazione giapponese). Ma Reagan non cambiò opinione. Come disse Volcker «alla Casa Bianca e al Tesoro fecero pressioni sul presidente, ma Reagan aveva la viscerale sensazione che la lotta all’inflazione fosse una cosa buona». Ci vollero tre anni, ma nell’estate del 1982 la vittoria sembrò ormai alle porte, quando l’inflazione scese al di sotto del 4% e prese avvio un nuovo corso economico, dei cui effetti arrivò a beneficiare persino il presidente Bill Clinton negli otto anni della sua amministrazione.
Grazie agli sforzi del capo della Fed, dunque, la situazione monetaria venne messa ben presto sotto controllo. La posizione di fermezza assunta da Reagan in occasione dello sciopero dei controllori di volo favorì un cambiamento di stile nei rapporti sindacali e quindi nelle politiche retributive. Ma il botto grosso Reagan lo fece sul terreno fiscale, portando l’aliquota marginale massima dal 70% al 28%, compensando però l’operazione con un allargamento della base imponibile e con il taglio di parecchie scappatoie. Questa manovra di Reagan è stata ampiamente ricordata nei commenti post mortem, probabilmente allo scopo di metterla in relazione con gli analoghi propositi del governo italiano. È proprio il caso, allora, di imparare la lezione, perché, se alla lunga la riforma fiscale servì a dare respiro all’economia, nell’immediato mise in evidenza parecchi aspetti contradditori. L’amministrazione Reagan, benché lo avesse promesso, non fu in grado di tagliare la spesa in misura adeguata a fronteggiare la diminuzione delle tasse. Fece affidamento - il governo italiano ne prenda buona nota - sugli esiti positivi dell’aumento delle entrate derivanti da una maggiore crescita economica, che invece non si realizzò in misura soddisfacente. La manovra non riuscì a risanare il deficit annuale, il quale anzi - tra l’inizio e la fine della presidenza Reagan - quasi triplicò (nel 1989 George Bush padre ereditò un disavanzo di 152 miliardi di dollari, che nel 1992 era salito a 290 miliardi di dollari). Il debito pubblico, nell’era Reagan, passò da 995 a 29 mila miliardi di dollari, al punto da far dire che «negli anni della presidenza Reagan il debito federale aumentò più che nell’intera storia degli Stati Uniti». David Stockmann, il primo direttore dell’Ufficio gestione e bilancio di Reagan, scrisse che il fallito tentativo di cambiare la politica fiscale del Paese rappresentava una palese vendetta della politica: in pratica, la vittoria dei diritti acquisiti sull’austerità e dell’eterna tradizione americana delle sovvenzioni a sfondo politico su qualsiasi fredda logica economica. A giustificazione dell’ex attore si può ricordare il ruolo strategico degli Usa e il ricorso alle ingenti spese militari che ciò comportava. Del resto, Reagan doveva misurarsi pur sempre con il modello di solidarietà sociale - e col relativo intervento pubblico - ereditato dall’età di Franklin D. Roosevelt (un leader che Reagan ammirava). Nulla a confronto con le strutture di welfare pesanti in voga nel Vecchio Continente. Se è vero, dunque, che «Ronald Reagan e la sua presidenza cambiarono radicalmente il linguaggio della politica americana ed egli contribuì a inaugurare la battaglia per una ridefinizione del rapporto tra Stato e mercato», si deve varcare l’oceano e approdare nel Regno Unito per trovare una statista che andrebbe giustamente annoverata come la più grande rivoluzionaria della seconda metà del Ventesimo secolo: Margaret Thatcher, la quale considerò sempre il presidente Usa come un precursore della sua politica. Per capire l’importanza dei due leader sullo scenario mondiale è consigliata la lettura della Grande guerra dell’economia (1950-2000) di Yergin e Stanislaw, edito da Garzanti nel 1998.

