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I segreti (svelati) degli atelier

LIBERAL BIMESTRALE
di Marco Vallora
Liberal n. 32 - Ottobre-Novembre 2005

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cop32col_th  Chi è quell’austero signore che con barba fluente e bombetta in testa, quasi fosse sotto il sole estivo del Bois du Boulogne, agita rapidamente la stecca, modellando il volto d’un baffuto personaggio, che s’affaccia sul nuovo secolo, e ha una fisionomia del tutto rinnovata, novecentesca, di gusto quasi totalitario? Stenteresti a crederlo, perché la sua fisionomia è piuttosto nota, ma qui è come manipolata: è dunque il vecchio ex-bohemien Rodin, qui in veste ufficiale e corretta, che sta sbozzando il busto d’una amico-concorrente, lo scultore Falguière, che non è soltanto una fermata del metro di Parigi, ma anche un interessante scultore di trapasso tra Otto e Novecento. Ora soltanto la fotografia, più della pittura, in fondo, può offrirci una testimonianza vera anche del passare, impercettibile ma inesorabile, del gusto e delle mode. Ed è sorprendente scoprire che questa illuminante scena d’epoca e d’atelier sia firmata da un pittore come Bonnard. Di fronte all’obiettivo e alla messa in posa pubblicitaria d’un gesto classico dello scultore (la mano che s’agita e disegna sulla carta, trattata chimicamente, come una nuvola indecifrabile di nebbiosità creativa) Rodin pare diventare un rispettoso signore borghese, abbigliato a festa, padrone assoluto del proprio ripulito atelier, con cappello in testa, per rispetto alla sua autorevolezza candida e nobile di propositi: mentre lo stile forte, con cui il busto viene trattato, e il profilarsi d’una sagoma già moderna, dittatoriale di Falguière, accentuano questo contrasto di gusto e di stilemi. Tra la stecca e il volto del ritrattato, passa quella linea immateriale, quell’Equatore, che è il volgere del secolo. Chi si è perduto la preziosa mostra, passata nella sale-dossier del Muséé d’Orsay di Parigi, tenga conto che esiste in Italia una meritoria casa editrice, che pare lavorare soprattutto per passione e competenza, cosa piuttosto rara oggi, e che da tempo ormai cura gli eleganti cataloghi di disegni del Louvre e di altri musei; sappia che ora si trova anche in Italia, grazie alla milanese-cosmopolita 5Continents, questo consigliabilissimo librino, dedicato alle fotografie otto-novecentesche, scattate (con tempi esasperanti) negli ateliers invalicabili dei pittori. E che qui invece fanno outing totale (feroce fotografia!). Si tratta per lo più di inediti golosissimi e di scatti quasi-mai visti. Tranne l’icona celeberrima di Corot, che dipinge en plein air, col suo ombrellino da sole e il camicione lasco, che lavora letteralmente en plein air e pare una vecchia zia gonfiata a pavone, ci sono presenze di pittori più o meno noti e di varie aree geografiche. Dal moravo Mucha allo spagnolo Sert, da Von Gloden al fiammingo Khnopff, a una miriade di francesi più o meno celebri (compresa un’immagine incredibile, di Daumier, ritto sul tetto del proprio atelier, in stile Victor Hugo). Utilissime immagini per capire di più l’arte dell’Ottocento e verificare come cambia lo statuto del’atelier, all’approppriarsi del Nuovo secolo. L’atelier: vecchio tema della pittura descrittiva olandese e del piccolo cabotaggio pittorico novecentesco, che qui svela il suo carattere più borghese e collettivo, assistenti, modelli, domestici. Magari scoprendo che i pittori pompiers, in studio, non hanno nulla di esotico o di eccentrico, e sono dei burocrati della scena pittorica, proprio come il doganiere Rousseau, paziente notaio del proprio genio, o Cézanne, docile, arreso modello per l’obiettivo in visita di Emile Bernard. E com’era brutta in realtà la mitica sorella-sfinge di Khnopff, poi idealizzata dall’incestuoso pittore simbolista e quanti anni, prima di Man Ray, il nizzardo Charles Nègres aveva inventato la solarizzazione del nudo?!

Dominique de Font-Réaulx, Nell’atelier. Catalogo della mostra (Parigi 15 febbraio-15 maggio 2005), Edizioni 5Continents, 60 immagini, 88 pagine, 10,00 euro

 

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