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Reagan e Gorbaciov

LIBERAL BIMESTRALE
di Sergio Romano
Liberal n. 25 - Agosto-Settembre 2004

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In una malinconica intervista delle scorse settimane Michail Gorbaciov ha raccontato lo scambio di battute che ebbe un giorno con Ronald Reagan. Lei è un bolscevico, disse il presidente degli Stati Uniti. E lei è un dinosauro, disse il segretario generale del Pcus. Può darsi che le cose siano andate effettivamente così. Ma non sarei sorpreso se l’aneddoto facesse parte della favola che il vecchio Gorbaciov ama raccontare ai nipoti allorché rievoca gli anni fra il 1995 e il 1998, quando i due grandi nemici si misero d’accordo per salvare il mondo. Non è una bugia. È soltanto uno dei tanti ritocchi con cui gli uomini di Stato, spesso in buona fede, abbelliscono il proprio ritratto e correggono gli eventi di cui sono stati protagonisti. Con un piccolo artificio retorico Gorbaciov accentua lo scontro iniziale per meglio tramandare ai posteri una storia carica di pathos e coronata da un trionfale happy ending. La realtà è più prosaica, ma non meno interessante. Nella sua prima campagna presidenziale Reagan aveva attaccato l’Urss e il comunismo con argomenti e slogan che molti osservatori considerarono provocatori e bellicosi. Le parole «Impero del male», con cui definì l’Unione Sovietica, gli furono suggerite probabilmente da uno storico di origine polacca, Richard Pipes, che divenne più tardi membro del Consiglio per la sicurezza nazionale. Ma furono pronunciate con forza e convinsero il mondo che il nuovo presidente avrebbe voltato pagina e dichiarato, se necessario, una nuova guerra fredda. Era esattamente quello che gli chiedevano i suoi collaboratori. L’America non avrebbe più tollerato né il colpo di mano sovietico in Afghanistan, né la strisciante avanzata dell’Urss in Africa, né la continua installazione di missili intermedi nei suoi territori occidentali, né la costruzione di un grande radar a Kasnojarsk, in violazione del trattato Abm con cui i due Paesi, nel 1972, si erano impegnati a limitare lo sviluppo delle rispettive difese antimissilistiche. La conferma venne dall’aumento delle spese militari e dal discorso con cui, nell’aprile del 1983, Reagan annunciò al mondo che gli Stati Uniti intendevano mettere in orbita una sorta di linea Maginot antimissilistica composta da laser, grandi specchi, armi cinetiche e piccoli ordigni nucleari. Se le ricerche in corso avessero dato risultati positivi l’America sarebbe diventata invulnerabile. E se fosse diventata invulnerabile, conclusero immediatamente i sovietici, avrebbe potuto colpire i suoi nemici con un «primo colpo» senza il rischio di esporsi alla loro massiccia rappresaglia.
In campo sovietico, nel frattempo, il regime era afflitto da una paralizzante gerontocrazia. Brezhnev si spense nel novembre del 1982 dopo un lungo periodo in cui la sua reale presenza quotidiana al vertice del potere era limitata, nella migliore delle ipotesi, a un paio d’ore. Il suo successore, Andropov, abbozzò una sorta di «rivoluzione morale», probabilmente destinata a non produrre alcun risultato, ma morì nel febbraio 1984. Il successore di Andropov, Cernenko, era nato nel 1911 ed ebbe una sola preoccupazione: tranquillizzare gli istinti conservatori dei suoi coetanei. Si ammalò, venne confinato in un ospedale ed esposto alle telecamere nelle ultime settimane della sua vita affinché i cittadini dell’Urss constatassero che non era ancora morto. Fu uno spettacolo grottesco e umiliante che produsse tuttavia un buon risultato. Quando il Comitato centrale del partito si riunì per scegliere il nuovo segretario generale, la scelta cadde su un uomo di cinquantacinque anni, deciso a svecchiare i quadri del partito e dell’amministrazione. Michail Gorbaciov conosceva i mali del Paese. Sapeva che le sue statistiche economiche erano truccate, che le infrastrutture erano pericolosamente invecchiate, che la burocrazia delle aziende e dello Stato era pigra e corrotta, che il Paese aveva un disperato bisogno di riforme e che nulla sarebbe stato possibile se l’Urss avesse continuato a investire nelle spese militari una larga parte delle sue risorse. Nella strategia politica di Gorbaciov, quindi, il risanamento dell’Unione Sovietica passava attraverso la conclusione di accordi con gli Stati Uniti per