Il Ventunesimo secolo ha cominciato a far sentire la sua voce già negli ultimi due decenni del secolo scorso. Gli anni Ottanta del Novecento, infatti, hanno cambiato il corso del mondo. Margaret Thatcher, Ronald Reagan e Karol Wojtyla: sono state queste tre grandi personalità, in campo politico e in campo spirituale, a operare una radicale rottura con gli schemi del «secolo breve» proponendo, con il loro pensiero e la loro azione, l’anticipazione della strada che il nuovo Millennio avrebbe dovuto intraprendere. Ha scritto Michael Ignatieff nel 1992 dopo l’ennesima sconfitta elettorale dei laburisti inglesi: «Il partito laburista ha promesso agli elettori che avrebbe pensato a loro, non li ha mai incoraggiati a fare da sé, il che equivale a dire che il linguaggio dei laburisti, incentrato sui diritti, ha perso la battaglia dei valori contro il linguaggio dell’iniziativa personale». E così si poteva anche dire del Partito democratico americano prima dell’avvento di Ronald Reagan. In effetti, la politica di Reagan e della Thatcher ha prodotto un profondo cambiamento di mentalità, perfino intellettuale e morale, nelle nostre società in ordine ai valori fondativi della comunità, al senso dell’iniziativa personale, al concetto di merito, all’etica della responsabilità. Un cambiamento che, nonostante contrasti e passi indietro, si è dimostrato stabile e duraturo negli ultimi decenni. Ne sono stati contagiati ambienti culturali e schieramenti politici anche lontani da quelli dell’ex premier britannico e dell’ex presidente amricano. Basti pensare al personaggio che, nonostante la distanza politica, viene considerato in qualche modo l’erede della Thatcher, Tony Blair. O al fatto che, dopo Reagan, anche per i democratici americani è stato sempre più difficile riproporre le loro antiche stantie ricette economiche.
Ronald Reagan ha fatto in modo che questo mutamento di mentalità investisse l’intero ordine mondiale. Con lui l’appeasement non è stato più il carattere fondamentale dei rapporti Est-Ovest. A esso è subentrata la sfida economica e politica. Una sfida volta non al roll back ma al breakdown dei sistemi comunisti. Tanto che, con il suo successore George Bush senior, si è giunti allo sgretolamento dell’Urss e del totalitarismo comunista in Europa. Sia della Thatcher che di Reagan si è discusso a lungo e in modo assai articolato. Eppure, forse, non è stato colto fino in fondo il valore «universale» delle rotture, epistemologiche e ideologiche, da entrambi prodotte nella storia dell’Occidente; non è stata soprattutto pienamente compresa la scossa filosofica provocata nel sonnolento nichilismo imperante. Alla fine di un secolo dominato da ideologie che avevano come fine il primato della classe o della razza, dal mondo anglo-americano prendeva il via l’unica vera grande riscossa possibile, in economia come in politica, nella cultura come nel costume: quella di riproporre come grande idea-forza di tutto l’Occidente il «primato della persona». Perciò le figure della Thatcher e di Reagan si sono trovate in obiettiva sintonia con il magistero di Papa Giovanni Paolo II. Non solo perché la parola di Wojtyla ha collaborato, con la loro, a determinare il crollo del secondo grande mostro del Novecento, il comunismo; ma soprattutto perché il Papa polacco, aiutato ovviamente dalla forza spirituale del suo ruolo, ha proposto al mondo in chiave filosofico-morale ciò che Thatcher e Reagan propugnavano in politica: appunto, il primato della persona, la persona vista come imago Dei contro ogni altra utopia classista, razzista, statalista. Ora, uno di questi «magnifici tre» è scomparso e le pagine di questo volume di liberal sono a lui interamente dedicate. Ma, attraverso di lui, sono in realtà dedicate a noi. A coloro che non hanno ancora capito la portata rivoluzionaria della sua presidenza e a coloro che, invece, avendola ben compresa, vogliono rileggere la sua vita e il suo pensiero allo scopo di trarre qualche lume in più lungo il percorso che il Ventunesimo secolo ci chiede di compiere. Anche nel nome di Ronald Reagan.