Nato sotto il segno dell’acquario
tutti lo chiamano Dutch
È la mattina del 6 febbraio 1911 che John Edward Reagan, detto Jack, prende per la prima volta in braccio il suo secondo figlio. Nelle Wilson è ancora con l’ostetrica, il parto è stato difficile e lei non potrà più avere figli, ma lo sente pronunciare (così vuole la leggenda familiare) «cavolo, sembra proprio un grassoccio tedeschino», dutchman in inglese. Il soprannome è nato, Ronald, che avrebbe dovuto chiamarsi Donald, se la sorella della madre non avesse già dato quel nome a suo figlio nato pochi mesi prima, diventa per tutti Dutch. Gli astri battono il segno dell’acquario, siamo al secondo piano di un piccolo palazzetto di Tampico, Illinois, 820 anime in tutto, al piano terra la banca locale, tutto intorno una stazione, due, tre chiese, un paio di negozi (tra cui quello di scarpe dove lavora il padre) e un’unica strada asfaltata, quella principale. Sospettoso e cinico, il padre Jack (con parenti emigrati negli Usa da Tipperary, via Inghilterra, durante la grande carestia delle patate in Irlanda) è un eterno scontento, commesso di serie b e diretto sulla china dell’alcolismo. Alla costante ricerca di una sistemazione migliore, porta la famiglia - sono in quattro, c’è anche John Neil, il fratello maggiore di due anni - a cambiare case e città in continuazione: i primi dieci anni di vita Ronald Dutch Reagan trasloca quattro volte: altro che amichetti, il giovane Dutch è un tipo riservato e timido, capace di raccontare storie («ho imparato da mio padre») e fiducioso nel futuro («ho imparato da mia madre, donna anglo-scozzese d’altri tempi» che aveva incontrato Jack in una fattoria dell’Illinois per poi sposarlo nel 1904). Ha due anni quando si trasferiscono a Chicago, dove Jack aveva trovato impiego al Marshall Field’s Department Store. Affittano un piccolo appartamento vicino all’Università illuminato da una singola lampada pronta ad accendersi solo al pegno di una moneta. Meno di un paio d’anni e di nuovo in movimento, destinazione Galesburg, un centinaio di chilometri da Chicago. Scoppia intanto la prima guerra mondiale, Dutch osserva e regala penny dicendo «Good luck» ai soldati in divisa kaki, e fa un passo indietro, di nuovo a Tampico, dove il padre ha ottenuto una promozione. Meno di un anno e di nuovo via, a Dixon. Nuova città e nuova vita: Jack diventa socio in affari di Mr. Pitney, ex capo del negozio di Tampico, la cittadina è dieci volte più grande di Tampico, la guerra è appena finita. Ronald Dutch Reagan, comincia a crescere. Ha nove anni e Dixon gli sembra, parole sue, «il paradiso».
