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La nostra strada

LIBERAL BIMESTRALE
intervista con Silvio Berlusconi di Gloria Piccioni
Liberal n. 28 - Febbraio-Marzo 2005

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ottobre 2003 - liberal bimestrale
Presidente Berlusconi, i giudizi finora prevalenti negli opinion leaders negano che Forza Italia e più in generale la Casa delle libertà riescano a esprimere un significativo spessore storico-culturale. Viceversa nel libro di Ferdinando Adornato La nuova strada si individuano, per l’appunto, i tratti di una nuova via, culturale e politica per le società occidentali che, inaugurata da leader come Thatcher e Reagan, sarebbe oggi rappresentata da uomini come Bush e Aznar (ma anche Tony Blair) e, in Italia, proprio dalla Casa delle libertà. Una tesi quasi controcorrente che può fornire il pretesto per affrontare il tema dell’identità del centrodestra italiano….
Ho accettato di fare questa intervista, e di farla proprio su liberal, perché oltre a nutrire amicizia e stima per Adornato che è approdato in Forza Italia dopo un serio e non improvvisato percorso di maturazione persino psicologica (che lui stesso racconta nella presentazione del suo lavoro) sono stato molto colpito sia dai contenuti che dal taglio del suo libro. Anzi lo considero come un vero e proprio testo di formazione per tutto il centrodestra. Basterebbe soltanto questo libro per smentire le critiche cui lei faceva riferimento: ma la verità è che la Casa delle libertà è ormai da tempo la sede di un intenso e vivace dibattito culturale. Basti pensare all’altissimo numero di fondazioni, di centri studi, di riviste presenti nella nostra area: da Ideazione a Free, da Officina a Magna Charta, dai circoli di Dell’Utri all’Ircocervo, e poi Charta minuta, Laboratorio italiano e via elencando. E visto che siamo su liberal voglio ricordare l’annuale seminario di Todi che è un momento assai importante della nostra elaborazione. Una volta era la sinistra a poter vantare un tale vivace universo di riviste e di luoghi di riflessione. Oggi credo che il primato spetti a noi: e aumenta di conseguenza il numero di intellettuali e di professionisti che regalano le loro energie al nostro progetto di cambiamento. Eppure: quanto spazio viene dedicato dai media a queste nostre iniziative? Se un convegno lo fa la sinistra giù fiumi di inchiostro. Per noi no. Ora le cose stanno un po’ cambiando forse perché siamo al governo. Ma resta comunque forte la tentazione di continuare a dipingerci come l’indigeno della Scoperta dell’America di Cesare Pascarella: «E chi ho da esse’? So’ un servaggio….». La verità che alcuni opinion leaders badano solo ai fenomeni superficiali, parlano sempre delle stesse cose ritrite e spesso non si accorgono dei movimenti di fondo del Paese. Tutti ricordiamo come i media si resero conto dell’esistenza, al Nord, di un fenomeno così profondo come quello della Lega solo dopo il suo primo clamoroso risultato elettorale. O come pochi pensassero che Gianfranco Fini, nel 1993 (allora tra l’altro ancora nel Msi) avrebbe potuto ottenere quasi la metà dei consensi degli elettori romani. Non parliamo poi del risultato di Forza Italia nel 1994. Quanti tra questi opinion leaders avrebbero scommesso mille lire che un movimento appena nato diventasse il primo partito dell’Italia?

Dove porta questo suo discorso?
A dire che, fin dall’inizio, circola nei nostri confronti, in alcune élite politiche e intellettuali del Paese, una sorta di Grande Pregiudizio. Che noi non abbiamo radici, che siamo di plastica, che ci muove soltanto la difesa dei nostri personali interessi, e via seguitando con lo stupidario conformista che tutti conosciamo. Pazienza, abbiamo le spalle larghe. Pero è ovvio che, così facendo non si riuscirà mai a capire quel che noi effettivamente rappresentiamo e perché, ormai da dieci anni, otteniamo grandi consensi tra gli italiani, avendo conquistato il governo del Paese.

Lo dica lei allora: chi siete, che cosa rappresentate? Quali sono i principali tratti dell’identità di Forza Italia e della Casa delle libertà?
La nostra prima consapevolezza è quella di aver aperto il cammino di una nuova storia politica italiana. Agli inizi degli anni Novanta del Novecento il nostro Paese si trovò sospeso nel vortice di una pericolosa crisi istituzionale e ideale. La caduta del Muro di Berlino, con la fine della guerra fredda e dell’era delle contrapposizioni ideologiche; il sempre più evidente anacronismo del nostro sistema politico-amministrativo, lasciato per troppo tempo senza riforme e senza ricambio; l’acutizzarsi nel contesto europeo della crisi degli Stati-nazione e del loro assetto centralistico: l’insieme di questi mutamenti creò nella società italiana l’emergenza di due rotture storiche. La prima fu quella, chiesta attraverso i referendum, di un rapporto diretto tra il voto dei cittadini e l’elezione dei propri rappresentanti, dagli Enti locali, al Parlamento, all’Esecutivo. Gli italiani sentivano di dover aprire la gabbia nella quale era stata compressa la loro sovranità popolare. Una decisiva richiesta di libertà e democrazia: la quale, però, sconfessando il vecchio sistema dei partiti, poteva anche aprire la strada a pulsioni antipolitiche. La seconda fu quella evocata dall’esplosione di una vera e propria «questione settentrionale». Le società del Nord pretendevano una più stretta relazione, di tipo federale, tra produzione delle risorse e gestione del potere di spesa. Si trattava anche in questo caso di una legittima rivendicazione di modernizzazione del sistema: che però, se non fosse stata gestita con equilibrio, rischiava di produrre i germi di una frattura dell’unità nazionale. E, come se non bastasse se ne produsse anche una terza…

Quale?
Quella messa in campo dalle iniziative della procura di Milano che, strumentalizzando le prime due spinte popolari, finì per incanalare il sacrosanto desiderio di punire la corruzione politica in un vero e proprio processo a cinquant’anni di democrazia, usando in modo unilateralmente mirato l’avviso di garanzia come strumento di eliminazione degli avversari politici. Ben presto l’alleanza tra parte della magistratura e dei media con la sinistra politica avrebbe prodotto una seria alterazione dell’equilibrio tra i poteri e dello Stato di diritto, aprendo la strada a un vera e propria crisi istituzionale. L’Italia di quegli anni aveva dunque di fronte a sé tre vie per governare la transizione: quella referendaria, quella federalista, quella giustizialista. Ma non si trattava di vie politicamente mature: sembrava piuttosto prevalere, lo ricordiamo tutti, un caos di progetti e di sperimentazioni. Ebbene Forza Italia nasce per dare forza storica alle prime due vie componendo, oltre il caos, un nuovo credibile equilibrio politico del Paese. E per impedire alla terza di dar corpo, attraverso il circuito procure-media-sinistra, a una deriva illiberale del sistema. La mia discesa in campo non contribuì dunque soltanto a fondare un partito ma a recuperare i filoni portanti della democrazia italiana distrutti da Tangentopoli e a dare uno sbocco democratico alle spinte della Lega e a favorire l’evoluzione della nuova destra, cose che verranno realizzate compiutamente qualche anno dopo, con la nascita della Casa delle libertà. Non credo sia poco. Continuino pure a dire che siamo di plastica: la verità è che abbiamo realizzato una grande operazione politica, restituendo identità a un mondo che era stato frantumato e offrendo chance istituzionali a giuste spinte innovative che potevano però anche diventare destabilizzanti.

