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Due o tre cose che so di lui

LIBERAL BIMESTRALE
di Reginald Dale
Liberal n. 25 - Agosto-Settembre 2004

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In una giornata fresca e nuvolosa del giugno 1984, mi trovavo in un cortile dell’Università di Galway, in Irlanda, aspettando che al presidente Ronald Reagan venisse conferita una laurea honoris causa. Mentre i cronisti che coprivano l’evento e altri invitati erano tutti stipati su delle sedie all’aperto, i dignitari dell’Università aspettavano al riparo in un chiostro su un lato del cortile che ospitava l’evento. D’un tratto incominciò a piovere. Il pubblico nel cortile s’inzuppava mentre le personalità dell’Università nel chiostro facevano lunghi e dotti discorsi in inglese, irlandese e latino. Finalmente arrivò il turno del presidente Reagan. Lesse i primi tre paragrafi del suo discorso, lanciò uno sguardo al pubblico che diventava sempre più zuppo e infreddolito, col passare di ogni minuto, e annunciò: «Penso che, viste le circostanze, nessuno tra voi vuole stare qui ad ascoltare oltre». Concluse così il suo discorso, sapendo che il testo completo era a disposizione di chiunque lo volesse tenere per la cronaca. La caratteristica galanteria di Reagan toccò in me un tasto particolarmente sensibile. Qualche mese prima a Santiago, la seconda città di Cuba, avevo ascoltato un discorso interminabile di Fidel Castro per la celebrazione del 25° anniversario dalla rivoluzione cubana. Alcuni minuti dopo che Castro cominciò a parlare, un rovescio torrenziale tipico dei tropici inzuppò alcune migliaia di cubani stipati nella piazza principale della città. Castro parlava da un balcone coperto che lo proteggeva dal temporale. Continuò a parlare per quasi due ore mentre la pioggia cadeva a scroscio sul suo sventurato pubblico il quale non poteva andarsene per paura di subire rappresaglie da parte della polizia segreta. Mi fu impossibile fare a meno di paragonare le reazioni completamente opposte dei due leader in circostanze praticamente identiche. A Castro non importava niente delle difficoltà della sua gente che di fatto teneva imprigionata nella piazza. Non riusciva a trattenere la fuoriuscita di un potente fiume di propaganda in una esibizione di machismo egomaniacale. La prima preoccupazione di Reagan fu invece il benessere dei suoi ascoltatori. Quando salì sul podio e vide ciò che stava accadendo, gli bastarono solo alcuni secondi per centrare il cuore del problema. I due incidenti non rappresentarono comunque soltanto una vivida dimostrazione di alcuni dei contrasti che esistono tra il totalitarismo e la democrazia.

Al capezzale di una madre morente
La reazione quasi istintiva che ebbe Reagan era l’espressione di un suo dono naturale che ha contribuito a renderlo uno degli uomini politici di maggior successo del Ventesimo secolo. Era dotato di una straordinaria capacità di entrare in profonda sintonia con le preoccupazioni degli altri - specialmente della gente comune. Se gli veniva detto che il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti era cresciuto, diciamo del 7%, questo lo avrebbe toccato molto meno che non leggere sul giornale la storia di un uomo nell’Ohio che aveva persono il lavoro e non poteva più provvedere al suo anziano padre. Più spesso di quanto nessuno possa immaginare, al leggere una storia così, Reagan alzava il telefono della Casa Bianca e faceva una chiamata personale a quell’uomo nell’Ohio, o a chiunque altro si trovasse in stato di bisogno, per cercare di offrirgli il suo aiuto. Una volta, un giovane impiegato della Casa Bianca chiese un permesso per gravi motivi di famiglia per potere stare vicino a sua madre morente, a casa sua, in uno degli Stati del Mid-West. Il giorno in cui arrivò a casa, rimase sbalordito al ricevere una telefonata da Reagan, il quale voleva esprimergli la sua solidarietà. «Me la caverò, Signor presidente, credo di essere pronto ad affrontarlo», disse il giovanotto. «No», disse Reagan. «Nessuno di noi è mai pronto ad affrontare la morte della madre». Più tardi, nel rendersi conto che Reagan aveva ragione e che era stato tanto premuroso da telefonargli, il giovanotto riconobbe il grande appoggio che gli era stato dato nell’affrontare la sua perdita. Chiunque abbia conosciuto Reagan potrebbe probabilmente raccontare venti, cinquanta, cento storie simili sul suo conto. E dunque non è certo una sorpresa che, dalla sua morte il 5 di giugno, gli omaggi resigli dalla sua sconfinata legione di amici e ammiratori includessero un’abbondanza di simili aneddoti, alcuni già noti, altri raccontati per la prima volta in pubblico. Questi racconti aiutano a spiegare perché Reagan era così amato da tanti americani, persino dai molti ai quali non piaceva la sua politica, e perché la nazione è stata così commossa dalla sua morte.