Capitano del “Golden
Tornado Football Team”
È l’ora della verità. Dutch vede altre case e ha nuovi amici. Il paragone non ammette repliche: è povero. Ma il fiume sul quale affaccia la sua casa non lo scorderà mai e il ragazzino si sente Tom Sawyer nelle Avventure di Mark Twain. Il 4 luglio del 1922 festeggia tirando «botti» torpedo da un ponte ma non li maneggia troppo bene e, fermato dalla polizia («mi avevano insegnato a non dar retta agli estranei e non volevo salire sulla macchina, dovetti cedere davanti alla sirena») viene portato alla stazione di guardia e condannato a pagare una multa di 14 dollari e 50. Una cifra per l’epoca. Una batosta per la famiglia. Il padre, intanto, comincia a bere sul serio, Nelle sbarca il lunario come può, fa piccoli lavoretti per la parrocchia locale, è profondamente religiosa e per il suo tredicesimo compleanno fa battezzare Dutch, che passa lunghi pomeriggi con lei in chiesa. La situazione peggiora, Jack scompare per ore, a volte giorni, e lascia a lei il compito di «mediare» con il negozio e avvisare Mr. Pitney. Radio, spettacoli, teatro: per Dixon è tutto lontano anni luce. Nelle, fantasiosa e tenace, si inventa un gruppo di letture, i readings, dove a turno si declamano brani di opere o passi di libri. Dopo molte esortazioni convince Dutch a leggerne uno: ha 10 anni, la gente lo applaude e «per un bambino pieno di insicurezze l’applauso è come una musica. Non ricordo cosa lessi, ma so che quel giorno cambiò il corso della mia vita». È il 1924, l’adolescenza batte il gong dei tredici anni quando varca la soglia della Dixon High School. Suo fratello Neil è una star del team di football, lui non vuole essere da meno. Il primo anno non se lo fila nessuno, troppo mingherlino, un lavoretto estivo da aiuto muratore gli fa mettere su un po’ di muscoli, entra nella squadra junores, meglio che niente, fino a quella chiamata del coach negli spogliatoi: «Guardia di destra: Reagan». Quattro parole, non le scorderà mai. Come mai dimenticherà il suo lavoro estivo di quegli anni, bagnino al Lowell Park, 15-20 dollari alla settimana per dodici ore di lavoro filato al giorno, sette giorni su sette. Mesi in cui salva 77 persone dalla corrente del fiume. Nel frattempo, alla scuola approda B.J. Frazer, un ometto con la passione per la drammaturgia: è amore a prima vista, ma la scuola finisce e Dutch approda all’Eureka College, 250 studenti che si conoscono e chiamano per nome, ognuno con compiti ben definiti da assolvere. Come dire: all’Eureka restare anonimi è impossibile. Diventa capitano del Golden Tornado Football team, e nel 1928, siamo sul baratro della Grande depressione, muove uno sciopero studentesco contro i numerosi tagli voluti dal preside: il suo primo «morso» alla vita politica. Gli studenti vincono la battaglia, lui diventa presidente del corpo studentesco. Ellen Marie Johnson, la nuova insegnante di drammaturgia, è assunta all’Eureka. Dutch le sta alle costole da mane a sera. E alla fine dell’università, anno accademico 1931-’32, laurea in scienze sociali, capisce: entrerà nel mondo dello spettacolo.
Max, seduto davanti a me
c’è uno che si crede Robert Taylor
«Se avessi detto “voglio fare l’attore” sarei sembrato non solo un extraterrestre ma anche ridicolo». Hollywood e Broadway all’epoca sono al massimo materia per i sogni e da Dixon distano anni luce. Meglio puntare su qualcosa di più concreto, la vicina Chigaco e la radio. Sono gli anni in cui esplode il radiocronista sportivo, giornalisti come Graham McNamee e Ted Husing sono miti dell’etere, più famosi degli stessi giocatori. L’esordio non è dei migliori: il capo della Nbc radio a Chicago lo mette alla porta in meno di tre minuti dicendogli di non assumere dilettanti. In sostanza: fai la gavetta e poi ne riparliamo. Eccolo allora a Dawenport, alla Woc. L’incontro con il boss, lo scozzese Pete MacArthur, è un classico dell’epoca: «Cosa sai tu di football?». «L’ho giocato per otto anni, boss». «Sapresti simulare una partita di football per me, adesso?». «Certo, boss». «Bene, questo è il microfono. Appena la lucetta diventa rossa, on air, comincia. Tre, due, uno: via». «Siamo all’ultimo quarto d’ora di gioco fra la Western State University che conduce il gioco 6 a zero sull’Eureka College. Nuvole venate di azzurro striano il campo e un vento leggero soffia su tutto lo stadio. L’Eureka sta messo davvero male ma non molla….». Un quarto d’ora a spron battuto, una rimonta mitica, la partita immaginaria che finisce 6 a 7 per l’Eureka e Pete MacArthur che gli offre 5 dollari e le spese