archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

Ritorno al futuro

LIBERAL BIMESTRALE
di Sandro Bondi
Liberal n. 28 - Febbraio-Marzo 2005

Torna al sommario
cop28_th

 

dicembre 2001 - liberal bimestrale
Noi conosciamo ormai, grazie a una consistente bibliografia, la storia di Forza Italia: la sua nascita, la sua evoluzione, i caratteri fondamentali della sua organizzazione e delle strutture attraverso cui è venuta progressivamente ad articolarsi sul territorio. Anche il suo programma e i suoi valori sono ampiamente noti, e li possiamo trovare illustrati nelle opere di Silvio Berlusconi, soprattutto in L’Italia che ho in mente e Discorsi per la Democrazia, che raccolgono gli interventi più importanti pronunciati in questi anni dal fondatore di Forza Italia e attuale presidente del Consiglio. Il mio obiettivo è quello di cercare di collocare Forza Italia nella storia del nostro Paese, almeno dal dopoguerra in poi, di prendere in esame ciò che lega il nostro movimento alle vicende politiche e culturali precedenti alla sua nascita, e infine di accennare ai connotati di una sua possibile evoluzione futura, politica e organizzativa. Uno sforzo necessario. E non tanto per rispondere a coloro che ci dipingono come dei barbari senza memoria e senza rapporti con la tradizione democratica del nostro Paese, quanto per collocare il nostro impegno, politico e di governo, alla luce dei valori e della ragioni ideali che giustificano la nascita di Forza Italia.
È vero, Forza Italia è Silvio Berlusconi, ma è anche le gambe dei tanti uomini che, dal giorno della sua nascita, hanno fatto camminare e progredire la primitiva intuizione del suo presidente e portato il proprio contributo di idealità, di esperienze, e di progetti. Su tutti noi grava oggi la responsabilità di una nuova sfida, che non ha paragoni nella storia italiana recente. Una sfida che riguarda i due nodi essenziali della riforma dello Stato, del rinnovamento della politica, del cambiamento dell’Italia. Nodi collegati l’uno all’altro nell’azione di Silvio Berlusconi, così come lo devono essere nei progetti e nei comportamenti dei dirigenti, dei quadri, degli amministratori e dei militanti di Forza Italia, di noi tutti, pena il fallimento delle sue ragioni fondative e il rischio di una sua involuzione sino al ritorno alle prassi che hanno provocato il collasso del sistema dei partiti nella prima Repubblica.
Oggi, grazie agli sforzi del gruppo dirigente che ha guidato il partito, attorno al suo presidente, sin dalla sua costituzione, e alle capacità organizzative profuse da Claudio Scajola, e ora da Roberto Antonione, Forza Italia è una realtà profondamente radicata sul territorio. Eppure, c’è ancora chi insiste nel raffigurarla come un fenomeno necessario, sì, ma rinchiuso nei ristretti limiti di un’esperienza a termine, destinata a lasciare inevitabilmente il passo a chi sarebbe provvisto di una vera cultura politica e istituzionale. La mia tesi è che queste posizioni, che non dobbiamo sottovalutare, siano viziate non solo da una componente di nostalgia verso un passato che non è stato tutto esaltante, ma soprattutto da un giudizio storico sulla storia d’Italia dal dopoguerra a oggi che non possiamo condividere.
Forza Italia nasce sull’onda di un’emergenza, dalla necessità di colmare un vuoto politico e di rappresentanza degli elettori moderati e riformatori, resi orfani dei loro partiti di riferimento spazzati via dalla rivoluzione giudiziaria degli anni Novanta, ma il suo successo è dovuto alle speranze di cambiamento che ha suscitato. Il drammatico svolgersi, tra il 1992 e il 1994, delle inchieste della magistratura, ha portato a cancellare, dalla memoria collettiva, episodi tutt’altro che marginali di scollamento tra la società e le sue istituzioni. Segnali di disaffezione acuiti, a partire dal 1989, dal crollo del muro di Berlino, dalla fine della contrapposizione tra i blocchi e dalla conseguente maggiore volatilità dei comportamenti elettorali, non più congelati dalla contrapposizione secca tra comunismo e democrazia. Non è un caso che proprio in quegli anni la Lega Nord colga i suoi primi, significativi successi. E non è casuale il contemporaneo sorgere del movimento referendario e la sua catena di successi, almeno inizialmente a dispetto e contro larga parte del mondo politico. Il ricorso diretto al popolo attraverso lo strumento referendario e a una mobilitazione in larga parte spontanea e volontaristica, attraverso i comitati, di persone spesso estranee all’impegno diretto nei partiti, era infatti volto, in nome di un rinnovato rapporto tra cittadini e politica, a una riforma elettorale di stampo uninominale e maggioritario e a una riforma generale del rapporto tra lo Stato e la società. In questa situazione di crisi della politica e di fronte all’ondata giustizialista, Forza Italia ha dato voce a una domanda di cambiamento e di riforme che da tempo aspettavano di essere rappresentate e che il sistema politico della prima Repubblica non aveva saputo, o potuto, comprendere. E l’ha fatto, nel contempo, annullando le spinte potenzialmente eversive che nascevano dalla crisi della politica, e contribuendo a offrire, con la propria sponda, la possibilità di incanalarle verso una ferma e positiva azione di riforma. Il crollo subitaneo del vecchio sistema, credo, è da addebitare anche alla sua fragilità e alla sua crisi interna. Senza questi due elementi, le inchieste della magistratura sarebbero state insufficienti ad abbatterlo, perché, come già in passato, prive del necessario sostegno della pubblica opinione e dei mezzi di informazione. «Mani pulite» andò ben oltre il semplice accertamento dei casi di corruzione. E le sue deviazioni non sarebbero state possibili se la pubblica opinione non avesse decretato il proprio divorzio dal Palazzo e dal sistema dei partiti. Il turbine giudiziario lasciò in piedi solo tre forze: il Movimento sociale italiano, la Lega Nord e, soprattutto, il Partito democratico della sinistra, erede del Partito comunista. Candidato quest’ultimo pressoché unico alla guida del Paese, per assenza di avversari pienamente competitivi e uniti: il primo all’inizio di un percorso di revisione ideale e programmatica verso la creazione di una moderna destra di governo, il secondo ancora incerto tra spinte secessioniste e accettazione di un cammino istituzionale verso la riforma in senso federale dello Stato. La scorciatoia giacobina fu invece per i postcomunisti un’occasione per non fare i conti con la propria storia ed evitare un dibattito dagli esiti certo più laceranti anche rispetto alla «svolta» della Bolognina e alla scissione di Rifondazione comunista, ma certo di maggiore significato rispetto all’instaurazione, anche in Italia, di una compiuta democrazia del conflitto, basata sulla completa accettazione reciproca di chi compete alla guida del Paese. Barbara Spinelli, che non ha simpatie per il centrodestra, ne offre una sintesi straordinariamente efficace: «Dopo l’89, era accaduto qualcosa che non poteva non rendere perplessi: una classe politica al completo fu eliminata con strumenti non politici ma giudiziari, mentre rimanevano indenni le forze che durante la guerra fredda erano ritenute ideologicamente incapaci di governare. Le parti erano state rovesciate da un giorno all’altro: i partiti legittimati di ieri furono proclamati in un baleno illegittimi, mentre gli illegittimi si trovarono a essere non solo rilegittimati per grazia giudiziaria, ma ridiventarono - come i Ds - i distributori di lasciapassare democratici». «Il privilegio che veniva loro concesso - prosegue Barbara Spinelli - consentì ai nipoti di Togliatti una drastica riduzione delle fatiche autocritiche, e si trasformò in un salvacondotto precoce, non fino in fondo meritato e soprattutto non legittimato. (....) La discolpa divenne un regalo avvelenato, col passare del tempo: in effetti equivaleva a un lasciapassare democratico che i postcomunisti non si erano dovuti guadagnare con le proprie mani, pagando i prezzi richiesti, facendo un’autentica critica del passato, entrando in una normale competizione con gli avversari in vista dell’alternanza per decenni bloccata, e infine possibile». Per questo, in Italia, esiste ancora una questione comunista, che rende ancora zoppa la democrazia basata sull’alternanza, non solo per la presenza di formazioni politiche che esplicitamente e orgogliosamente si dichiarano comuniste, ma soprattutto per la permanenza di una cultura e di una mentalità che del comunismo portano le tracce ineliminabili. Ed è vero che proprio per questo il nostro bipolarismo resta debole e incerto, poggiandosi su una gamba di sinistra che non smette di considerare i propri avversari politici dei nemici privi di legittimità morale, da combattere quindi con tutti i mezzi possibili.