Quel borbardamento su Mosca annunciato per scherzo
E le storie che sono state raccontate e ripetute in tutto il Paese dal momento della sua morte non trattano solo della sua premura personale per gli altri. Altrettante storie mostrano il suo arguto umorismo - la sua abilità nello schivare domande difficili, o nell’affascinare i suoi avversari politici, con una barzelletta perfettamente disarmante o con una delle sue battute così spontanee. In qualsiasi altro uomo politico, un simile comportamento sarebbe sembrato studiato o artificiale. In Reagan, era genuino. Non poteva fare a meno di offrire un gesto cortese o solidale a chiunque ne avesse bisogno o di raccontare una storiella divertente per mettere un ospite, per quanto umile potesse essere, a proprio agio. E la sua innata gentilezza e cortesia non erano soltanto delle qualità individuali ammirevoli, erano una immensa e naturale risorsa politica che lo aiutarono a forgiare un legame unico con il popolo americano, un legame che molti europei non riuscirono mai a capire fino in fondo o di cui neanche si resero conto. Si trattava di un legame che era rafforzato dall’insolita capacità di Reagan di esprimere le sue più profonde e intime convinzioni in un modo semplice e chiaro che veniva capito facilmente da praticamente tutti gli americani, la maggior parte dei quali condividevano le sue credenze più radicate. Sebbene da presidente risultasse spesso una figura più controversa, in un sondaggio d’opinione dopo la sua morte, due terzi degli americani hanno detto di condividere le sue opinioni, rispetto a meno del 20% che si è dichiarato contrario. Anche quelli che erano in disaccordo con lui, quantomeno rispettavano un politico che non solo aveva manifestato i suoi più profondi convincimenti durante la sua candidatura alla presidenza, ma che ci si era anche attenuto dopo l’elezione. Persino i suoi critici spesso hanno ceduto al suo fascino grazie a quella sua qualità così rara in un uomo politico: la sua capacità di autoironia. (Proprio quella che mostrò in un famoso incidente che fece infuriare i farisaici politici di sinistra, quando disse scherzosamente in un microfono aperto, riferendosi all’Unione Sovietica: «Incominciamo a bombardare fra cinque minuti»). Quasi tutti coloro che lo conobbero si trovavano d’accordo con le parole di uno dei suoi più duri avversari politici a Washington negli anni Ottanta: «È impossibile passare dieci minuti nella stessa stanza con Ronald Reagan e uscirne senza provare simpatia per lui».