Insomma, insieme continuità e innovazione…
Proprio così. Abbiamo evitato che il governo cadesse in maniera irreversibile nelle mani dei postcomunisti come pure un certo sistema di potere desiderava, abbiamo contribuito a superare lo storico ostracismo politico-culturale verso la destra, e abbiamo infine modificato l’antiquata idea di un centro politico immobile e conservatore. Non si tratta di una vera e propria svolta nella storia d’Italia? La nascita di Forza Italia ha segnato l’effettivo inizio della democrazia dell’alternanza. E, per rispondere ancor più compiutamente alla sua domanda, ricordo come, pur non nascendo da una precedente formazione politica e non muovendo da un compiuto sistema dottrinale, Forza Italia si è collocata nella grande area di consenso delle più affermate tradizioni politiche italiane: quella di ispirazione cattolica e quella di ispirazione laico-umanista, liberale, socialista, repubblicana; restituendo a questi filoni la forza e la dignità che rischiavano di perdere, inserendoli nel contempo in un cammino diverso dal precedente, adeguato alle nuove domande della società italiana. Non è un caso che dopo decenni nei quali il senso comune attribuiva alle forze di centro la bandiera della conservazione e alla sinistra quella dell’innovazione, le parti si siano completamente rovesciate. Oggi la bandiera dell’innovazione è saldamente nelle mani del centrodestra. Adornato lo ricorda: questa grande inversione di rotta è cominciata nel mondo sotto il segno di Reagan e della Thatcher. E oggi con Bush, con Aznar, con la nostra nuova Italia si sta definitivamente affermando come una svolta definitivamente acquisita. C’è un’unica eccezione: Tony Blair. Ma anche qui si può vedere come le sue opzioni politico-culturali trovino più ascolto nelle forze liberali e popolari che in una socialdemocrazia europea ancora ferma alle vecchie categorie della sinistra novecentesca…
La interrompo: molti pensano che il suo governo abbia finora dimenticato proprio la bandiera dell’innovazione...
Pensano male e i fatti dimostrano il contrario anche se la propaganda dei media, asserviti alla sinistra aiutata da una nostra debolezza comunicativa, ha molto battuto su questo tasto. Non voglio ora ripetere l’elenco record dei provvedimenti attuati in questa prima parte della legislatura che pure andrebbe molto meditato sopratutto dai nostri critici. Voglio invece proporre un altro ragionamento: la maggioranza e il governo, si sa, hanno dovuto affrontare una delle peggiori congiunture economiche del dopoguerra e una rischiosissima fase politica internazionale. Ebbene, per la prima volta, gli italiani non hanno dovuto metter mano alle tasche per pagare la stretta economica. Al contrario: persino l’ex ministro delle Finanze tedesco Theo Weigel, quello che non ci voleva nell’euro, ha dovuto riconoscere che «non si aspettava che l’Italia avrebbe fatto meglio della Germania e della Francia». Magari la nostra opposizione avesse la stessa onestà intellettuale! Ebbene, non è «innovazione» questa? È la prima volta che un governo, di fronte a una grave crisi economica, produttiva e dei consumi, non aumenta le tasse, anzi comincia a diminuirle senza per questo appesantire i conti pubblici ma, al contrario, riuscendo a classificarsi tra i Paesi più virtuosi quanto al rispetto del patto di stabilità. La verità è che la nostra più grande «innovazione» riguarda proprio la «filosofia di governo»: al contrario della sinistra noi non ci accontentiamo burocraticamente dell’ordinaria amministrazione, non «galleggiamo» sugli eventi: lavoriamo 24 ore su 24, interveniamo su ogni cosa, ci sforziamo di inventare soluzioni positive. Noi «proteggiamo» il Paese dalle difficoltà muovendoci anzitempo, non certificando l’inevitabile dopo che è accaduto e chiedendo ai cittadini di pagare dazio. La nostra è una filosofia di azione positiva e preventiva, finora eravamo abituati a governi che giocavano di rimessa.

Non è un po’azzardato sostenere che gli italiani non stiano pagando la crisi?
Ma io sto parlando della crisi economica mondiale esplosa nei dintorni dell’11 settembre. È su quella che noi siamo stati costretti a operare. Gli italiani stanno invece pagando l’avvento dell’euro, il cui impatto è certamente stato reso più acuto dalla cattiva congiuntura economica, ma che ha creato problemi per proprie autonome ragioni, perfino psicologiche. La moneta da un euro vale psicologicamente meno per chi compra e anche per chi vende in quanto moneta e non biglietto. Da questo punto di vista aveva e ha ragione chi propone di fare il biglietto da un euro di carta. Qualcuno sostiene che l’euro ha inciso sull’aumento dei prezzi solo in Italia. Mi permetto di dubitare. A ogni modo chiedo: quali previsioni in proposito avevano fatto i governi di centrosinistra e quali interventi avevano progettato? Nessuno. Ecco l’esempio di una filosofia di governo «passiva», che non si è preoccupata di prevedere per tempo gli eventi e di «proteggere» il Paese, affrontando il problema dell’euro prima che «esplodesse» avviando un confronto con le categorie interessate. A ogni modo il nostro impegno sarà quello di rimontare tale circostanza attraverso una chiamata alla corresponsabilità di tutti i settori economici e sociali coinvolti.

Lei ritiene che la cultura politica del centrodestra sia idonea ad affrontare questa fase difficile?.
Per guidare il passaggio dal vecchio al nuovo Welfare non si può fare affidamento né su vecchie concezioni stataliste né sulla quella filosofia «passiva» di governo cui la sinistra ci ha abituato. Non a caso i governi socialdemocratici faticano a reggere l’urto dei tempi nuovi ed è cresciuta invece nel mondo l’attenzione per l’esperienza di Aznar o cresce oggi per quella di Raffarin e per questa nostra nuova stagione italiana. Agli inizi degli anni Novanta qualcuno pensava che questo passaggio poteva essere gestito meglio dalla sinistra perché «geopoliticamente» più vicina al sindacato e dunque più capace di condizionarlo. Come si è visto è accaduto il contrario: i governi della sinistra hanno finito per essere paralizzati dai veti del sindacato. Noi stiamo invece dimostrando come si può procedere sulla strada dell’innovazione, senza per questo produrre insanabili lacerazioni sociali. Lo abbiamo fatto con il Patto per l’Italia e con la riforma del mercato del lavoro. Allo stesso modo ragioniamo per quella delle pensioni. L’intervento è ormai improcrastinabile ma noi affronteremo il problema e lo risolveremo con misure equilibrate e razionali con buona pace di chi ci ha dipinto come «liberisti selvaggi». Lo facciamo soprattutto con uno spirito: quello del patto tra generazioni. Un padre è disposto a rinunciare a qualcosa se questo servirà a spianare la via al figlio. So che qualcuno vorrebbe che noi fossimo ancora più radicali: ma noi dobbiamo far vincere l’innovazione senza creare disagi sociali. Altrimenti rischieremmo di far male, non di far bene.