Ma esiste in Italia, oltre a una questione comunista, anche una questione democristiana? Sì, esiste. Ed esiste nel senso che è sopravvissuta alla scomparsa della Dc una cultura politica che stenta ad adattarsi alle mutate condizioni storiche e politiche succedute alla caduta del muro di Berlino e alla creazione in Italia di un nuovo sistema politico fondato sul bipolarismo. Il ruolo della Dc è stato un ruolo di alternativa al comunismo negli anni della contrapposizione frontale e della guerra fredda. Ma è stato soprattutto un ruolo di ricerca della mediazione sociale connessa alla natura interclassista di quel partito e alla contemporanea presenza, al suo interno, delle più diverse letture dell’impegno dei cattolici in politica, dall’atlantismo liberale di Alcide De Gasperi, all’anticapitalismo con venature neutraliste di Dossetti e La Pira, che non poteva non tradursi anche in ricerca di mediazione politica persino con gli «avversari di civiltà». Era quindi un ruolo che presupponeva la negazione della democrazia del conflitto e della logica bipolare, basata sulla possibilità di una compiuta alternanza. La crisi della Dc, la fine della sua artificiosa unità interna, consentita dalla sua inamovibilità dovuta anche al sistema proporzionale, unita al crollo della contrapposizione internazionale ha aperto la strada al bipolarismo, anche se esso permane debole e incerto. Il bipolarismo è oggi, in Italia, una realtà, pur con tutti questi limiti. I cittadini hanno espresso costantemente una chiara predilezione per un sistema politico che consente l’alternanza fra due coalizioni alla guida del governo, liquidando nelle urne, sin dal 1994, ogni ipotesi terza che non fosse, come pure è accaduto, il portato di particolari situazioni locali. Nessuno, ovviamente, discute la legittimità di terze, quarte, quinte forze che vogliano, liberamente, concorrere con un programma, uno schieramento, una leadership, una proposta politica complessiva indirizzata a conquistare il governo del Paese. Ma sono altresì da rigettare, come l’elettorato li ha più volte rigettati, tentativi di alchimie politico-istituzionali che vogliano riconsegnare il Paese alla palude o assegnare poteri di ricatto che prescindano da patti sottoscritti e suffragati dalla sacralità del responso delle urne. Come ha detto con efficacia Gianfranco Fini al congresso del suo partito a Bologna, gli anni che vanno dal ’95 al 2001 sono stati «gli anni delle prove tecniche di ritorno di vecchie tentazioni e logiche consociative, della proliferazione di gruppi e gruppetti parlamentari nati con il solo scopo di condizionare le maggioranze governative grazie al potenziale di ricatto della propria manciata di voti». La sinistra è stata l’artefice principale di questi tentativi di interrompere il cammino riformatore della politica nazionale, riuscendo a trasformare una minoranza politica in una maggioranza parlamentare grazie a trasformistici giochi di palazzo. Ma questi tentativi non sarebbero mai stati coronati da successo se non avessero potuto contare sulla simpatia e sulla partecipazione di chi non ha mai rinunciato all’obiettivo - velleitario - di costituirsi in terzo polo e, soprattutto, non hanno mai abbandonato la pretesa di rappresentare il centro moderato del Paese. E, sia detto per inciso, se non avessero potuto fruire della protezione di altissime coperture istituzionali, che tutto hanno fatto per interrompere il cammino del Paese verso una compiuta democrazia dell’alternanza. Per fortuna oggi abbiamo un presidente della Repubblica in cui tutti possono riconoscersi, garante dei valori e dei principi fondamentali della nostra democrazia. Anche dopo il voto del 13 maggio del 2001, che pure ha ristabilito il principio fondamentale di ogni democrazia, e cioè il rispetto della volontà popolare, assistiamo alla ripresa di posizioni contraddittorie rispetto al bipolarismo, che implica invece «l’idea del confronto radicale all’interno di un tessuto di regole condiviso, della scelta netta, senza paura della sua inevitabile alterità, del vincitore e del vinto (che ha tuttavia la certezza di potersi rifare)».
A questa logica del bipolarismo si contrappone ancora una volta, da una parte, una sinistra di opposizione incapace di accettare il verdetto elettorale e la presenza al governo di uno schieramento considerato alla radice illegittimo, e, dall’altra, una cultura «barocca» della politica che ritiene di possedere una sapienza superiore nella vocazione perenne alla mediazione e al compromesso. Questa cultura, infine, esprime nei confronti di Forza Italia un malcelato atteggiamento di superiorità, come se Forza Italia fosse un corpo vile, necessario in una certa fase della nostra vita politica ma destinato prima o poi a lasciare il passo ai veri protagonisti della politica. È lo stesso atteggiamento sprezzante nei confronti di Berlusconi assunto sul versante della sinistra. Le lezioni di cultura politica e di moderazione che si tenta di impartire a Forza Italia sono, sovente, il frutto dell’eredità di un passato dipinto con i colori nostalgici dell’Eden. Ma di un passato che, nelle sue ultime manifestazioni, ha avuto la colpa di eleggere la mediazione e il gioco politico non come mezzo, ma come fine. Uno studioso attento, il rettore dell’Università Cattolica Lorenzo Ornaghi, segnala come la sequenza di fatti che hanno scandito il passaggio tra la prima e la seconda Repubblica abbiano segnato «un punto di effettiva rottura nella vita nazionale che introduce, nel quadro politico italiano una spinta al cambiamento, cui non si può resistere proprio perché impressa da fattori internazionali. Per certi versi, ripete ciò che era già capitato con la fine delle due guerre mondiali, che avevano costretto l’Italia a cercare di ammodernare le proprie strutture politiche, sociali e produttive».
La cultura politica di Forza Italia risponde a questa sfida e a questa necessità. Forza Italia ha trasformato l’Italia ed è destinata a mutare i paradigmi della politica in una società avanzata come la nostra. Senza la scelta per un’opzione politica e programmatica fondata su radicali riforme, infatti, senza la liberazione delle risorse del mercato e della società dai pesi che ne hanno ostacolato lo sviluppo, l’Italia è destinata inesorabilmente a uscire sconfitta dalla competizione globale. E senza una politica che si riappropri in pieno del proprio diritto e dovere di scelta - l’alta, nobile e santa politica di cui ha parlato Silvio Berlusconi -, il divorzio tra Palazzo e società è destinato a riproporsi in forme forse ancor più drammatiche. Formare una classe dirigente sul modello di questa cultura richiede tuttavia uno sforzo in più. Una capacità di mettersi in gioco, innanzitutto, da parte di chi affonda le proprie radici nelle esperienze politiche del passato e non reputi perciò di possedere già i segreti della «vera» politica. Perché i paradigmi sono mutati, è ormai trascorso il tempo delle rendite vitalizie di posizione, e l’elettorato guarda con occhi più attenti alle scelte, si è reso libero di mutare e di cercare risposte nel cambiamento. Ma, soprattutto, perché al cambiamento sono appese le speranze del Paese in un avvenire diverso, più prospero e giusto. E una capacità di mettersi in gioco da parte di chi alla politica ora si affaccia, perché il nuovo non può ridursi a un’estetica, ma deve innervarsi di valori e ideali, della necessaria esperienza, nella comprensione dei meccanismi delicati che sovrintendono la cosa pubblica. Occorre perciò che Forza Italia trovi sempre più i modi, gli spazi di confronto e di selezione dei propri dirigenti e rappresentanti nelle istituzioni funzionali alla propria natura di partito nuovo, nato dalla negazione delle prassi partitocratiche. E che sfugga la tentazione di ogni arroccamento personalistico e di potere. Un virus che non solo allontana forze sane ed energie, ma porta alla sconfitta, in primo luogo di chi non ha voluto o saputo aprirsi al confronto, di chi non ha voluto o saputo mettere da parte le proprie per quanto legittime ambizioni in nome di interessi più alti e nobili.