Le vite parallele
L’ex Lady di ferro ha voluto commemorare il suo antico «compagno d’arme» e prender parte al suo funerale. I due si stimavano, anche se, come persone, erano molto diverse. Più anziano, Reagan era un grande comunicatore, un uomo simpatico, dalla battuta pronta. Quando un avversario politico lo accusò di essere troppo anziano, rispose che era lui a essere preoccupato per la giovane età del suo antagonista. Margaret Thatcher, invece, era dura, sferzante, intrattabile. A un compassato vertice europeo, accortasi che il suo Paese aveva versato più del dovuto, perseguitò gli altri capi di governo (come back my money) fino a quando non ebbe soddisfazione. Al di là delle caratteristiche personali, Ronald Reagan e Margaret Thatcher sono stati due grandi innovatori: nulla, dopo di loro, in politica e in economia, è stato uguale a prima. I valori introdotti dai due statisti sono oggi accettati anche dallo schieramento opposto. Come ha dichiarato Milton Friedman, Reagan (ma il ragionamento vale anche per la signora Thatcher) «ha bloccato il socialismo galoppante che ormai caratterizzava il dibattito politico economico e sociale». Prima di allora il pensiero keynesiano era dominante. Si diceva che i laburisti innovavano e i conservatori si facevano scrupolo di mantenere le «conquiste». Harold Macmillan era la tipica espressione di questa cultura rinunciataria, quando per fare carriera nei Tory occorreva evitare di essere definiti «reazionari». Il primo ministro Macmillan (a cui piaceva definirsi «conservatore da New Deal») aveva abbracciato il welfare state, la piena occupazione, la pianificazione, tutte cose che erano considerate una «via di mezzo» tra il vecchio liberalismo da un lato e il socialismo e il totalitarismo dall’altro. Sia Reagan, sia la Thatcher non erano amati dall’establishment dei loro stessi partiti. Erano degli outsiders. Si racconta che quando Ronald Reagan (colui che vinse la guerra fredda senza sparare un solo colpo, come ha ricordato Friedman) conquistò la nomination per le presidenziali del 1980, durante la convention ebbero luogo degli incontri riservati tra i maggiorenti repubblicani (presenti Henry Kissinger e Alan Greenspan) con l’obiettivo di candidare alla vice presidenza, a fianco di Reagan, l’ex presidente Gerald Ford, affidandogli un ruolo particolare di tutela dell’ex governatore della California. Si pensi che Ford non era affatto un’aquila: di lui Lyndon Johnson soleva dire che non era capace di fare bene due cose contemporaneamente come camminare (furono clamorose le sue frequenti cadute) e masticare chewingum. Il fatto stesso che questa bizzarra idea sia stata presa in considerazione (anche se poi naufragò) è la prova di quanto inesperto e inaffidabile fosse considerato Reagan nonostante gli otto anni trascorsi alla guida di uno Stato all’epoca di 20 milioni di abitanti.
Dal canto suo, Margaret Thacher (quello era il cognome del marito essendo nata Roberts nel 1925) aveva dovuto compiere un lungo cursus honorum prima di arrivare al vertice del partito. Entrò alla Camera dei Comuni nel 1959, dopo alcune sconfitte; per anni restò allineata con «l’ortodossia prevalente»; fu ministro senza portafoglio nel 1961 con Macmillan, della Pubblica Istruzione nel governo Heath nel 1970. Fondamentale fu l’incontro con Keith Joseph (l’animatore del Centre for Policy Studies) che le procurò un incontro con Hayek del quale aveva letto La costituzione della libertà. Anche in questo caso vi sono delle forti similitudini con Reagan, il quale non solo si era fidato di Paul Volcker, ma si era lasciato influenzare parecchio dalle teorie della Chicago School. Ambedue i leader non erano certo degli intellettuali, ma avevano un grande rispetto per le idee e i valori («Tutto qua» diceva Margaret Thatcher. «Bisogna