archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

La nuova era

LIBERAL BIMESTRALE
di Marco Respinti
Liberal n. 25 - Agosto-Settembre 2004

Torna al sommario
cop25_th

 

Il movimento conservatore intellettuale si era notevolmente allontanato da quell’isolamento ghettizzante in cui era stato costretto nei primi anni del dopoguerra» (1): così scrive lo storico George H. Nash in quella che può essere senza ombra di dubbio considerata l’opera storiografica fondamentale sul conservatorismo statunitense nella seconda metà del secolo Ventesimo, The Conservative Intellectual Movement in America since 1945, il cui oggetto di studio è appunto il movimento conservatore intellettuale dal dopoguerra agli anni Novanta del Novecento. Era il 1964, l’anno in cui il senatore dell’Arizona Barry M. Goldwater (1909-1998) aveva corso come candidato presidenziale del Grand Old Party (Gop), il Partito repubblicano, segnando tre punti fermi che restano imprescindibili per gli sviluppi successivi della politica statunitense e della storia del conservatorismo, nonostante la sconfitta elettorale occorsa soprattutto per l’onda lunga dell’emotività generata dall’assassinio del presidente democratico John F. Kennedy (1917-1963) e dalla fortissima ostilità scatenata dai media, con il senatore, pure democratico, William Fulbright (1905-1995) che paragonò il goldwaterismo allo stalinismo e Martin Luther King (1929-1968) che credette di vedervi segni d’hitlerismo (2). Goldwater, infatti, compattò e galvanizzò attorno alla propria candidatura le diverse articolazioni, spesso litigiose, della destra nordamericana; portò con significativo, anche se non completo, successo il conservatorismo in politica; e influenzò ampi settori del Partito repubblicano in modo tanto profondo da imprimere a una certa parte di quella formazione politica una svolta a destra mai più venuta meno. «La crociata del 1964 si concluse, certo, in una sconfitta elettorale schiacciante» osserva Nash. «Eppure per gli intellettuali conservatori si trattò di un’esperienza pedagogica intensissima» (3). Anzi, «gli eventi del 1964 rafforzarono nei conservatori la coscienza di quanto l’opposizione fosse agguerrita e di come il loro movimento costituisse l’alternativa frontale all’establishment» (4). Fu da questa sconfitta ad extra - ma vittoria fondamentale ad intra - che iniziò la riscossa politica conservatrice, seconda fase della rinascita del conservatorismo nella seconda metà del Novecento, essendo la prima quella della fondazione teoretica. E la riscossa culminò nel 1980 con l’elezione alla presidenza del governatore della California Ronald Wilson Reagan (5). I quindici anni impiegati dal conservatorismo per trasformare la sconfitta elettorale in vittoria, vale a dire per portare a termine la propria maturazione politica, sono infatti trascorsi nel segno di Reagan (6). Già nel 1968, quando M. Stanton Evans, oggi direttore del National Journalism Center di Washington, pubblicò The Future of Conservatism: From Taft to Reagan and Beyond (7), era chiaro ai commentatori conservatori più attenti, ma anche più familiari con la vita interna del Partito repubblicano, che sarebbe stato Reagan l’uomo su cui puntare. Reagan giunse dunque ai vertici istituzionali del Paese nel 1980 in modo molto meno improvviso di quanto spesso sia stato dato a intendere soprattutto al di fuori degli Stati Uniti.

Da Meyer a Goldwater
Prima pionieristicamente, poi sempre più coscientemente, a partire dal dopoguerra la destra conservatrice aveva generato un vero e proprio movimento di opinione che negli anni si era venuto configurando come un grande network d’iniziative editoriali, di fondazioni, di organizzazioni e di associazioni. Se la prima fase della rinascita conservatrice statunitense è stata dunque quella della fondazione teoretica e la seconda anche quella dell’azione politica, le figure che hanno fatto da cerniera fra di esse sono certamente state quelle di Frank S. Meyer (1909-1972) e di Goldwater, il primo articolando teoreticamente e il secondo giocando come carta politica il Fusionism (8). Il «fusionismo» meyeriano è stato il tentativo intelligente non tanto di giustapporre o di mescolare artificialmente le varie componenti della destra statunitense che procedevano in ordine sparso, quanto quello di cercare motivi di unità non omologante fra forze culturali che, avendo certamente in comune un nemico, potevano supporre, e dunque positivamente cercare, fonti d’ispirazione comune. Nonostante le differenze fra le proprie varie componenti, infatti - differenze sovente affatto triviali, né dappoco - il mondo conservatore presentava caratteri non estemporanei di solidarietà teoretica. Anzi, l’analisi della storia culturale e politica di quel movimento - che come tutte le ricostruzioni e le narrazioni storiche ha il vantaggio di essere fatta a posteriori, quindi di poter contare su una capacità prospettica decisiva per la comprensione autentica dei fatti - mostra anzitutto che il «fusionismo» estisteva spesso già in re prima che Meyer lo formulasse e che quindi la formulazione meyeriana è a un certo livello solo un’opportuna razionalizzazione teoretica di un fatto; dunque, e in ragione di questa preminenza anche cronologica dei fatti rispetto all’elaborazione teorica, il carattere del conservatorismo statunitense è di per sé sostanzialmente fusionista (cosa che peraltro non significa affatto che la formulazione meyeriana del fusionismo esaurisca né l’idea fusionista né la realtà del conservatorismo fusionista). Che il conservatorismo statunitense sia fusionista, e che lo sia addirittura stato prima della formulazione meyeriana del fusionismo, lo mostrano bene certamente la sua storia, i dibattiti che si svolsero soprattutto nell’epoca di fondazione teoretica, lo sviluppo del movimento e il suo ingresso sul proscenio della politica attiva e talvolta anche partitica, ma anche la dialettica delle critiche e l’animosità dei critici che spesso di fatto, anche per via di contrapposizione, non fanno che portare acqua al mulino della chiave di lettura fusionista del conservatorismo statunitense, ancorché non sempre e solo nella sua formulazione - o versione - meyeriana.
