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Il quinto volto

LIBERAL BIMESTRALE
di Antonio Spinosa
Liberal n. 25 - Agosto-Settembre 2004

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La storia si è definitivamente appropriata di Ronald Reagan. Il protagonista e vincitore di tante battaglie ha perso quella più importante contro il terribile morbo di Alzhemier che lo ha ucciso alla pur veneranda età di 93 anni. L’America lo ha salutato con i dovuti onori e con un solenne apparato massmediatico battezzato «Operazione serenata». La Casa Bianca ha assunto per la cerimonia un regista di Hollywood e un dirigente della Disney, mentre uno speaker della Cnn definiva quei funerali «il film più lungo e bello di Ronald Reagan, e sicuramente il più visto». Ora Ronald - ex presidente, ex attore, ex cronista, ex bagnino - riposa per sempre nel giardino della Reagan Presidential Library, nella Simi Valley, in California. Gli terranno compagnia le fragorose onde dell’Oceano che si staglia all’orizzonte in uno spettacolo emozionante. Egli amava il mare, azzurro come i suoi occhi, e lo aveva più volte sfidato come guardaspiaggia, salvando in pochi anni la vita a ben settantasette persone, quando ancora non immaginava neppure che avrebbe salvato il mondo dall’incubo della rovente nube delle testate atomiche sovietiche. Apprezzava l’Italia sebbene il Paese, in confronto ai suoi States, dovesse appararirgli poco più di una propaggine di terra protesa nel Mediterraneo. Dell’Italia ammirava con spiccato fervore soprattutto il cinema e i cavalli. Lo disse nelle due visite compiutevi da presidente, e che si ebbero nel giugno del 1982 - accolto dall’allora capo dello Stato Sandro Pertini e dal premier Giovanni Spadolini - e nel giugno del 1987 quando al Quirinale sedeva Francesco Cossiga e a Palazzo Chigi Amintore Fanfani già al suo sesto incarico di governo. L’incontro che più lo colpì fu quello con Giovanni Paolo II, il Papa dell’Est, il pastore asceso al soglio di Pietro con la missione di squarciare la cortina di ferro del comunismo che da decenni divideva l’Oriente dall’Occidente. All’Italia lo lega in particolare un drammatico episodio con complessi risvolti politici e diplomatici. Il 7 ottobre del 1985 un commando di terroristi palestinesi aveva bloccato nel porto di Alessandria d’Egitto la nave da crociera italiana «Achille Lauro», sequestrandone e minacciandone i passeggeri e uccidendone uno, un paralitico americano di religione ebraica, Leon Klinghoffer. A liberazione avvenuta degli ostaggi per un intervento dell’Olp, i terroristi partirono alla volta della Tunisia, ma l’aereo dell’Egyptair che li trasportava fu affiancato da alcuni caccia statunitensi che lo dirottarono nella base della Nato di Sigonella, in provincia di Siracusa. Reagan telefonò al presidente del Consiglio Craxi per chiedergli il consenso a estradare in America il commando palestinese, ma il leader socialista oppose un categorico rifiuto prendendo in consegna i banditi. La scelta del nostro governo non fu felice, sebbene le motivazioni di Craxi fossero legittime: la nave sequestrata era italiana e i terroristi bloccati a Sigonella ricadevano di fatto sotto la giurisdizione dell’Italia. L’errore fatale fu quello di lasciar fuggire Abu ‘Abbas, il capo dell’Olp, colui che due anni dopo il tribunale di Genova avrebbe riconosciuto e condannato all’ergastolo in contumacia come organizzatore del sequestro.
