LIBERAL BIMESTRALE di Renzo Foa Liberal n. 29 - Aprile - Maggio 2005
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Tra i difetti della cultura politica italiana c’è il metodo di affidare ad alcune parole virtù assolute e positive. «Discontinuità» è una di queste parole. Viene caricata di un significato terapeutico, aiuta a nascondere la difficoltà di essere precisi nell’indicare priorità e scelte ed enfatizza, di fronte all’opinione pubblica, un cambiamento. Non c’è quindi da stupirsi del fatto che questa parola sia subito risuonata all’interno della Casa delle libertà, nel momento in cui si è capito che il risultato delle elezioni regionali ha segnalato una forte spinta all’alternanza e ha mostrato lo scenario di un ritorno del centrosinistra alla guida del Paese. Non c’è da stupirsi per almeno tre ragioni. In primo luogo perché l’alleanza di centrodestra si è trovata di fronte a un fenomeno per lei inedito, cioè la crisi del suo rapporto con l’opinione pubblica dopo quattro anni di governo, fenomeno che può essere letto in diversi modi, ma che segnala comunque la conclusione di un ciclo. Non c’è da stupirsi, in secondo luogo, perché questa crisi ha investito direttamente la figura del leader, del socio fondatore e azionista di maggioranza, ponendo - in modo prematuro - il problema della sua eredità politica. E, in terzo luogo perché si è visto che non si è mai ricomposta la vecchia frattura, che risale all’origine stessa del centrodestra, fra l’asse Berlusconi-Bossi e l’asse Fini-Casini-Follini: frattura che si sviluppa su un arco vastissimo di temi, dalle visioni strategiche alla contraddizione tra gli interessi sociali rappresentati, fino al «fattore generazionale» che nella storia dei partiti e delle coalizioni assume spesso una carica dirompente. Si è quindi aperta una partita che - dalla richiesta a Silvio Berlusconi di compiere «il passo indietro» fino alla via d’uscita individuata nelle elezioni anticipate - non ha riguardato solo passaggi tattici, ma ha investito l’intera prospettiva della Casa delle libertà e, nello stesso tempo, del sistema bipolare. Sottolineare il concetto di discontinuità, se può avere dei vantaggi per chi lo fa, implica però un rischio: quello di sommergere con un giudizio sommario tutto ciò che invece rappresenta il suo opposto, cioè la continuità. In questo caso è giusto, è utile compiere il tentativo di azzerare un’esperienza? Qui c’è un altro difetto della cultura politica italiana, in particolare dell’ultimo quindicennio. Consiste nel procedere per strappi. Una sequenza di strappi portò alla crisi del vecchio sistema dei partiti, che - sul piano storico la discussione resta aperta - avrebbe potuto rinnovarsi ma che invece si esaurì, ormai disarmato e privo di forze, sotto i colpi del «nuovismo» e della magistratura. E una sequenza di strappi ha segnato anche la stagione del bipolarismo (basta ricordare quello della Lega nel ’94, quello con cui venne affondato Romano Prodi nel ’98, quello tentato dopo il 2001 a sinistra con la ventata girotondina e neo-giustizialista).
In questo passaggio politico, uno strappo rispetto alla storia del centrodestra costruito da Berlusconi comporta una serie di pericoli. Il primo, il più evidente, è quello di svuotare alcune acquisizioni del decennio. Angelo Panebianco ha parlato del merito (di Berlusconi) di aver costruito «un’ideologia spendibile contro la sinistra» e contro «il moralistico piagnisteo anti-mercato». Nel ripensare al passato, si può davvero vedere nel 1994 l’apertura di un varco attraverso il quale è passata una cultura che il tempo ha via via reso fortemente competitiva. Non si è trattato di una piccola scossa. Chi ha ridotto il «berlusconismo» al semplice uso del potere mediatico o chi l’ha scambiato per un forma di neo-populismo latino, non si è accorto - o ha fatto finta di non accorgersi - che per la prima volta in Italia, nel cuore dell’Europa latino-mediterranea, veniva proposto un percorso segnato da valori diversi da quelli della pervasività dell’intervento pubblico, inteso come modello assoluto di società. Se sul piano dell’azione di governo si è trattato di tentativi, spesso incompiuti, di liberalismo, sul piano politico-culturale c’è stato molto di più: hanno messo radici quelle idee che hanno chiuso il Novecento. Queste idee, nella loro traduzione italiana, stentano a trovare una precisa definizione - neo-liberali? popolari? dell’innovazione? - ma ci sono e probabilmente pesano più di quanto non dica la loro rappresentanza politica, che resta comunque minoritaria. L’altro merito di Berlusconi è stato quello di essere riuscito a seguire una rotta importante, nuova nella storia italiana, sulle grandi scelte che riguardano la risposta al terrorismo internazionale e la costruzione di un ordine mondiale fondato sulla globalizzazione della libertà. Senza queste due opzioni che hanno preso corpo soprattutto dopo il 2001 - ecco il secondo pericolo - lo stesso bipolarismo italiano sarebbe stato privato della sua sostanza, cioè della competizione fra due visioni ideologiche e fra due programmi. Cosa avrebbe distinto, cosa distinguerebbe e cosa distinguerà destra e sinistra, se la discontinuità dovesse finire con il cancellare il percorso compiuto prima dal Polo e poi dalla Casa delle libertà? È questa una domanda che prescinde sia dagli assetti del sistema politico, dalla debolezza del bipolarismo e dalle spinte a superarlo, sia dai cicli dei due schieramenti i quali hanno vissuto e consumato con grande rapidità fasi di forza e di espansione e, in modo inatteso, hanno superato strettoie impervie in cui sembravano destinati al dissolvimento. È piuttosto la domanda che definisce l’alternativa di fronte alla quale si trovano tutte le società occidentali e che è sottolineata in modo particolare nel triangolo dell’incertezza europea, rappresentato da Germania, Francia e Italia.