partire con dei principi. Sì, sempre con dei principi»). La Lady di ferro divenne primo ministro nel 1979, dopo cinque anni dalla sua rottura con Edward Heath: il suo manifesto elettorale fu abbastanza cauto, ma la Thatcher sapeva bene, fin dall’inizio, cosa voleva: «I due grandi problemi dell’economia britannica - dichiarò - sono il monopolio delle industrie nazionalizzate e quello dei sindacati». Il Regno Unito era in pieno declino. Si è scritto che era ormai avviata a divenire la Germania Est del blocco occidentale: «Uno Stato corporativo, appiattito su di una grigia mediocrità, nel quale ogni sorta d’iniziativa era considerata un comportamento patologico, da stigmatizzare». I tassi d’interesse erano al 16%, l’inflazione al 20%, le aziende nazionalizzate succhiavano risorse all’erario, gli scioperi dei minatori facevano cadere i governi, quelli degli statali paralizzavano il Paese. Nelle strade si accumulavano cumuli di spazzatura, i becchini rifiutavano di seppellire i morti, i servizi sanitari erano razionati. I camionisti e i ferrovieri avevano bloccato il Paese. Quando il 28 marzo 1979 era caduta, per un solo voto, la compagine del laburista Callaghan erano in sciopero anche gli addetti al catering della Camera. Da premier affrontò (col fedele Joseph ministro dell’Industria) lo sciopero dei metalmeccanici del 1980. Alla fine i sindacati ottennero gli aumenti richiesti (a fronte dell’accettazione di un impegno alla ristrutturazione), anche se la Thatcher volle rompere il tradizionale clima di consociativismo (gli accordi a «birra e sandwich» a Downing Street) che caratterizzava il tradizionale «mercato delle vacche» tra industria pubblica, sindacati e governo. Ma le idee - le armi per combattere - c’erano già tutte. «Non dovremmo aspettarci che lo Stato - diceva la Thatcher dopo l’ascesa al potere - appaia nei panni di una stravagante fatina buona a ogni battesimo, di loquace compagno a ogni tappa del viaggio della vita e di ignota addolorata a ogni funerale». Così veniva preso di mira il mito del welfare beveridgiano, volto a tutelare il cittadino «dalla culla alla tomba».
Dal canto suo, Reagan parlava di ridurre il peso dello Stato e il ruolo del governo, di operare tagli agli interventi assistenziali e promuoveva la libera impresa. Anche il thacherismo si fondava sul rifiuto delle teorie di Keynes, sul contenimento dello Stato sociale e della spesa pubblica, su un minore intervento statale diretto in economia, su un’azione concertata per ridurre la pressione fiscale e il deficit di bilancio. Il nemico era «una moda socialista durata trent’anni durante i quali si è guardato al governo per risolvere i problemi e dirigere l’economia». Ma la signora Thatcher non era molto popolare neppure all’interno del partito Tory. All’inizio del suo governo essa era solita affermare: «Datemi sei uomini forti e fedeli e ce la farò». Ma non li ebbe, poiché la sua era una posizione di minoranza all’interno del gabinetto da lei presieduto. È simpatico ricordare come il premier definiva gli esponenti conservatori. C’erano i wet («bagnati») e i dry («asciutti»): i primi erano i tory tradizionali, succubi della cultura statalista dell’epoca; i secondi erano quelli che avevano assorbito il messaggio innovativo di Keith Joseph e che si fregiavano dell’appellativo di «uno dei nostri». I primi anni di governo furono durissimi. Il consenso elettorale ai tory era sceso al 30%, quello personale del premier addirittura al 23%. L’establishment del partito le rivolgeva un epiteto carico di sarcasmo e disprezzo: «quella donna». E faceva pressioni perché cambiasse linea politica. Ma la Thatcher teneva duro. Alla Conferenza annuale del Partito conservatore del 1980 dichiarò: «Invertite se volete. La sottoscritta non è tipo da inversioni».

