A scorrere i dati di Roma in tema di sicurezza, parziali, ma recenti e pur sempre significativi, il bilancio estivo (riferito al bimestre luglio-agosto 2000) è tutt'altro che confortante. In dettaglio si può osservare come, confrontando i bimestri estivi 1999 e 2000, furti in casa e borseggi subiscano una lieve flessione, mentre aumentano significativamente gli scippi passando da 202 a 320. Se poi si considera un versante soltanto relativamente appartenente al cosiddetto microcrimine - rapine alle poste e ai passanti - anche in questo caso i dati relativi salgono in maniera significativa. Ho scelto di iniziare questo mio intervento per Fl partendo dalla cronaca proprio perché l'idea di sicurezza trova conforto e concretezza nelle esperienze di vita quotidiana di ognuno di noi. E ho scelto di commentare i dati forniti dalla questura di Roma non soltanto perché - in quanto dati della capitale del nostro Paese - risultano evidentemente rappresentativi, ma particolarmente perché dovremmo supporre che la Roma di questo inizio di nuovo millennio, la Roma del Giubileo, sia particolarmente attrezzata in tema di sicurezza. Le cifre sopra riportate - quelle che fanno riferimento al bimestre luglio-agosto, rispettivamente degli anni 1999 e 2000 - riguardano oltre a tutto proprio la fascia del cosiddetto microcrimine. La fascia che in maniera quasi esclusiva fornisce a ognuno di noi cittadini l'esatta percezione di appartenere e vivere o meno in un ambiente sicuro. Questi «reati d'estate» che, in tutte le analisi si rivelano come i più efficaci indicatori della insicurezza dei cittadini, ci introducono a una riflessione più ampia su quella che è ormai diventata una delle materie principali che animano il confronto e la controversia politica. Sul tema della sicurezza è abbastanza facile infatti prevedere si giochi una larga e significativa parte del consenso nella prossima sfida elettorale. Anche se è pur vero che il contrasto alla criminalità non deve dividere le forze politiche, ma deve piuttosto fondarsi su una volontà comune. La sicurezza è uno dei valori sociali di maggiore importanza ed è, come abbiamo visto, uno dei temi che maggiormente preoccupano i cittadini. Nello stesso tempo, tutti i sondaggi dimostrano che i cittadini hanno ancora grande fiducia nelle forze di polizia e, anzi, considerano le istituzioni preposte alla tutela della sicurezza come quelle maggiormente affidabili. E tutto ciò accade in un momento in cui la politica e la stessa magistratura attraversano ed evidenziano, nelle considerazioni degli italiani, una fase di particolare crisi. Certo la minaccia criminale più seria proviene da soggetti caratterizzati da forti connessioni transnazionali: conseguentemente ci troviamo di fronte a tipologie di delitti che chiamano in causa le mafie internazionali, il crimine organizzato, i suoi legami e le intersezioni con l'immigrazione clandestina, la forte tendenza a mettere radici, ad assicurarsi il controllo di ogni territorio di nuovo insediamento. Eppure la preoccupazione dei cittadini è fortemente orientata verso tipologie di reati diversi, reati per i quali la legge prevede sanzioni meno gravi e che spesso restano impuniti. È questa la forma di criminalità che viene erroneamente definita microcriminalità. Si tratta in realtà di criminalità urbana gravissima, portata a uccidere per poche lire con una forte propensione a offendere i diritti fondamentali di tutti noi. Criminalità considerata gravissima dai cittadini eppure, singolarmente, indicata come non grave proprio da una parte delle culture politiche del nostro Paese, della sinistra in particolare. È possibile che all'origine di questa sottovalutazione stia un presupposto ideologico che affonda nel credo delle ingiuste radici della disuguaglianza sociale. E conseguentemente nelle differenti modalità per combatterla. Da questa considerazione di fondo deriverebbe quindi una simpatia relativa, in alcuni casi una sorta di giustificazione sociale per i molti Robin Hood di se stessi che popolano la scena urbana. Ma anche qualcosa di più. Infatti, della sinistra italiana non abbiamo conosciuto soltanto la tolleranza e la simpatia per un furto fai da te in qualche modo perequatore della disuguaglianza dei punti di partenza. La sinistra italiana ha anche coltivato l'idea di un Robin Hood collettivo della povera gente - le Br del rapimento del magistrato Sossi, ad esempio, considerato il nemico della battaglia laica per il divorzio - capace di amministrare giustizia assieme ai molti compagni che sbagliavano. Questo era ed è stato l'album di famiglia che appunto ruba ai ricchi per redistribuire alla popolazione svantaggiata i frutti della diseguaglianza. Ma non è tutto.
