ottobre 2003 - liberal bimestrale
La caratteristica qualificante della Casa delle libertà deve essere quella di procedere lungo una linea che definirei della modernizzazione riformista. Dopo il crollo di tanti miti-ideologie-culture della destra e della sinistra totalitarie, ma anche dopo la crisi di quello che era l’elemento essenziale della tradizionale piattaforma socialdemoratica (questa crisi si esplica in tre direzioni: fine o ridimensionamento del posto fisso, fine della fabbrica taylorista, nuova divisione internazionale del lavoro, ridimensionamento e ristrutturazione del Welfare State non per distruggerlo ma anzi per «salvarlo» nei suoi tratti fondamentali che caratterizzano la civiltà occidentale) oggi la divisione reale è fra modernizzatori-riformisti e fra conservatori. Ciò scavalca la tradizionale dialettica destra-sinistra perché in Italia larga parte della sinistra è conservatrice-reazionaria su molti temi, dal giustizialismo, alla difesa del «mondo di ieri» sul terreno del Welfare e del lavoro, alla posizione sulle questioni internazionali (un pacifismo a senso unico che mistifica o fraintende la lotta al terrorismo): il risultato è quel partito-Frankstein, giustizialista e massimalista prodotto dalla crisi del Pci. Dispiace, ma quella crisi ha prodotto pochi riformisti autentici, Macaluso e «le Ragioni del Socialismo», Umberto Ranieri, parzialmente Morando e la sua piccola corrente, qualche personalità della corrente di Fassino, ma non essa nel suo complesso, troppo impegnata, nel suo tatticismo, a rincorrere girotondini e no-global e del tutto subalterna, anche per ragioni di salvaguardia di qualcuno dei suoi leader, al «partito dei giudici». A esser sinceri anche nel centrodestra una limpida posizione modernizzatrice-riformista fatica ad affermarsi per la forza insabbiatrice dell’establishement e per contraddizioni interne allo schieramento. In ogni caso a mio avviso le fondamentali scelte riformiste dovrebbero essere le seguenti:
a) dopo la «riforma Biagi» sul mercato del lavoro è indispensabile intervenire in modo strutturale sulla spesa sia per salvare il nocciolo reale del Welfare, sia per ottenere risorse necessarie per investimenti, ricerca, crescita. Di conseguenza una incisiva riforma delle pensioni è indispensabile: quella posta in essere dal governo va nella direzione giusta, anche se essa può essere criticata per ragioni opposte a quelle sindacali. Doveva essere impostata dalla prima finanziaria e avere effetti immediati. In ogni caso meglio poco che nulla. Le risposte dei sindacati danno il senso della loro arretratezza. La seconda riforma deve essere quella, ben calibrata ed equilibrata, della devoluzione. La terza deve essere quella istituzionale. Anche qui ci troviamo difronte a un paradosso. Scartata per varie ragioni l’ipotesi presidenziale adesso c’è chi contesta che il premierato abbia il potere non solo di nominare o di far dimettere i ministri, ma anche il potere di sciogliere le Camere in caso di crisi della maggioranza che lo ha eletto. A mio avviso il premierato senza potere di scioglimento è una non riforma: rimarremo pressapoco alla situazione attuale. Va sviluppata una riflessione sul sistema elettorale che non può non andar d’accordo con le caratteristiche essenziali del sistema politico altrimenti ci si trova di fronte a forzature pericolose. Allora il sistema politico italiano ha queste due contraddittorie caratteristiche: è bipolare fino al limite della contrapposizione frontale, è caratterizzato, all’interno di ognuno dei due poli, da un pluripartitismo esasperato. Il risultato è che i due poli si scontrano frontalmente e però all’interno di ognuno di essi c’è una concorrenzialità sfrenata. Allora per fare i conti con questo concentrato di contraddizioni forse la coniugazione di un premierato forte con un sistema elettorale di tipo tedesco (proporzionale corretto dallo sbarramento) potrebbe essere una via d’uscita.
