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La rivoluzione sociale

LIBERAL BIMESTRALE
di Irving Kristol
Liberal n. 25 - Agosto-Settembre 2004

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Ronald Reagan è stato non soltanto il più popolare presidente americano dal tempo di Franklin Delano Roosevelt, ma anche il più detestato. Era detestato perché le sue politiche erano spesso al di là di ogni schieramento di partito in modo addirittura sconcertante. Ed era popolare perché le sue politiche funzionavano. La cosa è ancora un enigma per quasi tutti gli intellettuali, accademici e giornalisti americani, i quali si trovano più a loro agio parlando delle cause personali della sua popolarità anziché delle sue politiche. Si ammette generalmente (lo fa persino il senatore Kennedy!) che l’atteggiamento combattivo con cui Reagan ha affrontato la guerra fredda abbia contribuito a provocare il collasso della Russia comunista. Ma è un’affermazione fuorviante. Non ha contribuito a provocarlo; lo ha provocato tout court. È facile e allettante considerare, in retrospettiva, il collasso sovietico come un fatto inevitabile per ragioni interne, concedendo nello stesso tempo che le politiche di Reagan ne abbiano affrettato la prevedibile fine. Ma non si trattava affatto di una fine prevedibile. Per tutti gli otto anni della presidenza di Reagan, l’Unione Sovietica è rimasta una potenza militare di primo piano: una fortissima potenza nucleare. I governi dell’Europa occidentale erano profondamente impressionati da questa potenza, tanto da considerare un saltuario appeasement come un’opzione conveniente. E i popoli dell’Europa occidentale erano soggetti a intermittenti crisi di panico di fronte alla possibilità di una guerra nucleare sul loro territorio. Nessuno, tranne Ronald Reagan, pensava che l’obiettivo della politica estera americana dovesse essere la vittoria nella guerra fredda. Quanto sembrava ingenua e semplicistica quest’idea! Ma per quanto Reagan fosse effettivamente poco sofisticato in base agli standard europei e del Dipartimento di Stato, comprendeva il carattere del popolo americano in modo molto più profondo dei diplomatici e degli stranieri. Sapeva che il popolo avrebbe appoggiato una guerra soltanto se l’obiettivo dei suoi capi fosse stata la vittoria. Gli europei, e gli americani colti, sono abituati a considerare il «popolo» come un gettone di scambio in un complesso e competitivo gioco di guerra e pace. Gli americani, per tradizione e temperamento, non sono abituati a giochi di questo genere. Vogliono sapere chi è il nemico e che cosa si sta facendo per sconfiggerlo. Ronald Reagan chiamò a raccolta il popolo americano per combattere la guerra fredda con la prospettiva della vittoria. Senza la sua guida, non è affatto certo che l’Unione Sovietica sarebbe collassata «da sola», come sembrerebbe in retrospettiva. Non era per nulla scontato che la guerra fredda dovesse finire in quel preciso momento o in quel modo. Fu Ronald Reagan, grazie al suo progetto di riarmo e alla sua incapacità di concepire altro se non la vittoria americana, che persuase i dirigenti sovietici di essersi impegnati in una guerra persa. Perciò hanno levato le tende e se la sono svignata. Ma nulla di tutto ciò sarebbe accaduto se l’economia americana non avesse continuato a rafforzarsi e quella sovietica a indebolirisi. L’indebolimento dell’economia sovietica fu rivelato già a quel tempo dai racconti degli esuli della Russia e dell’Europa orientale; racconti spaventosi che parlavano di un’economia a pezzi. Ma questi esuli non avevano dottorati in economia, e le loro parole non vennero ascoltate dagli economisti occidentali, convinti dalle statistiche sovietiche che l’economia dell’Urss fosse sul punto di superare la nostra. Erano le sole statistiche disponibili e gli esperti di macreconomia, abituati a manipolare le cifre del prodotto e del reddito nazionale, preferivano fare la fame cibandosi di misere statistiche piuttosto che banchettare a base di succulenti aneddoti personali. Questi stessi economisti avevano anche una pessima opinione dell’economia americana, nonostante il fatto che, durante gli otti anni della presidenza Reagan, quest’economia avesse avuto uno straordinario tasso di crescita. Il problema era che la crescita era stimolata da una teoria economica per loro inaccettabile: quella che si definiva, con una certa imprecisione, «economia dell’offerta» (supply-side economics, 1). Tutte le volte che gli offertisti cominciavano a parlare pubblicamente di economia della crescita, i professionisti dell’economia domandavano con insistenza: «Le cifre! Dove sono le vostre cifre? Quanta crescita e quanto deficit?». Gli offertisti non potevano fornire quelle cifre semplicemente perché non le conoscevano. Gli economisti tradizionali, invece, conoscevano perfettamente quelle cifre, che rappresentavano la gloria della loro professione, ma anche il suo tallone d’Achille. (A quanto pare, un economista recentemente ha dichiarato: «Forniamo le nostre cifre in numeri decimali con le virgole per dimostrare che anche noi abbiamo senso dell’umorismo»). L’economia dell’offerta (nota giornalisticamente con il nome di Reaganomics) ha avuto il merito di elevare la microeconomia al di sopra della macroeconomia. La microeconomia si occupa della gente e del modo in cui questa investe il proprio lavoro e i propri capitali nel mercato. La macroeconomia si occupa dei rapporti intercorrenti tra figure maestose ma spettrali: il prodotto nazionale lordo, la produttività. ecc. ecc., che rappresentano la linfa vitale per il Council of Economic Advisers. Il clero dei massimi economisti obiettava che il taglio delle tasse poteva essere giustificato soltanto se accompagnato da un simultaneo taglio delle spese. Gli offertisti replicavano che questa strategia li avrebbe condannati a restare in attesa per sempre, perché, in democrazia, la classe politica può ottenere vantaggi politici soltanto se spende denaro in favore della sua base elettorale, non certo cancellando i programmi che la avvantaggiano. Lentamente, gli economisti conservatori cominciarono a capire la saggezza della strategia dell’offerta. Una politica fiscale che stimola l’economia, delle regolamentazioni governative non eccessivamente severe e una moderata limitazione nelle spese: tutto ciò avrebbe avuto l’effetto di ridurre il troppo gonfiato welfare state in proporzione alle dimensioni dell’economia. Non si poteva sperare di far sparire il welfare state con un colpo di bacchetta magica. Oggi la Reaganomics è diventata la filosofia semiufficiale del partito republicano. Di conseguenza, a questo partito è ora riconosciuto un credibile e legittimo diritto a essere il partito di governo, con grande sconcerto dei democratici, i cui diritti regali al regno non appaiono più incontestati. In definitiva, Reagan restituì al partito repubblicano l’iniziativa sia in economia sia in politica estera, costringendo il partito democratico sulla difensiva in entrambi i campi. Ma si tratta di un’iniziativa e di un attivismo eccessivi per alcuni repubblicani conservatori, i quali si lamentano che le truppe si siano spinte troppo lontano o che le spese del governo non siano state drasticamente tagliate. Perciò, l’eredità di Reagan non è ancora del tutto al sicuro. Ma che un’eredità ci sia e che abbia una portata storica, è un fatto assolutamente certo.

(Traduzione di Aldo Piccato) © liberal-The Weekly Standard

 

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