Forza Italia nasce in contrapposizione alla politica delle organizzazioni, sia quelle di partito che quelle sindacali, e ha come ragion d’essere una politica fondata sul leader, sulla persona, sui valori e sulla concorrenza dei programmi. Forza Italia ha affrontato e vinto tutte le competizioni elettorali, sia quelle politiche che amministrative, sia quelle nazionali che locali, grazie al messaggio di rinnovamento e di cambiamento rappresentato da Berlusconi. L’organizzazione non è mai stata decisiva in nessun partito politico, senza potersi appoggiarsi a un’anima politica e culturale. Oggi l’organizzazione deve essere capace unicamente di selezionare meglio la classe dirigente, nazionale e locale e di favorire un continuo rapporto fra Berlusconi e gli elettori, fra il nostro gruppo parlamentare e gli iscritti. Questa nuova politica significa più e non meno democrazia, più e non meno partecipazione effettiva dei cittadini alla vita pubblica. Perciò dobbiamo pensare già ora a un movimento politico capace di camminare con le proprie gambe anche se con le idee, i valori e lo stile personale che Berlusconi ci ha consegnato. Non professionisti della politica, ma protagonisti della politica sono i dirigenti e i quadri di cui questo partito, ma tutto il Paese, ha bisogno. Dobbiamo avere la consapevolezza che Forza Italia risponde a un grande bisogno di rinnovamento e di cambiamento della società italiana. Meglio ancora, si potrebbe dire che Forza Italia riprende, con la sua nascita, una ipotesi di rinnovamento e di modernizzazione della società italiana che non si era compiutamente realizzata nel periodo successivo alla sconfitta del fascismo. Forza Italia è l’erede di quei profeti inascoltati che, dopo la fine della guerra, proposero un modello politico istituzionale capace di incanalare le spinte più genuine che provenivano dalla società civile e di permettere alla società italiana di incamminarsi verso una rottura dell’impianto statale ereditato dal fascismo e dalla monarchia. Non a caso, un uomo come Piero Calamandrei parlò immediatamente di Costituzione inattuata, tradita, e di uno spirito di desistenza che subentrava allo spirito della resistenza. Le stesse ragioni per le quali don Luigi Sturzo metteva in guardia dal «virus fascista che era entrato nelle ossa dei successori». Don Gianni Baget Bozzo ha ricordato giustamente come a don Sturzo fu facile prevedere che la prima repubblica, per la sua essenza partitocratrica, avrebbe portato l’inventore della forma novecentesca del partito, cioè i comunisti, al vertice del potere. Intendiamoci: questo non significa negare che, grazie alla Democrazia Cristiana e agli altri partiti democratici, l’Italia ha potuto godere di cinquant’anni di libertà e di benessere, di cinquant’anni di democrazia e di sviluppo. Significa invece riconoscere che la storia del nostro Paese avrebbe potuto avere un corso diverso, se non vi fosse stata la minaccia del comunismo e se nel dopoguerra le aperture del pensiero liberale e riformista avessero potuto dispiegarsi pienamente. Per questo Silvio Berlusconi ha sempre parlato dei riferimenti storici e ideali di Forza Italia richiamandosi ad Alcide De Gasperi, a Giuseppe Saragat, a Luigi Einaudi, a Randolfo Pacciardi e a Ugo La Malfa.
Ed è anche per questo che Forza Italia non è e non diventerà mai una copia sbiadita della Democrazia cristiana o di qualsiasi altro partito della prima Repubblica, perché le sue radici sono la sintesi di diverse tradizioni che hanno però in comune il ripudio di tutte le ideologie totalitarie e l’amore per la libertà. Anzi, meglio ancora, le radici di Forza Italia sono la sintesi di tre eresie. L’eresia liberale di Luigi Einaudi, maturata fuori dal vecchio impianto crociano. L’eresia cattolica di Luigi Sturzo, lontana da ogni tentazione di revanscismo integralista e fondata sul pieno riconoscimento della laicità dello Stato. L’eresia socialista di Carlo Rosselli, nemica del marxismo e alla ricerca di una nuova sintesi tra giustizia sociale e libertà. Per questo io parlerei di Luigi Einaudi, di don Luigi Sturzo e di Carlo Rosselli come di tre padri di Forza Italia. Anche dai fili che legano questi tre pensatori e uomini politici si innerva la sua identità. L’identità di Forza Italia. Un’identità che ruota tutta intorno al problema che attraversa la coscienza politica moderna: e cioè la ricerca di un nucleo comune di valori in grado di superare la vecchia antitesi fra liberalismo, socialismo, popolarismo cattolico. Lo ha detto anche il presidente del Senato, Marcello Pera, al Meeting dell’Amicizia di Rimini, in un discorso alto e vibrante quando ha ricordato che liberali laici e liberali cattolici hanno un solido terreno comune su cui possono camminare assieme.
Ma qual è e come possiamo definire oggi il nucleo comune di valori di cui parla Marcello Pera richiamandosi anche a Guido Calogero, derivante dal superamento dell’antitesi classica fra liberalismo e socialismo, quell’ircocervo di cui parlava stizzito Benedetto Croce, troppo preoccupato di salvare la coerenza logica e speculativa della sua dottrina filosofica per incoraggiare i suoi migliori allievi nella ricerca di un nuovo contenuto all’idea di libertà? Il punto di partenza di questa ricerca, per quello che riguarda innanzitutto la tradizione socialista, è la condanna - come sosteneva Rosselli - del marxismo e del comunismo, e l’affermazione che «tra socialismo e marxismo non vi è parentela necessaria». Per Rosselli, infatti, il socialismo non è altro che lo sviluppo logico del liberalismo, è inteso come filosofia della libertà, come umanesimo cristiano. Il socialismo - scrive Rosselli in Socialismo liberale – non è altro che l’attuazione progressiva dell’idea di libertà e di giustizia tra gli uomini. L’accento è posto sulla libertà, la libertà come mezzo e supremo fine, suprema regola della umana convivenza. La libertà è concepita inoltre come condizione essenziale della giustizia. Scrive Calogero: «Senza libertà, cioè senza eguaglianza di possibilità di giustizia, il benessere e la ricchezza non sarebbero che lustro e inganno, come mostrano i regimi dittatoriali». «È scopo del nostro movimento - aggiunge Calogero - elevare il tono della vita sociale potenziandola economicamente in libertà e a scopo di libertà». Aldo Capitini concepirà a sua volta la libertà «come sommo interesse allo svolgimento individuale nella produzione dei valori spirituali».
