dicembre 2001 - liberal bimestrale Una nuova cultura di governo comincia ad affermarsi nel mondo. Attraverso ciò che George Bush ha definito «conservatorismo compassionevole», nella linea di «modernizzazione armonica» che Josè Maria Aznar ha reso vincente in Spagna, con il programma di «liberismo sociale» che ispira in Italia l’azione del nuovo governo di Silvio Berlusconi: sta maturando qualcosa di più di una convergenza tra posizioni politiche affini. Si delinea un insieme di pensieri comuni che prefigura una Nuova Via nella politica occidentale in grado di corrispondere alle nuove esigenze di governo del mondo globalizzato. Forse non sono ancora del tutto chiare agli osservatori internazionali le profonde novità culturali e politiche delineate da questi sentieri. Eppure essi sono già disegnati, chiari alla comprensione di chi voglia capire. Soprattutto di chi non abbia chiuso gli occhi di fronte all’incubazione storico-culturale che li ha prodotti e resi vincenti. Un’incubazione cominciata negli ultimi vent’anni del secolo scorso.
Le origini
Tutti lo hanno riconosciuto: ma non tutti ne hanno tratto le necessarie conseguenze. Gli anni Ottanta del Novecento hanno cambiato il corso del mondo. Tre grandi personalità, con la loro opera, in campo politico e in campo spirituale, hanno svolto una funzione di rottura e di anticipazione della storia: Margaret Thatcher, Ronald Reagan e Karol Wojtyla. Ha scritto Michael Ignatieff nel 1992 dopo l’ennesima sconfitta elettorale dei laburisti inglesi: «Il partito laburista ha promesso agli elettori che avrebbe pensato a loro, non li ha mai incoraggiati a fare da sé, il che equivale a dire che il linguaggio dei laburisti, incentrato sui diritti, ha perso la battaglia dei valori contro il linguaggio dell’iniziativa personale». La politica di Margaret Thatcher ha in effetti prodotto un profondo cambiamento di mentalità, perfino intellettuale e morale, nelle nostre società in ordine ai valori fondativi della comunità, al senso dell’iniziativa personale, al concetto di merito, all’etica della responsabilità. Un cambiamento che, nonostante contrasti e passi indietro, si è dimostrato stabile e duraturo negli ultimi vent’anni. E che ha contagiato ambienti culturali e schieramenti politici anche assai lontani da quello dell’ex premier britannico. Con Ronald Reagan questo mutamento di mentalità ha investito l’intero ordine mondiale. Con lui l’appeasement non è stato più il carattere fondamentale dei rapporti Est-Ovest. A esso è subentrata la sfida economica e politica. Una sfida volta non al roll back ma al breakdown dei sistemi comunisti. Tanto che, con il suo successore George Bush senior, si è giunti allo sgretolamento dell’Urss e del totalitarismo comunista in Europa.