Ora, se Meyer è stato il teorico del fusionismo - meglio, il padre putativo che ha battezzato e coltivato un fenomeno che anche cronologicamente lo ha preceduto - Goldwater è l’uomo che, sul piano politico, si è messo a disposizione del conservatorismo fusionista, cioè anche del fusionismo nella formulazione meyeriana. Il fenomeno «Goldwater 1964» assume allora anche le caratteristiche della discesa nell’arena politica nazionale del conservatorismo fusionista, soprattutto - ma non esclusivamente - nella sua formulazione meyeriana, né la sconfitta elettorale di Goldwater nel 1964 ha segnato la fine della ricerca fusionista. Fedele e al contempo innovativa rispetto alla formulazione meyeriana del fusionismo è dunque stata l’ipotesi conservatrice fusionista del quindicennio che lega la sconfitta elettorale di Goldwater nel 1964 alla vittoria di Reagan nel 1980: un’ipotesi definibile «neofusionista», la cui crisi, proprio durante i due mandati presidenziali di Reagan, ha quindi generato, fra l’altro, anche l’ipotesi di un nuovo fusionismo, il quale una volta esauritosi esso stesso ha lasciato sul terreno materiali per un nuovo neofusionismo secondo un gioco di scatole cinesi e di cerchi concentrici che una volta in più rafforzano la certezza della natura eminentemente fusionista del conservatorismo statunitense, al di là dei successi concreti (in politica e in altri campi) di questa o di quella sua specifica formulazione, meyeriana, postmeyeriana, neomeyeriana o per nulla meyeriana. Insomma, se la storia del conservatorismo statunitense, fra elaborazione teoretica e azione politica, è storia di fusionismi (del fusionismo in re e delle sue diverse formulazioni), è certamente possibile riassumere i suoi parametri storici in una formula siffatta: Goldwater è stato l’inventore di un «polo delle libertà» (9) capace di proporre un’alternativa politica al dominio delle sinistre negli Stati Uniti, Meyer è stato il suo profeta e Reagan l’uomo che quel «polo» ha fatto vincere e rivincere. E questa storia ha avuto il suo Nuovo e Vecchio Testamento, dunque la sua patristica e la sua scolastica, le sue ortodossie (ricercate) e le sue eresie (stimolate, giacché l’ambito di «arte del possibile» in cui esse si muovono lo consente senza scandalo né peccato), il suo barocco fra trionfi e manierismi così come le sue neoscolastiche, le sue involuzioni seguite ai suoi rinnovamenti e viceversa, lungo un percorso seguito, descritto e talora elaborato da una produzione teoretica, storiografica e giornalistica che ha per esempio il suo emblema (simbolo e strumento) nel periodico, de facto fusionista, National Review, fondato nel 1955 da William F. Buckley jr. e da sempre testimone delle vicende del movimento, cioè anche dei suoi pregi e dei suoi difetti, nonché vademecum del vero fusionista dedito, fra alta divulgazione e azione politica, a elaborare quella che è stata definita conservative mainstream come senso comune dell’homo americanus che ne racchiuda ethos e identità culturale. L’espressione conservative mainstream ha del resto ottenuto una sorta di consacrazione «ufficiale» proprio con Meyer (10).

Da Goldwater a Reagan
I quindici anni che separano la sconfitta elettorale di Goldwater dalla vittoria di Reagan sono dunque il teatro in cui agisce una nuova forma di fusionismo, meyeriana e oltre, nel corso della quale la virata verso destra impressa da Goldwater a settori importanti del Partito repubblicano si rafforza, si radica e si sviluppa, anche grazie all’outing goldwateriano operato da uomini come Reagan, divenendo irreversibili, per quanto concerne gli ambiti del partito che ne sono stati interessati, e contagiosa, ancorché non priva di apostati né di falsari, per quanto riguarda altri ambiti di quella stessa formazione politica. Se prima di Goldwater, infatti, con riferimento all’azione politica del senatore Robert A. Taft (1889-1953) - definito un «repubblicano reazionario» - si parlava espressamente di «Taft Republicans» proprio per designare una componente specifica e minoritaria del Gop, quasi un’eccezione (11), dopo il 1964 per le componenti e per gli orientamenti del movimento conservatore in politica sono state di volta in volta adottate anche formule quali «National Review-style conservatism» (in riferimento al «canone» del «movimento» definito dal periodico National Review) e «Nixon Conservatives» (12). Lungo il cammino che da Goldwater giunge a Reagan, quella di Richard M. Nixon (1913-1994) è peraltro una figura decisamente ambigua. Poco amato dai conservatori (in specie da National Review e in particolare da Meyer, che sin dal 1968 gli preferì Reagan come candidato presidenziale del Gop; più disponibile fu invece Russell Kirk), sostenuto politicamente, pure con una certa enfasi non solo strumentale, nei momenti decisivi, deludente in troppe scelte politiche ma convincente in numerose altre, certamente migliore di quanto sia stato normalmente descritto dai media - tanto da guadagnarsi il plauso, condizionato ma persistente, di un esponente del conservatorismo certo non di bocca buona qual è Patrick J. Buchanan, fra l’altro suo speechwriter e «ufficiale di collegamento» con il mondo conservatore dal gennaio 1966 (13) -, Nixon (a posteriori questo si può certamente affermare) ha intrecciato più volte il proprio cammino con quello del conservatorismo senza però mai identificarvisi profondamente; cosa, questa, che invece hanno fatto Reagan e prima di lui Goldwater, fatta salva la distinzione che intercorre fra l’uomo di elaborazione teoretica e l’uomo di azione politica.