Oltre a una comune concezione della libertà, ciò che unisce uomini appartenenti a diverse tradizioni come Luigi Einaudi, don Luigi Sturzo e Carlo Rosselli è inoltre l’affermazione della centralità della persona e il primato della società civile rispetto allo Stato. Sono concetti tipici di tutti i liberali: la libertà individuale, la creatività sociale, la spontaneità delle istituzioni, il primato della società civile, il ruolo delle comunità intermedie, il valore strumentale dello Stato, la natura non pedagogica ma vigilante e serviente della politica, per citare ancora una volta l’intervento di Pera a Rimini. Questi concetti sono alla base, ricordiamolo, del Patto con l’Italia sottoscritto da Silvio Berlusconi. Il primato della persona e della società civile costituiscono il fondamento e il fine di tutte le riforme che questo governo sta realizzando nel campo della scuola, della sanità, dell’economia, della giustizia, della sicurezza e della riforma dell’apparato dello Stato verso un federalismo fondato sulla sussidiarietà. Da dove ricaviamo questi principi? Lo abbiamo già visto: dalla tradizione liberale cattolica di Rosmini, di don Sturzo, di De Gasperi, di don Giussani, e da quella liberale laica e riformista di Einaudi, di Rosselli, di Calogero, di Salvemini. In Sturzo, il tema della società civile occupa una parte essenziale del suo pensiero e delle sue posizioni politiche. La visione di don Sturzo dello Stato e dei limiti del suo intervento è strettamente connessa all’autonomia della società civile. Il primato della società civile rispetto allo Stato deriva dall’avversione al centralismo e allo statalismo burocratico. È la stessa preoccupazione di Luigi Einaudi, che vede nel progetto collettivista e statalista la minaccia più grande e temibile alla vita indipendente e autonoma degli istituti di vita comune: la Chiesa, il municipio, la società di mutuo soccorso, le cooperative, l’associazione professionale, insomma i rapporti liberi che gli individui stabiliscono liberamente fra di loro. Einaudi invoca «il ripristino della libertà del mercato come unico antidoto all’autoritarismo», mentre denuncia come «una complicata, enorme piovra burocratica si estende su tutta la vita economica del Paese: il carrierismo, la furberia, la ipocrisia menzognera, la corruzione». Il rullo compressore del collettivismo - sempre secondo Einaudi - tende a eguagliare tutti entro uno Stato grande e potente, e mira a eliminare i corpi autonomi, le istituzioni viventi di vita propria. All’idolatria dello Stato si risponde con la libertà dell’individuo e col primato della società civile, come ha ricordato Marcello Pera. In fondo, il punto di forza di tutta la nostra politica è il concetto che lo Stato è per l’individuo e non l’individuo per lo Stato, a partire proprio dal primato assegnato alla società civile, intesa come insieme di cives, di cittadini, e non come qualcosa di avulso e altro rispetto alla società politica, che ne è parte integrante. La persona è la fonte primaria dei diritti e lo Stato ha solo la funzione di tutelarli e di assecondarne l’affermazione. La società civile, da questo punto di vista, non è uno stadio imperfetto di irrazionalità e di istintività e di egoismo che troverà il suo trascendimento e il suo compimento nello Stato, come ancora pensa la sinistra imbevuta di marxismo e di idealismo. Per noi la società civile è il punto di partenza per dare nuovi contenuti espansivi alla libertà, innervata dal principio della sussidiarietà e non da una concezione piramidale, ferrea, normativa e prefettizia della vita del Paese: sia per quanto riguarda la sfera territoriale (attraverso l’autogoverno e federalismo), sia sotto l’aspetto economico (tramite la libera iniziativa) e sociale (valorizzando il ruolo della famiglia e dell’associazionismo). Per noi la libertà - quante volte lo abbiamo ripetuto - è un diritto degli individui che precede la società e che precede lo Stato, anzi per noi lo Stato esiste per proteggere la libertà di tutti ma non è esso stesso la fonte della libertà.
Questi principi devono essere continuamente ricordati affinché tutte le nostre azioni di governo siano coerenti con ciò che fonda e legittima la nostra presenza presenza politica.
Non c’è quindi nulla in comune tra la nostra visione liberale della democrazia e dello Stato e quella degli eredi delle ideologie totalitarie. Questo è il motivo che ci ha fatto scendere in campo nel 1994, contro chi riteneva e ritiene che lo Stato venga prima dei cittadini, che tutti i diritti dei cittadini siano nulla di fronte al potere delle maggioranze politiche, autorizzate a concederli e revocarli, a seconda della propria convenienza. Questo è vero per i diritti civili, i diritti individuali, i diritti economici. Come ha detto Silvio Berlusconi parlando del nuovo ruolo dell’Italia nel mondo, dopo l’11 settembre il mondo è cambiato e la pace sarà possibile solo quando cesseranno le ingiustizie e le disparità più clamorose fra una parte del mondo sazia e privilegiata in cui vige la libertà e la democrazia e un’altra parte del mondo povera e disperata che spinge alle nostre porte e in cui si diffonde una cultura della morte del terrore. Berlusconi ha mostrato la possibilità di colmare il divario troppo grande che si registra fra le tensioni e le crisi che scoppiano in varie parti del mondo, e la capacità della politica tradizionale di farvi fronte. Questa contraddizione è dovuta anche all’influenza sempre più grande che, a livello mondiale, assumono fenomeni economici e finanziari che sfuggono al controllo delle istituzioni democratiche e che, anzi, ne condizionano fortemente l’attività.
La maggiore complessità dei problemi posti da un’economia globale, imporrebbe anche alla politica di prendere coscienza delle sue nuove responsabilità. Purtroppo - come ha ricordato Alberto Ronchey - mentre la società iperindustriale moltiplica ogni anno i suoi Nobel per le scienze, essa raramente genera statisti e talenti politici di ragionevole credibilità o solida personalità. I talenti più inventivi e affidabili oggi rispondono a ben altre vocazioni. Oggi si sta avverando ciò che già Tocqueville aveva previsto: «Sono le persone di limitati desideri che si mettono negli intrighi politici, i grandi ingegni e le grandi passioni se ne allontanano». I politici di oggi appaiono all’opinione pubblica interessati unicamente alla gestione e alla spartizione del potere; sembrano occupati solamente dai giochi della politica; sembrano spendere ogni loro energia in polemiche e scontri, che si rivelano in realtà solo finzioni. La vita sembra essere fuggita dalla politica. Le grandi passioni ideali e morali, che hanno spinto nel passato molti uomini di valore a fare della politica una scelta di vita, si sono affievolite. Eppure, per affrontare i problemi dell’umanità, per sollevare dalla povertà e dalla miseria milioni di uomini e di bambini, la politica deve riacquistare coscienza delle proprie responsabilità. La politica deve saper attrarre persone competenti e animate da forti valori ideali e morali. È, anche questa, la scommessa di Forza Italia sin dalla sua fondazione. È il motivo che, oltre al carisma del suo leader, ne ha decretato il successo. Ed è la ragione per la quale siamo qui, per partecipare al cambiamento dell’Italia alla luce dei valori in cui crediamo. Vi sono, perché questo avvenga, due condizioni fondamentali e inscindibili: senza persone competenti la politica si riduce a semplice cassa di propaganda per proclami irrealizzabili e irrealizzati; ma senza forti convincimenti ideali e solide basi culturali, la politica si trasforma in pura brama di potere. Per questo nella Proposta di un Manifesto per la cultura, scritto con il Senatore Dell’Utri, abbiamo affermato che un’azione politica che non entri in contatto con gli stimoli degli intellettuali, con le loro riflessioni, con le acquisizioni più alte della cultura e della scienza, è una politica che decade, come purtroppo abbiamo visto nel passato, a pura amministrazione dell’esistente, in assoluto pragmatismo, alla fine in cinismo politico. Così come, dall’altra parte, una cultura estranea alla vita civile e politica di una nazione, di un popolo, di una società sarebbe francamente impossibile. Oggi dunque abbiamo bisogno di cultura e di progetti politici per una società informatica e telematica, per una società scientifica e tecnologica, economica e finanziaria globale nel cui ambito chi fa politica dovrebbe avere almeno una formazione di avanguardia, molto più avanzata della media dei cittadini. Berlusconi ha capito la necessità di importare nella vita politica quelle capacità manageriali e quei valori di efficienza senza i quali la politica rischia di diventare un’attività secondaria e inutile rispetto ad altre sfere della società. Ha capito che la politica ha bisogno di valori e di competenze, ha bisogno di coerenza fra il dire e il fare, ha bisogno di indicare grandi mete da raggiungere. Berlusconi si colloca nel solco di una cultura di ispirazione cristiana e liberale, ma contrassegnata da un ricorrente appello all’utopia, intesa come forza creativa, come tensione verso il futuro, come ricerca di un miglioramento costante della vita di ogni persona e dell’intera società. In questa logica, Forza Italia si propone come la forza politica capace di interpretare pienamente l’essenza del nuovo popolarismo europeo. Credo che questo sia il modello su cui tutti insieme dovremmo lavorare nei prossimi mesi, anche al fine di progettare un’Europa delle libertà e non delle tecnocrazie. Credo questa sia la via per raccogliere, attualizzare e rilanciare la lezione europeista doi conosciamo ormai, grazie a una consistente bibliografia, la storia di Forza Italia: la sua nascita, la sua evoluzione, i caratteri fondamentali della sua organizzazione e delle strutture attraverso cui è venuta progressivamente ad articolarsi sul territorio. Anche il suo programma e i suoi valori sono ampiamente noti, e li possiamo trovare illustrati nelle opere di Silvio Berlusconi, soprattutto in L’Italia che ho in mente e Discorsi per la Democrazia, che raccolgono gli interventi più importanti pronunciati in questi anni dal fondatore di Forza Italia e attuale presidente del Consiglio. Il mio obiettivo è quello di cercare di collocare Forza Italia nella storia del nostro Paese, almeno dal dopoguerra in poi, di prendere in esame ciò che lega il nostro movimento alle vicende politiche e culturali precedenti alla sua nascita, e infine di accennare ai connotati di una sua possibile evoluzione futura, politica e organizzativa. Uno sforzo necessario. E non tanto per rispondere a coloro che ci dipingono come dei barbari senza memoria e senza rapporti con la tradizione democratica del nostro Paese, quanto per collocare il nostro impegno, politico e di governo, alla luce dei valori e della ragioni ideali che giustificano la nascita di Forza Italia.