Il mestiere di giornalista accreditato
In veste di membro della stampa accreditato presso la Casa Bianca dal 1981 al 1986 e come corrispondente per un giornale europeo, passai molto più di una decina di minuti nella stessa stanza con Reagan. Lo intervistai parecchie volte alla Casa Bianca e passai molte settimane al suo seguito nei suoi viaggi in Europa, Asia, Canada, Caraibi e in giro per gli Stati Uniti. Mi trovavo d’accordo con molte delle sue politiche, particolarmente la sua decisa presa di posizione contro l’Unione Sovietica, ma anche se così non fosse stato, non avrei potuto fare a meno di provare simpatia e ammirazione per lui. Un giornalista americano potrebbe trovare una simile dichiarazione difficile da mandare giù. Per poter apprezzare l’abilità politica di Reagan, è importante capire come funzionano gli organi di stampa accreditati presso la Casa Bianca. La maggior parte dei giornalisti si considerano i naturali antagonisti di coloro che stanno al potere, particolarmente quando quelli al potere sono repubblicani, visto che la stragrande maggioranza degli editori e dei corrispondenti a Washington votano per i democratici. Ma i giornalisti americani non sono solo motivati dalle loro preferenze politiche. In Europa, i primi ministri rispondo ai cittadini attraverso il Parlamento. Negli Stati Uniti invece il presidente, che è sia il capo dello Stato che il capo del governo, non compare mai davanti al Congresso per rispondere alle domande. Invece, il presidente concede delle conferenze stampa e risponde al pubblico attraverso i media, attribuendo così ai giornalisti americani parte della loro importanza autonoma, quasi istituzionale, enormemente maggiore di quella fra i loro colleghi europei. Sin dal Watergate, i giornalisti americani hanno imparato che la strada verso la fama e la gloria è quella che fa cadere un presidente o, in caso di impossibilità, quella che conduce qualche figura politica di rilievo a dare le dimissioni. Tutti questi fattori incoraggiano la stampa accreditata presso la Casa Bianca ad adottare un atteggiamento aggressivo verso il presidente e il suo governo. I membri della stampa cercano incessantemente di tendere trappole al presidente, di coglierne qualche contraddizione o, ancora meglio, di forzarlo ad ammettere di aver mentito.

