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Reagan e Wojtyla

LIBERAL BIMESTRALE
di Gianni Baget Bozzo
Liberal n. 25 - Agosto-Settembre 2004

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Le somiglianze tra Ronald Reagan e Karol Wojtyla si sprecano. Cominciano dalla singolarità della loro elezione, Reagan venne eletto perché Jimmy Carter era crollato dinanzi alla presa in ostaggio dei diplomatici americani a Teheran, un’umiliazione insopportabile per gli Stati Uniti, a cui Carter aveva aggiunto il fallimento della loro liberazione con una operazione di corpi scelti. Wojtyla venne eletto Papa perché, per la prima volta, il gruppo più numeroso in Conclave, quello dei cardinali italiani, non era riuscito a mettersi d’accordo su un suo candidato. Ambedue venivano eletti dopo che il loro corpo politico, gli Stati Uniti e la Chiesa cattolica, erano stati travagliati da un decennale periodo di crisi cominciata per l’America con la sconfitta del Vietnam e per la Chiesa cattolica con la grande crisi di identità sorta dal secondo Concilio Vaticano. Ambedue intesero generare un nuovo senso di ottimismo nelle loro società: al good morning, America di Ronald Reagan corrisponde il «non abbiate paura» di Giovanni Paolo II. Ambedue sentirono che il loro primo compito era quello di rianimare il proprio popolo e di rivolgersi a esso. Ronald Reagan non poteva contare sui buoni rapporti con il Congresso per fare approvare la sua riduzione delle tasse, era in pessimi termini con il presidente della Camera dei deputati, Tip O’Neil. Si rivolse al popolo per fare pressione sul Congresso. Giovanni Paolo II inaugurò il suo appello al popolo con i suoi viaggi alle nazioni: egli doveva affrontare le conferenze episcopali, che puntavano a sostituire il governo monarchico del Papato con un governo sinodale, cioè con il primato di un sinodo dei vescovi sulla Curia romana: e doveva ristabilire l’autorità della Chiesa sui teologi, che, sotto Paolo VI, si erano ormai considerati liberi dai vincoli del magistero. Furono anche singolari i casi che li unirono, ambedue furono soggetti di un attentato, anche se quello subito dal Papa fu politicamente e fisicamente molto più grave. E soprattutto essi erano degli attori, avevano l’istinto della comunicazione, la sensazione delle masse, sapevano che una linea profonda distingue ciò che piace agli intellettuali e ai gruppi di potere e ciò che piace ai popoli. Per questo ebbero ambedue un forte senso del loro ruolo personale, sapendo giocare al medesimo tempo la potenza della decisione con la benevolenza del comportamento.
La sinistra punta sugli intellettuali, la destra sul sentimento popolare. Politicamente, sia Karol Wojtyla che Ronald Reagan si possono considerare dei tradizionalisti e dei conservatori, lo prova il loro fondamentale anticomunismo in anni in cui l’influenza del comunismo sugli intellettuali, non ancora cessata, era però dominante. Nei confronti del comunismo in crisi, essi seppero unire il bastone e la carota, forse appunto perché, popolari e di destra, intuivano in forma diversa che il comunismo era alle corde e che era giunta l’ora della sua fine. Ma essi seppero trattare con il comunismo cadente sia con fermezza che con dolcezza: e trovarono in Mikhail Gorbaciov l’uomo che era ormai convinto della fine del comunismo e aveva pianificato la sua riforma. L’uomo del comunismo cadente fu per ambedue Gorbaciov e forse nessuno dei due gli avrebbe preferito Eltsin, nessuno dei due avrebbe posto la firma volentieri sotto la nascita del nazionalismo russo. In ambedue era rimasta una certa traccia di sinistra, in Reagan a causa del suo passato democratico, in Wojtyla a causa della sua condizione di intellettuale. Wojtyla, minacciando di recarsi nella Polonia occupata dal suo esercito e sostenendo Solidarnosc prima e dopo il golpe militare, esercitò una pressione decisiva sulla dirigenza sovietica: fece comprendere che l’impero russo sulle nazioni soggiogate era divenuto insostenibile a Ovest come a Est. Lo stalinismo come sistema mondiale era finito. La fine dell’impero sovietico cominciava in quella Polonia dove con Caterina II la Russia aveva costituito il suo spazio in Occidente. L’iniziativa della difesa strategica e dello scudo spaziale voluta da Ronald Reagan, unita al successo della sua politica di diminuzione delle tasse e della spesa pubblica, con la vittoria sull’inflazione a due cifre in America, fece capire alla Russia di Andropov e di Chernenco che veramente l’America non era più il Paese sconfitto dal Vietnam del Nord. La dirigenza sovietica comprese che il sogno di Chrusciov di battere l’America sul terreno economico era fallito e che la tecnologia americana poteva rendere desueto l’equilibrio nucleare tra America e Unione Sovietica. Furono dunque le decisioni di Wojtyla e di Reagan a far sì che Gorbaciov potesse tentare l’autoriforma del comunismo sovietico, anche se solo per cedere poi il passo al rinato nazionalismo russo. Persino uno scandalo toccò ambedue, per Reagan fu l’episodio del finanziamento della resistenza al comunismo in Nicaragua con i fondi ottenuti dalla vendita di carri armati israeliani a moderati iraniani per ottenere il riscatto di tre americani prigionieri degli hezbollà libanesi. Per Wojtyla fu il coinvolgimento del vescovo Marcinkus nell’affare Sindona.
Ha cambiato maggiormente l’America Ronald Reagan o Karol Wojtyla la Chiesa cattolica postconciliare? Un presidente moderato democratico come Bill Clinton, così lontano dal mito dell’intervento pubblico, è una conseguenza della presidenza Reagan sul suo partito originario. Ma certamente molto di Reagan vive nell’attuale George W. Bush, sia nell’uso del potere militare sia nella politica economica e fiscale, sia nella diminuzione dell’inflazione americana. Anche l’ultimo gesto distensivo verso l’Onu del presidente americano sembra ricordare la capacità di Reagan di unire fermezza e moderazione. La Chiesa cattolica di Giovani Paolo II è certo molto più a destra della Chiesa di Paolo VI e soprattutto l’autorità papale è stata restaurata a un livello che Papa Montini non avrebbe desiderato. Forse mai la Chiesa si è identificata con la persona del Papa come è accaduto in questo intramontabile pontificato. Se si pensa che lo spirito del Vaticano Secondo comportava l’instaurazione della collegialità di governo nella Chiesa, si può misurare il cambiamento avvenuto poiché la Chiesa di Pietro è diventata la Chiesa di Giovanni Paolo II. Possiamo dire che è terminata con Reagan l’eredità di Roosevelt e con Giovanni Paolo II si è estinto lo «spirito del Concilio» sotto l’apparente conservazione della sua lettera. Il vincolo che unisce nella storia permanentemente il presidente californiano e il Papa polacco è che ambedue hanno poderosamente concorso alla fine dell’impero sovietico. E hanno così fondato un rapporto tra Chiesa cattolica e Stati Uniti che non corrisponde alla loro storia precedente.
 

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