L’avventura reaganiana inizia dunque remotamente quando il futuro presidente raccoglie il testimone consegnatogli da Goldwater. Nel momento in cui, dopo l’avventura Goldwater, i «conservatori dovevano “trasformare” con maggiore efficacia i princìpi in azioni» (14), Reagan non esitò ad assumere in prima persona l’eredità del senatore dell’Arizona sconfitto; e lo fece pubblicamente, scegliendo di parlare in prima persona dalla tribuna più ascoltata - e autorevole - del mondo conservatore, ossia partecipando al simposio The Republican Party and the Conservative Movement organizzato all’inizio del dicembre 1964 sulle pagine di National Review con interventi di George Bush, di John Davis Lodge (1903-1985), di Kirk, di Gerhart Niemeyer (1907-1997) e appunto di Reagan (15). Interpretando con finezza il rapporto che doveva sussistere fra Partito repubblicano e movimento conservatore, in quell’occasione Reagan scrisse: «Sì abbiamo perso; abbiamo perso una guerra infinita per la libertà, ma la nostra posizione non è per nulla insostenibile. Anzitutto, siamo 26 milioni di persone e non possiamo essere semplicemente descritti come irriducibili o fedelissimi di partito. La nostra dedizione a un filosofia precisa, infatti, scavalca le rigide divisioni fra i partiti» (16). Il senso della «svolta Goldwater», infatti, era stato quello di un partito - o d’importanti componenti di esso - che si piegava su un vasto e radicato movimento di opinione chiedendo a esso il modo in cui avrebbe potuto servirlo al meglio, e non viceversa, come invece avviene quando un partito usa e quindi strumentalizza una potenziale base elettorale significativa. E questo senso Reagan lo comprese fino in fondo, non dimenticando mai che Partito repubblicano e conservatorismo non sono affatto la medesima cosa, che il primo può aspirare al successo politico solo piegandosi al servizio del secondo e che il secondo è un movimento di opinione anche estremamente esigente. La sfida (e la scommessa) lanciata da Goldwater, insomma, era ancora del tutto aperta e Reagan si candidò subito a raccoglierla assumendo una posizione di guida che lo portò a proporsi, nella conclusione del suo intervento al simposio di National Review, in questi termini: «Non credo affatto sia bene affidare l’alto comando a quei leader che nella battaglia appena conclusa si sono dimostrati dei traditori» (17). Infatti, se con Goldwater i conservatori si erano, per la prima volta in maniera decisa, accasati elettoralmente nel Partito repubblicano pur senza identificarvicisi completamente mai - né allora né poi - la sconfitta del 1964 fu l’occasione che avviò immediatamente la riflessione sull’opportunità di proseguire il sodalizio. E se l’«effetto Goldwater» produsse pure l’illusione ottica - che in molti è divenuta però un’affermazione positiva - di una perfetta identificazione fra conservatorismo e Partito repubblicano, il quindicennio che ha portato all’elezione di Reagan nel 1980 è stato fortemente caratterizzato anche dalla doppia e parallela idea d’ipotizzare eventualmente anche opzioni politiche alternative al Gop (in ragione del fatto che se Goldwater ne aveva spostato a destra molte componenti, il partito nel suo insieme restava comunque davvero altro rispetto al movimento e talora pure contro), ovvero di scegliere nuovamente, ma sub iudice, il Gop cercando di alzare il prezzo del proprio sostegno, dunque di ripetere e di ampliare al suo interno la «svolta Goldwater».
Se tipico di questo doppio atteggiamento è stato il comportamento tenuto dai conservatori in occasione di tutte le tornate elettorali successive al 1964 (con la sola esclusione, forse e a certe condizioni, proprio della prima elezione di Reagan nel 1980), un suo caso classico è certamente stato il modo in cui i conservatori hanno considerato Nixon, eletto presidente nel 1968, quindi - fatte le debite differenze e proporzioni - George W. Bush prima nel 1988 e ancora nel 1992, Newt Gingrich nelle elezioni di medio termine del 1994 che scelsero il 104° Congresso degli Stati Uniti - e con le quali i repubblicani riguadagnarono il controllo della Camera dei deputati per la prima volta dagli anni Cinquanta - Robert Dole nel 1996 e George W. Bush jr. nel 2000, senza dimenticare l’«effetto Buchanan». Ossia il fatto che Buchanan - vera e propria celebrità del mondo conservatore, giornalista di razza prestato alla politica con un passato da consigliere e da speechwriter per Nixon e per Reagan - correndo da repubblicano nelle primarie del 1992 e del 1996, poi da «indipendente» nelle fila del Reform Party nel 2000, ha assommato nella propria persona i due corni del dilemma (i conservatori nel Gop oppure con i «terzi partiti»?) divaricandoli però inconciliabilmente invece che sanarli. Come tutti i conservatori che hanno scelto di operare in prima persona nel Gop, anche Buchanan ha del resto sempre corso - addirittura appunto anche da frontrunner per il Reform Party - da reaganiano, ovvero ripronendo nuove versioni del (neo)fusionismo che già era stato di Reagan, seppur riveduto e corretto in base alle nuove sensibilità. Ma, se la nuova sensibilità buchananiana - alla base anche della sua decisione di lasciare il Gop una volta giudicatolo «irrimediabilmente perduto» - affondano le radici proprio nell’era Reagan, ovvero soprattutto in alcuni nodi venuti al pettine durante il secondo mandato presidenziale (1984-1988) dell’ex governatore della California, la sua realtà è quella di un nuovo fusionismo comunque reaganiano, che è pure neogoldwateriano nella misura in cui cerca di ricompattare il vecchio mondo della destra a esclusione però dei neoconservatori, gli «ultimi venuti» di origine liberal o trotzkysta giudicati di volta in volta, e a seconda dei casi e delle persone, conservatori a metà, conservatori spuri, falsi conservatori o addirittura traditori e quinte colonne del nemico (18). Il tutto mentre, negli stessi momenti e negli stessi luoghi, una parte dei conservatori e i neoconservatori pretendevano di fare la medesima cosa, ovvero di rilanciare il fusionismo reaganiano leggendolo come neogoldwaterismo, allargato appunto proprio ai neoconservatori: così è infatti successo a supporto della candidatura di Bush padre nel 1992 (vicepresidente Dan Quayle) e di quella di Dole nel 1996 (candidato alla vicepresidenza Jack Kemp) laddove Buchanan correva in loro alternativa nelle fila del Gop, finendo poi per sostenerli nel rush finale delle elezioni; e così è successo anche in appoggio di George W. Bush jr. nel 2000 (vicepresidente Richard «Dick» Cheney), mentre Buchanan correva in alternativa a loro al Gop nelle fila del Reform Party, quindi senza decidere alla fine di sostenere pubblicamente Bush jr. contro Al Gore (candidato vicepresidente Joseph Lieberman), avendo forse così qualche responsabilità negli scarsi margini di maggioranza ottenuti in quell’elezione da Bush.