Reagan si irritò lanciando strali contro il governo italiano poiché mai avrebbe potuto prevedere un rifiuto da parte del più fedele dei suoi interlocutori europei. Fortunatamente l’alleanza con gli States fu presto ristabilita e il 24 ottobre un laconico comunicato dell’Ansa annunciava che Reagan e Craxi erano di nuovo «amici come prima». La pace con l’America era fatta, tuttavia in Italia il caso Sigonella apriva una crisi di governo per inizitiva del Partito repubblicano. Ma il fiero Bettino, rientrata la crisi, rimaneva in sella fino alla primavera del 1986 avendo dato vita a uno dei ministeri più longevi della Repubblica. Quell’incidente diplomatico non minò la stima che Reagan nutriva nei confronti dell’Italia, una nazione che egli considerava come la legittima erede dei valori dell’antica Roma, come sincera amica dell’America e ammiratrice della sua democrazia. In quanto ammiratore dell’equitazione italiana, il suo idolo era il fantino livornese Federico Caprilli, colui che agli inizi del Ventesimo secolo aveva rivoluzionato il modo di montare a cavallo, nel senso di praticare un’equitazione naturale lasciando il cavallo «libero di fare». L’idea del Caprilli, e cioè quella di consentire che le cose seguissero il loro corso naturale, aveva addirittura ispirato al presidente americano la ricetta che avrebbe risollevato le sorti dell’economia statunitense, una miscela di deregulation e di tagli alle tasse: il tutto entrato nella storia con il nome di Reaganomics. Ronald Reagan - il più longevo dei presidenti degli Stati Uniti d’America - è stato uno dei politici repubblicani più amati dopo i democratici John Kennedy - un mito reso insuperato dalla sua fatale scomparsa - e Franklin Delano Roosevelt, il vincitore morale della seconda guerra mondiale. Fra tutti i suoi predecessori, Reagan si avvicinava a Woodrow Wilson con il quale condivideva l’idea che l’America trovasse ispirazione soltanto nei suoi storici ideali e non nelle analisi geopolitiche. Come Wilson egli aveva un’intuizione esatta dei reali meccanismi che ispiravano l’animo dell’America, e accolse i princìpi della democrazia americana quale pacifico strumento utile ad abbattere un acerrimo e pericolosissimo nemico, il comunismo sovietico. Ronnie era un americano come tanti altri. Figlio di un venditore ambulante di scarpe - per giunta alcolizzato - era nato nel 1911 nell’anonima cittadina costiera di Tampico, in California, alla periferia della più nota Dixon. Dal nulla delle sue origini egli fu per ben otto anni l’uomo più potente del pianeta, un personaggio cui sono state dedicate in vita oltre mille biografie, un politico per il quale l’Heritage Foundation ha promosso la costruzione di un monumento in ogni Stato dell’Unione, oltre a intitolargli strade, piazze, edifici pubblici. Probabilmente il suo inconfondibile volto potrebbe un giorno non lontano apparire sulle banconote da dieci dollari in sostituzione di Alexander Hamilton, il fondatore della Banca di New York. E pensare che fino al 1966 Ronald non era che un modesto attore di Hollywood! Occhi azzurri, volto affabile, fisico da nuotatore: ecco Reagan nel 1939 al suo debutto in ben tre film fra i quali si ricorda in particolare Dark Victory - Tramonto - nel ruolo di un garbato giovinetto accanto ad affermati divi come Bette Davis, Humphrey Bogart, Geraldine Fitzgerald. Non era un interprete brillante, ma in compenso sapeva essere espressivo e sapeva parlar bene avendo maturato una fortunata esperienza da radiocronista sportivo. A dispetto di chi lo presentava come un uomo incolto, va ricordato che ad appena ventuno anni aveva conseguito una laurea in Scienze sociali nel college protestante di Eureka. Nel secondo conflitto mondiale aveva combattuto con coraggio, ed era stato un capitano nell’Air Force. A sospingerlo verso la politica fu l’idea di bloccare l’espansione del comunismo. Si muoveva costantemente armato e diventava il paladino degli anticomunisti. Veniva eletto alla presidenza dell’Associazione degli artisti di Hollywood nel sostenere la campagna antimarxista promossa dal senatore repubblicano Joseph R. MacCarthy, tanto famosa da passare alla storia come il maccartismo.