Infine, Karol Wojtyla. Con il suo alto magistero, ha posto al centro del confronto del nostro tempo il valore essenziale e originario della persona. La persona come imago Dei e perciò, innanzitutto e fondamentalmente, libera soggettività creatrice. Ha scritto Michael Novak: «Il principio sotteso all’antropologia di questo Papa è la “soggettività creativa” della persona umana, principio a cui si accompagna la “soggettività della società”». Tale impostazione ha avuto il merito di far avanzare una cultura fondata sul diritto naturale e sulla centralità della persona al posto di quella basata sulle leggi scientifiche e generali dello sviluppo storico e collettivo che era stata egemone per decenni. La giustizia sociale ha cominciato a esser vista come frutto e azione della soggettività, individuale e comunitaria, come solidarietà, e non come costruzione dall’alto, da parte dei partiti e dello Stato. Tutti i presupposti filosofici scientisti, collettivisti, costruttivistici in campo sociale, non solo del comunismo ma anche del socialismo sono andati in pezzi prima ancora del crollo dell’Impero sovietico. Questo è il grande cambiamento spirituale e filosofico introdotto dal pontificato di Giovanni Paolo II che ha accompagnato, pastoralmente, i cambiamenti mentali e politici con i quali si è chiuso il secolo scorso. La profondità e il significato di questi cambiamenti sfuggono ancora a buona parte dell’opinione pubblica mondiale. Sono in molti a pensare che la vittoria ottenuta nell’89 dall’Occidente e la sua attuale forza siano esclusivamente frutto della potenza economica e militare americana. Sono in molti a trascurare la forza intellettuale, morale e spirituale che sottostà a quella economica e militare. Chi ragiona così è destinato in breve tempo a trovarsi spiazzato dagli eventi. Perché se la guerra fredda è stata caratterizzata dall’alternativa democrazia-totalitarismo, le sfide di questo nostro tempo si giocano intorno al riconoscimento o alla negazione dei fondamenti morali e spirituali dell’Occidente, sulla sua perdurante capacità di promuovere dignità e progresso, di non essere una pura macchina di riproduzione tecnologica. Se l’era politica di Reagan e Thatcher è stata l’era della rottura, l’era politica di Bush jr., di Aznar, di Berlusconi (e si spera presto di altri leader europei della nuova via) è l’era della costruzione. L’era della riaffermazione in positivo dei valori fondativi dell’Occidente, l’era nella quale l’innovazione deve saper trovare e dimostrare i suoi profondi legami con la tradizione, con le idee-guida della nostra civilizzazione. Questo, in fondo, è anche il significato più profondo della nuova guerra divampata dopo l’undici settembre 2001. Tutti siamo consapevoli che nel mondo esistono ancora gravissimi squilibri economici, sociali, ambientali che è nostro dovere rimuovere. Letta sotto questo punto di vista la pur già millenaria storia dell’umanità appare ancora in una fase infantile della sua evoluzione. Non tutti però sono consapevoli che solo assumendo pienamente la centralità della persona e dell’individuo, solo attraverso lo sviluppo della libera economia e i liberi commerci, solo riconoscendo il valore universale della democrazia, sarà possibile affrontare in modo efficace tutti quei mali e quelle minacce. Tutte le altre vie sarebbero anzi disastrose. Con la libertà non tutto è dato ma tutto è possibile. Senza la libertà tutto è perduto. Questa consapevolezza rende ancora più pesanti, se possibile, le nostre responsabilità. In primo luogo quella di far comprendere a tutti che non potrà mai esistere un vero dialogo con culture e civiltà diverse dalla nostra se noi, accanto alla tolleranza, alla comprensione, alla volontà di integrazione non saremo anche in grado di esibire amore per la nostra storia, fede nelle nostre tradizioni, passione civile per i valori della nostra civiltà. Per dialogare bisogna essere in due. La reciprocità è uno dei comandamenti fondamentali della democrazia. Se, ad esempio, a noi sembra giusto aprire una moschea in Occidente deve sembrare giusto e possibile anche aprire una chiesa nei Paesi islamici. Un confronto autentico, che punti a superare l’odio dei fanatici, si può basare solo sul reciproco rispetto. È questa una legge della vita umana, di quella privata come di quella pubblica. Non si può mai davvero amare nessuno se non si è in grado prima di amare davvero se stessi.