Il Reagan che non c’è
Reagan, invece, assomando in sé e combinando sapientemente (si tratta, del resto, di un saggio della sua proverbiale capacità retorica da «grande comunicatore»), entrambe le propensioni - i conservatori nel Gop, i conservatori con i «terzi partiti» - ha impersonificato per anni la figura del conservatore che sceglie nuovamente, ma sempre sub iudice, i repubblicani, facendolo peraltro sempre dall’interno del partito, per poi (far) concludere al momento opportuno che lui in persona era finalmente quel candidato politico nuovo che i conservatori, vigili da tempo, potevano scegliere riducendo al minimo o addirittura cancellando completamente le remore nutrite fin dal 1964 rispetto all’identificazione tout court di sé con il Gop. Per questo, portando alla vittoria non una ma ben due volte - il massimo consentito dalla legge statunitense - il «polo» neogoldwateriano, Reagan ha offerto ai conservatori e alla nazione intera la propria amministrazione come casa comune definitiva della politica conservatrice, rilanciando e incarnando l’idea goldwateriana del partito politico che si piega sul movimento facendosene interprete: da sempre sul piano culturale, ma con Reagan presidente finalmente in modo efficace anche politicamente e amministrativamente, il conservatorismo si propone alla nazione - vale a dire sia ai conservatori sia ai non conservatori - come l’espressione più autentica dell’identità statunitense e il Gop come il «partito della nazione» che se ne fa suo strumento. Con queste caratteristiche il reaganismo è impossibile da ripetere e difficilissimo da imitare; e proprio per questo ha anzi ospitato dentro di sé i semi del proprio sgretolamento. Se, infatti, il reaganismo è stata la fase suprema del fusionismo neogoldwateriano in grado di governare un Paese come gli Stati Uniti, esso è stato anche l’inizio della sua fine. E la differenza fra il successo e la sconfitta del reaganismo l’ha fatta proprio Reagan: solo Reagan è stato capace di quel successo e senza Reagan si è prodotto il disfacimento di un mondo intero e di una intera prospettiva politico-culturale. Solo un altro Reagan potrebbe dunque ripetere quel successo, ma altri Reagan non ve ne sono all’orizzonte. Laddove, infatti, oggi il nuovo fusionismo avrebbe bisogno di un leader adeguato come non ve ne sono, il nuovo fusionismo non può permettersi il lusso di essere identico a quello neogodwateriano che già fu di Reagan, esattamente come quello di Reagan non poté permettersi il lusso di essere solamente la riedizione di quello goldwateriano. Mutati i contesti e gli scenari in cui il nuovo fusionismo ancora in cerca di un proprio Reagan deve prodursi ed esprimersi, in attesa di quel Reagan - che comunque si coltiva e non s’improvvisa - il nuovo fusionismo ha anzitutto bisogno di un nuovo Meyer, vale a dire di un nano sulle spalle di giganti che abbia il merito di dissotterrare, di battezzare e di offrire in una confezione accattivante ed efficace ciò che già esiste spezzettato e disseminato nella realtà, facendo passare all’atto quanto in potenza già c’è, e soprattutto avendo la capacità di tessere un grandioso arazzo collegando trame, annodando fili e sbrogliando nodi. Opera certo colossale, ma già compiuta una, due volte. Eventi eccezionali, certo; ma il loro ripetersi parla già il linguaggio della continuità: e le tradizioni incominciano così.

Dalla «New Right» ai neoconservatori
Così «nel 1980 ciò che un tempo sembrava impossibile si realizzò» e «nel 1981 gli Stati Uniti sono entrati nell’era che subito alcuni si sono affrettati a definire Reagan revolution», «descrizione» che però «era una iperbole». Affatto rivoluzionaria nel senso sovversivo del termine, secondo Nash, quella espressione però un contenuto di verità lo possiede nella misura in cui per «rivoluzione» sovente s’intende il momento di passaggio stesso in cui le idee divengono pratica: e «negli anni Ottanta gli Stati Uniti sono stati testimoni del passaggio di un’idea dalla teoria alla pratica» (19). Ancora alla vigilia dell’elezione di Reagan nel 1980, «il conservatorismo non era affatto un fenomeno monolitico. Era di fatto un insieme di orientamenti differenti e non sempre fra loro coerenti, uniti solo dalla comune e profonda avversione al progressismo del Ventesimo secolo. Per i libertarian, il moderno liberalismo progressista era l’ideologia che puntellava la crescita abnorme e continua della burocrazia dello Stato assistenzialistico. [...] Per i tradizionalisti il liberalismo progressista era una filosofia corrosiva che, come un acido, erodeva le fondamenta morali e istituzionali della civiltà occidentale per creare al suo posto un enorme vuoto spirituale facilmente colmato dai falsi dèi del totalitarismo. Per gli anticomunisti della guerra fredda, il liberalismo progressista moderno - razionalistico, relativistico, laicista, antitradizionale e semisocialista - era per sua stessa natura incapace di resistere con vigore ai nemici alla sua sinistra» (20). L’immediata vigilia della vittoria elettorale di Reagan - i quattro anni della presidenza di James Earl «Jimmy» Carter jr., dal 1976 al 1980 - vide affacciarsi sulla scena culturale e politica statunitense due componenti nuove del conservatorismo, la «New Right» e i neoconservatori. «La “New Right” fu la reazione scatenata dal tentativo dei progressisti d’impossessarsi del Partito repubblicano (ben simboleggiata, dopo le dimissioni di Nixon, dal fatto che il presidente Gerald R. Ford decidesse di nominare Nelson Rockefeller alla vicepresidenza), esattamente come i neoconservatori erano la risposta alla trasformazione progressista del Partito democratico» (21).