Tremonti ha di recente lanciato l’allarme per la concorrenza cinese. La Casa delle libertà diventa protezionista?
Tremonti ha già chiarito di non aver mai pensato a dazi protezionisti. Ha solo richiamato l’attenzione, ed è stato tra i primi a farlo con forza, su un problema obiettivo che nessuno può permettersi di ignorare. Qualcuno sostiene che, in pratica, qualsiasi misura contraria a un assoluto liberismo sarebbe sbagliata perché «ci porterebbe indietro di decenni». Vedo in affermazioni del genere un certo dogmatismo progressista, pseudo-liberista, sulla base del quale una vecchia ricetta è necessariamente una cattiva ricetta. E chi lo dice? Affrontiamo i problemi per quel che sono. Di fronte a sistemi economici che pagano la manodopera un decimo rispetto all’Europa (per non parlare della scarsa trasparenza di regole commerciali e della diversità di regimi fiscali) dobbiamo far finta di niente? Sarebbe assurdo. Tant’è vero che molti Paesi, a cominciare dagli Usa, si pongono il problema. La Casa delle libertà non è mai stata né mai sarà protezionista. Ma questo non vuol dire che non dobbiamo tutelare gli italiani e la loro economia, il loro tenore di vita, le loro garanzie sociali. La sinistra predica la conservazione integrale del nostro Welfare e poi assume atteggiamenti psuedo-liberisti: noi dobbiamo invece razionalizzare il Welfare e regolare il libero scambio, senza rinunciare né all’uno né all’altro. Questo è riformismo, il resto sono fumisterie. Naturalmente questa linea d’azione andrà concordata a livello europeo e auspicabilmente inter-occidentale.

È chiara l’interpretazione che lei propone della categoria di innovazione riguardo alla sua filosofia di governo. Ma per ciò che attiene al palinsesto delle riforme già attuate secondo qualcuno il piatto piange...
Le cito tre grandi operazioni già messe in campo: la prima, ne ho già accennato, è la riforma del mercato del lavoro, la riforma Biagi, che modifica nel profondo il nostro sistema e darà più chance di lavoro a tutti. Una riforma che abbiamo attuato con l’accordo e la collaborazione di Cisl e Uil, segno appunto che quando il sindacato non assume posizioni partitiche, pregiudizialmente ostili al governo, da parte nostra trova sempre ascolto fattivo. La seconda è il concreto avvio delle grandi opere infrastrutturali. Abbiamo dovuto faticare per superare infiniti ostacoli burocratici ma con la legge-obiettivo siamo passati all’azione. Avremo tempi certi e costi ridotti. Erano decenni che l’Italia non realizzava nuove infrastrutture. Non è questa un’altra grande innovazione? La terza è la riforma della scuola. Anche qui, lavorando gradualmente così come le finanze ci consentono, abbiamo messo in cantiere un significativo progetto di innalzamento della qualità dell’istruzione programmando investimenti importanti. Il ministro Moratti, la cui azione sostengo a spada tratta, ha davvero a cuore il traguardo di una nuova competitività italiana nella ricerca e nell’istruzione, traguardo che completeremo in questa legislatura. Nello stesso tempo abbiamo cominciato a scrivere nero su bianco, usando la leva fiscale, quella parità tra scuole statali e private che era nel nostro programma. Ma non voglio ricordare solo le cose più discusse sui media. Voglio ricordare anche le cose più direttamente riferibili alla vita quotidiana delle persone. Ci si è accorti che la criminalità diminuisce e che le forze dell’ordine sono meglio organizzate e più vicine ai cittadini? Ci si è accorti che con la proposta della patente a punti gli incidenti sulle strade sono diminuiti? Ci si è accorti che, sia pure con molta fatica, stiamo provando a portare ordine in quella «macchina del calcio» che, abbandonata negli scorsi anni a se stessa, stava per fondere il motore? Insomma, ci prendiamo la briga di intervenire su tutto, non stiamo certo a scaldare le poltrone. E quest’autunno parte la «fase due» della modernizzazione italiana: con gli interventi sulla previdenza e con il pacchetto di riforme istituzionali che abbiamo predisposto. La novità dell’elezione diretta del premier e del governo deve portare conseguenze concrete. L’uomo che ha riscosso la fiducia dei cittadini deve disporre di poteri adeguati per vincolare la maggioranza parlamentare alla realizzazione degli impegni presi con gli elettori. Non c’è ragione perché l’Italia sia condannata ad avere un sistema di governo molto più debole di quello delle altre grandi democrazie. Alla fine della legislatura l’Italia sarà molto cambiata: e chiederemo di nuovo la fiducia degli italiani perché cinque anni non bastano a rimettere in piedi ciò che era stato per lungo tempo trascurato per incuria, per inettitudine, per arroganza della sinistra.
Nessun problema, dunque?
No, guardi, io non voglio dire che tutto va per il meglio ma noi italiani abbiamo la straordinaria predisposizione ad autoflagellarci, a considerarci inferiori agli altri, a sottovalutare le stesse nostre capacità e le cose che facciamo. Ecco, io vorrei riuscire a rendere il nostro Paese un po’ più ottimista, a credere più in se stesso. E allora è giusto che io difenda, basandomi su dati obiettivi e non su fantasie autoconsolatorie, ciò che di buono questo governo ha fatto e sta facendo. Ci sono, ovviamente, cose che non vanno ma io, stiano tranquilli i nostri elettori, le vedo e lavoro per cambiarle. Mettiamola così: nel primo tempo della nostra legislatura siamo stati costretti, da tanti eventi negativi e imprevedibili, a giocare in difesa. Nonostante questo la nostra squadra ha creato azioni importanti e segnato qualche gol. Ora comincia il secondo tempo nel quale dobbiamo passare all’attacco e vincere la partita con un grande scarto di reti.

Tra le cose che non vanno ci sono anche le divisioni all’interno della maggioranza che, prima dell’estate, hanno occupato la scena…
Ho già detto quel che penso in proposito. Ora prendo a prestito proprio un ragionamento di Adornato che sottoscrivo pienamente: «L’unità è un valore-chiave. È insieme l’ultimo e il primo. L’ultimo perché non può che discendere dagli altri, il primo perché senza di esso non si dà verità ad alcun progetto». Non tutti, sempre, mostrano di rendersene conto. Anche quando capita, come può legittimamente capitare, di dividersi, su punti che non mettano in discussione il patto di governo, bisogna saperlo fare con rispetto reciproco che renda evidente che si tratta di una circostanza minore e non del pretesto (magari cercato) di far prevalere l’identità della propria parte sull’identità dell’insieme. La Casa delle libertà deve essere come i moschettieri di Alessandro Dumas: abbiamo spade diverse ma combattiamo uno per tutti e tutti per uno. Ciascun partito della coalizione esprime peculiarità proprie. è un capitale da non disperdere perché le differenze di ciascuno arricchiscono tutti. Ma guai se questo ci facesse dimenticare che siamo stati eletti per una missione comune. Ecco un’altra grande innovazione: resistere alla forza centrifuga di un sistema elettorale che da una parte, con i collegi uninominali, ti invita all’unità e dall’altra con le liste proporzionali ti obbliga alla distinzione. Cambieremo questa legge elettorale: ma intanto le forze politiche devono, con la propria libera volontà, dimostrare di aver capito ciò che vogliono gli italiani dal bipolarismo: semplificazione della vita politica, unità delle coalizioni. Al di là di questo orizzonte c’è solo il fattore Ulivo: il prevalere di una rissosa logica di parte in ciascun membro della coalizione, logica che è stata ripetutamente bocciata dal popolo italiano. La Casa delle libertà non può rischiare e non rischierà di restare vittima di questa malattia. Anzi, essa deve diventare l’occasione per avvicinare ancora di più le diverse esperienze politiche per costruire un futuro di stabilità per tutta l’area dei moderati.