Chi, nella Casa delle libertà e nel centrosinistra, considera ormai esaurito il ciclo a cui Berlusconi ha dato la sua impronta commette l’errore di ridurre il conflitto politico e culturale aperto in Italia e lo stesso bipolarismo al frutto abnorme di una serie di «variabili indipendenti», a cominciare dallo stesso ruolo di Berlusconi vissuto, spesso anche dai suoi alleati, come un’anomalia. In parte lo è stato e lo è, anche per l’immagine che ha dato di se stesso, per il corpo a corpo con la Procura di Milano, per un linguaggio lontano da quello di una lunga e consolidata tradizione italiana, per il leaderismo trasformato per la prima volta nella storia repubblicana in un metodo, per la scelta compiuta di non usare Forza Italia come un partito, cioè come uno strumento di mediazione con gli interessi che la società esprime. Ma non è stato e non è un’anomalia né per le visioni di cui si fa carico né per quelle azioni di governo che hanno cominciato a introdurre elementi di liberalismo in un Paese bloccato ed educato, in ogni sua componente sociale, ad affidarsi alle tutele del welfare. E poi quando si parla di crisi del berlusconismo, cosa s’intende? Crisi di una leadership, crisi di un progetto o di tutti e due? Su questi punti, sarebbe importante cominciare a cercare delle risposte. Il logoramento della coalizione, in questi anni, è avvenuto lungo linee in cui si intrecciavano entrambi i fattori. In una forte maggioranza elettorale e parlamentare, hanno coabitato visioni non solo diverse ma anche opposte. A rileggere i passaggi critici di questo quadriennio, è difficile sfuggire all’impressione che abbia faticato a uscire da una condizione di minorità il progetto liberale e che sia stata più forte quella componente, l’asse Fini-Casini-Follini, più preoccupata di privilegiare le ragioni del consenso immediato dei propri rappresentati che di assecondare le spinte all’innovazione sociale e politica. Quando ci si chiede perché questa maggioranza, così forte nei numeri, sia stata poi in realtà debole, la risposta sta in quella formula felice e appropriata grazie alla quale si è parlato di «un governo di minoranza». Minoranza, intanto, delle sue componenti più liberali e per la mancanza di un profilo preciso minoranza anche nel sistema dei poteri i cui equilibri strutturano una democrazia; minoranza di fronte alle resistenze sociali all’innovazione, che hanno coinvolto anche ceti e settori dell’elettorato del centrodestra; minoranza, almeno all’inizio del percorso, rispetto al peso delle costruzioni ideologiche e culturali della sinistra formatasi dopo il Sessantotto e, soprattutto, dopo il 1989; minoranza poi perfino all’interno di un’Europa che al suo allargamento e alla definizione del Patto costituzionale non è riuscita a far corrispondere un tasso decente di innovazione per affrontare il suo declino. Se bisogna cercare una ragione di logoramento, in primo luogo è qui, in questo gap tra un progetto dichiarato e la forza di realizzarlo. A cui va aggiunto un altro fattore non secondario, anche nella competizione diretta con il centrosinistra: l’assetto politico della Casa delle libertà è rimasto lo stesso di quello del suo momento costitutivo, nel 1994. Ai mutamenti strutturali intervenuti nella società e all’evoluzione del sistema dei partiti - di cui il più importante e il più carico di contenuti è la spinta unificatrice dell’Ulivo - non ha corrisposto la ricerca di nuove forme di aggregazione né di nuove proposte, con la conseguenza di un’immagine di immobilismo.
In queste settimane sono emersi due modi di rispondere alla crisi del ciclo quadriennale di governo della Casa delle libertà: un’idea di discontinuità che ha investito essenzialmente il ruolo di Silvio Berlusconi e un’idea di continuità, entrambe dai connotati generici, con molti «non detti», ma finalizzate soprattutto a una gestione tattica dell’immediato futuro. Un altro discorso riguarda invece la prospettiva, cioè il futuro di un progetto politico che ha dato il segno al bipolarismo e che ha trasformato la competizione, sottraendola al rischio di avere al governo schieramenti di segno diverso, ma destinati a compiere scelte non dissimili. E il futuro di questo progetto sta in primo luogo nella continuità dei contenuti e degli obiettivi, in quella scommessa che per tre volte, nell’ultimo decennio, è stata proposta all’elettorato. Anche pensando a un possibile dopo-Berlusconi - che deve ancora avvenire - è difficile intravedere una strada diversa da seguire in un bipolarismo che forse in Italia è considerato scomodo, ma che sta dando il segno all’Occidente.
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