la riduzione degli armamenti. Fu questa la ragione per cui nei suoi discorsi cominciarono ad apparire, o riapparire, parole come coesistenza pacifica, distensione, interdipendenza, «casa comune europea». Questa nuova retorica del disgelo suscitò in un primo tempo una certa diffidenza. Molti sostenevano, con ragione, che il programma riformatore di Gorbaciov era confuso e poco convincente. Altri sospettavano, a torto, che Gorbaciov volesse soltanto «narcotizzare» la Nato, impedire lo spiegamento degli euromissili in cinque Paesi dell’Alleanza e indurre l’America ad accantonare i suoi progetti per la costruzione di uno scudo spaziale. Perseguiva quegli obiettivi, indubbiamente, ma aveva un disperato bisogno di riforme e sapeva che la modernizzazione dell’apparato economico sovietico esigeva la collaborazione dell’Occidente.
Reagan fu tra i primi a capire che occorreva, come dicono i giocatori di poker, «andare a vedere». Dopo qualche sondaggio del nuovo ministro degli Esteri sovietico Eduard Sevardnadze, venne deciso che i due leader si sarebbero incontrati a Ginevra nel novembre 1985. Fu il primo di quattro incontri: gli altri ebbero luogo a Reykjavik (ottobre 1986), a Washington (dicembre 1987) e a Mosca (giugno 1988). Ve ne fu un quinto a Governor’s Island nello Stato di New York, in occasione dell’Assemblea generale dell’Onu, a cui partecipò anche il presidente eletto, George Bush. Ma il più, ormai, era stato fatto. Nei quattro incontri decisivi l’agenda fu sempre la stessa: riduzione delle armi strategiche, riduzione o eliminazioni dei missili intermedi (gli SS20 dei sovietici, i Cruise e i Pershing degli americani), la sorte del trattato Abm e della Stategic Defense Iniziative (il nome tecnico dello scudo spaziale), i diritti umani e gli scambi economici. I due interlocutori si scambiarono proclami ideologici e punture di spillo, ma fu chiaro, sin dalla prime battute, che avevano un evidente desiderio di incontrarsi a metà strada. Gorbaciov, in particolare, era fortemente interessato a ottenere che gli americani accantonassero i loro programmi spaziali, ma si scontrò con le resistenze di Reagan che credeva nello Scudo e si era pubblicamente impegnato a sostenerlo. Alla fine il leader sovietico dovette accontentarsi di una formula che lasciava agli americani, sostanzialmente, la libertà di proseguire gli esperimenti. Avrebbe continuato a negoziare duramente, forse, se le condizioni dell’Urss e del partito, nel frattempo, non lo avessero costretto a impegnare una corsa contro il tempo. Il brusco calo del prezzo del petrolio aveva drammaticamente diminuito le risorse finanziarie del Paese. Le riforme gli erano scappate di mano e stavano suscitando, tra l’altro, fenomeni autonomisti, se non separatisti, alla periferia dell’impero. I conservatori del partito lavoravano nelle quinte a indebolire la sua leadership. Per tutte queste ragioni Gorbaciov sperò forse che la fine della guerra fredda gli avrebbe garantito la riconoscenza dei suoi concittadini e gli avrebbe permesso di sconfiggere i suoi nemici interni. Le cose andarono diversamente. Quanto accadde nel blocco sovietico e nell’Urss fra il 1989 e il 1991 dimostrò una volta di più che il momento più pericoloso, per le sorti di un cattivo regime, è quello delle riforme. Nei due anni che seguirono il suo ultimo incontro con Reagan, Gorbaciov perdette il potere e non ebbe neppure, come compensazione, la gratitudine dei suoi connazionali. Reagan fu molto più fortunato. Dopo essere stato fortemente criticato, all’inizio della sua presidenza, soprattutto per la sua politica economica, poté godersi fino alla malattia l’ammirazione e il rimpianto di molti suoi connazionali. Anche il presidente americano, tuttavia, ebbe qualche delusione. Si era battuto per il suo Scudo spaziale, ma il progetto fu ucciso negli anni seguenti dall’aumento delle spese e dal mediocre risultato degli esperimenti. La versione progettata durante la presidenza Clinton e promossa ora con maggiore impegno da George W. Bush, è meno ambiziosa e futuristica. Un’ultima osservazione. Dopo essersi duramente combattuti il dinosauro e il bolscevico divennero amici, rimasero in contatto, parteciparono alle gioie e ai dolori delle loro rispettive famiglie. Insomma, come nella più tradizionale cinematografia americana e sovietica, un vero happy ending.
 

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