È un percorso che potrebbe preludere alla formazione di un grande partito del centrodestra?
Da pragmatico non intendo avventurarmi nella lettura del futuro. Mi limito a dire che, per il bene della coalizione, vanno accentuati e sottolineati i momenti di unità. Naturalmente non si può ignorare che due dei partiti della coalizione Forza Italia e Udc fanno già parte in Europa dello stesso partito popolare tanto che tra loro è già stata avanzata un’ipotesi di federazione e, inoltre, che lo stesso Ppe sta aprendo le sue porte a tutte le forze culturali e politiche alternative alla socialdemocrazia…

Anche dentro An, di recente, si è aperta una discussione che non esclude per il futuro un’adesione a un Ppe rinnovato…
Queste sono cose che ciascun partito deve decidere nella sua autonomia e sulle quali non voglio intervenire. Ripeto: io posso solo dire che considero la Casa delle libertà anche un grande laboratorio per il futuro… Nel presente dobbiamo consolidare al massimo la nostra alleanza sia sotto il profilo politico sia sotto quello culturale e strategico.

E il rapporto con la Lega?
Come ho già detto, nella Casa delle libertà la Lega ha finalmente trovato il luogo più adatto per esprimere in modo costituzionalmente legittimo, le proprie idee. Partecipando alla riforma costituzionale essa non solo centrerà l’obiettivo della devoluzione ma rafforzerà anche il proprio legame con le istituzioni nazionali. Per il resto, lo ripeto, ciascuno deve sentire la responsabilità del fatto che stiamo scrivendo insieme un capitolo nuovo della storia italiana e che le incomprensioni del passato hanno solo favorito la sinistra. Sono convinto che Bossi, che è un leader intelligente, sia pienamente consapevole di ciò.

Torniamo al cuore della nostra conversazione: la questione dell’identità di Forza Italia e della Casa delle libertà. Secondo alcuni commentatori voi rappresentereste l’antipolitica, una mai sopita vena italiana di populismo ribellistico…
Questa è davvero una favola. Ho già detto come la nascita di Forza Italia abbia reso possibile una grande operazione politica di contenimento delle spinte antipolitiche e di incanalamento della necessaria innovazione politica lungo la strada maestra della rappresentanza democratica. Questo è un dato incontestabile. Se si consulta un dizionario si nota che il populismo viene definito come l’atteggiamento di chi, convinto di dover difendere una presunta «purezza originaria» del popolo, pretende l’espulsione dal sistema politico dei suoi «nemici», ricorrendo a un «uso demagogico della piazza». Ebbene a me sembra, da quando sono in politica, di aver subìto atteggiamenti di questo tipo, di non averli promossi. Del resto basta riferirsi alle cronache degli ultimi tempi. Movimenti di piazza, anche minacciosamente radunati intorno a Camera e Senato, sono stati messi in campo dalla sinistra contro i presunti «nemici del popolo» e della presunta «purezza democratica», per condizionare il libero dibattito del Parlamento. Dove stanno dunque l’antipolitica e il populismo? Direi anzi che se, in Italia, la tradizione antiparlamentare è stata storicamente appannaggio della destra, oggi essa rischia di esser fatta propria alla sinistra. Ed è pericoloso che anche leader di provata esperienza si siano arresi ai girotondi, favorendo questo corto circuito.

Ma è lei l’eversore che giudica «sovietica» la nostra Costituzione, che la vuole stravolgere…
È vero il contrario! Tradisce lo spirito e la lettera della Costituzione chi considera un attentato modificarla. Se i Padri Costituenti, infatti, l’avessero concepita come un totem inviolabile non avrebbero certo previsto precisi meccanismi per la sua riformabilità. Respingo dunque al mittente queste critiche. La nostra Carta è un grande e solenne punto di riferimento per tutti noi. Ciò non toglie che alcune sue parti, anche per ciò che attiene ai principii, possano risentire del tempo in cui sono state scritte. Per quelle relative alle filosofie sociali e all’impresa, ad esempio, è certamente così. E non sono certo io il solo a dirlo. Il fatto è, come sostiene Ferdinando, che la sinistra italiana sembra davvero pietrificata, ferma a concetti, luoghi comuni, tabù, tic mentali, modi di dire, riti di un tempo che non c’è più. Sveglia, chi li ripete non si accorge che siamo ormai nel Ventunesimo secolo.

È solo pietrificata o è ancora ferma al comunismo? In altri termini: proprio perché siamo nel Ventunesimo secolo lei non indulge un po’ troppo all’anticomunismo?
Profitto dell’occasione per affrontare seriamente questo discorso. L’identità di Forza Italia è chiara: siamo una forza democratica e antitotalitaria, una forza di libertà dunque antifascista e anticomunista. Il fatto è che, per troppo tempo, la parola anticomunismo ha fatto fatica a entrare nel vocabolario condiviso della nazione. E ancora oggi essa non viene da tutti accettata come orizzonte comune della nostra democrazia. Perfino i partiti che hanno difeso la libertà italiana dalla massiccia presenza del comunismo, hanno finito poi per accettare che solo l’antifascismo restasse a fondamento ideologico «ufficiale» della Repubblica. Tale anomalia, presente solo in Italia tra tutti i Paesi occidentali, ha lontane radici storiche che lo stesso libro di Adornato ricorda con un’analisi che condivido e che faccio mia. Per il fatto di aver combattuto il nazismo assieme agli alleati, e di aver partecipato al tavolo dei vincitori, l’Unione Sovietica è stata da vaste correnti intellettuali e politiche europee emendata d’ufficio dal crimine di essere uno Stato totalitario. Analogamente, in Italia, la circostanza che i comunisti avessero partecipato alla Resistenza e sottoscritto la Costituzione ha fatto dimenticare una grande verità etico-politica che è stata riassunta non da me o da Adornato ma da Norberto Bobbio in questi termini: se è vero che ogni democratico è naturalmente un antifascista non è detto che ogni antifascista sia altrettanto naturalmente un democratico. Ebbene, questo equivoco ha inquinato per lungo tempo la cultura italiana e la stessa interpretazione della storia nazionale per la quale, giustamente da più parti, viene oggi invocata un’opera di revisione; soprattutto perché «l’ideologia dell’antifascismo» che su tale equivoco è stata costruita ha nascosto come l’intima costituzione di ogni democrazia liberale non possa che essere appunto antitotalitaria, ispirata all’intransigente rifiuto di ogni sistema oppressivo della libertà. Forse la sinistra non ha ancora tratto tutte le conseguenze dalla fine dell’epoca di Yalta che, lo ha messo bene in luce De Michelis nel suo recente libro, assegnava all’Europa e soprattutto ad alcuni Paesi europei tra cui l’Italia un ruolo intermedio, di cerniera tra mondo liberale e socialista. Ebbene, da questo punto di vista, io penso una cosa semplicissima sull’Italia di oggi: fino a che la sinistra non supererà ogni tabù nel dichiararsi insieme antifascista e anticomunista la sua evoluzione democratica resterà per forza di cose ambigua, indipendentemente dal signor Berlusconi…

Alcuni dirigenti della sinistra hanno già fatto professione di anticomunismo…
Con frasi a mezza bocca e mille retropensieri. Intendiamoci, io li capisco: per comporre un cartello elettorale competitivo hanno bisogno di un partito, per loro decisivo, che si chiama Rifondazione comunista, di un altro partito più piccolo che si chiama Comunisti italiani e, inoltre, una discreta parte dei Ds non condivide affatto l’approdo riformista. Come possono in queste condizioni dichiararsi anticomunisti? È allora anche vero, però, in base alle medesime considerazioni, che non mi si può rimproverare se li chiamo «comunisti». Li chiamo come molti di loro si chiamano e come molti altri considerano di essere. Neanche a me piace: ma purtroppo è ancora così. Non dimentichiamo poi che la sinistra italiana è ancora affetta dall’antica malattia della demonizzazione dei propri avversari politici, specie se di ostacolo al coronamento dei suoi appetiti di potere. Oggi tocca a me, come ieri è toccato alla Dc, ad Andreotti, a Craxi, e un giorno toccherà forse a qualcun altro.