Considerata in senso cronologico, la «New Right» - questo il termine tecnico utilizzato dagli storiografi a indicare un fenomeno che però con la «Nuova destra» francese e italiana ha in comune solo la denominazione - costituì, all’epoca, l’ultima stagione del «movimento», in una fase storica in cui l’opzione politica si era fatta sempre più praticabile e auspicata. Considerata per i suoi contenuti politico-culturali, invece, la «New Right» è un crogiuolo d’istinti diversi, che solo il tempo ha saputo sviluppare e distinguere, anche con esisti diversi e fra loro contraddittori. Alcuni analisti ne rinvengono peraltro una certa connotazione «populista» (peraltro in un’accezione tipicamente americana, ovvero sostanzialmente «jeffersoniana»): è la stagione in cui la cosiddetta «Destra religiosa», o «Destra cristiana», condiziona fortemente il panorama politico, il momento in cui l’anticomunismo e il patriottismo classici trovano nuove forme espressive, e l’era in cui la «questione morale» (su tematiche quali il diritto alla vita, la famiglia e la preghiera nelle scuole) diviene uno dei punti irrinunciabili e qualificanti di ogni piattaforma conservatrice. Benché l’investitura di Reagan non abbia trovato d’accordo tutti i leader della «New Right», proprio la vittoria elettorale del 1980 costituisce il successo principale e il merito storico di quel segmento del movimento, secondo alcuni continuazione innovativa della «Old Right» fusionista degli anni Cinquanta e Sessanta, secondo altri «inizio del tradimento». Se, dunque, per molti aspetti, è proprio in quel periodo che la pianta di antica seminagione del conservatorismo inizia a dar frutto coagulando il consenso attorno a periodici, fondazioni e organizzazioni, la stessa «New Right» emerge fondamentalmente come momento critico della destra nordamericana contemporanea. Alla rapida disgregazione di questa «Nuova destra» possono quindi essere ricondotte, in forma più o meno diretta, le successive mutazioni del conservatorismo statunitense. La reazione culturale all’attivismo della «New Right» coincide infatti con la nascita di quella che è stata definita «seconda generazione della “Old Right” postbellica»: al suo centro, il tentativo di adeguare la filosofia conservatrice classica al mutare delle circostanze storiche, ma soprattutto quello di salvare la destra da ogni compromesso con le ideologie progressiste. Un altro esito della «New Right» è l’ingresso formale di molti ex attivisti ed ex leader nei ranghi del Partito repubblicano: quello di Newt Gingrich, l’ex docente di storia divenuto presidente della Camera dei deputati nel 1994, ne è stato un esempio illustre. Novità invece assoluta - e coscientemente tale - rispetto alla «Old Right» e alla «New Right» (ancorché in alcuni momenti e a tratti in cerca di ponti o di alleanze strategiche con quei mondi) è il fenomeno del neoconservatorismo. Di per sé, infatti il neonconservatorismo designa quel fenomeno sociale-sociologico, e al contempo movimento politico, che, anch’essa dalla metà degli anni Settanta, vede convertirsi a destra porzioni significative dell’intellettualità newyorkese trotzkysta. A essa si sono poi uniti i cosiddetti Cold War Liberal - i progressisti non comunisti - e quei socialdemocratici non marxisti per i quali l’Unione Sovietica è stata il grande nemico di ogni riformismo.
Fra «New Right» e neoconservatori vi sono stati da subito motivi di forti contrasti: «“La New Right” - scrive Lee Edwards, protagonista e storiografo del conservatorismo statunitense - era religiosa negli scopi che si prefiggeva, nel linguaggio che adoperava e nel personale che l’animava, con l’occhio sempre fisso alla Città di Dio. I neoconservatori erano laici nell’immagine e nella retorica pubblica, preoccupati com’erano soprattutto della Città dell’Uomo». Inoltre, «la “New Right” era profondamente diffidente nei confronti del governo, laddove invece i neoconservatori ne erano degli entusiastici sostenitori». Ma entrambe queste nuove componenti del conservatorismo «aborrivano il comunismo e disprezzavano i progressisti; la “New Right” per ciò che essi erano sempre stati, i neoconservatori per ciò che erano divenuti». Alla fine «fu il risoluto anticomunismo dei neoconservatori e la loro egualmente determinata resistenza alla controcultura arrabbiata degli anni Sessanta e Settanta che fece guadagnare loro il favore dei conservatori di ogni obbedienza e che portò al matrimonio d’interessi che si celebrò nel 1980». E «il sacerdote che celebrò le nozze fu Ronald Reagan». Per essere eletto alla presidenza, infatti, l’ex governatore della California «aveva bisogno delle capacità di elaborazione culturale dei neoconservatori così come delle capacità di mobilitazione e di attivismo della “New Right”, in particolare della loro componente più potente, la “Destra cristiana”. Ironicamente, non vi sarebbe mai stata alcuna “Destra cristiana” se il presidente Jimmy Carter, un born-again christian, non si fosse alienato le simpatie dei cristiani fondamentalisti che ne avevano favorito l’elezione con grande fervore» (22). Il mandato di governo consegnatogli dagli americani impegnò dunque il presidente Reagan a realizzare le promesse elettorali: riduzione fiscale e ridimensionamento della burocrazia pubblica. Il Senato era a maggioranza repubblicana, alla Camera vi era una combattiva minoranza del Gop e il presidente poteva contare su «qualcosa d’altro, qualcosa su cui né Robert Taft né Barry Goldwater avrebbero potuto contare se fossero stati eletti presidenti: un movimento conservatore attivo e fedele.