I princìpi
Tutto quel che è avvenuto negli ultimi venti anni e la natura delle nuove sfide che si stagliano all’orizzonte ci impongono di riappropriarci delle nostre tradizioni, di riscoprire le nostre radici culturali più profonde, prima europee e poi americane. Dopo decenni di pensiero debole e di post-modernismo da supermarket, la cultura occidentale sente il bisogno di ritrovare pensieri forti, di riscoprire il senso della vita nelle origini della propria civiltà, di tutelarsi dallo spaesamento della globalizzazione nella rivalutazione delle radici, della terra, della famiglia, del lavoro, della propria comunità. Il nuovo spirito del tempo che si è affermato alla fine del secolo scorso attraverso la rottura operata dai tre protagonisti che prima ho richiamato, ci chiede oggi di governare l’era della globalizzazione rendendo sempre più evidente la correlazione tra libertà sociale, economica e politica da una parte e il valore dell’individuo-persona dall’altro. Ha scritto Friedrich von Hayek: «È solo perché siamo liberi nella scelta dei nostri mezzi che siamo liberi di scegliere anche i nostri fini. La libertà economica è perciò una condizione indispensabile per tutte le altre libertà e la libera impresa è insieme una condizione e una conseguenza della libertà dell’individuo e della persona». Se tale orizzonte teorico è ben visibile davanti a noi, risulta altrettanto evidente il nesso stretto che esiste tra cultura liberale e ispirazione cristiana. Il pensiero cattolico, infatti, afferma la sostanziale bontà della natura umana anche dopo la caduta. Una bontà che coesiste con la permanente imperfezione e la continua fallibilità. Da ciò discende che ciò che è finito è buono e che il limite è buono. L’uomo, viceversa, perde se stesso quando disconosce la bontà della propria natura oppure quando pensa che essa possa consentirgli di superare ogni limite. Non a caso l’idea del finito come male e la volontà conseguente di spezzare ogni limite, alla ricerca della rivoluzione come assoluto, hanno spinto consistenti porzioni di umanità nelle braccia delle sanguinarie utopie totalitarie. Al contrario l’idea della bontà del finito e della necessità del limite si armonizza bene con i due princìpi essenziali del liberalismo: l’idea di un’economia di mercato fondata sullo scambio, sulla reciprocità, sul limite di ciascun individuo, sulla necessità di offrire e chiedere un servizio all’altro individuo. Lo ha messo bene in luce Jacques Garello seguendo l’insegnamento di Frédéric Bastiat. «Frédéric Bastiat - scrive Garello - ha stabilito che il valore di un bene non può nascere che dallo scambio di servizi: ciascuno può ottenere i servizi di un altro soltanto rendendogli servizio a sua volta. La ricchezza, quindi, non consiste nell’accumulare denaro o addirittura nel fabbricare oggetti. È semplicemente una risposta ai bisogni che si esprimono». In secondo luogo, con l’altro grande principio: l’idea della limitazione del potere, di ogni potere, che è per l’appunto il cuore stesso del liberalismo.
È noto a tutti che, storicamente, pensiero cattolico e pensiero liberale si sono contrapposti, nei Paesi europei, in rapporto alla lunga contesa tra Stato e Chiesa. Una lunga contesa che si è infine risolta stabilendo relazioni di reciproca autonomia oggi considerate irrinunciabili da entrambe le parti. Tale vicenda storica - definitivamente conclusa - ha finito per oscurare la comunanza di principi. Ma oggi è possibile, anzi indispensabile riconoscere la reciproca integrazione tra le due più grandi tradizioni dell’umanesimo europeo, quella cattolica e quella liberale. Scriveva Tocqueville: «Ciò che mi ha sempre più colpito nel mio Paese è di vedere schierati da una parte gli uomini che apprezzano la moralità, la religione e l’ordine; e dall’altra quelli che amano la libertà e l’eguaglianza degli uomini davanti alla legge. Questo spettacolo mi ha colpito come la cosa più straordinaria e deplorevole che potesse mai offrirsi allo sguardo di un uomo. Perché tutte queste cose che separiamo in questo modo sono invece, e ne ho la certezza, indissolubilmente unite agli occhi di Dio. Sono tutte cose sante se posso esprimermi così, perché la grandezza e la felicità dell’uomo in questo mondo non può che risultare dalla riunione di tali cose. Da allora ho creduto di capire che una delle più belle imprese di questo nostro tempo fosse quella di mostrare come esse si tengono insieme per un legame necessario, e che ciascuna di esse si indebolisce separandosi dall’altra».