Furono questa prima esperienza e l’incontro con l’attrice Nancy Davis, che sposerà in seconde nozze nel ’52, a convincerlo di avere le qualità necessarie per svolgere un ruolo ben più rilevante di quelli che aveva fino a quel momento impersonato sui set cinematografici: la politica lo reclamava. E fu la svolta. Interpretava nel 1964 il suo ultimo film - The Killers, Contratto per uccidere - con il regista Don Siegel, e vi figurava come uno spietato gangster. Con quell’ultima e mediocre apparizione si spegnevano i riflettori delle sale di ripresa e si accendevano quelli della politica nazionale e internazionale. Nel 1966 il presidente democratico Lindon Johnson bombardava Hanoi, nel Vietnam del Nord; il Che animava la guerriglia in Bolivia; Charles De Gaulle annunciava il ritiro della Francia dalla Nato e Ronald diventava governatore della California, lo Stato più ricco d’America. Per molti fu una sorpresa al pari di quella suscitata lo scorso anno dall’elezione a governor del forzuto e ingombrante eroe di Terminator, Arnold Schwarzenegger. Ancor più alto fu lo stupore quando le urne lo decretarono 40° presidente degli Stati Uniti. Ed era il novembre del 1980. Henry Kissinger causticamente commentava: «Quando parlate con Reagan, a volte vi chiedete come sia potuto passare per la mente di qualcuno di candidarlo al seggio di governatore e a quello di presidente. Ma ciò che voi storici dovrete spiegare è come mai un uomo così privo di doti intellettuali possa aver guidato la California per otto anni e, per altrettanti, Washington». Un uomo che aveva trascorso la maggior parte della sua vita a recitare ruoli scarsamente impegnativi e che era noto al pubblico femminile con l’appellativo di «Errol Flynn dei film di serie B», aveva poi convinto milioni di americani a riporre in lui un’alta fiducia. Forse Ronald non era ricco di idee, ma quelle che possedeva erano estremamente chiare. Si era reso conto che l’aquila americana stava perdendo l’antica grinta e che era stanca e sfiduciata. Difatti, dopo le illusioni dei mille giorni kennediani, si erano susseguite crisi politiche e sociali connesse con gli assassinii di Robert Kennedy e di Martin Luter King oltre che con l’inizio della guerra nel Vietnam del Nord. Quest’ultimo evento avrebbe segnato una generazione di americani e si sarebbe altresì concluso con una pericolosa sconfitta. Sembrava che Reagan non avesse la preparazione politica del suo sfidante democratico Jimmy Carter, ma certamente possedeva una fede incrollabile nei valori del popolo americano. Quando si presentava nei comizi e nei dibattiti televisivi alle platee degli elettori si mostrava simile a loro, come un uomo della strada. Egli non filosofeggiava sui massimi sistemi, ma porgeva il suo messaggio in maniera semplice e comprensibile a tutti. Ted Kennedy, pur essendo un suo acerrimo oppositore politico, gli riconosceva ottime qualità. In un discorso nella prestigiosa università di Yale disse infatti di lui: «Qualche volta Reagan dimentica i nomi delle persone e delle cose, ma non dimentica mai i suoi obiettivi politici. È un grande comunicatore non soltanto per la sua personalità o per il testo ben scritto dei suoi discorsi, ma soprattutto perché ha qualcosa da comunicare».
Il messaggio di Ronnie ai concittadini era netto e comprensibile: l’american dream non era finito; era vivo e bastava saperlo riscoprire per uscire dalla crisi. Nel 1988, in un’intervista al giornale sovietico Ogonek diceva: «La mia carriera professionale ha avuto varie forme. Ho lavorato come telecronista sportivo e come attore, come leader sindacale e come conferenziere. Anche come pubblico ufficiale. Questa è la principale caratteristica dello stile di vita americano: poter avanzare in forza dei desideri e delle capacità di ciascuno. A ciò devo il mio successo». Un altro segreto. Ronald poteva contare su di uno staff di consiglieri di eccezionale valore, da George Bush padre, suo vice, a James Baker, a Bud McFarlane. E come spesso accade, all’ombra di un grande presidente si cela una first lady. Nancy era una minuta ed elegante signora di New York, cresciuta a Chicago, maturata a Hollywood e approdata a Washington. Fu la precorritrice morale di Hillary Clinton che era al fianco del marito non per il piacere, ma per il dovere. Per ben due volte Reagan seppe affermarsi alla Casa Bianca, a dispetto di quanti gridavano allo scandalo nel vedere assiso nel più rilevante salotto del mondo un ex attore, e neppure poi tanto grande. Ancora Kissinger ha recentemente scritto: «Reagan fu eletto per reazione a un periodo di apparente arretramento degli Stati Uniti e per riaffermare le verità tradizionali dell’eccezionalismo americano». Insomma, che cosa ha rappresentato l’era reaganiana per questa America? Con lui gli States hanno recuperato un leader carismatico che incarnava l’ottimismo americano: un presidente suo pari mancava dai tempi di Kennedy. Egli intendeva reimporre l’egemonia americana nel mondo, ma forse i connazionali lo ricorderanno soprattutto per la sua severa