L’imprevedibile accade
La svolta accadde il 2 aprile 1982. La premier era solita invocare quella che lei chiamava «la legge Thatcher». Si trattava della convinzione che talvolta «l’imprevedibile accade». In quel giorno di aprile - ecco l’evento non previsto - le truppe argentine (il Paese era allora governato dalla feroce dittatura di una Giunta militare) invasero le Isole Falkland, a circa trecento chilometri dalle coste dell’Argentina meridionale. Quello sperduto territorio apparteneva al Regno Unito da circa 150 anni e lì vivevano quasi duemila sudditi britannici. Il governo inglese non ebbe dubbi e inviò una flotta a riprendere il controllo delle isole. L’operazione era piena di rischi: le Falkland (le Malvinas per gli argentini) distavano tredicimila chilometri dalla madrepatria, era inverno, c’erano problemi di approvvigionamento, la prima base di copertura aerea stava a 650 chilometri. Ma per Margaret Thatcher non si poteva permettere che dei cittadini inglesi finissero sotto una tirannia. Allora gran parte della sinistra italiana ed europea ebbe la medesima reazione che più di vent’anni dopo ha manifestato in occasione della vicenda irachena. I generali di Buenos Aires erano degli assassini, ma in quel caso essi impersonavano (sic!) la battaglia per il riscatto del mondo in via di sviluppo contro l’oppressione coloniale. Così fior di politici e di intellettuali si schierò contro la Thatcher, rea, per altro, di sostenere posizioni di «destra» sul piano interno. Ma la spedizione fu coronata da successo. E segnò la fine non solo della Giunta militare argentina, ma, come in un gioco del domino, l’inizio della caduta delle dittature sudamericane: un esito da non sottovalutare e da non dimenticare. In patria la Thatcher poteva affermare che l’Inghilterra aveva smesso di essere «una nazione che batte in ritirata». Il contraccolpo fu clamoroso. Alle elezioni generali del 1983 i tory vinsero con un distacco di 144 seggi. Per la signora Thatcher si apriva così la possibilità di portare avanti, finalmente, il suo programma, destinato a mutare il corso dei rapporti politici, economici e sociali del pianeta. In quegli stessi anni Reagan, oltre oceano, si stava preparando a ottenere un secondo mandato. Si avvicinava il tempo in cui la «terribile coppia» avrebbe lasciato un segno indelebile.

Gli anni difficili
«Il nostro lavoro consisteva nel mettere in discussione l’indiscutibile». Con questo credo Margaret si accinse a misurarsi coi suoi avversari. Cominciò con i minatori, allora diretti da un sindacalista comunista di nome Arthur Scargill. L’industria carbonifera era stata nazionalizzata nel 1947; perdeva denaro a un ritmo sostenuto, tanto che il sussidio statale era salito all’equivalente di 1,3 miliardi di dollari all’anno. Il settore necessitava di un ampio processo di ristrutturazione; perché ci fosse qualche speranza di riportarlo in equilibrio si sarebbero dovute chiudere delle miniere e ridurre il personale. Scargill e compagni rifiutarono ogni compromesso e intrapresero, nel marzo del 1984 (quando in Italia i comunisti manifestavano contro il decreto di S. Valentino sulla indennità di contingenza), una lotta a oltranza che si trascinò a lungo e fu caratterizzata da aspri scontri sociali (migliaia di persone furono arrestate). Lo sciopero acquistò risonanza internazionale (le mogli degli scioperanti andarono in giro per l’Europa a battere cassa). Il sindacato dei minatori ricevette contributi persino dal colonnello Gheddafi, dai sindacati afghani (allora sotto il dominio sovietico) e dalla stessa Urss. Per fortuna, il governo aveva incaricato la Commissione per l’energia di accumulare riserve; così, nonostante le difficoltà di approvvigionamento, non vi furono i blackout del 1974. Ci volle un anno, ma alla fine il sindacato dei minatori capitolò. I decenni di protezionismo sindacale erano finiti. Lo scontro tra il governo e i minatori è entrato nell’immaginario collettivo. Due ottimi film inglesi hanno preso spunto dalle conseguenze delle trasformazioni sociali promosse dalla «rivoluzione» thatcheriana. Il primo (Full Monthy) ha avuto un vasto riscontro di pubblico ed è assurto agli onori dell’Oscar. Il secondo (Grazie, signora Thatcher), per qualche incomprensibile ragione, non ha avuto altrettanto successo. Le storie sono note. In Full Monthy alcuni siderurgici, vittime dei grandi processi di ristrutturazione e disoccupati, piuttosto che arrendersi ai «nuovi lavori» preferiscono imboccare la via dello spogliarello, ritrovando così (persino agli occhi delle loro donne e dei loro figli) una dignità smarrita nelle vane attese negli uffici di collocamento. Nell’altro film, la banda musicale di una miniera condannata a morte riscatta, vincendo un concorso nazionale, la sconfitta «storica» (politica, sindacale e umana) dei minatori e di tutta una comunità. Mentre in Full Monthy il messaggio è mediato dalla freschezza del soggetto e il conflitto sociale rimane sullo sfondo di una vicenda in cui sono i rapporti