È vero, Forza Italia è Silvio Berlusconi, ma è anche le gambe dei tanti uomini che, dal giorno della sua nascita, hanno fatto camminare e progredire la primitiva intuizione del suo presidente e portato il proprio contributo di idealità, di esperienze, e di progetti. Su tutti noi grava oggi la responsabilità di una nuova sfida, che non ha paragoni nella storia italiana recente. Una sfida che riguarda i due nodi essenziali della riforma dello Stato, del rinnovamento della politica, del cambiamento dell’Italia. Nodi collegati l’uno all’altro nell’azione di Silvio Berlusconi, così come lo devono essere nei progetti e nei comportamenti dei dirigenti, dei quadri, degli amministratori e dei militanti di Forza Italia, di noi tutti, pena il fallimento delle sue ragioni fondative e il rischio di una sua involuzione sino al ritorno alle prassi che hanno provocato il collasso del sistema dei partiti nella prima Repubblica.
Oggi, grazie agli sforzi del gruppo dirigente che ha guidato il partito, attorno al suo presidente, sin dalla sua costituzione, e alle capacità organizzative profuse da Claudio Scajola, e ora da Roberto Antonione, Forza Italia è una realtà profondamente radicata sul territorio. Eppure, c’è ancora chi insiste nel raffigurarla come un fenomeno necessario, sì, ma rinchiuso nei ristretti limiti di un’esperienza a termine, destinata a lasciare inevitabilmente il passo a chi sarebbe provvisto di una vera cultura politica e istituzionale. La mia tesi è che queste posizioni, che non dobbiamo sottovalutare, siano viziate non solo da una componente di nostalgia verso un passato che non è stato tutto esaltante, ma soprattutto da un giudizio storico sulla storia d’Italia dal dopoguerra a oggi che non possiamo condividere.
Forza Italia nasce sull’onda di un’emergenza, dalla necessità di colmare un vuoto politico e di rappresentanza degli elettori moderati e riformatori, resi orfani dei loro partiti di riferimento spazzati via dalla rivoluzione giudiziaria degli anni Novanta, ma il suo successo è dovuto alle speranze di cambiamento che ha suscitato. Il drammatico svolgersi, tra il 1992 e il 1994, delle inchieste della magistratura, ha portato a cancellare, dalla memoria collettiva, episodi tutt’altro che marginali di scollamento tra la società e le sue istituzioni. Segnali di disaffezione acuiti, a partire dal 1989, dal crollo del muro di Berlino, dalla fine della contrapposizione tra i blocchi e dalla conseguente maggiore volatilità dei comportamenti elettorali, non più congelati dalla contrapposizione secca tra comunismo e democrazia. Non è un caso che proprio in quegli anni la Lega Nord colga i suoi primi, significativi successi. E non è casuale il contemporaneo sorgere del movimento referendario e la sua catena di successi, almeno inizialmente a dispetto e contro larga parte del mondo politico. Il ricorso diretto al popolo attraverso lo strumento referendario e a una mobilitazione in larga parte spontanea e volontaristica, attraverso i comitati, di persone spesso estranee all’impegno diretto nei partiti, era infatti volto, in nome di un rinnovato rapporto tra cittadini e politica, a una riforma elettorale di stampo uninominale e maggioritario e a una riforma generale del rapporto tra lo Stato e la società. In questa situazione di crisi della politica e di fronte all’ondata giustizialista, Forza Italia ha dato voce a una domanda di cambiamento e di riforme che da tempo aspettavano di essere rappresentate e che il sistema politico della prima Repubblica non aveva saputo, o potuto, comprendere. E l’ha fatto, nel contempo, annullando le spinte potenzialmente eversive che nascevano dalla crisi della politica, e contribuendo a offrire, con la propria sponda, la possibilità di incanalarle verso una ferma e positiva azione di riforma. Il crollo subitaneo del vecchio sistema, credo, è da addebitare anche alla sua fragilità e alla sua crisi interna. Senza questi due elementi, le inchieste della magistratura sarebbero state insufficienti ad abbatterlo, perché, come già in passato, prive del necessario sostegno della pubblica opinione e dei mezzi di informazione. «Mani pulite» andò ben oltre il semplice accertamento dei casi di corruzione. E le sue deviazioni non sarebbero state possibili se la pubblica opinione non avesse decretato il proprio divorzio dal Palazzo e dal sistema dei partiti. Il turbine giudiziario lasciò in piedi solo tre forze: il Movimento sociale italiano, la Lega Nord e, soprattutto, il Partito democratico della sinistra, erede del Partito comunista. Candidato quest’ultimo pressoché unico alla guida del Paese, per assenza di avversari pienamente competitivi e uniti: il primo all’inizio di un percorso di revisione ideale e programmatica verso la creazione di una moderna destra di governo, il secondo ancora incerto tra spinte secessioniste e accettazione di un cammino istituzionale verso la riforma in senso federale dello Stato. La scorciatoia giacobina fu invece per i postcomunisti un’occasione per non fare i conti con la propria storia ed evitare un dibattito dagli esiti certo più laceranti anche rispetto alla «svolta» della Bolognina e alla scissione di Rifondazione comunista, ma certo di maggiore significato rispetto all’instaurazione, anche in Italia, di una compiuta democrazia del conflitto, basata sulla completa accettazione reciproca di chi compete alla guida del Paese. Barbara Spinelli, che non ha simpatie per il centrodestra, ne offre una sintesi straordinariamente efficace: «Dopo l’89, era accaduto qualcosa che non poteva non rendere perplessi: una classe politica al completo fu eliminata con strumenti non politici ma giudiziari, mentre rimanevano indenni le forze che durante la guerra fredda erano ritenute ideologicamente incapaci di governare. Le parti erano state rovesciate da un giorno all’altro: i partiti legittimati di ieri furono proclamati in un baleno illegittimi, mentre gli illegittimi si trovarono a essere non solo rilegittimati per grazia giudiziaria, ma ridiventarono - come i Ds - i distributori di lasciapassare democratici». «Il privilegio che veniva loro concesso - prosegue Barbara Spinelli - consentì ai nipoti di Togliatti una drastica riduzione delle fatiche autocritiche, e si trasformò in un salvacondotto precoce, non fino in fondo meritato e soprattutto non legittimato. (....) La discolpa divenne un regalo avvelenato, col passare del tempo: in effetti equivaleva a un lasciapassare democratico che i postcomunisti non si erano dovuti guadagnare con le proprie mani, pagando i prezzi richiesti, facendo un’autentica critica del passato, entrando in una normale competizione con gli avversari in vista dell’alternanza per decenni bloccata, e infine possibile». Per questo, in Italia, esiste ancora una questione comunista, che rende ancora zoppa la democrazia basata sull’alternanza, non solo per la presenza di formazioni politiche che esplicitamente e orgogliosamente si dichiarano comuniste, ma soprattutto per la permanenza di una cultura e di una mentalità che del comunismo portano le tracce ineliminabili. Ed è vero che proprio per questo il nostro bipolarismo resta debole e incerto, poggiandosi su una gamba di sinistra che non smette di considerare i propri avversari politici dei nemici privi di legittimità morale, da combattere quindi con tutti i mezzi possibili.