dell’autobus a partita. Affare fatto, ma a fine stagione i soldi non bastano e lui è fuori. Qualche mese senza prospettive e poi la chiamata: 100 dollari al mese, stessa radio e ruolo di staff announcer. Come dire: fa di tutto. Il salto avviene nel 1933, la consorella Who, emittente di Des Moines, lo assume come sport announcer. Vi resta quattro anni, guadagna 75 dollari a settimana, un buon gruzzolo per gli anni della Grande depressione, e arriva anche un po’ di fama che gli permette di arrotondare lo stipendio e aiutare Nelle in famiglia. Jack non lavora più e ha anche avuto un infarto. Siamo nel 1937, in California per seguire gli allenamenti primaverili dei Cubs’, incontra a Los Angeles Joy Hodges, un ex collega della radio ora cantante di night che gli procura un colloquio con l’agente cinematografico Bill Meiklejohn. Anche qui l’aneddotica abbonda, come la telefonata «in diretta» a Max Arnow, direttore casting della Warners Bros: «Max, seduto davanti a me c’è uno che si crede Robert Taylor»; risposta: «Dio ne ha fatto uno solo», clic. Fine della conversazione. Ma un provino gli viene accordato e lui lo tenta. Poche battute dal copione di Philadelphia Story, il film con Gary Cooper sulle tendenze antisemite made in Usa. Dutch non ci spera molto, torna a Des Moines, ma ad attenderlo c’è un telegramma di Bill: «Warner offre un contratto di sette anni. Stop. Un anno in opzione. Stop. Paga: 200 dollari a settimana. Stop». Corsa all’ufficio postale e risposta: «Firma prima che cambino idea. Stop. Dutch Reagan». È l’ultima volta che si firma così. Per il suo primo film, È in onda l’amore, fa la parte di un radiocronista. Ma alla Warner quel nome, Dutch, non piace affatto. Poco musicale. Molto meglio Ronald, quello di battesimo, è così rassicurante…
Hollywood, il sindacato
e i due matrimoni
Come attore Reagan non diventa un divo. Neppure un protagonista di spicco: piuttosto un interprete in film d’ogni genere, i cosiddetti B-movies: commedia, avventura, giallo, sportivo, western, criminale, bellico, tropicale, strappacuore, uno piuttosto aitante con un sorriso cordiale, capace di portare bene i vestiti rigati da gangster come le divise dell’accademia militare, capace di muoversi con disinvoltura nella giungla come nel West. Fa 54 film e otto cortometraggi, restando sempre un perenne co-protagonista, un’eterna spalla: aiutante di Custer accanto a Errol Flynn nella parte del generale, allievo di Pat O’Brien che fa l’allenatore-protagonista, cavaliere del cavallo-divo, addestratore dello scimpanzè-star Bonzo. Gli fanno girare copioni sciagurati, thrillers a basso costo, commedie accanto ad Ann Sheridan, Shirley Temple e Doris Day. Gli affidano soprattutto ruoli di amoroso, d’avvocato in flanella grigia. Nel 1940 gira Knute Rockne All american, in cui interpreta George «Gipper» Gipp, la star della squadra di football Notre Dame. Alla Casa Bianca, per la sua capacità di motivare lo staff, verrà spesso chiamato così dai suoi più stretti collaboratori. Ma Gipper sarà anche il nome scelto per la targa della sua macchina. In quell’anno Ronald incontra Jane Wyman, futuro premio Oscar nel 1948 per Johnny Belinda e la sposa. Nel ’41 nasce la sua prima figlia Maureen Elizabeth e sempre nel 1941 recita la sua interpretazione preferita: Drake McHugh nel film Delitti senza castigo. Riservista durante la seconda guerra mondiale (porta gli occhiali) viene chiamato tre mesi dopo l’attacco di Pearl Harbour dal generale Hap Arnold alla Army Air Corps film unit, a prestare la voce per i documentari di propaganda o d’addestramento dei piloti. Ne esce con la qualifica di capitano e la certezza che il mondo militare è una burocrazia ingessata da riformare. Con la pace, compra una casa a Nelle e Jack e li fa trasferire a Hollywood. Saranno fra gli anni più felici di suo padre, suo fan accanito, a cui trova anche un lavoro. Con Jane, nel 1945 adotta Michael Edward, che avrà per lui parole struggenti: «Ero uno fra i tanti e sono diventato un prescelto. Non ho mai sospettato di essere un figlio adottivo fino al giorno in cui sono stato in grado di capirlo e affrontarlo serenamente. Ha avuto due famiglie, è stato padre come se ne avesse una (aveva ottenuto l’affidamento dei figli dal giudice, ndr.). È stato un nonno delizioso, a mia figlia Cameron ha scritto una lettera esilarante: “Cameron, alcuni offrono anche 10 mila dollari per questa firma. Se ti trovassi nei guai per pagare la retta al college, usala. Nonno. P.S. Suo nonno è il 40° presidente degli Stati Uniti. Ronald Reagan. E questa è la sua firma”».
