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Nuova strada, nuova destra

LIBERAL BIMESTRALE
di Maurizio Gasparri
Liberal n. 28 - Febbraio-Marzo 2005

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dicembre 2003 - liberal bimestrale
Il libro di Ferdinando Adornato rappresenta uno stimolo importante per tutta l’area di centrodestra. Anche se i nostri percorsi storici sono stati diversi, Adornato ha sempre scandito la propria identità con riflessioni e approfondimenti, sia nei suoi interventi giornalistici sia in quelli politici in Parlamento. La nuova strada è, dunque, il tentativo di dare contenuti e coordinate di carattere culturale al centrodestra. Non a caso questo libro ci propone una serie di questioni su cosa dobbiamo fare come schieramento politico partendo da premesse culturali ben precise che attengono alla nostra storia, ma che rappresentano soprattutto le linee guida del nostro presente e del nostro futuro. Il libro di Adornato nasce anche come contributo necessario per fugare definitivamente la tentazione di decriverci come degli ex, degli invasori privi di cultura e di retaggio storico. Anche se, confrontandoci con i nostri avversari, io non ravviso nessun sentimento di inferiorità nel nostro schieramento, il libro di Adornato ci aiuta a uscire da una condizione di monopolio culturale, di cui finora la sinistra rivendicava la gestione, il primato, l’esclusiva. Questo ci riporta al predominio culturale mantenuto in Italia dalla sinistra che, mentre qualcun’altro governava il Paese, occupava gli spazi giudiziari, giornalistici, cinematografici, determinando in termini di consenso una serie di condizionamenti e di false convinzioni sulla capacità di una sola parte politica di «produrre» una classe dirigente. Già da tempo, però, il nostro schieramento, calamitato da Berlusconi e dalla sua capacità di cogliere i sentimenti diffusi tra gli italiani, si è andato allargando e consolidando. In questo cambiamento, il bipolarismo è diventato un dato permanente della politica italiana. Mentre forse è ancora prematuro parlare di bipartitismo (e Adornato lo fa prudentemente alla fine del suo libro) è innegabile chiedersi se potrà essere questo un approdo, una svolta epocale della politica italiana, per tradizione così articolata e frazionata. In ogni caso, a noi spetta il compito di dare al nostro schieramento un substrato di identità culturale più solido, e bisogna farlo cominciando a confrontarci con i filoni originari di appartenenza. Cosa che Adornato nel suo libro fa - ripercorrendo tante vicende, con riferimenti e stimoli a ricordare e riflettere - rendendo così un grande servizio a un mondo che rischia di perdersi. Quella di Adornato non è soltanto una rassegna di pensiero, con quel breviario (tanto piaciuto alla stampa) su ciò che distingue l’essere di destra dall’essere di sinistra (dovremmo dire più correttamente di centrodestra e di centrosinistra), ma un vero e proprio invito a raggiungere un consolidamento della nostra area intorno all’idea di libertà, di comunità, intorno a una strategia di comunicazione, intorno ai valori da condividere.
Tornando al tema del bipartitismo, auspicato da Adornato, sebbene esista una certa schizofrenia nella nostra coalizione che passa da una dialettica eccessiva al suo interno all’ipotesi di presentarsi con un’unica lista alle elezioni europee, io non sono tra quelli contrari a questa prospettiva. Credo tuttavia che occorrano processi politici per determinare certi eventi, che servano momenti intermedi di riflessione e di approfondimento culturale per prepare il terreno per questo cammino. A differenza di altri Paesi, l’Italia ha un passato che condiziona anche il suo futuro. Dunque, indipendentemente dalle liste unitarie alle elezioni europee, o dalle ipotesi di bipartitismo, il problema vero è realizzare oggi al nostro interno una maggiore unità. Io ho lavorato molto in questi anni perché la coalizione di centrodestra si consolidasse, si allargasse, e ciò mi ha procurato spesso incomprensioni. Ma credo fermamente che serva qualcuno che, pur rispettando le ragioni identitarie del proprio schieramento politico, alle quali non si deve rinunciare, lavori per un’appartenenza a un’area comune, più vasta. Se tutti puntassimo soltanto sul dato della singola identità e non lavorassimo su un tessuto comune di appartenenza, non solo non si arriverà al bipartitismo o a un bipolarismo maturo, ma forse si comprometterebbe persino l’alleanza. Ecco perché questo libro ci è utile, perché serve a unire, a trovare i punti di tessuto comune. La stessa definizione di Casa delle libertà, come spiega Adornato ricollegandosi ad alcune riflessioni di Marcello Veneziani, dà un’idea di stabilità: la casa dove si vive, dove la famiglia si ritrova nell’idea di libertà. Il nostro schieramento ha perciò delle possibilità in più di comunicare i valori di fondo nei quali si ritrova, purché poi li viva realmente, purché il senso di appartenenza prevalga. Insisto su questo concetto proprio in un momento di maggiore difficoltà, dopo che, passata la fase dell’euforia e della creazione, i cicli economici negativi a livello internazionale hanno deluso le aspettative, rendendo l’offerta inferiore a ciò che ci si attendeva. Ma proprio nei momenti più difficili il tessuto del sentire comune deve prevalere. Su questa nuova strada dobbiamo incontrarci, confrontarci, lavorando insieme sui contenuti.