Ma esiste in Italia, oltre a una questione comunista, anche una questione democristiana? Sì, esiste. Ed esiste nel senso che è sopravvissuta alla scomparsa della Dc una cultura politica che stenta ad adattarsi alle mutate condizioni storiche e politiche succedute alla caduta del muro di Berlino e alla creazione in Italia di un nuovo sistema politico fondato sul bipolarismo. Il ruolo della Dc è stato un ruolo di alternativa al comunismo negli anni della contrapposizione frontale e della guerra fredda. Ma è stato soprattutto un ruolo di ricerca della mediazione sociale connessa alla natura interclassista di quel partito e alla contemporanea presenza, al suo interno, delle più diverse letture dell’impegno dei cattolici in politica, dall’atlantismo liberale di Alcide De Gasperi, all’anticapitalismo con venature neutraliste di Dossetti e La Pira, che non poteva non tradursi anche in ricerca di mediazione politica persino con gli «avversari di civiltà». Era quindi un ruolo che presupponeva la negazione della democrazia del conflitto e della logica bipolare, basata sulla possibilità di una compiuta alternanza. La crisi della Dc, la fine della sua artificiosa unità interna, consentita dalla sua inamovibilità dovuta anche al sistema proporzionale, unita al crollo della contrapposizione internazionale ha aperto la strada al bipolarismo, anche se esso permane debole e incerto. Il bipolarismo è oggi, in Italia, una realtà, pur con tutti questi limiti. I cittadini hanno espresso costantemente una chiara predilezione per un sistema politico che consente l’alternanza fra due coalizioni alla guida del governo, liquidando nelle urne, sin dal 1994, ogni ipotesi terza che non fosse, come pure è accaduto, il portato di particolari situazioni locali. Nessuno, ovviamente, discute la legittimità di terze, quarte, quinte forze che vogliano, liberamente, concorrere con un programma, uno schieramento, una leadership, una proposta politica complessiva indirizzata a conquistare il governo del Paese. Ma sono altresì da rigettare, come l’elettorato li ha più volte rigettati, tentativi di alchimie politico-istituzionali che vogliano riconsegnare il Paese alla palude o assegnare poteri di ricatto che prescindano da patti sottoscritti e suffragati dalla sacralità del responso delle urne. Come ha detto con efficacia Gianfranco Fini al congresso del suo partito a Bologna, gli anni che vanno dal ’95 al 2001 sono stati «gli anni delle prove tecniche di ritorno di vecchie tentazioni e logiche consociative, della proliferazione di gruppi e gruppetti parlamentari nati con il solo scopo di condizionare le maggioranze governative grazie al potenziale di ricatto della propria manciata di voti». La sinistra è stata l’artefice principale di questi tentativi di interrompere il cammino riformatore della politica nazionale, riuscendo a trasformare una minoranza politica in una maggioranza parlamentare grazie a trasformistici giochi di palazzo. Ma questi tentativi non sarebbero mai stati coronati da successo se non avessero potuto contare sulla simpatia e sulla partecipazione di chi non ha mai rinunciato all’obiettivo - velleitario - di costituirsi in terzo polo e, soprattutto, non hanno mai abbandonato la pretesa di rappresentare il centro moderato del Paese. E, sia detto per inciso, se non avessero potuto fruire della protezione di altissime coperture istituzionali, che tutto hanno fatto per interrompere il cammino del Paese verso una compiuta democrazia dell’alternanza. Per fortuna oggi abbiamo un presidente della Repubblica in cui tutti possono riconoscersi, garante dei valori e dei principi fondamentali della nostra democrazia. Anche dopo il voto del 13 maggio del 2001, che pure ha ristabilito il principio fondamentale di ogni democrazia, e cioè il rispetto della volontà popolare, assistiamo alla ripresa di posizioni contraddittorie rispetto al bipolarismo, che implica invece «l’idea del confronto radicale all’interno di un tessuto di regole condiviso, della scelta netta, senza paura della sua inevitabile alterità, del vincitore e del vinto (che ha tuttavia la certezza di potersi rifare)».
A questa logica del bipolarismo si contrappone ancora una volta, da una parte, una sinistra di opposizione incapace di accettare il verdetto elettorale e la presenza al governo di uno schieramento considerato alla radice illegittimo, e, dall’altra, una cultura «barocca» della politica che ritiene di possedere una sapienza superiore nella vocazione perenne alla mediazione e al compromesso. Questa cultura, infine, esprime nei confronti di Forza Italia un malcelato atteggiamento di superiorità, come se Forza Italia fosse un corpo vile, necessario in una certa fase della nostra vita politica ma destinato prima o poi a lasciare il passo ai veri protagonisti della politica. È lo stesso atteggiamento sprezzante nei confronti di Berlusconi assunto sul versante della sinistra. Le lezioni di cultura politica e di moderazione che si tenta di impartire a Forza Italia sono, sovente, il frutto dell’eredità di un passato dipinto con i colori nostalgici dell’Eden. Ma di un passato che, nelle sue ultime manifestazioni, ha avuto la colpa di eleggere la mediazione e il gioco politico non come mezzo, ma come fine. Uno studioso attento, il rettore dell’Università Cattolica Lorenzo Ornaghi, segnala come la sequenza di fatti che hanno scandito il passaggio tra la prima e la seconda Repubblica abbiano segnato «un punto di effettiva rottura nella vita nazionale che introduce, nel quadro politico italiano una spinta al cambiamento, cui non si può resistere proprio perché impressa da fattori internazionali. Per certi versi, ripete ciò che era già capitato con la fine delle due guerre mondiali, che avevano costretto l’Italia a cercare di ammodernare le proprie strutture politiche, sociali e produttive».
La cultura politica di Forza Italia risponde a questa sfida e a questa necessità. Forza Italia ha trasformato l’Italia ed è destinata a mutare i paradigmi della politica in una società avanzata come la nostra. Senza la scelta per un’opzione politica e programmatica fondata su radicali riforme, infatti, senza la liberazione delle risorse del mercato e della società dai pesi che ne hanno ostacolato lo sviluppo, l’Italia è destinata inesorabilmente a uscire sconfitta dalla competizione globale. E senza una politica che si riappropri in pieno del proprio diritto e dovere di scelta - l’alta, nobile e santa politica di cui ha parlato Silvio Berlusconi -, il divorzio tra Palazzo e società è destinato a riproporsi in forme forse ancor più drammatiche. Formare una classe dirigente sul modello di questa cultura richiede tuttavia uno sforzo in più. Una capacità di mettersi in gioco, innanzitutto, da parte di chi affonda le proprie radici nelle esperienze politiche del passato e non reputi perciò di possedere già i segreti della «vera» politica. Perché i paradigmi sono mutati, è ormai trascorso il tempo delle rendite vitalizie di posizione, e l’elettorato guarda con occhi più attenti alle scelte, si è reso libero di mutare e di cercare risposte nel cambiamento. Ma, soprattutto, perché al cambiamento sono appese le speranze del Paese in un avvenire diverso, più prospero e giusto. E una capacità di mettersi in gioco da parte di chi alla politica ora si affaccia, perché il nuovo non può ridursi a un’estetica, ma deve innervarsi di valori e ideali, della necessaria esperienza, nella comprensione dei meccanismi delicati che sovrintendono la cosa pubblica. Occorre perciò che Forza Italia trovi sempre più i modi, gli spazi di confronto e di selezione dei propri dirigenti e rappresentanti nelle istituzioni funzionali alla propria natura di partito nuovo, nato dalla negazione delle prassi partitocratiche. E che sfugga la tentazione di ogni arroccamento personalistico e di potere. Un virus che non solo allontana forze sane ed energie, ma porta alla sconfitta, in primo luogo di chi non ha voluto o saputo aprirsi al confronto, di chi non ha voluto o saputo mettere da parte le proprie per quanto legittime ambizioni in nome di interessi più alti e nobili.