politica economica e per la lotta condotta contro le potenti lobbie sindacali. Ebbe a dire: «Amici miei, la storia è chiara. Abbassare le tasse significa maggiore libertà, e, ogni volta che abbassiamo le tasse, la salute della nostra nazione migliora». La sua azione sul terreno dell’economia fu, come si è detto, battezzata dagli analisti Reaganomics. Ma la ricetta quale azione imponeva? La liberalizzazione del mercato e una politica volta a mitigare la pressione fiscale anche nei confronti dei ceti più ricchi, il che in pochi anni favorì un aumento dei consumi e degli investimenti, ma anche un disavanzo nel bilancio pubblico superiore ai novantadue milioni di dollari, un disavanzo che ebbe il momento più critico il 19 ottobre del 1987 - il «lunedì nero» di Wall Street - quando la borsa americana ebbe una delle sue più forti perdite. Gli americani non dimenticheranno una delle sue più sbalorditive e provocatorie decisioni prese nei confronti delle associazioni sindacali. Il 3 agosto del 1981 ben tredicimila dei diciassettemila aderenti alla Patco - l’organizzazione sindacale dei controllori di volo - denunziando un stress eccessivo e invocando di conseguenza un aumento degli stipendi, disertarono il lavoro. Fu il caos per l’America. Senza scomporsi, Reagan si presentava nel Giardino delle Rose della Casa Bianca e intimava agli scioperanti di riprendere il lavoro entro quarantotto ore, pena il licenziamento. Tutti giudicavano quelle parole un bluff e anzi lo stesso leader della Patco, Robert Poli, intensificò provocatoriamente la lotta. Senonché esattamente quarantotto ore dopo il presidente teneva fede alla parola data e licenziava ben 11.359 controllori di volo. Nell’occasione ripeteva alcune parole pronunciate da uno dei suoi più stimati predecessori, Calvin Coolidge: «Non c’è diritto di sciopero contro la sicurezza pubblica, per nessuno, in nessun luogo, in nessun momento». La Patco era morta. In pochi giorni il traffico aereo tornava alla normalità e in tre anni cresceva del 6%.
Il cowboy di Tampico aveva dimostrato di saper armeggiare con la sua «pistola» e di saper colpire al cuore i bersagli. L’era dei compromessi si esauriva e prendeva corpo quella del decisionismo delle imprese e dello Stato. Avrebbero imitato Reagan il primo ministro britannico Margaret Thatcher - celebre il suo scontro vittorioso con i minatori inglesi - e molti altri colleghi europei. La Thatcher. Svolse a sua volta un ruolo fondamentale negli anni della presidenza reaganiana e difatti Ronald disse di lei: «Come molti di voi sapranno, Margaret e io ci conosciamo da parecchio tempo: lei non era ancora primo ministro, né io presidente. Dal momento in cui ci siamo incontrati, abbiamo scoperto che avevamo visioni molto simili del governo e della libertà. Margaret concluse il nostro primo incontro dicendomi: “Dobbiamo rimanere insieme”. Ed è esattamente ciò che abbiamo fatto negli anni successivi come amici e come alleati politici». Quindi concludeva, anche se un po’ retoricamente: «Per me lei è stata una fedele alleata, la mia anima gemella politica, una grande visione e una cara, carissima amica». Se Ronald non avesse avuto al fianco la bella e dinamica moglie Nency, probabilmente avrebbe tentato di corteggiare la lady britannica! Né fu un caso se una volta un movimento pacifista immortalò i due leader raffigurandoli abbracciati come Rossella O’Hara e Rhett Butler in Via col vento. Si disse che Reagan aveva trovato lo scherzo divertente e perfino realistico. In politica estera si rivelò molto accorto, tanto da ottenere una prima vittoria quando, a pochi giorni dal suo insediamento alla Casa Bianca, riusciva a far rilasciare i cinquantadue ostaggi statunitensi bloccati nell’ambasciata di Teheran da un gruppo di fondamentalisti islamici. Non fu tuttavia la lotta contro il terrorismo a renderlo celebre, quanto quella contro il comunismo sovietico. Rispetto ai predecessori egli era particolarmente sicuro dell’imminente e definitivo declino della tirannia comunista che freddamente bollava come «Impero del male». Sapeva che i leader del Cremlino governavano con la brutalità, senza il consenso del popolo, intenti soltanto a costruire una macchina militare poderosa che però aveva minato l’economia della Russia. Diceva che i proseliti di Lenin e di Stalin avevano creato una cortina di ferro intorno alla propria nazione che aveva finito per strozzarla. Seppe acutamente vedere ciò che altri leader occidentali forse fingevano di non notare, e cioè che l’Urss era un gigante dai piedi di argilla e che sarebbe bastata una spinta per farlo crollare. Fu l’ultimo crociato della guerra fredda: dopo di lui l’Unione Sovietica sarebbe scomparsa e con essa settant’anni di spietata dittatura. È certo però che a Reagan non mancò la fortuna di incontrare sulla sua strada uomini eccezionali e quanto lui altrettanto decisi a far crollare il regime sovietico. Ed ecco che emergono le figure dell’integerrimo Giovanni Paolo II e di Lech Walesa, il mitico capo del sindacato democratico di Solidarnosc.