Ma la coppia, fra le più ammirate di Hollywood, traballa. Jane non condivide il suo impegno nel board del sindacato dello spettacolo, nomina conquistata nel dopoguerra, e nel ’48 divorziano. Sono gli anni della sua prima formazione politica: le influenze democratiche di suo padre cominciavano a scemare già nel ’46, dopo gli scontri avvenuti a San Francisco durante lo sciopero del sindacato degli Studios, guidato da Herb Sorrell. Si fa sempre più insistente la voce che Mosca stia cercando di prendere il controllo dell’industria cinematografica hollywoodiana. Nel ’47, assieme a dieci membri del board della Hiccasp (Hollywood independent citizens committee of the arts, sciences and professions) stila a casa di Olivia de Havilland, in piena notte, una dichiarazione del sindacato in cui si riafferma «il credo nella libera impresa e nel sistema democratico. Un sistema che ripudia il comunismo giudicandolo non adatto per gli Stati Uniti». Presentato all’intero sindacato il documento viene bocciato. Il giorno dopo Ronald si dimette assieme ad altri dodici colleghi. Nello stesso anno, assieme a Gary Cooper e Bob Taylor, si presenta come testimone alla Commissione per le Attività antiamericane del senatore McCarthy e poco dopo viene eletto presidente dello Screen Actors Guild, il sindacato degli attori. È in quella veste che nel ’49 riceve la telefonata di Mervyn LeRoy, regista di pellicole come Quo Vadis e Piccole donne che gli chiede di dare una mano a una giovane attrice, Nancy Davis (al secolo Anne Frances Robbins, amica di Spencer Tracy), che per un caso di omonimia con un’altra attrice di simpatie comuniste, fatica a essere scritturata. «È un’ansiosa cronica - dice LeRoy - portala a cena e tranquillizzala». L’appuntamento è per un dinner veloce, faranno le tre di mattina andando a vedere la prima dello show di Sophie Tucker al Ciro’s. La sera dopo altro appuntamento al Malibu Inn: «Non era bellissima e non parlammo praticamente mai di lavoro, ma di sua madre, degli studi e di mille altre cose». I due si frequentano per qualche mese, fino a quella cena in cui Ronald le dice «sposiamoci» e lei risponde «Let’s», facciamolo. Più tardi scriverà: «Avrei potuto fare di meglio, se lo meritava». È il 1952, lo stesso anno in cui nasce Patricia Ann. Ronald Prescott verrà alla luce sei anni dopo. Nel 1957 sono entrambi nel cast di Le pantere dei mari diretto da Nathan Juran: è l’ultima interpretazione cinematografica di Ronald. Nel 1954 è scritturato dalla Cbs television per recitare in uno show settimanale finanziato dalla General Electric Company. Gira gli States in lungo e largo diventando amico di Ralph Cordiner, presidente della G.E. nonché l’uomo che, per la sua visione del mercato, attrezza di fatto la compagnia alla futura competizione globale. Per la sua capacità di affabulatore e oratore, Ronald partecipa sempre più spesso alle assemblee delle 139 filiali del gruppo sparse su 39 Stati diventando, di fatto, il principale portavoce del gruppo. Quegli anni ama definirli il suo «postgraduate in scienze politiche», e gli aprono gli occhi sulle reali necessità di lavoratori e imprenditori. «Nulla a che vedere con quello che insegnano a scuola». Il governo è ossessivamente presente in ogni settore della vita pubblica e privata e non ha nessuna intenzione di ridurre il proprio potere. Un’intuizione, la sua, destinata a diventare il suo cavallo di battaglia: ridimensionare il potere del governo e tagliare le tasse. Siamo nel 1962. Reagan lascia la Cbs e si iscrive al Partito repubblicano. È unanimamente riconosciuto come il portavoce dei conservatori. Hollywood è un capitolo chiuso.