La Nuova Via ha dunque le sue radici in una robusta pianta di pensiero, trascurata negli due ultimi secoli, in particolare nel Ventesimo, ma alla quale oggi è essenziale tornare a versare acqua, per richiamarla a crescere. Muovendosi lungo gli ampi rami di questa pianta, il pensiero cattolico può scoprire che l’economia di mercato e la liberaldemocrazia non solo sono le forme più congeniali alla propria visione dell’uomo (e non il segno della presenza del diavolo come qualcuno nella stessa Chiesa si ostina ancora a ritenere) ma traggono origine dal suo stesso seno. Sull’altro versante, dal confronto con il cattolicesimo il pensiero liberale è spinto a non accontentarsi di una concezione della libertà puramente formale, fine a se stessa e dell’attività economica come autosoddisfacimento, aprendosi invece all’idea della produzione come servizio e a quella della politica come ricerca del bene comune, idea-chiave per il governo della globalizzazione. Non proponiamo nulla di inedito. Pensiamo solo sia venuto il momento di tirar fuori dalla polvere degli archivi quei pensieri-guida, quelle solide radici della nostra civiltà che da S. Tommaso ci conducono a Grozio, al giusnaturalismo europeo del Diciassettesimo secolo, fino al pensiero economico anglosassone di Ferguson e Smith. Ama il prossimo tuo come te stesso, ha insegnato Cristo. Tratta gli altri sempre come fine e mai come strumento, ha ammonito Kant. Reciprocità di amore e di diritti, scambio di beni e di profitti: queste sono le nostre radici comuni. «Solo coniugando liberalismo e cattolicesimo - ha scritto ancora Garello - l’Occidente potrà ritrovare il suo equilibrio intellettuale e spirituale». Permettetemi di aggiungere che questo è l’universo di principii e di valori cui si ispira anche la nuova Italia di Berlusconi e cui guarda con sempre maggiore interesse ormai una larga parte della cultura del nostro Paese. Con buona pace delle incomprensioni della sinistra italiana e di alcuni circoli giornalistici internazionali che pretendono di descrivere la realtà con gli occhi bendati dai pregiudizi e si ostinano a presentare il nostro premier e il nostro movimento come privi di una solida identità politico-culturale. Il tempo, ne siamo certi, farà ricredere anche i più ostinati tra loro.
La Nuova via
«Per Marx il socialismo si sarebbe retto o sarebbe crollato a seconda della capacità di generare una società che producesse più ricchezza del capitalismo e sapesse distribuirla in modo più equo. Se ora il socialismo è morto, è proprio perché queste ambizioni sono fallite». «Il socialismo non è riuscito inoltre a comprendere l’importanza dei mercati come meccanismi informativi che forniscono dati essenziali per compratori e venditori. Tali inadeguatezze si sono rivelate appieno soltanto con l’intensificarsi dei processi di globalizzazione e cambiamento tecnologico a partire dagli anni Settanta». Chi parla così è Anthony Giddens forse il massimo teorico della Terza Via del nuovo socialismo europeo, con la quale la sinistra si proponeva di «trascendere sia il neoliberismo che la socialdemocrazia». Bisogna riconoscere che tale progetto ha avuto il merito di dare nuovo ossigeno a una socialdemocrazia che, con il 1989, rischiava di esalare l’ultimo respiro assieme al comunismo contro il quale aveva pure combattuto le sue giuste battaglie. Tale rischio dipendeva da una circostanza ideologica piuttosto importante: nonostante la guerra condotta contro le teorie comuniste in nome del gradualismo riformista, la socialdemocrazia condivideva con il comunismo due categorie fondative dell’agire politico: la centralità della classe operaia, vista come microcosmo dal quale bisognava partire per la trasformazione socialista della società, e la mitologia della conquista del potere statale centrale come ora x della medesima trasformazione. Cambiava certo, eccome, per tutti, che si trattasse di una conquista violenta o da ottenere per via democratica. Ma non erano tuttavia visibili significative differenze intorno alla concezione statalista del potere. In questo quadro la proposizione della Terza Via è arrivata al momento giusto a salvare, rianimandole, un corpo di teorie moribonde. Non ci pare, però, di essere velati dalla faziosità se affermiamo che, dopo un abile lancio mediatico-politico, la Terza Via ha sostanzialmente tradito tutte le aspettative accese e che oggi non si sappia neppure bene cosa essa sia. Per meglio dire: laddove come in Inghilterra, Tony Blair ha saputo compiere una vera e profonda rottura culturale con il vecchio socialismo, la nuova identità liberale dei socialisti appare più sincera e convincente. Laddove, invece, come in Germania, Francia e Italia la rottura è stata solo di facciata essa è riuscita a mascherare solo per poco tempo la radicale crisi di prospettiva della sinistra. Ciò è tanto più vero in Italia dove, unico tra i Paesi occidentali, a sostenere la Terza Via non era e non è un partito socialista ma un partito post-comunista.