tra le persone ad avere il sopravvento, in Grazie, signora Thatcher tutto diventa politica (lotta di classe, direbbe Fausto Bertinotti). Persino la musica. Persino l’amore. Eppure, tra i due film molti sono i tratti comuni. In primo luogo, la struggente (e un po’ incomprensibile) nostalgia di «come eravamo». Quei lavoratori, certamente, non «riposavano su prati verdi», ma svolgevano alcune tra le mansioni più usuranti a cui mai gli esseri umani siano stati sottoposti. Le fabbriche siderurgiche e le miniere erano fonti di malattie invalidanti, di inquinamento e di degrado del territorio. Gli effetti devastanti di quelle attività non vengono taciuti nei film: basti pensare alla facce stravolte dei minatori che risalgono dai pozzi o all’inguaribile malattia polmonare del direttore dell’orchestra. Ma evidentemente c’era una questione di identità, di appartenenza che non guardava in faccia a niente e a nessuno. Anche la verità storica dà torto ai nostri protagonisti. Il caso del Galles (un tempo la «patria» dei minatori) è un esempio positivo, citato in tutto il mondo, di riconversione produttiva realizzata e riuscita: investimenti di capitali esteri per un ammontare equivalente a 17 miliardi di euro; 386 imprese straniere con una occupazione di 76mila unità; nel complesso 160 mila nuovi posti di lavoro (su 3 milioni circa di abitanti). E Tony Blair, l’énfant prodige del nuovo laburismo, non solo non ha riaperto le miniere, ma ha ricordato, agli stravolti delegati del Congresso del Tuc, che il Paese ricavava più risorse dalla esportazione di musica rock (a proposito di bande musicali) che di prodotti siderurgici.

Margaret Thatcher e il sindacato
L’azione della signora Thatcher non va ricordata solo per aver sconfitto un sindacato becero e radicale. In tanti campi furono introdotte idee innovative. Le riforme in materia di sanità assunte dai governi conservatori (la separazione tra soggetti finanziatori, produttori e utilizzatori; l’introduzione di esperienze e prassi contrattuali/competitive, nella logica dei «mercati interni»; la valutazione del rapporto costo-efficacia, mediante la diffusione delle responsabilità di budget) hanno fatto scuola in tutta Europa; soprattutto laddove - come in Italia - esisteva una struttura di Servizio sanitario nazionale. Sul versante del mercato del lavoro è sufficiente prendere nota dei risultati di politiche (portate avanti Oltremanica) ispirate all’eliminazione di vincoli soffocanti e alla riconversione delle misure assistenziali per la disoccupazione in provvedimenti promozionali di attività lavorative. Una impostazione, questa, che Tony Blair (il vero erede della Lady di ferro) ha ulteriormente rafforzato nella convinzione che lunghi periodi di assistenzialismo deprimano la capacità della persona di provvedere a sé e alla propria famiglia. Queste politiche non hanno affatto diminuito, in Gran Bretagna, il grado di protezione dei cittadini, né smantellato il welfare state. Il livello di spesa pubblica è lo stesso di venti anni or sono. Solo che, nel 1979, alle voci sanità, pensioni, educazione andava meno della metà delle uscite totali; «dopo la cura» si arrivò al 61%. La pressione fiscale nel Regno Unito è pari al 35,5%; in Italia al 44-45%, come in Germania. All’inizio dell’era Thatcher - ecco un altro punto in comune con le politiche fiscali di Ronald Reagan - l’aliquota massima sulle persone fisiche raggiungeva l’83%, fu dimezzata al 40; quella minima è passata dal 33 al 23%. I risultati sono arrivati ai nostri giorni. L’aliquota complessiva sui redditi delle società di capitali (dal 1980 al 1996) è scesa dal 52 al 33%. La somma delle imposte dirette e dei contributi sociali ammonta - Oltremanica - al 50% delle entrate, da noi al 66. Su 100 lire di retribuzione, in Italia, se ne devono aggiungere 45 di oneri sociali, nel Regno Unito solo 18. Il salario collegato ai risultati aziendali è detassato in misura del 20%. E la disoccupazione è ai livelli meno elevati d’Europa. Ma il successo più importante della Lady di ferro è stato conseguito nel ridimensionamento del potere delle Trade Unions attraverso i tre Statutes in materia: l’Employment Act del 1980, quello del 1982 e il Trade Union Act del 1984. I primi due provvedimenti costituivano la fase di transizione - come scrisse allora a commento Guido Zangari - verso il nuovo diritto sindacale plasmato nel terzo, i cui obiettivi miravano alla protezione della sfera dei diritti del singolo lavoratore nei confronti dei poteri dell’apparato sindacale e delle clausole di union security che imponevano, in pratica, l’adesione al sindacato per aver accesso al lavoro e all’applicazione dei contratti. È bastato stabilire, per legge, che la validità di queste clausole è subordinata a referendum dei lavoratori interessati, per mettere in difficoltà il sindacato e indebolirne la forza organizzativa. Ma l’azione della Thatcher è stata improntata ad ampliare la libertà dei lavoratori e a colpire un potere burocratico, arrogante e autoritario.