Quando sbagliò la Bolivia con il Brasile
Quando arrivai nella sala stampa della Casa Bianca nel 1981, era esattamente quello che i miei colleghi americani cercavano di fare. Praticamente ogni giorno facevano notare a Larry Speakes, allora il portavoce in capo della Casa Bianca, che Reagan aveva fatto un qualche errore in un discorso del giorno precedente o che si era contraddetto, normalmente rispetto a qualche banalità. Speakes si affannava a emettere sbrigative dichiarazioni per cercare di ovviare all’errore, dicendo che il presidente si era «espresso male» o fornendo qualche altra sciocca scusa. La stampa si buttava a capofitto su queste ammissioni di errori che venivano stampate a grandi lettere sui quotidiani del giorno successivo. Dopo qualche tempo tuttavia, si fece strada una strana consapevolezza tra questi impavidi cronisti: a nessuno importava un granché degli errori di Reagan. Agli americani non dava fastidio che il presidente non sapesse molto di geografia (una volta dichiarò di essere felicissimo di trovarsi in Bolivia quando era appena sbarcato in Brasile), né si aspettavano che azzeccasse ogni minimo dettaglio. Non era questo il motivo per il quale lo avevano eletto. Il predecessore di Reagan, Jimmy Carter, era stato un insaziabile consumatore di dettagli - era diventato famoso a forza di insistere sul controllo degli orari dei campi di tennis della Casa Bianca - e aveva gettato il Paese in una grave crisi. Aveva gestito male l’economia, aveva fallito nel tentativo di liberare gli ostaggi americani a Teheran e aveva sprofondato il morale degli americani fino al punto di fargli perdere la fiducia nel proprio Paese. Queste erano le sfide che Reagan fu chiamato a cogliere, non a occuparsi di chi dovesse giocare a tennis e a che ora alla Casa Bianca. Alla maggior parte dei suoi sostenitori non importava se non sapesse distinguere tra la Bolivia e il Brasile (anche perché non erano in molti quelli che lo sapevano). E la maggior parte degli americani non volevano che la stampa stesse sempre a sparare contro un presidente che molti speravano potesse ridare alla presidenza il prestigio e l’efficacia che aveva avuto in passato. Mano mano che passavano i mesi, Speakes smise di emettere le sue dichiarazioni correttive e la stampa incominciò a impegnarsi un po’ di più a tendere trappole ad altri membri del governo di Reagan, riuscendo leggermente meglio nel suo intento.
Quello che gli americani capirono (e gli europei no)
La verità era che Reagan non aveva altrettanto bisogno della stampa di molti altri presidenti, soprattutto a causa della sua straordinaria capacità di comunicare tanto facilmente con il popolo americano, al di sopra delle teste dei giornalisti nazionali e della stampa accreditata presso la Casa Bianca. Quando parlava alla televisione dalla Casa Bianca, il popolo americano capiva tutto ciò che diceva senza aver bisogno di intermediari. Le stesse capacità innate che lo avevano portato al successo come annunciatore radiofonico, e poi come attore cinematografico, erano anche in grado di trasformare un discorso di terza qualità in un pezzo di oratoria magistrale. Mi è spesso capitato di leggere in anteprima il testo di un discorso di Reagan e di trovarlo piuttosto insulso. Allora chiamavo il mio giornale a Londra per dire che non vi era niente di rilevante e andavo a casa a guardare Reagan fare quel discorso alla televisione. Era come se stesse leggendo un testo completamente diverso. Una volta che Reagan cominciava a parlare, quelle parole noiose e banali prendevano vita fino al punto di meravigliare gli spettatori per quanto fossero in grado di andare al nocciolo e risultare convincenti. Ovviamente, quasi niente di tutto questo attecchiva sugli europei, i quali non guardavano i suoi discorsi in tarda fascia oraria e si dovevano basare sulla cronaca dei corrispondenti esteri a Washington, molti dei quali consideravano Reagan con un certo sdegno altezzoso. Evidentemente, questi corrispondenti spesso si limitavano a riflettere il punto di vista di molti europei i quali erano convinti che Reagan fosse un «amabile asino», come lo descrisse un eminente democratico, ancora prima che fosse eletto. Anche dopo la sua schiacciante vittoria nelle rielezioni del 1984, molti europei continuarono a considerarlo un attore cinematografico di seconda categoria, un cowboy e un pericoloso guerrafondaio (quando, di fatto, Reagan aveva sempre avuto a cuore una visione idealizzata della pace nel mondo e desiderava che tutte le armi nucleari fossero abolite a patto che le condizioni fossero adatte). L’élite europea trovava difficile, se non addirittura impossibile, credere che un parvenu apparentemente così rozzo potesse davvero essere alla guida della politica estera degli Stati Uniti. Una delle maggiori sfide per i giornalisti che dovevano coprire Reagan per una testata europea era quella di convincere gli editori e i lettori nazionali che Reagan aveva una propria chiara strategia sul come trattare il mondo e particolarmente l’Unione Sovietica, e che gli Stati Uniti la stessero seguendo. Ogni volta che tornavo in Europa al seguito di un viaggio con il presidente, specialmente durante la sua prima presidenza, la prima domanda che mi veniva immancabilmente fatta era: «Ma si tinge i capelli?». (Risposta: no). Con la guerra fredda ancora così in auge, mi sorprendeva che gli europei mostrassero così poco interesse nella sua politica e nei suoi potenziali effetti sull’Europa e sul resto del mondo. Questa mancata comprensione di Reagan e la sua sottovalutazione da parte degli europei erano parzialmente dovute alla differenza tra il sistema politico americano e quello europeo. Normalmente, un leader europeo deve faticosamente farsi strada attraverso le gerarchie del Parlamento e del proprio partito per molti anni prima di acquisire l’esperienza e l’anzianità per arrivare ai vertici. Gli europei spesso non riescono a capire che questa trafila non è affatto necessaria negli Stati Uniti e che gli outsider spesso sono addirittura avvantaggiati. Giusto o sbagliato che sia, gli americani sono orgogliosi del loro mito nazionale che permette praticamente a chiunque di mirare alla presidenza. Ancora più importante è il fatto che molti europei sembrano credere che un leader politico deve avere al suo attivo risultati sia intellettuali che politici, insieme a un qualche livello di sofisticazione, se non addirittura un sano cinismo rispetto agli affari internazionali. Un tale profilo non si adattò mai a Reagan, il quale sarebbe stato inorridito a sentirsi definire come un intellettuale. Ma, ancora più importante, agli americani non interessava un leader con tali fattezze alla fine di un periodo profondamente scoraggiante, segnato dal trauma e dal fallimento in Vietnam, dalla crisi economica, dalla traballante presidenza di Jimmy Carter e da ciò che Carter stesso definì come il «malessere» americano. Nel 1980, gli americani certamente non volevano un intellettuale come presidente. In effetti, molti di loro, come gli inglesi, sono comprensibilmente sospettosi degli intellettuali in qualsiasi momento.