A questo proposito vorrei rivolgere una questione al neosegretario Ds Piero Fassino che, nei giorni precedenti al recente congresso ha onestamente ammesso: o si cambia o si muore. Ebbene, nessun cambiamento è ancora apparso all’orizzonte. Ma è del tutto evidente che tra Tony Blair e Vittorio Agnoletto non c’è alcuno spazio politico. Non si può tenere il piede in due scarpe: con la destra seguire le orme di Blair e con la sinistra marciare accanto ai no-global e a chi contesta gli Stati Uniti perfino quando essi sono vittime del terrorismo. Non basta qualche sofisma per risolvere la questione. Bisogna sapere se i Ds sono davvero disposti a combattere una battaglia culturale in difesa dei valori fondativi dell’Occidente. Sono in grado di dire che il loro campo politico-culturale è lo stesso di Tony Blair? Tra l’altro questo, nella politica nazionale, significherebbe anche praticare una radicale revisione in ordine alle politiche sociali che aiuti l’Italia a raggiungere, nella pace sociale, la riforma delle pensioni e del mercato del lavoro. Contrapponendosi pubblicamente, se necessario, alle posizioni conservatrici del loro sindacato. Sappiamo che tutto ciò può comportare dei prezzi in termini di consenso. Ma è proprio in queste circostanze che si vede la capacità della politica di guardare al futuro. Senza un sì convinto a queste domande nessuna svolta avrà mai corso e quel partito sarà votato alla decadenza, sempre più costretto tra il mondo dei centristi alla Prodi e il popolo sindacale, giustizialista e no-global che lo assedia alla sua sinistra. Sono ormai venuti al pettine tutti i nodi della loro storia, la cui soluzione è sempre stata colpevolmente rinviata.
La verità sulla cosiddetta Terza Via è che la socialdemocrazia potrà oltrepassare se stessa solo quando saprà rendere chiara l’identità di un nuovo sentiero etico-politico. Ma non sembra che questo sia ancora avvenuto. È vero, come detto, che negli ultimi anni le socialdemocrazie europee hanno cercato di concepire un progetto di economia mista, sulle orme di quello, liberale, dell’economia sociale di mercato. Ma la politica non può essere come il vestito di Arlecchino, composta da pezzi di abiti diversi. Eppure i socialisti europei finora hanno fatto proprio questo: hanno raccolto pezzi sparsi di altri pensieri, incorporato persino metodi del pensiero cristiano e liberale cercando di innestarli nel loro vecchio quadro filosofico e di principi. Non è difficile comprendere come ciò abbia dato vita a un composto confuso e contraddittorio.