Governatore della California:
va avanti a forza di Maalox
L’anno nero dei repubblicani: alle presidenziali Barry Goldwater viene stracciato da Lyndon Johnson mentre il partito è diviso in due dopo la battaglia interna alle primarie vinta da Goldwater contro Nelson Rockfeller. La crisi è particolarmente forte in California, da anni feudo dei moderati e conservatori. Reagan ricorda quei giorni come i suoi Death Valley days. Di quel periodo il suo lungo spot televisivo (mezz’ora) finanziato dal partito per raccogliere fondi. Il tempo delle scelte, questo il titolo, condanna lo strapotere del governo di Washington e chiede il taglio delle tasse. Di fatto il mantra che accompagnerà i discorsi di Reagan nei 24 anni successivi. «Non può esserci alcuna sicurezza nel mondo libero senza una stabilità economico-fiscale negli Stati Uniti. Coloro che ci chiedono di barattare la nostra democrazia per quella zuppa riscaldata del welfare state sono architetti di una politica del compromesso».
Time magazine apostrofa il discorso come «l’unica luce in una campagna elettorale da dimenticare», Goldwater perde le elezioni ma Raegan finisce sotto i riflettori del mondo politico. Il primo a farsi avanti è Holmes Tuttle, un imprenditore di Los Angeles. Alla guida di una cordata ancora semiclandestina, gli chiede di candidarsi come governatore alle elezioni del 1966. «Siete fuori di testa», risponde il cinquantatreenne Rondald, ma dopo sei mesi spesi a girare lo Stato in lungo e largo si rende conto che ovunque, da San Josè a Modesto, da Los Angeles a Newport Beach, la richiesta è la stessa: candidarsi. Il 4 gennaio 1966 annuncia ufficialmente di essere in corsa come governatore contro il democratico Pat Brown (che aveva battuto Nixon nel 1962). La sua vittoria è schiacciante: oltre un milione di voti in più dell’avversario. Ronald, Nancy e i figli partono alla volta di Sacramento. Senza alcuna vera esperienza politica, con uno staff di novizi, la sua prima decisione da governatore è un disastro. Davanti a un vertiginoso deficit di bilancio decide - erano d’altronde le sue promesse - di tagliare le spese del 10%. La situazione peggiora ed è costretto ad aumentare le tasse per rimpinguare le casse di un miliardo di dollari. I tagli surriscaldano la protesta studentesca a Berkley. Reagan va giù pesante: «O rispettano le regole o se ne vanno». Intanto tira avanti a forza di Maalox, tenendo nascosta la notizia della sua ulcera, e dice a Nancy: «Tredici anni alla Warner Bros e nemmeno un mal di pancia, meno di due a Sacramento e non posso cominciare la giornata senza una pasticca». «Governatore - gli dice il portavoce di nove campus universitari in piena contestazione, t-shirt sdrucita, capelli lunghi e zoccoli - siamo qui per parlare con lei ma riteniamo questo colloquio inutile perché non siete in grado di capirci. La colpa non è vostra, ma del fatto che non siete cresciuti nell’epoca delle comunicazioni in tempo reale, dei computer e della conquista della Luna». Pausa. Grande sospiro e risposta definitiva a chiusura del colloquio di Reagan: «Avete perfettamente ragione. Noi non le abbiamo avute tutte queste cose alla vostra età. Noi le abbiamo inventate». Il governatore non è tenero con gli studenti. Considera il blocco delle lezioni, l’occupazione, le manifestazioni e i disordini come un violento scoppio di anarchia. Niente a che vedere con il diritto di libera espressione previsto dalla Costituzione. A placare gli animi invia la guardia nazionale. La sua politica fiscale comincia a dare frutti, in un discorso alla tv Reagan annuncia agli elettori di avere un surplus di 100 milioni di dollari. Glieli avrebbe restituiti. Cap Weinberger, capo del dipartimento delle Finanze (che lo seguirà anche a Washington), è fuori dai gangheri. Ma nel 1970, seppur con minor agio, le elezioni sono nuovamente a suo favore. Un secondo mandato in cui Reagan pone le basi per la sua nomination alle presidenziali (le aveva già paventate nel 1969, quando vinse Nixon), porta avanti sostanziali riforme nel welfare, diminuisce il tasso di disoccupazione, aumenta gli aiuti per le classi più povere e riduce enormemente la pressione fiscale.