Ci accusano di controllare la maggior parte dei mezzi di comunicazione: non è così, come Adornato in occasione di un recente dibattito parlamentare sulla discussa legge di riforma del sistema radio-televisivo ha dimostrato in un suo intervento. Un intervento magistrale in cui è riuscito a spiegare come chi ci accusa di dittatura mediatica in realtà sia libero di lavorare, di produrre cultura, di fare film anche grazie a Mediaset. Ed è giusto che sia così, non è una concessione dei potenti, è pluralismo. Ma proprio per questo dobbiamo manifestare meglio le nostre idee, organizzare la politica culturale del centrodestra sui valori di fondo che esistono e che questo volume ci ripropone. Valori che appartengono alla Casa delle libertà e che si ricollegano al concetto di sussidiarietà, tenendo presente che ciò che è pubblico non sempre deve essere statale. Tutti spunti che La nuova strada ci offre e che abbiamo il compito di far entrare nell’immaginario collettivo. Lo sforzo di Ferdinando Adornato, espresso oltreché in questo libro anche in tutti i suoi interventi, nella sua azione di parlamentare, di legislatore, di presidente della Commissione Cultura alla Camera, deve indurci a impegnarci di più su questo versante, a promuovere meglio le nostre idee, a costruire contenuti senza timore di subire critiche e accuse. Noi abbiamo bisogno di giornalisti, di intellettuali, di persone che fanno cinema e che scrivono libri, che dimostrino che non siamo «ex» o invasori, ma che siamo in grado di esprimere valori, storie, vicende in cui si riannodano i fili. Penso ai grandi percorsi di provenienza di ciascuno di noi, a esperienze culturali come quella della casa editrice Vallecchi, alle celebri riviste letterarie fiorentine, al Futurismo che scosse il dibattito culturale italiano nel primo Novecento. I valori della democrazia, del pluralismo, della libertà, la destra li ha acquisiti da tempo in maniera chiara e sincera, e regolare i conti con il Novecento, secolo di grandi orrori e tragedie, di grandi follie, non vuol dire buttare a mare anche Marinetti o D’Annunzio.
Adornato ci invita anche a riflettere sul fatto che stiamo insieme non solo perché siamo contro gli altri: uno dei motivi di distinzione fra noi e gli altri sta proprio nella volontà di non demonizzare l’avversario, ma di considerarlo, appunto, un avversario. È questo che serve all’Italia bipolare e forse bipartitica: se riusciamo davvero, sinceramente e costruttivamente, a essere bipolari oggi, forse domani saremo bipartitici. Chi crede alle ragioni di fondo dell’alleanza deve insistere su questa strada, non solo perché non ci sono vie alternative, ma perché è la strada giusta, positiva, la via per aiutare l’economia a svilupparsi in maniera più sana, con meno lacci, per ripristinare un sistema di valori importanti come la famiglia, la libertà; per ridare prestigio all’Italia nel campo della politica internazionale. Come ministro delle Comunicazioni, ho dedicato giornate celebrative a personalità come Meucci o come Marconi proprio per dimostrare che l’Italia anche nei settori dell’innovazione tecnologica - solitamente dominati da altri miti di riferimento - non è seconda a nessuno. È vero, qualcuno ha dovuto cercare fortuna lontano dai nostri confini, ma altri come Guglielmo Marconi hanno segnato tappe fondamentali nell’innovazione nelle comunicazioni. Motivi di orgoglio nazionale in cui ritrovare un filone identitario dunque non mancano. Non siamo figli di un Dio minore, possiamo invece essere protagonisti, in un processo di coesistenza, di una grande azione che produca un’Italia che conta, con la sua storia, il suo passato. Con la nostra storia plurisecolare, la grande e forte tradizione italiana ci consente di vivere con grande determinazione il nostro ruolo, come avviene oggi anche nella politica internazionale. Non è un caso che il centrodestra abbia saputo recuperare spazi di autorevolezza nel dialogo internazionale proprio puntando sull’identità italiana, su uno stile italiano, sulla capacità, partendo dalla propria storia, di riannodare in tanti contesti i fili del dialogo con la Russia, gli Stati Uniti, il Medio Oriente.