Forza Italia nasce in contrapposizione alla politica delle organizzazioni, sia quelle di partito che quelle sindacali, e ha come ragion d’essere una politica fondata sul leader, sulla persona, sui valori e sulla concorrenza dei programmi. Forza Italia ha affrontato e vinto tutte le competizioni elettorali, sia quelle politiche che amministrative, sia quelle nazionali che locali, grazie al messaggio di rinnovamento e di cambiamento rappresentato da Berlusconi. L’organizzazione non è mai stata decisiva in nessun partito politico, senza potersi appoggiarsi a un’anima politica e culturale. Oggi l’organizzazione deve essere capace unicamente di selezionare meglio la classe dirigente, nazionale e locale e di favorire un continuo rapporto fra Berlusconi e gli elettori, fra il nostro gruppo parlamentare e gli iscritti. Questa nuova politica significa più e non meno democrazia, più e non meno partecipazione effettiva dei cittadini alla vita pubblica. Perciò dobbiamo pensare già ora a un movimento politico capace di camminare con le proprie gambe anche se con le idee, i valori e lo stile personale che Berlusconi ci ha consegnato. Non professionisti della politica, ma protagonisti della politica sono i dirigenti e i quadri di cui questo partito, ma tutto il Paese, ha bisogno. Dobbiamo avere la consapevolezza che Forza Italia risponde a un grande bisogno di rinnovamento e di cambiamento della società italiana. Meglio ancora, si potrebbe dire che Forza Italia riprende, con la sua nascita, una ipotesi di rinnovamento e di modernizzazione della società italiana che non si era compiutamente realizzata nel periodo successivo alla sconfitta del fascismo. Forza Italia è l’erede di quei profeti inascoltati che, dopo la fine della guerra, proposero un modello politico istituzionale capace di incanalare le spinte più genuine che provenivano dalla società civile e di permettere alla società italiana di incamminarsi verso una rottura dell’impianto statale ereditato dal fascismo e dalla monarchia. Non a caso, un uomo come Piero Calamandrei parlò immediatamente di Costituzione inattuata, tradita, e di uno spirito di desistenza che subentrava allo spirito della resistenza. Le stesse ragioni per le quali don Luigi Sturzo metteva in guardia dal «virus fascista che era entrato nelle ossa dei successori». Don Gianni Baget Bozzo ha ricordato giustamente come a don Sturzo fu facile prevedere che la prima repubblica, per la sua essenza partitocratrica, avrebbe portato l’inventore della forma novecentesca del partito, cioè i comunisti, al vertice del potere. Intendiamoci: questo non significa negare che, grazie alla Democrazia Cristiana e agli altri partiti democratici, l’Italia ha potuto godere di cinquant’anni di libertà e di benessere, di cinquant’anni di democrazia e di sviluppo. Significa invece riconoscere che la storia del nostro Paese avrebbe potuto avere un corso diverso, se non vi fosse stata la minaccia del comunismo e se nel dopoguerra le aperture del pensiero liberale e riformista avessero potuto dispiegarsi pienamente. Per questo Silvio Berlusconi ha sempre parlato dei riferimenti storici e ideali di Forza Italia richiamandosi ad Alcide De Gasperi, a Giuseppe Saragat, a Luigi Einaudi, a Randolfo Pacciardi e a Ugo La Malfa.
Ed è anche per questo che Forza Italia non è e non diventerà mai una copia sbiadita della Democrazia cristiana o di qualsiasi altro partito della prima Repubblica, perché le sue radici sono la sintesi di diverse tradizioni che hanno però in comune il ripudio di tutte le ideologie totalitarie e l’amore per la libertà. Anzi, meglio ancora, le radici di Forza Italia sono la sintesi di tre eresie. L’eresia liberale di Luigi Einaudi, maturata fuori dal vecchio impianto crociano. L’eresia cattolica di Luigi Sturzo, lontana da ogni tentazione di revanscismo integralista e fondata sul pieno riconoscimento della laicità dello Stato. L’eresia socialista di Carlo Rosselli, nemica del marxismo e alla ricerca di una nuova sintesi tra giustizia sociale e libertà. Per questo io parlerei di Luigi Einaudi, di don Luigi Sturzo e di Carlo Rosselli come di tre padri di Forza Italia. Anche dai fili che legano questi tre pensatori e uomini politici si innerva la sua identità. L’identità di Forza Italia. Un’identità che ruota tutta intorno al problema che attraversa la coscienza politica moderna: e cioè la ricerca di un nucleo comune di valori in grado di superare la vecchia antitesi fra liberalismo, socialismo, popolarismo cattolico. Lo ha detto anche il presidente del Senato, Marcello Pera, al Meeting dell’Amicizia di Rimini, in un discorso alto e vibrante quando ha ricordato che liberali laici e liberali cattolici hanno un solido terreno comune su cui possono camminare assieme.
Ma qual è e come possiamo definire oggi il nucleo comune di valori di cui parla Marcello Pera richiamandosi anche a Guido Calogero, derivante dal superamento dell’antitesi classica fra liberalismo e socialismo, quell’ircocervo di cui parlava stizzito Benedetto Croce, troppo preoccupato di salvare la coerenza logica e speculativa della sua dottrina filosofica per incoraggiare i suoi migliori allievi nella ricerca di un nuovo contenuto all’idea di libertà? Il punto di partenza di questa ricerca, per quello che riguarda innanzitutto la tradizione socialista, è la condanna - come sosteneva Rosselli - del marxismo e del comunismo, e l’affermazione che «tra socialismo e marxismo non vi è parentela necessaria». Per Rosselli, infatti, il socialismo non è altro che lo sviluppo logico del liberalismo, è inteso come filosofia della libertà, come umanesimo cristiano. Il socialismo - scrive Rosselli in Socialismo liberale – non è altro che l’attuazione progressiva dell’idea di libertà e di giustizia tra gli uomini. L’accento è posto sulla libertà, la libertà come mezzo e supremo fine, suprema regola della umana convivenza. La libertà è concepita inoltre come condizione essenziale della giustizia. Scrive Calogero: «Senza libertà, cioè senza eguaglianza di possibilità di giustizia, il benessere e la ricchezza non sarebbero che lustro e inganno, come mostrano i regimi dittatoriali». «È scopo del nostro movimento - aggiunge Calogero - elevare il tono della vita sociale potenziandola economicamente in libertà e a scopo di libertà». Aldo Capitini concepirà a sua volta la libertà «come sommo interesse allo svolgimento individuale nella produzione dei valori spirituali».