Il ranch di Santa Barbara dove un giorno arriverà
la regina Elisabetta
Con la fine del mandato Ronald acquista un ranch a Santa Barbara con vista sulla Santa Ynez Valley e l’oceano Pacifico, 688 acri in tutto, e vi si trasferisce con la famiglia. Ranch in the Sky - Rancho del Cielo - è un posto destinato a diventare mitico: non troppo lontano da Washington è scelto da Reagan come base per ben 345 giorni nell’arco degli otto anni della sua presidenza, tanto da meritarsi il soprannome di «Western White House». Nel suo parco vi riceverà la regina Elisabetta, Margaret Thatcher e Mikhail Gorbaciov. Nel 1976 perde per 60 voti la battaglia contro Gerald Ford quale candidato alla Casa Bianca. Ma è solo un rinvio. Quattro anni dopo, scegliendo come sue vice Gorge Bush, ex direttore della Cia, già ambasciatore all’Onu e deputato del Texas, vince a mani basse con il 51% dei voti e la conquista di 44 Stati, a fronte di uno spompato Carter che si aggiudica il 44% dei voti e cinque Stati più il distretto di Columbia. A dargli la notizia, prima dello spoglio definitivo delle schede, è proprio lui. È Nancy a rispondere al telefono e a passargli la chiamata. In piedi, capelli bagnati e accappatoio, sente il marito dire «grazie, signor presidente» e riagganciare la cornetta. Un lungo silenzio e una manciata di parole: «Si è appena congratulato con me». Così, a piedi nudi nel bagno, sa di essere diventato il 40° presidente della storia americana. Sulla scia dello scontento degli americani per Carter, a causa delle lunghe file per la benzina e dell’incapacità di liberare gli ostaggi sequestrati a Teheran dai guardiani della rivoluzione, a sessantanove anni Reagan è il più anziano presidente degli States mai salito alla Casa Bianca, da dove non tarda ad azzerare l’eredità del suo predecessore che aveva consentito all’Urss di invadere l’Afghanistan e a Khomeini di cacciare lo Scià. L’America appare debole, vulnerabile, sulla difensiva per effetto non solo di Carter ma della strategia della distensione con l’Urss che risale a Richard Nixon e alla fuga da Saigon. Reagan inverte bruscamente la rotta. Aumenta il bilancio della difesa e lancia l’Iniziativa di difesa strategica (Sdi) per sfidare militarmente l’Urss con la creazione nello spazio di uno scudo anti-missile. Al via lo scudo stellare titoleranno i giornali europei.
