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La “cultura aperta”

LIBERAL BIMESTRALE
di Sergio Belardinelli
Liberal n. 29 - Aprile - Maggio 2005

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C’è un passaggio nell’ultimo libro di Giovanni Paolo II, Memoria e Identità (edito da Rizzoli), che considero di fondamentale importanza. È quello in cui, nell’intento di valorizzare a pieno il ruolo fondamentale della cultura nella vita dei popoli e delle nazioni, veniamo sollecitati, non tanto a elaborare una «teoria della cultura», quanto a rendere «testimonianza alla cultura» (p. 105). Si tratta di un ulteriore squarcio di luce aperto da questo grande Pontefice su una delle più intricate sfide del nostro tempo: il confronto interculturale. Come è stato sottolineato con vigore anche dal Patriarca di Venezia, Cardinale Angelo Scola, il confronto con le culture «altre» non è mai soltanto un problema di tolleranza, di reciprocità o di integrazione; è certo anche questo; ma guai se resta soltanto questo, diventando magari un alibi per non mettersi in gioco fino in fondo, per nascondersi. È la nostra stessa umanità, l’umanità che condividiamo con tutti gli uomini del mondo, a esigere che, nel confronto con coloro che provengono da culture differenti dalla nostra, ciascuno di noi sia in primo luogo se stesso, un testimone della propria identità. Con le parole del famoso discorso che Giovanni Paolo II fece all’Unesco il 2 giugno del 1980 sul ruolo della cultura nella vita delle nazioni, potremmo dire che «l’uomo vive una vita autenticamente umana grazie alla cultura». Nessuno può dunque pretendere che nell’incontro con l’«altro» uno metta tra parentesi se stesso, poiché è precisamente la consapevolezza della propria identità culturale ciò che più di ogni altra cosa è in grado di facilitare un autentico incontro tra diversi. Se la cultura, sono sempre parole di Giovanni Paolo II, «è un modo specifico dell’“esistere” e dell’“essere dell’uomo”, allora vuol dire che, comunque la si voglia interpretare, la cultura presenta sempre due aspetti, strettamente connessi tra loro: un aspetto particolaristico e uno universalistico. In quanto attività umana, la cultura abbraccia la totalità dei prodotti dell’uomo; essa è all’opera sia allorché l’uomo coltiva la terra, sia allorché costruisce l’aratro per coltivarla, sia allorché inventa un grande poema per cantarne la bellezza o prega affinché la stagione sia propizia. Qualsiasi attività umana - spirituale o materiale non fa differenza -, proprio perché umana, esprime una «forma culturale», la quale, intrecciata con le altre forme culturali, va a costituire quello che potremmo definire il mondo culturale umano. In questo senso, davvero, ogni cultura esprime un mondo, una totalità. Ma non si tratta mai, questo un po’ il grande insegnamento che traggo dall’ultimo libro di Giovanni Paolo II, di una «totalità chiusa».
In quanto attività umana, infatti, in ogni cultura è l’uomo che si esprime; quindi, al di là delle differenze culturali, c’è in ogni cultura un tratto comune, rappresentato precisamente dall’umanità e quindi dalla trascendenza dell’uomo. Ciò significa, tra le altre cose, che ognuno di noi è certamente plasmato dalla cultura nella quale nasce e vive; al tempo stesso, però, i nostri pensieri e le nostre azioni non sono mai il semplice riflesso o il semplice correlato della realtà socio-culturale nella quale siamo nati e viviamo. Per quanto il mondo nel quale siamo nati rappresenti per noi un destino che ci rende inevitabilmente degli esseri socialmente e culturalmente condizionati, la relazione che instauriamo con esso è tuttavia sempre più o meno creativa, proprio perché, in quanto uomini trascendiamo costantemente noi stessi e quindi anche le condizioni socio-culturali della nostra esistenza. Così come ogni uomo, pur essendo un animale socio-culturale, non è mai riducibile in toto alle condizioni socio-culturali della sua esistenza, allo stesso modo nessuna cultura, pur esprimendo una totalità di significato, può arrogarsi il diritto di coprire tutto lo spazio di dicibilità di ciò che è «umano». L’uomo è dunque il vero metro di misura di ogni cultura. Di conseguenza nessuna cultura vale l’altra indifferentemente; la dignità dell’uomo è il vero criterio normativo