«Per le idee Reagan poteva rivolgersi a The Heritage Foundation, all’American Enterprise Institute, al Center for Strategic and International Studies e ad altri think tank. Per la vigoria politica poteva fare affidamento su gruppi quali The Committee for the Survival of a Free Congress, l’American Conservative Union, la National Rifle Association e The National Tax Limitation Committee. E potè pure riempire la propria amministrazione di professionisti che avevano mosso i primi passi dentro il movimento. Nella sola Casa Bianca vi erano conservatori come Edwin Meese III, Richard V. Allen, Martin Anderson, Robert Carleson, Lyn Nofzinger, Tony Dolan e T. Kenneth Cribb jr. nelle posizioni più rilevanti, e Reagan potè poi rivolgersi al mondo neoconservatore in cerca di stimati esperti di politica estera quali Jeane Kirkpatrick, Max Kampelman, Richard Perle, Kenneth Adelman ed Elliott Abrams. All’esterno della sua amministrazione, Reagan godeva dell’appoggio di opinionisti e di commentatori quali George F. Will, Patrick J. Buchanan, William F. Buckley jr., James J. Kilpatrick e John Chamberlain», né gli vennero mai meno i consigli e le indicazioni «dei direttori e delle penne di una vasta cerchia di pubblicazioni quali National Review, Human Events, The American Spectator, Commentary, The Public Interest e The National Interest, così come le pagine dei commenti e delle opinioni di The Wall Street Journal» (23). Sul piano economico, Reagan ha sempre seguito l’impostazione della scuola detta Supply-side - descritta in The Way the World Works di Jude Wanniski e in Wealth and Poverty di George Gilder (24), e all’interno dell’amministrazione Reagan sostenuta in prima persona da Paul Craig Roberts e da Jack Kemp - la quale, anch’essa espressione di un aspetto della cultura fusionista del movimento, giocando rigorosamente sul principio della domanda e dell’offerta mira ad aumentare la ricchezza disponibile per i cittadini di un Paese e non solo a ridistribuire secondo geometrie sempre nuove e sempre variabili quella esistente.

Alla ricerca di un nuovo fusionismo reaganiano dopo Reagan
Il successo del momento neoconservatore nell’ambito del complesso e stratificato mondo della destra statunitense contemporanea, sostanzialmente coinciso con i dodici anni di dominio repubblicano dall’era Reagan alla transizione Bush, è del resto all’origine di un’altrettanto oggettiva mutazione - ma anche di una sensibile crisi - del conservatorismo nordamericano. L’epoca post-Reagan è stata infatti attraversata da forti dibattiti che spesso si sono trasformati in scontri assai seri, tanto che non è mancato chi, a metà degli anni Novanta, ha creduto di poter addirittura parlare di «guerre conservatrici» (25). La visione del mondo neoconservatrice, infatti, più «centrista» e, secondo alcuni, poco - o addirittura punto - in continuità con le tradizioni conservatrici più autentiche e con le diverse anime della «Old Right», hanno determinato presto - soprattutto su tematiche di politica estera, sulla spinosa questione del welfare state, sul dibattito fra società e Stato - l’incompatibilità con altri fronti della destra culturale degli anni Ottanta e Novanta. Di fatto, il dibattito interno innescato dalla scomparsa dell’elemento istituzionale comunista negli ex Paesi d’Oltrecortina, l’accelerazione del processo di globalizzazione dell’economia mondiale, la crisi dello Stato nazionale, nonché il perdurare e l’acuirsi della «questione morale» che aveva infiammato la «New Right» negli anni Settanta, hanno rischiato di schiacciare un fecondo movimento politico-culturale che è stato espressione dell’«America profonda», dell’Heartland. Le defezioni, l’abbassamento dei toni ideali, le mutazioni culturali, ma anche la critica che rischia di scadere in criticismo preconcetto, uniti all’oggettiva mancanza - per ora? - di «spiriti magni» che non sfigurino accanto ai grandi padri del conservatorismo angloamericano del Novecento, ma anche dei secoli Diaciannovesimo e Diciottesimo (benché non manchino neppure oggi studiosi di razza, discepoli seri e figure di tutto rispetto), è il grande problema della destra statunitense attuale, sulla quale esercita un ruolo di predominio significativo la «seconda generazione» neoconservatrice, fra ricerca di un nuovo fusionismo e recupero della propria identità culturale soprattutto di fronte al grande richiamo costituito dall’11 settembre. La presidenza Reagan - e soprattutto il variegato mondo che, più o meno remotamente, ne ha preparato i successi elettorali - ha costituito l’emblema di come l’azione culturale profonda possa incidere seriamente nella vita politica e istituzionale di un Paese. In America settentrionale questo è avvenuto perché l’azione culturale, spesso nascosta e umile, ma decisa nei contenuti e nelle proposte, si è raccordata e ha saputo esprimere l’ethos stesso del Paese, ovvero un senso comune in cui i cittadini americani si sono ritrovati e riconosciuti.