Presidente: ma dopo solo
settanta giorni tentano di ucciderlo
A meno di un mese dalla sua elezione, siamo nel febbraio dell’81, il giudice della Corte suprema Potter Stewart ritira la causa contro l’elezione proposta da Reagan di una donna alla Corte. E alla fine dell’anno, Sandra Day O’Connor, dell’Arizona, siede sul banco. La sua visione politica rischia l’arresto quando - dopo solo 69 giorni da presidente - lo psicopatico John Hinckley tenta di assassinarlo perché convinto di attirare così l’attenzione della sua amata, l’attrice Jodie Foster. Con una pallottola a pochi millimetri dal suo cuore, prima di entrare in camera operatoria trova il tempo di sussurrare una battuta al chirurgo: «Mi dica che è repubblicano, per favore». Fuori c’è l’inferno: George Bush è in aereo e non sa nulla, Alexander Haig, segretario di Stato, governa l’emergenza rassicurando gli alleati e tenendo a bada i giornalisti in attesa del suo rientro. L’operazione riesce perfettamente e la riservatezza di Reagan durante e dopo la convalescenza, gli valgono altri consensi fra l’elettorato. Il suo carisma fa il resto. È la fine del 1981 quando incontra Mikhail Gorbaciov per la prima volta gettando le basi della distensione nella politica delle due superpotenze, fondamentale per gli accordi che segnarono l’avvio dello smantellamento missilistico. Lo stesso anno in cui ordina il bombardamento della Libia di Muhammar Gheddafi. In politica interna affronta con pugno di ferro la sciopero dei controllori di volo che da alcuni giorni sta mettendo in ginocchio gli Usa. «Quarantotto ore di tempo per far tornare la situazione alla normalità» intima al Patco, il sindacato, che non crede all’ultimatum e prosegue a oltranza. È la sua rovina. Sono trascorsi da poco due giorni quando il presidente annuncia il licenziamento in tronco di oltre 11 mila dipendenti. Il Patco è morto. La Reaganomics prende il largo, anche se a volte in schizofrenica convivenza con la politica di austerità monetaria di Paul Volcker alla Federal Riserve. L’impensabile, fino a pochi mesi prima, è avvenuto. La fiducia nel mercato si consolida. Nel giro di pochi mesi gli Stati Uniti passano dall’essere il più grande creditore internazionale nel più grande debitore, riduce le imposte per poi aumentarle massicciamente e ridurle poi ancora di nuovo, e impiega i capitali che da tutto il mondo corrono verso un dollaro risanato e un’inflazione battuta per rilanciare, oltre all’economia anche la supremazia strategico militare. Come ricordano John Mickletwhaith e Adrian Wooldrige nel loro ultimo libro sul conservatorismo in America, rispolvera con facilità i valori e le tradizioni più profonde che formano il tessuto del Paese. Recupera il gusto della «Nuova frontiera», rispolvera il sogno americano, rassicura il Paese sulla solidità dei suoi sentimenti più intimi: patriottismo, religione, capitalismo, ottimismo, individualismo. Il suo è un conservatorismo pragmatico, trasversale, liberale e innovativo, sicuramente non bacchettone, che riadatta le tradizioni conservatrici agli ideali americani. Dei sei principi conservatori elencati da Edmund Burke - sospettare dei poteri dello Stato; preferire la libertà all’eguaglianza; promuovere un patriottismo persino eccessivo; rispettare le gerarchie e le istituzioni dell’establishment; applicare un pragmatismo pessimistico come lezione dal passato; favorire l’elitismo - Reagan sceglie i primi tre e respinge gli altri. E vince di nuovo il secondo mandato nel 1984, contro Walter F. Mondale e Geraldine Ferraro.