di una cultura; ed è nell’uomo il vero fondamento della pluralità delle culture. Con le parole di Fides et Ratio (n. 70), potremmo anche dire che «le culture, quando sono profondamente radicate nell’umano, portano in sé la testimonianza dell’apertura tipica dell’uomo all’universalità e alla trascendenza». Ancora la testimonianza, dunque. Mentre il mondo occidentale sembra avviato sulla strada della «post-identità» e altri mondi, vedi l’Islam, rischiano di esasperare la propria identità in modo sempre più esclusivo e aggressivo, Giovanni Paolo II mostra anche in questo suo ultimo libro quanto sia importante che nell’autocomprensione di ogni cultura trovi spazio la valorizzazione di ciò che è umano in tutte le culture. Significativa in proposito la rilettura che egli ci offre del già citato discorso fatto venticinque anni orsono all’Unesco sul ruolo della cultura nella vita delle nazioni. L’omaggio che tale discorso conteneva alla cultura della sua Polonia, il tono patriottico che lo contrassegnava, vengono interpretati, non certo sulla falsariga di uno sterile e pernicioso nazionalismo, quanto piuttosto come «la semplice testimonianza resa da un uomo che, sulla base della propria esperienza, esprimeva ciò che la cultura è stata nella storia della sua nazione e ciò che essa rappresenta nella storia di ogni nazione» (p. 105). «Durante i miei viaggi - scrive ancora Giovanni Paolo II - mi convinsi del fatto che, con l’esperienza da me fatta della storia della mia patria, con la consapevolezza che avevo maturato del valore della nazione, non ero affatto estraneo alle persone che incontravo. Al contrario, l’esperienza della mia patria mi facilitava grandemente nell’incontro con gli uomini e con le nazioni di tutti i continenti» (p. 107).
L’incontro con l’altro o con una cultura «altra» è dunque in primo luogo un’avventura con noi stessi, con la cultura che ci è propria. Un po’ come quando si traduce un testo. «Comprendere è tradurre», ha scritto George Steiner; ed è in quest’opera di traduzione che noi mobilitiamo veramente tutte le risorse di cui disponiamo nella nostra lingua madre; è nell’incontro con l’altro che noi possiamo scoprire non soltanto i nostri limiti, ma anche i tesori che si nascondono nella nostra cultura e ai quali avevamo smesso di pensare o non avevamo mai pensato prima. È per questo che, al limite, dobbiamo persino ringraziare l’altro per averci aiutato a scoprirli; è per questo che l’altro può diventare persino una risorsa, un’opportunità, un impulso ad andare più a fondo in noi stessi e quindi ad arricchirci. Il cristianesimo, pur con tutte le inadeguatezze, sconfinate spesso persino nel sangue, del quale proprio Giovanni Paolo II ha chiesto perdono, costituisce da oltre duemila anni uno degli esempi più riusciti di questa capacità di imparare dall’altro senza rinunciare a se stessi. L’idea della trascendenza, la particolare escatologia cristiana, la stessa Chiesa, nel momento in cui entrano nella storia di un popolo e di una nazione, istituiscono una sorta di tensione costante in tutta la realtà. Di fronte al Dio di Abramo e di Gesù Cristo, nessun ordine del mondo, se così si può dire, è più lo stesso, nessun uomo e nessuna cultura sono più «totalmente altri». E nonostante i fraintendimenti che possono esserci stati in proposito nel corso dei secoli, oggi, grazie anche al magistero poderoso di Giovanni Paolo II, pare abbastanza evidente che abbiamo a che fare con un ordine sempre attento alle distinzioni (le cose di Cesare e quelle di Dio), sempre «perfettibile», sempre sollecitato a una «novità» che, di per sé, non ammette irrigidimenti né sul piano della vita individuale, né su quello della vita sociale. Insomma memoria e identità come proiezione fiduciosa verso il futuro, come capacità di continuo arricchimento, in virtù della testimonianza di ciò che nella cultura c’è di più profondamente e universalmente umano. Alla fin fine è su questa capacità di rendere testimonianza alla dignità dell’uomo che si misura oggi la vera identità, la vera apertura, la vera universalità, al limite, la vera «superiorità» di qualsiasi cultura. Ecco l’insegnamento che traggo dall’ultimo libro del Papa. E francamente non mi sembra un insegnamento da poco.
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