Come Charles de Gaulle
Ciò che gli americani volevano era una figura forte e rassicurante che potesse lenire le ferite del recente passato, ristabilire l’unità nel Paese, ridargli il senso della patria e della fiducia in se stesso e farli sentirsi di nuovo bene. Reagan era perfetto per questo compito e, una volta diventato presidente, fece ancora di più, riportando il conservatorismo americano a essere di nuovo rispettato, spostando il centro della politica e dell’economia americana a destra e dando, da solo, lo slancio determinante a favore della vittoria dell’Occidente nella guerra fredda. In alcune occasioni in quegli anni, lo vidi come un Charles De Gaulle americano, un impavido patriota, che rispecchiava d’istinto i valori e le aspirazioni dei suoi compatrioti, e non un politico tradizionale che doveva sforzarsi di convincerli delle proprie credenze, diverse dalle loro. Ambedue questi leader, con la loro visione ottimista del futuro e la loro insistenza sulla forza della loro cultura nazionale, restituirono la fiducia a delle nazioni fiere ma che erano state umiliate dalla guerra e dalla disgrazia. Ambedue venivano visti come la personificazione dello spirito o dell’anima del popolo dal quale erano nati. Ovviamente esistevano enormi differenze tra i due leader. Ma quelle differenze riflettevano soprattutto i diversi valori dei due Paesi e dei popoli che rappresentavano. De Gaulle rispecchiava la hauteur e il senso di superiorità delle élites francesi ed era profondamente legato alla gloria e all’indipendenza della Francia. Reagan era un uomo umile e religioso che si identificava con i valori dell’americano medio e con la sicurezza che l’America fosse una potenza benevola, il cui destino era di fornire al mondo un esempio di democrazia e di libertà. Mentre De Gaulle era noto per la sua spigolosità, Reagan era bravissimo a neutralizzare l’ostilità nei suoi critici, che fossero americani o stranieri, mettendoli a loro agio quando andavano a fargli visita. Una volta si accorse che l’ascesa di Mikhail Gorbaciov alla guida dell’Unione Sovietica offriva l’occasione per un vero dialogo tra le due super-potenze e mise subito a lavoro il suo fascino per convincere Gorbaciov a diventare, se non un alleato, almeno qualcuno con il quale potesse trattare su basi ragionevolmente amichevoli.