Se dedicheremo più tempo alla cultura, se si scriveranno altri libri come questo che ci invita a riflettere sui valori di fondo della nostra alleanza, forse anche alcune questioni che sembrano travalicare le possibilità della coalizione riassumeranno il peso che meritano, cioè quello di semplici logiche di contrapposizione da affrontate senza però lasciare che condizionino il nostro cammino comune. Se ci dividessimo, vorrebbe dire lasciare ancora una volta il monopolio della cultura alla sinistra, con i risultati che conosciamo, con le dispense ai «buoni» e le condanne dei «cattivi». Sarebbe una scelta pazzesca. Dobbiamo quindi richiamare noi stessi al dovere di una politica costruttiva, per rispetto degli elettori che si sono affidati a noi con fiducia e per recuperare terreno nella discriminazione intellettuale che abbiamo fin qui subito.
La destra è stata il capro espiatorio per tutte le discriminazioni, per cui sono ben contento che si costruiscano nuovi percorsi. Sono tra quelli che ritengono utile, possibile, auspicabile l’ingresso di Alleanza nazionale nel Partito popolare europeo, perché è un partito che nello schema bipolare europeo non è più soltanto la casa dei post-democristiani, ma è la grande delegazione dei moderati europei. Una destra che guarda avanti deve dunque puntare a questo traguardo, forse prevedendo una tappa intermedia per non compromettere un bipolarismo ancora incerto che, finché non si fortifica, non può produrre il bipartitismo. Noi possiamo intanto lavorare a una forma di alleanza in sede europea, una sorta di Casa delle libertà europea (qualcosa di simile è già cominciato tra Alleanza nazionale e altri partiti di tradizione gollista e irlandesi con i quali abbiamo dato vita al Gruppo dell’Europa per le nazioni), in attesa di vedere se il Partito popolare europeo diventerà poi, come io penso sia inevitabile, l’approdo naturale, la casa comune di tutti i moderati pur con accenti, sensibilità, percorsi diversi ma con intenti di convergenza e unità comuni. E siccome la buona politica nasce dalla cultura, questi processi non nascono solo dalla convenienza politica in virtù dei risultati, ma - come è stato per la Casa delle libertà - da intuizioni che affondano le radici nei valori di fondo, che tutti quanti dobbiamo acquisire. Pur arrivando da percorsi diversi, oggi siamo insieme per rappresentare una garanzia di pluralismo culturale e di libertà. Prendo dunque spunto dal libro di Ferdinando Adornato per proporre una sorta di incontro degli Stati generali tra i leader della nostra coalizione - da Berlusconi a Fini, a Casini, a Follini, a Buttiglione, agli amici della Lega - per parlare di politica culturale, dei valori culturali di fondo. Sull’onda di questo libro sarebbe un modo per far lievitare un tessuto di impegno comune sui temi della cultura e dell’impegno civile, trascurando per un momento le questioni della politica quotidiana per dedicarci a riflessioni alte di carattere morale, quelle su cui si saldano le alleanze e le scelte di fondo. La destra, da questo punto di vista, può dare un contributo fondamentale: con il forte senso di identità nazionale, in un’epoca di globalizzazione e di integrazione, la nostra destra sa coniugare l’interesse nazionale alla dimensione globale. Partecipare ai processi di integrazione, ma non rinunciare alla difesa nel proprio interesse nazionale, economico e culturale: è una sfida che soltanto uno schieramento maturo e moderno di centrodestra può affrontare. E, come ci dimostra Adornato, noi siamo uno schieramento moderno, nuovo, con una storia recente che, però, non nasce dal nulla, ma dalla sedimentazione di tante riflessioni, di tante culture, di tanti percorsi che abbiamo il compito di recuperare. Per saper affrontare le sfide di oggi, anche quelle di carattere etico che ci pone la biotecnologia, occorrono coordinate forti altrimenti potremmo smarrirci nei sentieri della modernità.
 

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