Oltre a una comune concezione della libertà, ciò che unisce uomini appartenenti a diverse tradizioni come Luigi Einaudi, don Luigi Sturzo e Carlo Rosselli è inoltre l’affermazione della centralità della persona e il primato della società civile rispetto allo Stato. Sono concetti tipici di tutti i liberali: la libertà individuale, la creatività sociale, la spontaneità delle istituzioni, il primato della società civile, il ruolo delle comunità intermedie, il valore strumentale dello Stato, la natura non pedagogica ma vigilante e serviente della politica, per citare ancora una volta l’intervento di Pera a Rimini. Questi concetti sono alla base, ricordiamolo, del Patto con l’Italia sottoscritto da Silvio Berlusconi. Il primato della persona e della società civile costituiscono il fondamento e il fine di tutte le riforme che questo governo sta realizzando nel campo della scuola, della sanità, dell’economia, della giustizia, della sicurezza e della riforma dell’apparato dello Stato verso un federalismo fondato sulla sussidiarietà. Da dove ricaviamo questi principi? Lo abbiamo già visto: dalla tradizione liberale cattolica di Rosmini, di don Sturzo, di De Gasperi, di don Giussani, e da quella liberale laica e riformista di Einaudi, di Rosselli, di Calogero, di Salvemini. In Sturzo, il tema della società civile occupa una parte essenziale del suo pensiero e delle sue posizioni politiche. La visione di don Sturzo dello Stato e dei limiti del suo intervento è strettamente connessa all’autonomia della società civile. Il primato della società civile rispetto allo Stato deriva dall’avversione al centralismo e allo statalismo burocratico. È la stessa preoccupazione di Luigi Einaudi, che vede nel progetto collettivista e statalista la minaccia più grande e temibile alla vita indipendente e autonoma degli istituti di vita comune: la Chiesa, il municipio, la società di mutuo soccorso, le cooperative, l’associazione professionale, insomma i rapporti liberi che gli individui stabiliscono liberamente fra di loro. Einaudi invoca «il ripristino della libertà del mercato come unico antidoto all’autoritarismo», mentre denuncia come «una complicata, enorme piovra burocratica si estende su tutta la vita economica del Paese: il carrierismo, la furberia, la ipocrisia menzognera, la corruzione». Il rullo compressore del collettivismo - sempre secondo Einaudi - tende a eguagliare tutti entro uno Stato grande e potente, e mira a eliminare i corpi autonomi, le istituzioni viventi di vita propria. All’idolatria dello Stato si risponde con la libertà dell’individuo e col primato della società civile, come ha ricordato Marcello Pera. In fondo, il punto di forza di tutta la nostra politica è il concetto che lo Stato è per l’individuo e non l’individuo per lo Stato, a partire proprio dal primato assegnato alla società civile, intesa come insieme di cives, di cittadini, e non come qualcosa di avulso e altro rispetto alla società politica, che ne è parte integrante. La persona è la fonte primaria dei diritti e lo Stato ha solo la funzione di tutelarli e di assecondarne l’affermazione. La società civile, da questo punto di vista, non è uno stadio imperfetto di irrazionalità e di istintività e di egoismo che troverà il suo trascendimento e il suo compimento nello Stato, come ancora pensa la sinistra imbevuta di marxismo e di idealismo. Per noi la società civile è il punto di partenza per dare nuovi contenuti espansivi alla libertà, innervata dal principio della sussidiarietà e non da una concezione piramidale, ferrea, normativa e prefettizia della vita del Paese: sia per quanto riguarda la sfera territoriale (attraverso l’autogoverno e federalismo), sia sotto l’aspetto economico (tramite la libera iniziativa) e sociale (valorizzando il ruolo della famiglia e dell’associazionismo). Per noi la libertà - quante volte lo abbiamo ripetuto - è un diritto degli individui che precede la società e che precede lo Stato, anzi per noi lo Stato esiste per proteggere la libertà di tutti ma non è esso stesso la fonte della libertà.
Questi principi devono essere continuamente ricordati affinché tutte le nostre azioni di governo siano coerenti con ciò che fonda e legittima la nostra presenza presenza politica.
Non c’è quindi nulla in comune tra la nostra visione liberale della democrazia e dello Stato e quella degli eredi delle ideologie totalitarie. Questo è il motivo che ci ha fatto scendere in campo nel 1994, contro chi riteneva e ritiene che lo Stato venga prima dei cittadini, che tutti i diritti dei cittadini siano nulla di fronte al potere delle maggioranze politiche, autorizzate a concederli e revocarli, a seconda della propria convenienza. Questo è vero per i diritti civili, i diritti individuali, i diritti economici. Come ha detto Silvio Berlusconi parlando del nuovo ruolo dell’Italia nel mondo, dopo l’11 settembre il mondo è cambiato e la pace sarà possibile solo quando cesseranno le ingiustizie e le disparità più clamorose fra una parte del mondo sazia e privilegiata in cui vige la libertà e la democrazia e un’altra parte del mondo povera e disperata che spinge alle nostre porte e in cui si diffonde una cultura della morte del terrore. Berlusconi ha mostrato la possibilità di colmare il divario troppo grande che si registra fra le tensioni e le crisi che scoppiano in varie parti del mondo, e la capacità della politica tradizionale di farvi fronte. Questa contraddizione è dovuta anche all’influenza sempre più grande che, a livello mondiale, assumono fenomeni economici e finanziari che sfuggono al controllo delle istituzioni democratiche e che, anzi, ne condizionano fortemente l’attività.
La maggiore complessità dei problemi posti da un’economia globale, imporrebbe anche alla politica di prendere coscienza delle sue nuove responsabilità. Purtroppo - come ha ricordato Alberto Ronchey - mentre la società iperindustriale moltiplica ogni anno i suoi Nobel per le scienze, essa raramente genera statisti e talenti politici di ragionevole credibilità o solida personalità. I talenti più inventivi e affidabili oggi rispondono a ben altre vocazioni. Oggi si sta avverando ciò che già Tocqueville aveva previsto: «Sono le persone di limitati desideri che si mettono negli intrighi politici, i grandi ingegni e le grandi passioni se ne allontanano». I politici di oggi appaiono all’opinione pubblica interessati unicamente alla gestione e alla spartizione del potere; sembrano occupati solamente dai giochi della politica; sembrano spendere ogni loro energia in polemiche e scontri, che si rivelano in realtà solo finzioni. La vita sembra essere fuggita dalla politica. Le grandi passioni ideali e morali, che hanno spinto nel passato molti uomini di valore a fare della politica una scelta di vita, si sono affievolite. Eppure, per affrontare i problemi dell’umanità, per sollevare dalla povertà e dalla miseria milioni di uomini e di bambini, la politica deve riacquistare coscienza delle proprie responsabilità. La politica deve saper attrarre persone competenti e animate da forti valori ideali e morali. È, anche questa, la scommessa di Forza Italia sin dalla sua fondazione. È il motivo che, oltre al carisma del suo leader, ne ha decretato il successo. Ed è la ragione per la quale siamo qui, per partecipare al cambiamento dell’Italia alla luce dei valori in cui crediamo. Vi sono, perché questo avvenga, due condizioni fondamentali e inscindibili: senza persone competenti la politica si riduce a semplice cassa di propaganda per proclami irrealizzabili e irrealizzati; ma senza forti convincimenti ideali e solide basi culturali, la politica si trasforma in pura brama di potere. Per questo nella Proposta di un Manifesto per la cultura, scritto con il Senatore Dell’Utri, abbiamo affermato che un’azione politica che non entri in contatto con gli stimoli degli intellettuali, con le loro riflessioni, con le acquisizioni più alte della cultura e della scienza, è una politica che decade, come purtroppo abbiamo visto nel passato, a pura amministrazione dell’esistente, in assoluto pragmatismo, alla fine in cinismo politico. Così come, dall’altra parte, una cultura estranea alla vita civile e politica di una nazione, di un popolo, di una società sarebbe francamente impossibile. Oggi dunque abbiamo bisogno di cultura e di progetti politici per una società informatica e telematica, per una società scientifica e tecnologica, economica e finanziaria globale nel cui ambito chi fa politica dovrebbe avere almeno una formazione di avanguardia, molto più avanzata della media dei cittadini. Berlusconi ha capito la necessità di importare nella vita politica quelle capacità manageriali e quei valori di efficienza senza i quali la politica rischia di diventare un’attività secondaria e inutile rispetto ad altre sfere della società. Ha capito che la politica ha bisogno di valori e di competenze, ha bisogno di coerenza fra il dire e il fare, ha bisogno di indicare grandi mete da raggiungere. Berlusconi si colloca nel solco di una cultura di ispirazione cristiana e liberale, ma contrassegnata da un ricorrente appello all’utopia, intesa come forza creativa, come tensione verso il futuro, come ricerca di un miglioramento costante della vita di ogni persona e dell’intera società. In questa logica, Forza Italia si propone come la forza politica capace di interpretare pienamente l’essenza del nuovo popolarismo europeo. Credo che questo sia il modello su cui tutti insieme dovremmo lavorare nei prossimi mesi, anche al fine di progettare un’Europa delle libertà e non delle tecnocrazie. Credo questa sia la via per raccogliere, attualizzare e rilanciare la lezione europeista di Alcide de Gasperi e assumere una parte attiva nei processi di integrazione che non si limiti alle supine accettazioni di quanto, spesso, non viene deciso nei luoghi della politica e della democrazia.
 

web agency Done Communication