b) I rapporti interni alla coalizione devono cambiare profondamente se si vuole evitare che la Casa delle libertà perda le prossime elezioni non per superiorità del centrosinistra, che non c’è da nessun punto di vista, ma per i propri errori e le proprie contraddizioni, insomma per i suoi autogol. In primo luogo è indispensabile che Forza Italia riprenda l’iniziative sia dal punto di vista politico-culturale, sia sul territorio. L’organizzativismo fine a se stesso (tanto c’era Berlusconi che faceva tutto il resto, l’iniziative politiche, la comunicazione, anche i fondamentali messaggi politico-culturale) è entrato in crisi con la vittoria elettorale. Per quello che riguarda Forza Italia il problema è di riconvertirsi da partito di opposizione in un partito di governo, capace di difendere il governo sul territorio e nel contempo di mandare messaggi politico-culturali di tipo programmatico, storico, ideale e di avere sensori nella società civile. Un partito di governo deve contemporaneamente difendere le posizioni del governo sul territorio e nel contempo far presente all’esecutivo gli eventuali limiti della sua azione. Oggi Forza Italia deve misurarsi con un problema classico che si presenta a tutti i movimenti politici nati e sviluppatisi partendo dalla società civile: arrivati a un punto alto del loro sviluppo, raggiunti importanti obiettivi politici, quel movimento rischia di rinchiudersi in se stesso, di burocratizzarsi, di allontanarsi dalla società: è la questione dei blockers di cui ha parlato Marcello Dell’Utri. Peraltro verso solo una rappresentazione del tutto mistificata della realtà, in effetti derivante da puri e semplici problemi di organigrammi, qualche tempo fa ha presentato la dialettica interna a Forza Italia come un confronto fra laici e cattolici. Fortunatamente le cose non stanno così: il capolavoro di Berlusconi, e della cultura politica che sta alle spalle della costruzione di Forza Italia, va al di là di banali interpretazioni giornalistiche ispirate da un preciso ambiente interno. Queste interpretazioni non sono state né sollecitate né condivise dalle personalità e dalle correnti d’opinione realmente rappresentative delle aree del mondo cattolico che si riconoscono in Forza Italia. Forza Italia è nata e ha superato la dialettica laici-cattolici e ha elaborato valori comuni e un comune revisionismo storico-politico che supera largamente questa tradizionale dicotomia. Assai più complessa, anche alla luce di recenti avvenimenti (vedi l’ingresso dei franchi tiratori in Parlamento sulla legge Gasparri) è la questione dei rapporti politici all’interno della Casa delle libertà. È stato giustamente osservato che «governare senza la Lega? Impossibile. La Casa delle libertà, nel 2001, ha vinto con quattro partiti e se si dovesse verificare una frattura insanabile allora sarebbe meglio tornare a votare» (Bondi). Infatti una rottura della coalizione che ha vinto il 13 maggio 2001 porterebbe quasi inevitabilmente a elezioni anticipate sia per ragioni politiche che per ragioni numeriche (al Senato non ci sarebbe maggioranza). Detto questo, però, bisogna aggiungere che esiste anche il rovescio della medaglia nel senso che è indispensabile cambiare la tendenza che si sta facendo strada nella Casa delle libertà e che è quella della conflittualità interna fondata sulla riaffermazione pura e semplice dell’identità di ognuna delle forze che ne fanno parte perché alla lunga questo eccesso di ricerca della visibilità partitica può portare a una crisi politica. Da questo punto di vista il convegno di Fiuggi di due correnti di An è un sintomo della malattia, non è una medicina. Un sintomo, però, che va colto come espressione di un problema serio, come un campanello d’allarme. In primo luogo il problema che è davanti alla Casa delle libertà risale a una questione generale che caratterizza il nostro sistema politico quale è uscito dalla crisi della prima Repubblica di cui abbiamo parlato precedentemente cioè la contraddizione tra bipolarismo e bipartitismo.