Ma qual è la vera differenza fondamentale tra la vostra cultura e quella della sinistra? Come lei sa, c’è chi sostiene che non vi siano più tante differenze tra destra e sinistra...
Le categorie di destra e di sinistra sono un po’ datate, figlie delle divisioni del secolo scorso. Ma se dovessi indicare la differenza di fondo tra la cultura liberal-popolare e quella della sinistra pronuncerei una sola parola: libertà. Per noi la libertà è senza condizioni: è una verità in se stessa, non legittimata da alcuna tesi confessionale o ideologica che limiti l’interezza del suo spazio spirituale, civile, politico, economico, culturale. Nella nostra visione del mondo essa è tale se opera in ogni dimensione della vita umana. Se si fonda cioè sui diritti della persona umana cui il cristianesimo ha dato un fondamento eterno e il liberalismo un orizzonte politico. Da questo punto di vista, Forza Italia sente di avere profonde radici nella storia politica italiana: soprattutto in quell’antifascismo liberale che, promosso da culture diverse, si è poi unitariamente ritrovato nel pensiero di Benedetto Croce: «La libertà è per sé, più che il futuro ha l’eterno»; o in quello di Nicola Abbagnano: «La libertà è assoluta, incondizionata, non può subire limitazioni, non ha gradi». In questi stessi sentimenti si sono via via riconosciuti uomini come Sturzo, Giovanni Amendola, Turati, Matteotti, Salvemini, Rosselli. Fu dinanzi alla drammatica tenaglia tra fascismo e comunismo che si accese in Europa la fiaccola della libertà. E questa fiaccola fu determinante non solo durante la resistenza al fascismo ma anche dopo la guerra: nella resistenza al comunismo guidata da De Gasperi, Einaudi, Saragat, Pacciardi che tra il ’43 e il ’48 portarono l’Italia dal disastro alla democrazia e nel ’49 la condussero nella comunità delle nazioni democratiche occidentali.

Cosa vuole dire con questo, che la sinistra non crede nella libertà?
Certamente esiste una parte della sinistra che, soprattutto in Italia, ha mantenuto una mentalità illiberale. Così come esiste una sinistra mondiale - penso ad alcune frange no-global - che ha ereditato l’odio per il mercato e per il capitalismo proprio delle ideologie totalitarie. Ma io, con la risposta che le ho dato, volevo dire un’altra cosa. Una cosa che, tra l’altro, mi sembra costituire il cuore del lavoro di Adornato da cui abbiamo preso le mosse. La libertà in cui crede il mondo liberal-popolare parte da una fondamentale filosofia politica: la centralità della persona. Ritiene cioè che il motore della storia sia il singolo essere umano. Questo primato assegnato all’essere umano e alla sua libertà costituisce un motivo di intima profonda vicinanza, se non di identità, tra pensiero cristiano e pensiero liberale. Ebbene, non per tutti è stato così nella storia. E non per tutti ancora oggi è così. Ideologie diverse da questa hanno voluto, di volta in volta, proporre all’umanità altre «centralità»: ad esempio quella della Classe voluta dal marxismo-leninismo o quella della Razza predicata dal nazismo. Si è trattato di ideologie che hanno generato inauditi crimini contro l’umanità. Ma esistono anche ideologie che, pur senza tracimare nel crimine e dunque rispettando le libertà formali e la democrazia, propongono «centralità» diverse da quella della persona: per esempio la centralità dello Stato, la priorità dello Stato sull’uomo, corrente diffusissima da molti secoli, o pensiero ecologista più recente, la centralità della Natura. Ebbene, il grosso della cultura della sinistra europea di oggi si fonda proprio su un mix rosso-verde ispirato a queste due ultime «centralità»: Stato e Natura. Non c’è bisogno che io chiarisca come la libertà fondata sul primato dell’uomo, la nostra, e la libertà fondata sul primato dello Stato o della natura, la loro, siano due libertà assolutamente diverse. La nostra, come ho detto, è un’idea di libertà dell’uomo senza condizioni, la loro è sottoposta alle condizioni di entità superiori, c’è sempre un «collettivo» che prevale sulla «persona». Ma vorrei aggiungere una cosa…

Che cosa?
Adornato lo ricorda: il concetto di Occidente è nato proprio facendo riferimento alla centralità della persona…

Quindi…
Quindi non è un caso che una parte della sinistra e anche una parte della destra europee, che non credono nel primato dell’uomo, siano spesso indotte a trovarsi su posizioni anti-occidentali, travisando alle volte lo stesso concetto di Occidente e comunque negando che esso coinvolga, in un comune sistema di valori, Europa e Stati Uniti che, invece, nascono dalla stessa matrice culturale.

