Forse l’aspetto più importante del recente libro di Giovanni Paolo II, Memoria e identità, è il riconoscimento esplicito del carattere decisivo, per la storia europea, del pensiero filosofico: «Nel corso degli anni si è venuta formando in me la convinzione che le ideologie del male sono profondamente radicate nella storia del pensiero filosofico europeo». Le «ideologie del male» sono il comunismo e il nazismo. Esse non sono state soltanto «punti di vista», ma azione e violenza concrete, che hanno determinato la vita sociale e individuale. La cosiddetta «concretezza» della vita reale è stata dunque determinata dal cosiddetto elemento «astratto» del pensiero filosofico. Oggi si tende ad affermare l’opposto (prolungando nelle direzioni più diverse la concezione marxiana del carattere subordinato, «sovrastrutturale» della cultura); ma se si guarda da vicino quella «concretezza» la si vede definita, dai sostenitori del suo carattere «primario e strutturale», proprio secondo quei tratti «filosofici» che invece essa dovrebbe precedere e fondare. Da parte mia lo vado mostrando da decenni, sia pure per motivi essenzialmente diversi da quelli di chi, come ad esempio Heidegger, rivendica il carattere fondante della filosofia rispetto alla storia concreta dell’Occidente. Questa essenziale incidenza del pensiero filosofico sulla storia concreta dei popoli europei è riconosciuta anche in scritti recenti come il libro di Biagio de Giovanni, La filosofia e l’Europa moderna (il Mulino, 2004), concordante con me nel sostenere che alla filosofia non spetta semplicemente il compito di scoprire l’«identità» dell’Europa, ma innanzitutto, e appunto, di produrre questa identità. E lo stesso si può dire del libro di Pietro Barcellona, Il suicidio dell’Europa (edizioni Dedalo, 2005), che a sua volta condivide il modo in cui ripropongo la tesi che l’Europa mostra il proprio autentico significato solo se si fa luce sul suo tratto più originale: la filosofia, appunto. Sono esempi interessanti perché provengono da intellettuali che pur muovendo dal marxismo, si lasciano decisamente alle spalle il principio marxiano che non è la coscienza a determinare l’esistenza, ma è questa a determinare quella. Certo, non appena queste analogie vengono enunciate incominciano le divergenze e i problemi. Giovanni Paolo II sostiene che la tragedia dell’Europa incomincia con Cartesio, che rovescia la tradizione «realistica» di Aristotele e San Tommaso, e ponendo come «primordiale» la coscienza umana e come derivato l’«essere» apre la strada, attraverso l’illuminismo, alla negazione di Dio, all’arbitrio e alla conseguente volontà di annientare chi è considerato indegno di appartenere alla razza umana o alla società. Dalla negazione di Dio al male ci sarebbe dunque un percorso obbligato. Ci si può chiedere se su queste premesse sia possibile una collaborazione politico-culturale tra credenti e non credenti. Ma soprattutto va rilevato che in questo libro di Wojtyla la premessa di tutto il discorso è posta come un teorema indubitabile. Mi riferisco alla convinzione che l’intero pensiero filosofico da Cartesio fino al nostro tempo sia un errore da cui ci si può salvare solo facendo ritorno alla «filosofia di San Tommaso d’Aquino: la filosofia dell’esse», cioè dell’«essere», che da ultimo rinvia all’Essere divino (p. 19). È chiaro che questo libro del Pontefice vuol essere un messaggio a un pubblico il più vasto possibile e non può quindi addentrarsi in una discussione filosofica vera e propria. Ma l’importanza che egli ha riconosciuto al pensiero filosofico si sarebbe irrobustita se avesse fatto qualche passo innanzi nella fondazione delle proprie tesi. Per esempio incominciando a distinguere tra la grande metafisica moderna (che da Cartesio, Spinoza, Leibniz giunge a Hegel) e il pensiero anti-metafisico del nostro tempo, la cui potenza, per altro, continua a essere sottovalutata dalle encicliche e dai documenti ufficiali della Chiesa, che in esso vedono soltanto una forma di relativismo e di scetticismo, cioè un’ingenuità filosofica di cui si fa presto a liberarsi.