Le privatizzazioni
«Volevo usare la privatizzazione - dichiarò il premier - per conseguire la mia ambizione di una democrazia basata sul capitale privato. Vale a dire uno Stato in cui la gente possedesse case, azioni, e un interesse diretto nella società e in cui avesse una qualche ricchezza da passare alle generazioni future». In sostanza, per i thatcheriani le privatizzazioni rappresentavano una vera e propria «causa», da perseguire con una determinazione culturale, quasi ideologica. Le cifre forniscono il senso della trasformazione che aveva cambiato l’agenda economica in tutto il mondo. Nel 1992 circa due terzi delle industrie statali erano passati in mani private. Nell’insieme erano state denazionalizzate 46 grandi imprese con 900 mila dipendenti. Lo Stato aveva incassato più di trenta miliardi di dollari. Il numero degli azionisti era triplicato, raggiungendo il numero di nove milioni, pari al 20% della popolazione adulta. Per comprendere quanto fosse rivoluzionaria tale linea di condotta bisogna considerare che erano stati i laburisti a promuovere, nel dopoguerra, le nazionalizzazioni dei principali settori produttivi, ma che i conservatori avevano accettato tale situazione senza sollevare problemi. Le sole imprese pubbliche che Heath si era deciso a privatizzare furono alcuni pub del Nord inglese e un’agenzia di viaggi. Margaret Thatcher realizzò alcune privatizzazioni (Cable § Wireless, British Aerospace, le stazioni di rifornimento autostradale, gli alberghi delle ferrovie) senza incontrare soverchie opposizioni. Il casus belli - si stenta a crederlo ancora - scoppiò quando il governo avviò la dismissione della British Gas, una specie di istituzione che aveva non solo il monopolio delle forniture, ma anche quello della commercializzazione delle stufe a gas, in ben 900 punti di vendita diffusi in tutto il territorio nazionale. Fu una specie di «articolo 18» britannico: gli oppositori riuscirono a far passare nell’opinione pubblica l’idea che la privatizzazione dei negozi statali di stufe rappresentava un attacco al sistema di vita inglese. Il governo fu costretto a compiere una parziale marcia indietro. Ma la Thatcher non si perse d’animo. Tra il 1982 e il 1984 fu privatizzata la quota di partecipazione statale dei giacimenti petroliferi e di gas del Mare del Nord e della British Petroleum. Venne ben presto il momento di altre privatizzazioni importanti, tra cui la British Telecom e la British Steel. Naturalmente, perché questi carrozzoni mangia-soldi fossero appetibili sui mercati, era necessario procedere a un’energica azione di ristrutturazione. La prima di queste aziende «era un caos totale, non aveva la benché minima idea di quale delle proprie attività fosse redditizia e quale no». David Young, un collaboratore del premier, ricordava che quando doveva incontrarsi con i manager della British Telecom, nessuno parlava mai dei rapporti coi clienti, ma solo di stipendi, pensioni e condizioni di lavoro. La British Steel, poi, in circa un decennio, aveva perso l’equivalente di dieci mila dollari. Parve necessario, allora, procedere a un drastico risanamento con contestuale avvio di una riduzione di manodopera. Fu in occasione di tali vicende che il governo applicò la golden share, un tipo speciale d’azione, detenuta dal governo, anche a privatizzazione avvenuta, allo scopo di fronteggiare eventuali attacchi provenienti da cordate nazionali ed estere. In poco tempo (l’azione fu proseguita anche dai suoi successori) la signora Thatcher cedette a privati gran parte delle imprese pubbliche (riconoscibili dall’aggettivo «British» contenuto nella ditta). Anche i bellicosi sindacati erano stati domati. Nel 1979, all’inizio dell’era Thatcher, erano stati persi in scioperi 1.274 giorni per ogni 1.000 dipendenti. Nel 1990 tale cifra era scesa a 108.