Note

1) George H. Nash, The Conservative Intellectual Movement in America Since 1945, 2a ed. aggiornata, Intercollegiate Studies Institute, Wilmington (Delaware) 1996 (1a ed. 1976), p. 273; 2) Cfr. ibid., p. 274. Per un’analisi della demonizzazione di Goldwater a opera dei media fra 1963 e 1964, cfr. M. Stanton Evans, The Liberal Establishment, The Devin-Adair Company, New York 1965. Sul senatore dell’Arizona, cfr. almeno Lee Edwards, Goldwater: The Man Who Made a Revolution, Regnery, Washington 1995; 3) G.H. Nash, op.cit., p. 273; 4) Ibidem, p. 274; 5) Ho sviluppato un poco più articolatamente le fasi storiche della destra statunitense nel secondo dopoguerra nel mio L’inventore del Polo delle Libertà: Barry Goldwater. Un excursus sul conservatorismo nordamericano, cit. pp. 99-135, e ne ho ripercorso a grandi linee gli sviluppi nel mio Le anime dell’America profonda, in l’Officina. Periodico di politica e cultura, Roma, anno II, n. 2, 2003, pp. 66-68. In generale, cfr. anche Jeffrey O. Nelson, Pensiero forte Usa, in Percorsi di politica, cultura, economia, anno I, n. 1, Roma dicembre 1997, pp. 52-57. Sulla storia del conservatorismo statunitense contemporaneo, cfr. almeno M.S. Evans, The Future of Conservatism: From Taft to Reagan and Beyond, Holt, Rinehart & Winston, New York 1968; G.H. Nash, op. cit.; William A. Rusher, The Rise of the Right, William Morrow & Co., New York 1984; John P. East (1931-1986), The American Conservative Movement: The Philosophical Founders, con introduzione di G.H. Nash, Regnery, Chicago-Washington, 1986; William F. Buckley jr. e Charles R. Kesler (a cura di), Keeping the Tablets: Modern American Conservative Thought. A Revised Edition of «American Conservative Thought in the Twentieth Century» [a cura di William F. Buckley Jr., con premessa di Leonard Levy e Alfred Young, Bobbs-Merrill, Indianapolis e New York 1970, edito come trade paperback con il titolo Did You Ever See a Dream Walking?], con introduzioni dei curatori, Harper & Row, New York 1988; Paul E. Gottfried e Thomas J. Fleming, The Conservative Movement, Twayne, Boston 1988; P.E. Gottfried, The Conservative Movement: Revised Edition, Twayne, New York 1993; Justin Raimondo, Reclaiming the American Right: The Lost Legacy of the Conservative Movement, 2a ed. con prefazione di Patrick J. Buchanan, Center for Libertarian Studies, Burlingame (California) 1993 (1a ed. 1993); L. Edwards, The Conservative Revolution: The Movement That Remade America, The Free Press, New York 1999; Joseph Scotchie (a cura di), The Paleoconservatives: New Voices of the Old Right, Transaction, New Brunswick (New Jersey) 1999; Idem, Revolt from the Heartland: The Struggle for an Authentic Conservatism, Transaction 2002; e Patrick Allitt, Catholic Intellectuals and Conservative Politics in America, 1950-1985, Cornell University Press, Ithaca (New York) 1995. In italiano, cfr. Antonio Donno, In difesa della libertà. Conservatorismo americnao e guerra fredda, Le Lettere, Firenze 2004; 6) Su di lui, cfr. almeno L. Edwards, Reagan: A Political Biography, Viewpoint Books, San Diego (California) 1967; Dinesh D’Souza, Ronald Reagan: How an Ordinary Man Became an Extraordinary Leader; The Free Press, New York, 1997; Peggy Noonan, When Character Was King: A Story of Ronald Reagan, Penguin, New York 2002; e Mary Beth Brown, Hand of Providence: The Strong and Quiet Faith of Ronald Reagan, WND Books-Thomas Nelson Publisher, Nashville (Tennessee) 2004; 7) Cfr. M.S. Evans, The Future of Conservatism: From Taft to Reagan and Beyond, cit.; 8) Sulla questione e i dibattiti relativi al fusionismo meyeriano, cfr. Frank S. Meyer, The Conservative Mainstream, Arlington House, New Rochelle (New York) 1968, e Idem, (a cura di), What Is Conservatism?, Holt, Rinehart & Winston, New York 1964. Cfr. inoltre Kevin J. Smant, Principles and Heresies: Frank S. Meyer and the Shaping of the American Conservative Movement, con premessa di M.S. Evans, ISI Books, Wilmington 2002. Per una narrazione storica degli anni di elaborazione del fusionismo, cfr. G.H. Nash, op. cit., 6. Fission and Fusion: The Quest for Philosophical Order, pp. 141-171. Per una rilettura del concetto di «fusionismo», cfr. Storia esemplare di un conservatorismo progressista, in il Domenicale. Settimanale di cultura, anno II, n. 47, Milano 22-11-2003, pp. 6-7, testo che sulle pagine dello stesso settimanale ha generato una serie di commenti ora raccolti anche online alla pagina http://www.ildomenicale.it/grandetradizione.asp, ripresa anche sul sito del Centro Studi russell kirk, www.russellkirk.it; 9) È l’idea che propongo nel mio L’inventore del Polo delle Libertà: Barry Goldwater. Un excursus sul conservatorismo nordamericano, cit.; 10) Cfr. F.S. Meyer, The Conservative Mainstream, cit.; 11) Cfr. Russell Kirk (1918-1994) e James McClellan, The Political Principles of Robert A. Taft, Fleet, New York 1967; 12) Per queste definizioni, cfr. K.J. Smant, op. cit. Sul ruolo svolto nel movimento dall’ambiente culturale e umano di National Review, cfr. Jeffrey Hart, The American Dissent: A Decade of Modern Conservatism, Doubleday & Company, Garden City (New York) 1966, che pure prende in considerazione solo i primi dieci anni di vita del periodico; 13) Cfr. l’autobiografia di Patrick J. Buchanan, Right from the Beginning, Regnery, Washington 1990; 14) G.H. Nash, op. cit., p. 274; 15) Cfr. George Bush, John Davis Lodge, R. Kirk, Gerhart Niemeyer e Ronald W. Reagan, The Republican Party and the Conservative Movement, in National Review, vol. 16, new York 1-12-1964, pp. 1053-1056 e 1078. Cfr. anche James Burnham (1905-1987), Must Conservatives Be Republicans?, ibid., p. 1052; 