Adornato sostiene che si tratta di un lungo e travagliato sentiero che, muovendo dall’insegnamento di Cristo e di Socrate, attraversa la rivoluzione umanista di San Tommaso aprendo così la strada al Rinascimento, ai secoli delle grandi scoperte scientifiche e geografiche e a quelli della rivoluzione industriale, per approdare alla filosofia pubblica moderna di cui Locke, Tocqueville e Constant sono stati i principali interpreti…
È una ricostruzione suggestiva che lascio agli uomini di cultura giudicare. Quel che di questa ricostruzione a me preme mettere in evidenza è che questo filo storico-culturale, che è il fondamento dell’identità europea, è stato aggredito dalle ideologie del Novecento che hanno annichilito ogni politica e ogni cultura umanista, decretando la morte di Dio e gettando la stessa idea d’Europa nel baratro del disumano. Perciò, all’inizio del Ventunesimo secolo, se l’Europa vuole garantirsi un futuro politico e spirituale ha il dovere di riaffermare solennemente il fondamento più profondo della sua identità: quell’umanesimo cristiano e laico che ha costruito, e reso grande e ammirata nel mondo, la sua immensa civiltà. Ecco perché abbiamo insistito perché questi concetti fossero inseriti nella nuova Carta costituzionale europea. Noi siamo europeisti non solo perché lavoriamo attivamente alla costruzione di un’Unione protagonista della politica mondiale ma soprattutto perché ci impegniamo a ricostruirne l’identità lungo le linee-guida della sua grande tradizione: appunto, quel sentiero storico che si chiama Occidente.
Dunque la sua amicizia con l’America non è un fatto contingente, legato alla politica di Bush.
Tra George W. Bush e me c’è una sintonia personale e politica particolare. Ma il mio governo si muove lungo la più tradizionale strada della politica estera della nostra democrazia che è l’alleanza atlantica. Semmai si può dire che, se prima esisteva con Washington solo un fortissimo legame politico, oggi questo legame si consolida anche dal punto di vista culturale perché noi, appunto, assegniamo grande valore al concetto di Occidente, come espressione della civiltà liberale e cristiana. Vediamo nella rivoluzione americana l’evento-chiave della filosofia pubblica liberale che ci contrappone alla rivoluzione giacobina di Parigi. Il nostro «occidentalismo» non riposa, dunque, su ciò che certa sinistra crede sia l’Occidente: e cioè soltanto un aggressivo complesso militare-industriale. Occidente è per noi quella tavola di valori che, come ho detto, fonda l’ordine naturale della vita sull’autonomia del soggetto, sulla libertà della persona e sulla pari dignità della donna. Ebbene, nonostante l’Europa abbia negli ultimi secoli rischiato a più riprese di allontanarsi da questa tavola di valori, non c’è dubbio che la sua identità sia nata dalla stessa culla teorica che ha generato gli Stati Uniti. Perciò è errato affermare che gli Occidenti siano due, quello europeo e quello americano. L’Occidente è uno: perciò gli Stati Uniti sono intervenuti in Europa due volte, la prima per difendere la libertà del mondo, la seconda per impegnarsi nella costruzione di un ordine internazionale fondato sulla pace e sulla democrazia. La comunità atlantica è stata il fondamento della comunità europea. Adenauer, Schumann, De Gasperi ebbero chiara l’idea che Europa e Stati Uniti potessero tornare a costituire un’unità di civiltà e che questa civiltà fosse la sola a poter salvare il mondo dalla tirannia e avviarlo sulla via del progresso economico e civile. L’unità dell’Occidente si consolidò poi con la guerra fredda, quando Stati Uniti ed Europa occidentale si esposero al rischio della distruzione nucleare pur di non permettere che le truppe sovietiche varcassero il confine dell’Elba e dell’Adriatico. Le nazioni europee, lacerate dalle guerre del Novecento, ritrovarono così assieme agli Stati Uniti l’antica comune civiltà.

E oggi?
Oggi è la stessa cosa. Un eventuale isolazionismo americano rispetto all’Europa sarebbe un incomprensibile errore storico. E un eventuale isolazionismo europeo rispetto a Washington segnerebbe l’inizio di un’autentica debacle politica, economica e culturale del nostro continente. In ogni caso determinerebbe una grave frattura all’interno di ciò che chiamiamo Occidente con gravi ripercussioni sull’intera storia del pianeta. Europa e Stati Uniti sono legate dallo stesso destino. Del resto, come l’11 settembre ha dimostrato, se la guerra fredda è finita, si è aperta un’altra severa minaccia per il mondo cui dobbiamo far fronte insieme.

Ma qual è esattamente la sua «visione storica» dell’Europa?
L’Unione europea deve diventare un soggetto politico unitario, protagonista di primo piano della scena mondiale. Raggiunto l’obiettivo della moneta unica e della riunificazione politica tra Ovest e Est, si può far più vicino il sogno di un continente unito dall’Atlantico agli Urali che sappia ricomprendere nei suoi confini la Russia e che si presenti come un’affidabile sponda di dialogo verso quei Paesi del mondo islamico che vogliono incamminarsi lungo la via della democrazia. Già oggi, come si sa, stiamo lavorando all’interno di questo scenario. Lavoriamo per fare in modo che l’Europa possa parlare al mondo attraverso una sola autorevole voce politica e possa dotarsi di una propria autonoma politica di difesa e di sicurezza, anche con la costituzione di un proprio esercito. Tale autonomia, però, non può essere in alcun modo vista come lo strumento per tornare a un ordine mondiale basato su un «bipolarismo antagonista» nei confronti degli Stati Uniti con l’Europa chiamata, sia pure con forme e contenuti diversi, a sostituire la vecchia Urss; bensì come la leva, in partnership con gli Usa, per poter assumere autonome responsabilità politiche e militari rispetto alla sicurezza del mondo cui finora l’Europa non è stata in grado di attendere, sempre facendo conto sulla forza di Washington. Anche a questo fine non ci sembra utile immaginare nazioni-guida dell’Unione, quasi a formare un ristretto club di privilegiati. Ritengo che l’Italia debba esaltare in ogni circostanza la propria storica vocazione a essere un permanente «ponte» di dialogo tra le civiltà e fattore attivo di soluzione delle controversie. Lavoriamo per unire, non per dividere i popoli e gli Stati d’Europa. Lavoriamo per unire, non per dividere l’Europa dagli Stati Uniti. La nostra generazione deve saper andare oltre Yalta. E mi dispiace davvero osservare come la sinistra, per pure ragioni strumentali, non riconosca come, con l’azione del mio governo, l’Italia abbia riconquistato un ruolo internazionale di primo piano. I suoi leader non hanno voluto riconoscerlo neanche quando, soprattutto grazie al nostro impegno, è stato sottoscritto a Pratica di mare la storica svolta tra la Russia e la Nato. La loro acrimonia per questo governo rischia di condurli lungo una strada antitaliana e alla fine antieuropea.

Cosa significa che bisogna andare «oltre Yalta»?
Non certo tornare indietro, magari agli anni Trenta del secolo scorso, quando il prevalere di sentimenti antiamericani, anticapitalisti e antigiudaici portò l’Europa verso il disastro. Andare oltre Yalta significa costruire le regole di un nuovo equilibrio mondiale democratico capace di governare un pianeta che dopo il 1989 è mutato nei suoi assetti di fondo. Un tempo il confronto era tra democrazia e totalitarismo, oggi esso si snoda lungo la difesa o la negazione dei valori fondativi dell’Occidente e chiama a un nuovo dialogo con il mondo islamico al quale si chiede di battersi con noi contro il fondamentalismo terrorista e di mostrarsi capace di una storica evoluzione verso il sistema democratico. Il nuovo equilibrio mondiale richiede che le nazioni libere del pianeta si ritrovino in una comune carta di principi e di valori. L’obiettivo deve essere duplice: in primo luogo muoversi in sintonia entro tutte quelle organizzazioni internazionali che, a cominciare dall’Onu, si rivelano indispensabili per il dialogo tra tutti i popoli del mondo. In secondo luogo cercare nuove opzioni etico-politiche comuni delle democrazie che l’Onu, per sua natura, non può rappresentare. La nuova fase mondiale apertasi con l’11 settembre pretende, infatti, una comune assunzione di responsabilità di tutte le democrazie del pianeta nella guerra al terrorismo. Anche il recente passato ci ha del resto mostrato come concetti finora sconosciuti al diritto internazionale come quello di «ingerenza umanitaria» possono rivelarsi decisivi nel mondo di oggi per tutelare la vita, la libertà e la dignità degli esseri umani. Occorre allora una nuova comune definizione dei valori e delle strategie che devono guidare le democrazie in questa nuova emergenza storica. Anche ricorrendo quando ogni altra azione diplomatica si riveli inutile, e dopo aver fatto della pazienza la propria estrema virtù, all’uso della forza. Rinunciare infatti a un diritto di resistenza, a un intervento umanitario, alla prevenzione del terrorismo come di ogni altro atto di concreta minaccia della sicurezza, può significare mettere a repentaglio proprio la pace e la libertà. Durante la guerra fredda il mondo era obbligato, dal ricatto atomico, a chiudere gli occhi di fronte ai tiranni e alle violazioni della libertà. Oggi, finalmente, quegli occhi possiamo e dobbiamo tenerli aperti.