Mentre governa il mondo
divora i libri di Tom Clancy
Con il suo secondo mandato ai fatti seguono le parole. Definisce l’Unione Sovietica «l’Impero del male» e quando nel 1987 arriva a Berlino, parlando poco distante da dove lo aveva fatto John F. Kennedy, si rivolge direttamente al segretario generale del Pcus: «Mr. Gorbaciov, tira giù questo muro». «Lancia le parole per far sì che combattano per noi», dirà il premier britannico Margaret Thatcher, sua alleata di ferro. E le parole che pronuncia, la distinzione fra il «male» del comunismo e il «bene» della democrazia perforano la cortina di ferro. Il dissidente Natan Sharansky, uscito dal gulag grazie alla scelta di Washington di scambiarlo con alcune spie, racconterà: «Noi detenuti ci raccontavamo l’un l’altro i discorsi di Reagan». Nel 1985 è operato di cancro al colon e nel 1987 subisce un intervento alla prostata. Divora i libri di Tom Clancy, suo autore preferito nonché amico e spesso consigliere (lo sarà anche di Bush senior). Di La grande fuga di Ottobre Rosso dirà «semplicemente perfetto», consegnando così l’autore a stravincere in ogni classifica editoriale. Determinato a scardinare lo statu quo della distensione che aveva consentito all’Urss di rafforzarsi, Reagan incalza Mosca dove può: negoziati di ferro sul disarmo, aiuti economici e militari alle guerriglie anti-comuniste nell’Istmo e in Africa, sostegno morale e politico ai dissidenti nell’Est europeo. Si lascia alle spalle scandali e passi falsi: lo storno verso l’Iran di fondi destinati alla guerriglia sandinista del Nicaragua - divenuto l’Iran-contras, emerso nel 1986 - avviene all’insaputa del Congresso. Il 57% degli americani è dalla sua parte. Il ritiro delle truppe da Beirut nel 1984 diventa la prima vittoria dei terroristi-suicidi, la bibbia autografata inviata in segreto a Khomeini getta un’ombra sull’idealismo patriottico che lo distingue. In America gli anni di Reagan coincidono con l’emergere della Moral majority: i cristiani credenti si affermano sulla scena della vita pubblica come mai prima. La loro bandiera è l’opposizione all’interruzione di gravidanza e Reagan non esita, sta dalla loro parte quando dichiara: «A volere l’aborto sono solo cittadini che sono nati». La coalizione repubblicana cambia i connotati, si allarga alla Bible Belt - gli Stati del Sud dove più numerosi sono i cristiani rinati - e si nutre di un idealismo democratico forte e dichiarato, iniziando a lasciarsi alle spalle incubi e complessi frutto della sconfitta subita in Vietnam. Nella sfida all’«Impero del male» Reagan trova quello che sarà il suo più importante alleato in Karol Woityla, divenuto Giovanni Paolo II, e Usa e Vaticano allacciano le relazioni diplomatiche mentre la Chiesa cattolica si trasforma nella più fastidiosa spina nel fianco del Patto di Varsavia. Sono gli anni del sequestro dell’Achille Lauro, del braccio di ferro con Craxi e della crisi diplomatica con l’Italia per la mancata estradizione del commando palestinese. Gli otto anni di Reagan alla Casa Bianca terminano 12 mesi prima della caduta del Muro di Berlino e tocca al suo vicepresidente George Bush diventare il testimone della dissoluzione dell’Urss.
Perde la figlia, combatte
con l’Alzheimer: grazie Nancy
Nel 1994, poco prima delle elezioni di metà legislatura del parlamento, Reagan annuncia di essere affetto dal morbo di Alzheimer commuovendo, con la sua lettera, l’America e si ritira con Nancy nel suo Ranch in the Sky. Per meno di due anni lavora ancora al suo ufficio di Los Angeles, al 34° piano del Fox Plaza Building, al 2121 della strada delle celebrità, passato alla storia nel 1988 come Nakatomi building dopo che Bruce Willis vi ha girato il film The Hard, Duri a morire. È qui che incontra Bill Clinton dopo la sua elezione e gli offre un barattolo delle sue gelatine preferite dicendogli: «Ogni volta che devo prendere una decisione, prima di farlo, ne mangio una. Gliele regalo». Non apparirà più in pubblico. È Nancy - Mommy per Reagan - a raccogliere nel 1996 l’ovazione che gli tributa il parterre repubblicano alle primarie di San Diego, in California. E scoppia in lacrime. Nel 1998 l’aeroporto di Washington cambia nome e diventa Ronald Reagan Washington National Airport. Nel 2000 la storia d’amore dei Reagan entra nelle librerie con il volume Ti amo Ronnie, nel quale Nancy raccoglie le lettere scrittegli dal marito. Nel 2001, per un tumore al cervello, perde la sua prima figlia, Maureen Elizabeth. Muore il 6 giugno 2004, a novantatré anni a Bel Air, in California, segnando il suo ultimo record da presidente: quello di essere stato il più longevo.