Questa sottovalutazione del microcrimine non era (in qualche caso ancora potremmo dire «non è») connessa soltanto alla «simpatia ideologica» per il mondo dei vinti, tanto in una forma mite, quanto in quella forte, violenta ed eversiva cui abbiamo fatto cenno. È probabile che a questa tolleranza fosse connessa la considerazione della gravità - che si riteneva limitata - del danno sociale inflitto da ladri o scippatori che, però, obbedivano con rigore a un codice di comportamento prima di tutto rispettoso dell'incolumità fisica e della vita degli individui (e certo di minori, di donne e anziani). Ma il «gioco» è sfuggito di mano. E adesso è ancora più difficile la repressione di quei reati che un tempo erano benevolmente trascurati. Forse se si fosse agito allora - non mortificando, ad esempio, la preziosa tradizione delle investigazioni di polizia - le cose sarebbero andate diversamente e non ci troveremmo oggi con ritardo a dover costruire una frontiera comune - nella consapevolezza e negli strumenti - per combattere il crimine. Per troppi anni il paradigma del «disagio sociale» ha fornito alla sinistra una ricetta sociologica insufficiente alla comprensione del fenomeno e, tutto sommato, portata appunto a giustificarlo. Non ci si è in pratica accorti che sono mutati i soggetti della criminalità urbana: è mutata la loro provenienza geografica (non appartengono più al medesimo quartiere dove si esercita l'azione; né, a volte, appartengono più al Paese in cui il reato viene compiuto). È mutata una seconda geografia, la geografia dell'appartenenza sociale: i soggetti della criminalità urbana non sono più infatti necessariamente poveri. E quest'ultimo dato sottolinea principalmente il cambiamento e la differenza che la sinistra non è riuscita ad avvertire in questo ambito decisivo per la vita quotidiana di tutti noi: la sinistra non ha cioè avvertito il profondo mutamento che anche qui si è realizzato nella sfera dei bisogni. Pensiamo alla tossicodipendenza, ad esempio, alla trasversalità sociale di questo flagello che si abbatte quindi su ricchi e poveri e che fa dunque di poveri ma anche di ricchi i potenziali attori della criminalità diffusa. Soggetti - aggiungo - buoni a tutto pur di procurarsi il danaro necessario, e quindi definitivamente senza regole. Pensiamo poi alla conseguente sottovalutazione degli oggetti, delle vittime della violenza, in termini di appartenenza sociale: i commercianti in primis vittime dell'imprinting piccolo borghese che li faceva considerare - nello schema capitale-lavoro - una sorta di anomalia. Un ulteriore motivo di discredito: la loro propensione a volersi difendere, ad armarsi. Anche in questo caso la sinistra ha finito, solo in parte inconsapevolmente, per affermare una singolare difesa della violenza illegale dei poveri e degli sfruttati, ignorando o contrastando il diritto all'autodifesa, in assenza dei tutori dell'ordine. E questa singolare cecità ha sicuramente contribuito a incattivire il clima delle città, come nel caso dei fenomeni di immigrazione spesso, purtroppo, parenti dell'esperienza criminale. Ci sono volute le strade insanguinate di Milano, due anni fa, e la batosta elettorale di Bologna per portare un poco di ragionevolezza tra le fila di questa sciagurata sinistra. Amica delle proprie pietre ideologiche, nemica per troppi anni delle vittime del microcrimine: indifferente alle paure e alle insicurezze della grande platea dei cittadini italiani. Indifferente e sciagurata proprio perché governando, senza saper governare, inconsapevole di spingerli all'imbarbarimento. Non si risolvono i problemi facendo finta di non vedere o minimizzando.
La stessa logica, comunque, la ritroviamo anche oggi attorno a un tema che conosce aree di criminalità, anche se da queste non è certamente assorbito: l'immigrazione. Pensiamo al dibattito che ha caratterizzato - e caratterizza - la questione immigrati. Da un lato una sinistra pronta ad accogliere chiunque in maniera indistinta e irresponsabilmente permissiva o distratta nei confronti di immigrati che abbiano commesso un crimine; dall'altro lato la nostra cultura autenticamente liberale che pretende una politica seria dell'immigrazione e che attribuisce quindi alla parola accoglienza un significato molto più preciso: la vera accoglienza infatti è quella capace di creare condizioni per la piena integrazione. E per far questo bisogna essere rispettosi dei diritti e quindi giusti, ma anche severi: capaci cioè di cacciare immediatamente dal nostro Paese chi si sia macchiato di un crimine. O, in ogni caso, di stabilire con chiarezza che i principi cardine della nostra Costituzione vanno osservati, senza possibilità di deroghe o di contrattazione in nome di una «multiculturalità» che deve pur sempre inserirsi in un ordinamento accettandone le regole. E oggi è troppo alto il costo sociale della insicurezza dei cittadini: un potente freno allo sviluppo, agli investimenti, al rischio di chi non può e vuole più intraprendere in territori che le istituzioni non sono in grado di presidiare. Occorre un forte rilancio della prevenzione, del contrasto «sul nascere» a ogni forma di illegalità, di rifiuto delle regole, di accondiscendenza verso crimini diffusi che oggi sono il brodo di coltura per la criminalità organizzata delle tante mafie ormai dedite alla penetrazione nel nostro Paese. Controllo del territorio, tutela immediata delle vittime, più mezzi e investimenti per le forze dell'ordine: questi punti, prioritari per un governo delle libertà, sono il minimo passo da segnare subito, in una strategia nazionale e di rapporti internazionali che ponga la sicurezza, grande questione di libertà, al centro di una nuova stagione di sviluppo per il nostro Paese.