In fondo, tutto quello che lei dice richiama quel famoso concetto che le fu tanto contestato della «superiorità dell’Occidente»…
Ho visto che Adornato giustamente segnala l’esigenza di combattere un’aperta battaglia culturale contro quello che viene chiamato «relativismo culturale» e cioè la filosofia che considera le differenti civiltà, culture e costumi morali sullo stesso piano di valore, arrivando in casi estremi a sostenere, ad esempio, che pratiche come l’infibulazione dovrebbero anche da noi essere giudicate legittime solo perché corrispondenti a una determinata mentalità diversa dalla nostra. Ebbene, in queste concezioni non c’è solo l’insorgere di un pericoloso regresso civile ma anche un concreto pericolo politico. Lungo questa via, infatti, si può anche arrivare a considerare «trascurabile» la differenza di valore tra gli Stati democratici e quelli totalitari. In fondo, anche questi ultimi si fondano soltanto su culture diverse dalle nostre! Così ragionando si arriva a contraddire l’idea stessa che la democrazia e la libertà siano valori universali, fondativi della convivenza umana. Mi rivolgo allora a coloro che sostengono questa tesi: voi ritenete ancora che libertà e democrazia siano valori universali? Perché, c’è poco da fare: se un valore è universale vuol dire che è «superiore» a tutti gli altri. Io non penso che esistano civiltà «antropologicamente» migliori di altre, che gli occidentali siano antropologicamente superiori, ci mancherebbe altro! Ritengo però, e lo ribadisco, che il sistema democratico-liberale sia senz’altro superiore a qualsiasi altro attuale modello politico e che la libertà dell’uomo sia un valore universale. Non ne consegue certo che la democrazia debba essere imposta con le armi: ma certamente sentiamo come un dovere batterci, con ogni mezzo politico e culturale, perché essa un giorno trionfi in tutto il mondo. E la rotta della libertà sia infine seguita da tutte le civiltà del pianeta.

La globalizzazione della libertà e della democrazia…
Sì, e anche dello sviluppo e del benessere. Perché solo la libertà e la democrazia producono sviluppo e benessere. Contrapponendoci al pacifismo assoluto e unilaterale abbiamo giustamente detto che «non c’è pace senza libertà». Ma è altrettanto vero che «non c’è pace senza sviluppo». Ricordo le parole di Paolo VI: «Lo sviluppo è il nuovo nome della pace». Per noi la lotta per ridurre le diseguaglianze economiche tra i Paesi ricchi e i Paesi poveri del pianeta non è solo doverosa dal punto di vista etico e sociale: essa è anche la più grande chance di aprire una nuova era di benessere e di sicurezza per tutti. Sicurezza e sviluppo sono concetti siamesi. E più debole la sicurezza di ciascuno senza lo sviluppo di tutti, ma non è possibile lo sviluppo di tutti, specie delle economie più arretrate, senza la difesa della sicurezza globale. Per questi stessi motivi è sterile la discussione, pur assai diffusa, se essere a favore o contro la globalizzazione. La storia dell’umanità è un ininterrotto percorso di globalizzazione, una continua espansione dei commerci, della comunicazione, dell’interdipendenza tra i popoli del pianeta: ebbene questo sentiero ha sempre prodotto un costante incremento del benessere per tutti. Ciò è stato particolarmente vero per gli ultimi due secoli, ed è ancora più vero ai nostri giorni. Non la redistribuzione della ricchezza, ma la sua crescita è da sempre alla base del superamento delle soglie di povertà. Il che non significa che non occorra prevedere un governo della globalizzazione orientato alla solidarietà e alla sussidiarietà: ma vuol dire che ancor più decisivo, per le aree arretrate, è studiare nuovi investimenti per implementare la produzione di ricchezza. Se invece la globalizzazione viene considerata un nuovo Moloch distruttivo, espressione impalpabile di un moderno Impero, neanche la solidarietà potrà mai essere operativa perché il suo dispiegarsi implica comunque l’accettazione dell’interdipendenza. Le uniche vere politiche no-global sono, infatti, il protezionismo e l’autarchia che non consentono alcuna solidarietà. Globalizzazione e libertà devono invece procedere di pari passo. Anche i no-global dovrebbero capire che esiste una profonda incompatibilità tra dittatura e globalizzazione. E, tra le due, solo la seconda, garantendo la più totale diffusione di ogni conoscenza umana, può aiutare a liberare l’umanità dall’oppressione e dal bisogno.

Ci sono accenti fortemente cristiani nel suo ragionamento…
Non è certo un segreto il fatto che io abbia ricevuto una solida educazione cattolica, come del resto la grande maggioranza degli italiani: in fondo si deve proprio a questa ispirazione gran parte del tradizionale «buon senso» del nostro popolo. Ma sui concetti di laico e di cattolico condivido, se possibile in modo ancora più convinto, le osservazioni di Adornato. Fin dal titolo scelto per il suo lavoro La nuova strada. Effettivamente è una nuova storia politica e culturale quella avviata da noi in Italia. Finora il nostro sistema politico aveva seguito orizzonti diversi. Intendiamoci: la Dc è certo stata qualcosa di diverso da un partito confessionale. La sua funzione storica fu essenzialmente quella di un grande partito nazionale garante dell’ordinato e libero progresso di tutto il popolo nella democrazia e nel benessere. È però innegabile che la sua vicenda politica sia stata costretta nella cornice di un’amara separazione culturale tra laici e cattolici. Questi due mondi hanno a più riprese collaborato al governo del Paese e anche proficuamente; lo hanno fatto attraverso ripetuti compromessi politici, anche di grande importanza, senza mai raggiungere la condivisione di una comune etica pubblica. Tanto che in Italia, unico Paese al mondo, i concetti di laico e di cattolico sono da sempre letti come espressione di opposte identità politiche. Quest’anomalia tutta italiana di governi composti da forze antagoniste sul piano dei valori è stata determinata da molteplici fattori storici (primo fra tutti il fattore K) ma certamente è stata favorita dall’oscuramento del cattolicesimo liberale da parte del cosiddetto «cattolicesimo democratico» che trovava più strette parentele nelle filosofie marxiste e gramsciane che in quelle del liberalismo. La nuova storia intrapresa da Forza Italia e dalla Casa delle libertà si colloca invece in continuità con quelle tradizioni occidentali nelle quali il liberalismo politico e sociale è stato culla di collaborazione non solo politica, ma anche etica, tra laici e cattolici. Ci si interroga sulla nostra identità? La risposta è che stiamo abbiamo costruito un soggetto politico inedito per la storia d’Italia. Un soggetto che fonda e salda insieme tre grandi aree politico-culturali: quella del cattolicesimo liberale e popolare, quella dell’umanesimo laico, liberale e repubblicano, quella del liberal-socialismo.