La caduta
Reagan uscì di scena, naturalmente, alla scadenza del secondo mandato. Alcuni episodi di politica estera che videro coinvolto il suo entourage alla Casa Bianca suscitarono parecchie critiche. Poco dopo, la terribile malattia che lo aveva colpito lo estraniò completamente dalla vita pubblica fino al momento del decesso, quando gli sono stati resi gli onori dovuti. A liquidare Margaret Thatcher intervenne una «congiura di palazzo». Dopo la vittoria elettorale del 1987, il governo tory fu investito da un’ondata di protesta popolare allorché fu varato un nuovo sistema di tassazione locale. Inoltre, la Lady di ferro era diventata sempre più nazionalista e ostile al disegno europeo che si stava prefigurando (che poi trovò sbocco nel trattato di Maastricht del 1992) e all’ipotesi della moneta unica, che, a suo avviso, avrebbe consegnato l’Unione alla Germania. Riuscì ancora a incitare George Bush padre a non tergiversare («ricorda George, questo non è il momento delle esitazioni»), quando Saddam Hussein invase il Kuwait nell’agosto del 1990. Ma ormai era diventata un elemento di divisione all’interno del suo stesso partito. I contrasti tra i tory aprirono una verifica nella leadership. La Thatcher vinse, ma non avendo ottenuto la maggioranza richiesta dovette andare al ballottaggio. La notizia le arrivò mentre partecipava a un meeting europeo a Versailles. A François Mitterrand che le formulava gli auguri rispose: «No, è finita». E ritirò la sua candidatura dal ballottaggio, per evitare l’umiliazione della sconfitta. Le succedette John Major. Goffrey Howe ebbe a dichiarare che la Thatcher era stata un grande primo ministro, ma che «la sua tragedia fu l’avventatezza con la quale, in seguito, cercò d’imporre le proprie idee sempre più radicali… L’insistenza con cui volle spacciare l’indiscussa sovranità delle proprie idee come la sovranità della nazione fu la sua rovina». Ma i valori di Margaret Thatcher sono entrati nel codice genetico della politica. Interrogata su quali devono essere i compiti di un governo, la Lady di ferro rispose: «Primo, tenere le finanze in ordine. Secondo, assicurare una base legislativa tale da consentire all’industria, al commercio, ai servizi e allo Stato di prosperare. Terzo, la difesa. Quarto, l’istruzione, che è la strada per creare opportunità. Quinto, una rete di protezione sociale. La società è più complessa e abbisogna di una risposta più sofisticata alle questioni di fondo». E aggiunse: «Non dimenticate la legge Thatcher: l’imprevedibile accade». Ad avviso della grande statista, il socialismo ignorava un principio di fondo: che occorre creare la ricchezza prima di poterla redistribuire. Così alla gente iniziò ad apparire chiaro che «la via socialista significava rassegnarsi al declino». Si chiedeva allora la Thacher: «Potete immaginare qualcuno che si rassegni al declino?». Purtroppo, a vent’anni di distanza, potremmo rispondere che questo maledetto virus non è affatto sconfitto in un’Europa che pretende di continuare a vivere al di sopra delle proprie possibilità. Un’Europa sazia e disperata, fiera di un modello sociale insostenibile, rassegnata al declino, renitente e vile, che in maggioranza, nella vicenda irachena, ha preferito «battere in ritirata». Le cancellerie del Vecchio Continente sono piene di politici wet, accomodanti e rinunciatari. Ronald Reagan è morto e Margaret Thatcher «non abita più qui».
 

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