Reagan fu la mente di una rivoluzione costruttiva, liberale, diversa da quelle che avevano caratterizzato la storia europea nel 1789 e nel 1917. Celebre è il discorso che egli tenne a Berlino alla Porta di Brandeburgo il 12 giugno del 1987. Al termine del suo intervento, fissando lo sguardo sul Muro dell’infamia che divideva l’antica capitale della Germania, rivolse a Gorbaciov un accorato appello: Mr. Gorbaciov, open this gate, tear down this wall, «signor Gorbaciov, apra questa porta e abbatta questo muro». Gli risuonavano nella mente le parole che il suo illustre predecessore Kennedy aveva fatto tuonare sulla piazza del Municipio di Berlino il 26 giugno del 1963 davanti a migliaia di tedeschi: «Tutti gli uomini sono liberi, ovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino e per questo da uomo libero, sono orgoglioso di poter dire Ich bin ein Berliner, io sono un berlinese». Fu un’interpretazione magistrale quella di Reagan, da vero politico. E da consumato attore recitò la parte più importante e impegnativa della sua carriera. Poté farlo anche grazie a Gorbaciov che, succeduto a Yuri Andropov alla guida del Pcus nel 1985, già aveva cominciato il lento cammino della perestrojka - la ristrutturazione economica e sociale della Russia - e della glasnost, tesa a «pubblicizzare» il nuovo corso della politica interna russa, per la riabilitazione di quanti il regime aveva ostracizzato, da Pasternak a Nabokov, da Gumilov a Platonov. Nel dicembre del 1987 Ronald e Mikhail raggiunsero il culmine della politica per il disarmo nel summit di Washington, decidendo di smantellare le testate a medio e corto raggio - gli euromissili - e mettendo definitivamente fine alla guerra fredda. Stranamente però, mentre Gorbaciov riceveva nel 1990 il premio Nobel per la pace, nulla andava a Reagan.
Quale poteva essere il motivo di ciò? Forse questo: il presidente americano, sebbene avesse sconfitto il comunismo senza colpo ferire, in altre circostanze non aveva esitato a imporre il diktat americano impiegando l’uso della forza. Nel 1986 aveva attaccato la Libia di Mohammar Gheddafi ordinando di bombardare sia Tripoli sia Bengasi. Molte furono le vittime innocenti e la stessa Italia corse seri rischi avendo i libici lanciato missili contro l’isola di Lampedusa. Il colonnello libico rimarrà sempre uno dei più acerrimi avversari di Reagan e lo ha sardonicamente ribadito dopo la sua morte: «Ho il rimpianto per il fatto che l’ex presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, morto ieri sera, non sia stato processato per gli attacchi portati contro la Libia nel 1986». Né Reagan mancò di attuare una violenta politica interventista in America centrale. Nel 1983 autorizzò lo sbarco dei marines nel piccolo Stato di Grenada, nel mar Caraibico, per rovesciare il governo filocubano e sostituirlo con una compagine di centrodestra, amica dell’America. Nel 1986 rischiò il temuto impeachment per aver tentato di insabbiare le indagini che lo indicavano coinvolto nello scandalo Irangate, paragonabile al Watergate che anni prima aveva travolto il predecessore Nixon. Era accusato di aver venduto segretamente armi all’Iran e di aver finanziato con i proventi la guerriglia dei contras in Nicaragua. Uno dei suoi gravi errori fu di sovvenzionare nei primi anni di governo i ribelli musulmani in Afghanistan impegnati a combattere contro l’Armata rossa che occupava il loro Paese. In ciò, sia lui sia i suoi consiglieri, furono poco lungimiranti perché finirono per dare forza a quei gruppi, tristemente noti con il nome di talebani, che negli anni Novanta avrebbero devastato il Paese asiatico trasformandolo nel covo dei terroristi islamici. Alcune ombre hanno gravato e ancora gravano sulla figura del presidente-attore, una personalità che ora appartiene alla storia e che da essa sarà giudicata. Nei prossimi anni si continuerà a parlare di lui come dell’eroe californiano che capeggiò il proprio Paese per rilanciarlo politicamente ed economicamente, come, lo disse egli stesso, «un imperituro ottimista, sempre alla ricerca di un bicchiere mezzo pieno anche quando tutti gli altri lo vedevano mezzo vuoto».
 

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