«Caro Gorbaciov, lasci che le dica perché non mi fido di lei»
Al primo vertice dei due leader a Ginevra, nel 1985, Reagan prese Gorbaciov in contropiede, iniziando una conversazione con una frase semplice e nient’affatto diplomatica: «Lasci che le dica perché non ci fidiamo di lei». Nel corso della stessa riunione, fece mostra di uno dei suoi temi preferiti di ispirazione hollywoodiana, e cioè che l’intero mondo si sarebbe unito di fronte a un’invasione da parte di alieni venuti dallo spazio, o di «omini verdi», come a Reagan piaceva chiamarli. Gorbaciov non sapeva come prenderla e i consiglieri di Reagan mostrarono il loro disappunto. Temevano che quel commento facesse sembrare il presidente un semplicione. Ma, per Reagan, era un modo facile e figurato per dimostrare che la pace nel mondo era davvero possibile ed era un tentativo di incoraggiare i propri interlocutori a farsi avanti. Nonostante tutti gli sforzi dei suoi funzionari per fermarlo, riuscì nondimeno a infilare brevemente questo tema in uno suo discorso alle Nazioni Unite nel 1987 e ne uscì dando l’impressione di essere un idealista e non uno sciocco. In un’altra occasione, Neil Kinnock, l’allora leader dell’opposizione laburista in Gran Bretagna, venne a Washington sperando di mettere a segno alcuni punti politici, attaccando Reagan su due questioni assai controverse in quel momento: i missili nucleari in Europa e la politica americana in America Centrale. Kinnock fece irruzione nella Casa Bianca con la promessa di dire a Reagan che si sbagliava. Non fece però i conti con la grazia e il fascino di Reagan. Alla fine dell’incontro, che Reagan prolungò di mezz’ora, Kinnock docilmente disse alla stampa: «Certo, potrei vederla diversamente, se fossi io il presidente degli Stati Uniti».

Leggerezza di spirito
Si potrebbero citare ulteriori innumerevoli esempi di come Reagan riuscisse sempre a fare a modo suo e a guadagnarsi l’impegno degli altri attraverso i suoi modi gradevoli e, come l’ha definita il presidente George Bush al suo funerale, attraverso la sua «leggerezza di spirito». Tuttavia, sarebbe un errore porre un’eccessiva enfasi sulle qualità personali di Reagan, correndo così il rischio di sminuire i veri risultati strategici e politici della sua presidenza, molti dei quali erano dovuti alla sua eccezionale lungimiranza, mentre tutti gli altri dubitavano della loro fattibilità. Questa era un’altra caratteristica che aveva in comune con De Gaulle. Quando Reagan arrivò alla Casa Bianca, la maggioranza degli analisti americani ed europei non intravedevano la possibile fine della guerra fredda ed erano essenzialmente propensi ad accontentarsi di trovarsi in un gioco a bocce ferme. Ma Reagan disse ai suoi amici che avrebbe vinto. Sin dal lontano 1980, dichiarò al Washington Post che l’Unione Sovietica, a conti fatti, non avrebbe potuto competere con gli Stati Uniti e che il presidente avrebbe portato Mosca a sedersi al tavolo delle trattative. Nel 1982, lanciò una nuova sfida alla saggezza convenzionale dichiarando che il comunismo sarebbe presto finito «sul mucchio di cenere della storia». Ma fece anche capire chiaramente che non poteva negoziare da una posizione di debolezza, con i leader sovietici che avrebbero «commesso qualsiasi crimine, mentito e ingannato» pur di raggiungere il loro obiettivo di dominare il mondo. Per cui, prima l’America avrebbe dovuto farsi forte e dimostrare che era pronta a spendere di più di quanto potesse fare l’indebolita economia sovietica. Era un’impostazione del tutto diversa da quella tradizionale dei democratici, che cercavano di trovarsi a mezza strada con la controparte. Un politologo, dopo la morte di Reagan, ha pronunciato queste parole: «Egli credeva che l’insaziabile espansionismo territoriale dell’Unione Sovietica fosse stato eroso da disfunzioni sistemiche che era impossibile riformare, e che fosse possibile che emergesse un uomo di buona volontà». Quando ciò si avverò, nella persona di Gorbaciov, Reagan si fece avanti per stringergli la mano. Niente di più tipico per Ronald Reagan e per l’America che rappresentava.

(Traduzione di Valeria Beltrani)

 

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