In particolare il loro essere disposti a riconoscere finalmente la superiorità dell’economia di mercato come meccanismo ottimale di allocazione delle risorse senza riuscire a comprendere che essa è una delicata e complessa costruzione ideale e non solo, come essi amano dire, un meccanismo, ha creato un risultato assai imbarazzante. I nuovi socialisti, in particolare quelli continentali, si sono trasformati in pragmatici neofiti zelanti fans delle leggi dell’economia e della finanza, perdendo inevitabilmente contatto sia con l’universo dell’etica pubblica che con gli strati più popolari della società. Essi hanno immaginato un potere illuminato e oligarchico, il loro, capace di entrare in sintonia con il mondo delle élites capitaliste in un gioco di specchi nel quale a una visione tecnicistica della politica corrisponde una concezione dirigistica del capitalismo. Il vecchio compromesso socialdemocratico cambia registro: esso non si svolge più tra classe operaia e Stato ma tra capitalismo e potere, lasciando sostanzialmente inalterato l’antico meccanismo di welfare. In questa deriva elitaria della sinistra, come si vede, resta immutata la vecchia diffidenza socialista verso il primato della società civile che è cardine di una società fondata sul diritto naturale e ordinata secondo le regole dell’economia sociale di mercato. Essi a parole sono per la società civile ma in realtà diffidano delle sue articolazioni reali, dei corpi intermedi, a cominciare da quello essenziale rappresentato dalla famiglia. Sono a parole, per il principio della responsabilità, dopo aver guidato l’affermazione indiscriminata di sempre nuovi diritti. Ma sono anche per il relativismo etico che, col principio di responsabilità fa a pugni. Così la Terza Via, se fosse applicabile, presenterebbe davanti ai nostri occhi un universo davvero inquietante: statalismo in economia e libertarismo nei costumi. Davvero una ricetta velenosa. Ma nonostante in questi anni si sia affermato il principio post-moderno della contaminazione, il meticciato politico non è destinato a fare lunga strada. Del resto la socialdemocrazia europea resta ancora legata a precisi atteggiamenti mentali: il primato della sicurezza sul rischio, dell’assistenza e della passività sull’iniziativa personale. Il liberalismo invece poggia e produce atteggiamenti di segno opposto. Scriveva Wilhelm Roepke, padre fondatore dell’economia sociale di mercato tedesca del secondo dopoguerra: «L’economia di mercato può prosperare solo in una società in cui siano vivi alcuni principi fondamentali: l’iniziativa individuale, il senso di responsabilità, l’indipendenza ancorata alla proprietà, l’equilibrio e l’audacia, il calcolo e il risparmio, l’organizzazione individuale della vita, l’inserimento nella comunità, il sentimento della famiglia, della tradizione e della continuità storica, e, in più, menti aperte alla realtà presente, e all’avvenire, una equilibrata tensione tra l’individuo e la comunità, dei solidi legami morali, il rispetto dell’intangibilità della moneta, il coraggio di affrontare virilmente i rischi della vita, il senso dell’ordine naturale delle cose e una solida gerarchia di valori». Più di recente ha scritto David Green: «Buon carattere, onestà, senso del dovere, spirito di sacrificio, onore, spirito di servizio, autodisciplina, tolleranza, rispetto, giustizia, impulso a migliorare se stessi, fiducia, buona educazione, forza d’animo, coraggio, integrità, diligenza, patriottismo, considerazione per gli altri, parsimonia e reverenza». Sono queste le virtù che crescono nella società civile: «Se esse suonano d’un loro garbo antiquato» gli è perché il potere statale, sabotando la società civile, le ha represse.