La conflittualità derivante dal pluripartitismo evidentemente si fa sentire in modo più accentuato per la coalizione che è al governo: stando all’opposizione è più facile unire nel «fronte del no» le posizioni più diverse e contraddittorie. Oggi quando il centrosinsitra sottolinea polemicamente le divisioni interne alla maggioranza talora coglie un dato obiettivo, ma ovviamente rimuove le differenze clamorose che segnarono l’esperienza di governo dell’Ulivo e anche quelle che tuttora caratterizzano lo schieramento di opposizione. Quelle differenze quando il centrosinistra era maggioranza portarono addirittura alla formazione di tre governi diversi. Detto questo la rievocazione delle divisioni interne al centrosinistra non è una buona ragione per coltivare, anzi accentuare, quelle oggi esistenti nel centrodestra, perché quelle rotture furono una (non la sola) delle ragioni della sconfitta dell’Ulivo alle elezioni del 2001. Infatti larga parte dell’elettorato ha assimilato il bipolarismo e quindi punisce con l’astensionismo la conflittualità interna allo schieramento per il quale ha votato. Questa reazione di rigetto dell’elettorato nei confronti dell’eccesso di conflittualità interna al proprio schieramento può riguardare anche il centrodestra in una situazione nella quale alcune delle forze della coalizione pensano più alla loro caratterizzazione in termini estremi che non alla ricerca di una identità compatibile con quella degli altri partiti della Casa delle libertà. Allora nel momento in cui è necessario respingere l’ipotesi di modificare la configurazione della coalizione rispetto al modo con cui essa è andata alle elezioni del 2001, ci sembra che anche la Lega deve farsi carico della tenuta del centrodestra sia sul terreno dei contenuti programmatici sia sul terreno del linguaggio, cioè del reciproco rispetto. Non c’è dubbio che la Lega, nella misura in cui ha rinunciato al secessionismo, è portatrice di contenuti innovativi (in primo luogo il federalismo) che costituiscono un contributo positivo per tutta la coalizione. Così come giustamente la Lega chiede rispetto nei confronti della sua identità, tuttavia anch’essa deve fare altrettanto nei confronti delle altre forze politiche e della loro storia. Ad esempio la demonizzazione dei «democristiani» con l’evocazione di un linguaggio volutamente provocatorio («la fucilazione») non fa fare un passo avanti alla riflessione critica nei confronti della storia di un grande partito che certamente ha le sue luci e le sue ombre, ma che non può neanche essere messa sullo stesso piano, in termini identificamente negativi, con quella «comunista». La Dc di De Gasperi, ma anche quella successiva di Moro, Fanfani, Forlani, Andreotti e Cossiga, il Psdi di Saragat, il Psi di Nenni dopo il 1956 e poi quello di Craxi salvarono la democrazia e assicurarono lo sviluppo… Certamente queste forze hanno anche fatto seri errori dalla seconda metà del 1980 in poi, ma queste esperienze non possono essere definite in modo sprezzante e sommario, come talora fa Bossi. Così oggi alcune esigenze riguardanti la politica economica e sociale portate avanti da An non possono essere liquidate con il termine di «statalismo romano». Se non abbiamo capito male, nel corso del confronto sulla legge finanziaria, alcune forze della maggioranza hanno sostenuto la necessità di una riforma incisiva delle pensioni per equilibrare il sistema previdenziale in quanto tale e per avere le risorse necessarie per far decollare una politica di sviluppo in controtendenza con la recessione internazionale: non si tratta di esigenze da scartare drasticamente in nome del riferimento univoco «alle pensioni del Nord». In effetti la Casa delle libertà può «vincere» ancora una volta se porta avanti il disegno di modernizzazione impersonato da Berlusconi e definito nel programma di governo, facendo i conti con il fatto che dal 2001 è cambiata in peggio la situazione economica internazionale. La coalizione d’altra parte, deve costantemente misurarsi con la tendenza alla demonizzazione nei confronti del suo leader portata avanti, non a caso, dai post-comunisti e da parte della Margherita. Questa risposta va data certamente in modo equilibrato, come sempre chiede l’Udc, ma anche in termini netti e privi di equivoci perché, conoscendo i comunisti e i loro eredi, questo è l’unico modo per portarli a una visione «normale» della lotta politica. Probabilmente da tutti questi problemi si può uscire con una proposta positiva e innovativa quale è quella della lista unica per le elezioni europee. Infatti la lista unica nell’ambito del Ppe darebbe un segnale positivo, in controtendenza rispetto alle recenti divisioni, e darebbe il senso di una riconquistata unità da parte della Casa delle libertà.