E qual è il collante etico di questa nuova storia comune di laici e cattolici liberali?
Quello di cui abbiamo parlato finora: considerare la persona, non lo Stato o le classi, come il motore e l’orizzonte della storia e dell’azione politica. È questa la filosofia comune all’umanesimo cristiano e a quello laico che, nella nostra esperienza, si configurano come un unico universo etico-politico. Ci sono ex-democristiani, ex-socialisti, ex-liberali, ex-repubblicani tra le nostre file. A tutti offriamo una prospettiva che è quella di non smarrire le loro tradizioni, ma senza sentirsi più ex: abbracciando piuttosto un nuovo sentiero comune, appunto una nuova strada. Si tratta di una strada che può lasciarsi alle spalle quell’antica contrapposizione «laici-cattolici» e che, fin dall’Unità d’Italia, pesa sulla nostra vita pubblica. È una via, infatti, che ribadendo il grande valore della laicità dello Stato si colloca in opposizione sia al confessionalismo politico che al laicismo indifferentista o, peggio, nichilista.

E che cosa ne viene fuori?
La difesa della laicità dello Stato attraverso l’affermazione di un liberalismo positivo. Un liberalismo non visto, cioè, solo come un insieme di procedure slegate da qualsivoglia riferimento etico. Soprattutto in tempi segnati da un enorme sviluppo tecnologico che ci porta ai confini della «creazione artificiale», il progresso non può essere interpretato soltanto come il cammino di un’illimitata espansione dei diritti individuali (come un certo laicismo vuole) ma anche come la necessaria difesa del bene comune e della coesione civile. Sosteniamo con forza, come uno dei capisaldi di una società aperta, la libertà della ricerca. Nello stesso tempo riteniamo indispensabile la valutazione della politica democratica in ordine alle applicazioni sociali delle sue conquiste. Ne consegue che Forza Italia combatte ogni posizione ideologica che vede nella tecnologia e nelle molteplici innovazioni che essa produce una realtà negativa e anti-umana. La società tecnologica non è un superamento dell’uomo, semmai rappresenta un ampliamento delle sue potenzialità. I media, Internet, la televisione, le sempre più creative acquisizioni della ricerca, sono l’esempio lampante di come la tecnologia contribuisca alla dilatazione della libertà umana, sviluppando un modello di società basato sulla comunicazione diffusa e sul continuo miglioramento delle condizioni di vita. La ricerca e la tecnologia sono dunque, in sé, veicoli di libertà. C’è un problema però: ed esso sta nel loro uso e nella loro finalizzazione sociale. Su questo le nostre democrazie devono porre grande attenzione. Come sempre nella storia del mondo il rischio per l’uomo non viene mai dallo sviluppo, può venire piuttosto dall’uso che di esso si decide di fare. In sé la modernità, infatti, non è né buona né cattiva; cattivo o buono può essere solo il suo «governo», l’applicazione sociale che l’uomo decide di fare delle sue stesse conquiste. Per noi il progresso consiste nell’equilibrio che una società deve continuamente preservare tra passato e futuro, tra tradizione e innovazione, tra la soddisfazione dei bisogni individuali, anche tramite l’evoluzione scientifica, e la tenuta della coesione civile. Siamo agli antipodi rispetto alla sinistra...

Perché agli antipodi?
Perché, come abbiamo ribadito più volte, la sinistra è statalista in economia e liberista nell’etica pubblica. Pensa a un mercato iper-controllato ma poi vuole che all’individuo sia concessa ogni sorta di licenza. Noi ci sentiamo, viceversa, liberali sia nell’economia che nell’etica. In nessuno dei due casi la nostra filosofia è quella del «lasciar fare»: ma quella di trovare, di volta in volta, il punto di equilibrio più convincente tra le legittime aspirazioni dell’individuo e l’ordinato evolversi della società.

In conclusione: come definirebbe in due parole l’identità di Forza Italia?
Nel modo in cui la definisce la nostra «Carta dei valori»: non si adatta per noi la definizione di partito di centrodestra. Cito: «... Siamo piuttosto un nuovo partito di centro, liberal-popolare e liberal-socialista; alleato con la destra moderata e aperto alla cultura della sinistra riformista». Ma questa è solo una definizione politica che non è sufficiente a descriverci….

In che senso?
Nel senso che nella nostra «Carta di valori» c’è molto di più. Ci sono i sentimenti di quell’arco di forze politiche, culturali, sociali che, in tutti i tempi, hanno proposto agli uomini di far propria la logica del pensiero positivo. Ogni critica globale del reale ha sempre condotto gli esseri umani in un vicolo cieco. L’ottimismo delle azioni positive, invece, è sempre stata la bandiera dei pionieri, degli innovatori, di tutti coloro che nella storia hanno usato la loro creatività per migliorare il mondo. «Piuttosto che maledire il buio è meglio accendere una candela», diceva un grande poeta cinese. È questa la nostra filosofia. E sentiamo come un irrinunciabile dovere proporla ai più giovani, soprattutto in tempi attraversati del disincanto e del cinismo che li invitano a non credere in nulla, a considerare l’esistenza come un involucro privo di senso, inseguendo magari qualche anestesia per lenire la fatica di vivere. Questa cultura del nulla, anche quando si presenta con il marchio del nuovo e dell’anticonformismo, è in realtà il colpo di coda che il mondo delle ideologie ancora esercita sull’umanità: se non hai creduto in noi, non credere più in nulla. Nella nostra visione del mondo la vita è invece un dono da scoprire con pazienza. è un’avventura straordinaria da rendere più ricca attraverso la libertà, l’amore, l’intelligenza, l’arte, attraverso ogni tipo d’impresa, che consenta a ciascuno di realizzare il proprio personale miracolo. È la creatività umana il valore dei valori. L’uomo creativo, l’uomo che crede in se stesso e negli altri, sarà in grado di sostenere le prove dell’esistenza così come sarà capace di trasformare la gioia e la ricchezza in traguardi non soltanto privati. Non nasciamo uguali, ma nasciamo liberi: e ciascuno di noi può scegliere quale atteggiamento tenere nei confronti della vita, positivo o negativo. Il nostro universo di valori propone il rovesciamento di alcuni consolidati luoghi comuni. Forse anche per questo siamo così attaccati dalle vecchie centrali culturali…

Cosa intende dire esattamente?
Nella vecchia ideologia italiana il merito è categoria sconosciuta. Chi è vittima di un insuccesso è tenuto a distanza, con falso pietismo. Chi eccelle, invece, è spesso guardato con malcelata invidia. Capita raramente che si sia disposti ad ammettere che qualcuno, con il proprio talento, abbia meritato qualcosa. Perciò Forza Italia ha sostenuto e sostiene la Creatività contro il Pansindacalismo, la Meritocrazia in luogo della Mediocrità, il Coraggio contro il Conformismo: per contribuire a costruire e diffondere nel mondo un’altra immagine del nostro essere italiani, una nuova fiducia nelle qualità e nei talenti della nostra gente.

Sarebbe anche un altro modo di intendere il ruolo della cultura…
Il rapporto di militanza organica tra cultura e politica è un residuo d’altri tempi che ha più spesso creato «signori dell’odio» e «professionisti della menzogna», come li chiamo io, pittosto che uomini spiritualmente elevati. Noi non chiediamo agli intellettuali o agli artisti fedeltà a questo a quel partito: chiediamo fedeltà al valore della creatività. Questo valore non va messo al servizio di una parte, ma al servizio del progresso della nazione e della fede nella libertà. È questa la rotta che indichiamo a tutti gli italiani.
 

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