Quella sulla quale noi lavoriamo è dunque una Nuova Via. Una via che riscopre le antiche radici dell’Europa libera di prima dell’epoca dei totalitarismi e di quella socialdemocratica. Una via che nasce dalla consapevolezza che il capitalismo è condizione necessaria ma non sufficiente all’affermazione di una società di uomini liberi. Esso può facilmente degenerare, come avvenne negli anni Venti del secolo scorso, verso un capitalismo di Stato e aprirsi ad avventure autoritarie come allora capitò. Oppure esso può evolvere, come oggi avviene, in quello che viene definito il turbocapitalismo e al quale noi guardiamo con preoccupazione per il rischio che esso si trasformi nell’assolutizzazione di una «distruzione creativa». Sia chiaro: siamo assai più ostili verso ogni antidoto socialista a tale distruzione creativa perché esso propone sempre, in maggiore o minor misura, una distruzione assai maggiore e non creativa e non pensiamo a nessun ibrido tra capitalismo e socialismo come si è a lungo fatto nei decenni passati. Pensiamo invece una cosa assai più semplice: che il problema non è il capitalismo in sé, ma è la quantità di potere che in una società capitalistica viene assegnato alla società, il problema è se l’intera costruzione sociale del capitalismo è chiamata a vivere, come mezzo e come fine, la centralità della persona e dell’individuo. In altri termini il capitalismo esibisce caratteristiche distruttive e non liberali e solidali solo nel momento in cui esso non si muove dentro una società civile capace di fornirgli una cornice, ideale, morale, di regole e leggi. Selvaggio non è mai il capitalismo in sé, per vocazione come sostengono i suoi detrattori: selvaggio può essere solo il contesto entro cui esso si trova a operare. Basta considerare, del resto, le difficoltà con cui il capitalismo si sviluppa in Paesi che non hanno le nostre radici culturali per comprendere l’importanza essenziale che il retroterra culturale ha nel prosperare dell’economia di mercato. Juergen Habermas, e altri con lui, hanno affermato più volte che il capitalismo erode i valori tradizionali cui pure esso deve la sua fortuna. Si tratta di una verità solo parziale. Anche qui: non è il capitalismo in sé a erodere i valori tradizionali ma l’affermarsi di culture che, non amando i valori fondativi dell’Occidente, non perseguendo la centralità della persona, diffondono nelle élites una mentalità pragmatica, relativista e nichilista. Mentalità diffusa a sinistra assai di più che sul fronte opposto.
La Nuova Via, che già si delinea nei percorsi politici di Bush, di Aznar e di Berlusconi è viceversa fondata sull’economia solidaristica, sulla riscoperta dei valori tradizionali della società occidentale, sulla responsabilità personale dei cittadini in ordine alla gestione dei beni comuni. Essa non propone uno «Stato minimo» ma uno Stato forte: la cui azione, però, sia delimitata. Lo Stato è certo chiamato a intervenire nell’offerta di alcuni servizi, soprattutto nel campo della salute, della scuola, dell’assistenza ma senza per questo attribuirsi un diritto esclusivo di fornitura e di gestione. L’idea-forza è il principio di sussidiarietà: perché è questo il principio che valorizza i corpi intermedi, a cominciare dalla famiglia, e che invita a costruire un nuovo ordine economico, sociale e politico che non sia né un Superstato né insieme rappresenti il trionfo di una società individualistica ed egoista. In altri termini l’orizzonte proposto è quello della Welfare society o della Welfare community, assumendo come definitivo il tramonto del vecchio Welfare State. È insensato, e oltretutto ormai finanziariamente impossibile, il fatto che l’assistenza statale continui ad ampliarsi mentre la sua necessità, a causa dell’aumentato benessere medio dei singoli, diminuisce. Continuando lungo questa via, non dando maggiore flessibilità sia al lavoro che alla tutela, i Paesi europei, sono destinati al collasso. Per altro le nostre sono ormai società anziane appesantite da un calo demografico. E se non riusciremo a invertirlo, restituendo nuova centralità sociale alla famiglia, suonerà per tutti noi il triste leitmotiv della decadenza. «La maggior parte dei diritti e delle prestazioni del Welfare State sono previsti per gli individui piuttosto che per le famiglie». A confessarlo è Ulrich Beck, uno dei massimi teorici della nuova socialdemocrazia. Ed è proprio in questa anomalia a nascondersi il germe della decadenza attraverso il primato di un individualismo illimitato e di uno statalismo intrusivo. Tale anomalia va superata. Anche la socialdemocrazia lo sa. Ma come detto non possiede gli strumenti teorici e la convinzione morale per riuscirci. La Welfare society non si arresta agli uffici e alle fabbriche. Essa ha come referenti non solo i singoli individui lavoratori ma, insieme a loro, le famiglie in tutti i suoi componenti, compresi i nascituri.