16) R.W. Reagan, commento al simposio The Republican Party and the Conservative Movement, cit., p. 1055; 17) Ibidem; 18) Quanto ai neoconservatori, piuttosto datato e critico da posizioni di sinistra è Peter Steinfels, I neoconservatori. Gli uomini che hanno cambiato la politica american (The Neoconservatives: The Men Who Are Changing America’s Politics, 1979), trad. it. a cura di Mario Rodriguez, Rizzoli, Milano 1982; più simpatetico è invece Alberto Pasolini Zanelli, La rivolta blu. Contro i miti dello Stato sociale, Editoriale Nuova, Milano 1981. Lo stesso autore, però, ad anni di distanza si mostra decisamente più critico: cfr. Idem, Più neo che conservatori. I nuovi mandarini, in Enclave. Rivista libertaria, Treviglio (Bergamo), n. 20, giugno 2003, pp. 4-5. Per qualche primo inquadramento, cfr. Norman Podhoretz, Breaking Ranks, Harper & Row, New York 1979; Richard T. Saeger, American Government and Politics: A Neoconservative Approach, Scott, Foresman and Company, Glenview (Illinois) 1982; Irving Kristol, On the Democratic Idea in America, Harper & Row, New York 1972; Idem, Two Cheers for Capitalism, Basic Books, New York 1978; Idem, Reflections of a Neo-Conservative: Looking back, Looking Ahead, Basic Books, New York 1983; Idem, Neo-Conservatism: The Autobiography of an Idea. Selected Essays, 1949-1995, The Free Press, New York 1995; Michael Novak, Lo spirito del capitalismo democratico e il cristianesimo (The Spirit of Democratic Capitalism, 1982), trad. it. a cura di Angelo Tosato, Studium, Roma 1987; Mark Royden Winchell, Neoconservative Criticism: Norman Podhoretz, Kenneth S. Lynn, and Joseph Epstein, Twyane, Boston 1991; Cristopher Demuth e William «Bill» Kristol (a cura di), The Neoconservative Imagination: Essays in Honor of Irving Kristol, American Enterprise Institute, Washington 1995; Mark Gerson (a cura di), The Essential Neo-Conservative Reader, Addison-Wesley, Reading (Massachusetts) 1996; Idem, The Neoconservative Vision: From Cold War to Culture Wars, Madison Books, Lanham (Maryland) 1997. Cfr. anche la sezione La verità dei neocons, parte III dello speciale I nuovi Stati Uniti, del bimestrale Fondazione Liberal, anno IV, n. 19, Roma agosto-settembre 2003, pp. 114-145 con scritti di Marco Respinti, Joe Hagan, Irving Kristol, William Kristol, Micheal A. Ledeen e George Weigel, nonché M. Novak, Cari amici europei. Anche voi che ci odiate..., ibid., pp. 6-11. Poi Christian Rocca, Esportare l’America. La rivoluzione democratica dei neoconservatori, Edizioni Il Foglio, Roma 2003, con il seguito di commenti di esponenti del mondo conservatore, pubblicati dal sottoscritto su il Foglio e ora disponibili anche online alla pagina www.ilfoglio.it/uploads/camillo/paginaesportare.html e sul sito del centro Studi Russell Kirk, www.russellkirk.it; il mio La rivoluzione (permanente) dei neocon, in il Domenicale. Settimanale di cultura, anno II, n. 30, Milano 26-07-2003, p. 2; nonché L’esperimento americano. Verso un nuovo ordine mondiale, Ares, Milano 2003, con scritti di Cesare Cavalleri, Paolo Sorbi, Massimo De Angelis, Alberto Mingardi, Michael Novak, Francesco D’Onofrio, Ferdinando Adornato, Sandro Magister e Marta Sordi, che ho commentato nel mio USA modello esportazione?, in il Domenicale. Settimanale di cultura, anno II, n. 31, Milano 2-08-2003, p. 2; 19) G.H. Nash, op. cit., p. 329. Sul Libertarianism, cfr. almeno, in lingua italiana, Carlo Lottieri, Il pensiero libertario contemporaneo, Liberilibri, Macerata 2002; Paolo Zanotto, Il movimento libertario americano dagli anni Sessanta ad oggi: radici storico-dottrinali e discriminanti ideologico-politiche, Università degli Studi di Siena-Dipartimento di Scienze storiche, giuridiche, politiche e sociali, Siena, s.d. (ma 2001); e Paolo Vernaglione, Il libertarismo. La teoria, gli autori, le politiche, Rubbettino, Soveria Mannelli (Catanzaro) 2003. Fondamentale è peraltro l’evoluzione paleolibertarian del Libertarianism statunitense: cfr. Llewellyn H. Rockwell Jr., The Case for Paleo-Libertarianism, in Liberty (Liberty Publishing, Port Towsend [Washington]), n. 3, gennaio 1990, pp. 34-38, trad. it. Il manifesto del paleolibertarismo, in Enclave. Rivista libertaria, Leonardo Facco Editore, Treviglio (Bergamo), n. 17, del 2002, pp. 3-7; e Guglielmo Piombini, L’evoluzione «paleo» del libertarismo Usa, in il Domenicale. Settimanale di cultura, anno II, n. 10, Milano 8-3-2003, p. 7, ora in La cultura vuole te!, il Domenicale antologia, Edizioni de «il Domenicale», Milano 2003, pp. 43-52; 20) Ibid., pp. 329-330; 21) L. Edwards, The Conservative Revolution: The Movement That Remade America, cit., p. 176; 22) Ibid., p. 197; 23) Ibid., pp. 225-226. Per valutare appieno l’importanza di The Heritage Foundation, cfr. L. Edwards, The Power of Ideas: The Heritage Foundation at 25 Years, con premessa di William E. Simon e introduzione di William F. Buckley Jr., Jameson Books, Ottawa [Illinois] 1997. Un altro significativo think tank fusionista, al centro della storia del movimento conservatore è l’Intercollegiate Studies Institute: cfr. L. Edwards, Educating for Liberty: The First Half-Century of the Intercollegiate Studies Institute, Regnery, Washington 2004; 24) Cfr. Jude Wanniski, The Way the World Works, Simon & Schuster, New York 1978 (4a ed. Regnery Gateway, con introduzione di Robert Novak, Washington 1998), Paul Craig Roberts, The Supply-Side Revolution, Harvard University Press, Cambridge [Massachusetts] 1984; e George Gilder, Wealth and Poverty, ICS Press, Oakland (California) 1981, n. ed. 1993; 25) Cfr. il mio Reagan e oltre, in Charta minuta, anno II, n. 6, Roma aprile 1998, pp. 7-9.
 

web agency Done Communication