La Welfare society è una società dal potere diffuso dove la responsabilità della gestione sociale, superando l’antica totale delega del cittadino allo Stato Padre-Padrone, è affidata ai corpi intermedi della comunità, responsabilizzati in ordine alla sovranità dei loro beni. È una società nella quale il livello privato e il livello statale cooperano e competono nell’offerta di servizi formando insieme un unico sistema pubblico all’interno del quale sia la più estesa, la più plurale, la più libera possibile la scelta dei cittadini.
Particolare rilievo acquista, in quest’orizzonte, la prospettiva di una scuola libera. Perché l’educazione e l’istruzione sempre più assumono e assumeranno un ruolo centrale per lo sviluppo delle nostre società. E invece l’offerta di sapere è drammaticamente al di sotto delle domande moderne delle nuove generazioni e alle esigenze della competizione mondiale. Abbiamo inoltre il dovere di estendere la qualità e la pluralità dell’offerta educativa in un mondo nel quale altri strumenti, come la televisione, non sempre gestiti in modo accettabile, stanno prendendo il sopravvento in un universo globale nel quale si moltiplicano stili di vita, desideri e bisogni sociali. Una scuola della libera scelta e della libera offerta, con un più massiccio impiego del capitale privato, è la via giusta: perché vanno facilitati e non sabotati tutti coloro, comunità, imprese o altri soggetti sociali che pensano di poter offrire servizi più adeguati alla molteplicità e alla ricchezza delle domande dei nuovi cittadini del Ventunesimo secolo.
In conclusione: la Nuova Via unisce una coppia decisiva di parole: libertà e creatività. La libertà è di per sé un fine: ma anche la libertà deve essere per qualcosa. Lasciata da sola essa resterebbe un concetto solo formale, incompiuto. È la creatività che invera la libertà. Si può essere infatti liberi di fare qualcosa ma, appunto, si può anche essere liberi di non farla. Si può insomma esercitare una libertà negativa. Solo la creatività rende la libertà positiva. La creatività è l’energia dinamica che il soggetto mette in campo nell’impresa come nell’associazionismo civile, nel volontariato come nella famiglia, nell’arte come nella scienza. Una continua voglia di dar senso alla vita, a quell’avventura personale che abbiamo la fortuna di scrivere. Un ethos dunque, l’ethos originario delle nostre società che è stato però, in Europa, sabotato e soffocato per larga parte dell’ultimo secolo.
Il definitivo affermarsi di questa filosofia pubblica, che assegna priorità all’uomo sullo Stato, può sensibilmente avvicinare il modello sociale europeo e quello americano, senza disperdere e contaminare le diversità, che sempre arricchiscono e completano i singoli come le nazioni, ma dando a ciascuno dei due partner maggiore forza economica nel mondo. Il definitivo affermarsi di questa filosofia pubblica può infine consentire l’aggregazione in Europa di una vasta area liberale e popolare capace di governare la globalizzazione esaltando la crescita dell’interdipendenza come motore di una nuova solidarietà mondiale. Si sente insomma il bisogno di un’Europa che sappia essere più liberale e che, nello stesso tempo, sappia riattualizzare la grande tradizione del popolarismo. Il risultato potrà essere la delineazione di un «nuovo centrismo» laico-cattolico capace di riunificare tutte quelle famiglie politiche che, dai conservatori ai liberalsocialisti, non credono nelle capacità di governo della globalizzazione della socialdemocrazia, vecchia o nuova che sia, e credono invece in una politica capace di parlare lo stesso linguaggio sia con gli imprenditori che con gli strati più deboli della società. Quando in Germania Adenauer ed Erhard seppero coniugare ispirazione cristiana e programma liberale, quando in Italia, con De Gasperi ed Einaudi, popolari e liberali seppero unirsi, i vantaggi furono immediatamente evidenti e storicamente decisivi. La presidenza Bush ci offre oggi una grande opportunità. Se nel prossimo decennio questa nuova via non si affermasse, oltre che in Spagna e in Italia, in tutto il continente, l’incerta identità delle socialdemocrazie esporrebbe a gravi rischi di instabilità le nostre società e il nostro rapporto con il resto del mondo, in particolare con gli Stati Uniti.