dicembre 2001 - liberal bimestrale
Insieme al Regno Unito, l’Italia è indubbiamente il Paese amico più vicino all’America in Europa occidentale. L’Italia è la più vicina in animo e in aspirazioni, la più vicina in intraprendenza e creatività, la più complementare in fede e sensitività. (I due popoli sono diversi quel tanto che basta a dar luce alle reciproche virtù.) Ho immediatamente notato questa complementarietà al mio arrivo in Italia, nel 1956, quando avevo 23 anni. C’era qualcosa nell’Italia dell’epoca che risvegliava gli americani in modo profondo, come se fosse in grado di svelare una loro parte occulta e gli italiani erano abbastanza amanti degli americani sebbene pensassero che fossimo un po’ matti ad avere sempre così tanta fretta. In quegli anni, dire che qualcosa fosse americano - come faceva Don Camillo nei romanzi di Giovanni Guareschi - era come dire che era «innovativo, non convenzionale, un po’ matto». Perciò penso di non essere frainteso se parlo francamente dell’amore che ho per l’Italia e i timori che ho per l’Europa alla fine dell’Era della Terza Via. L’Europa, temo, è sulla strada sbagliata da circa centocinquanta anni. L’America nel frattempo, si è appena lanciata su una strada nuova. Una nuova America è nata l’undici settembre 2001. Ne conseguirà anche una nuova Europa. L’America sta per scuotere il mondo. Lasciate che vi spieghi. Due Boeing 757 si sono scagliati contro i piani più alti delle Torri Nord e Sud del World Trade Center una mattina presto di un giorno di settembre con il cielo limpido, con i loro serbatoi di benzina... L’America non è abituata a essere odiata e né ha mai assistito prima a una manifestazione così cruenta di malevolenza. Chiunque sia mai salito in alto su di un grattacielo di New York sa esattamente quanto fossero inermi e fiduciosi una trentina di migliaia di abitanti delle Torri del World Trade Center quella fresca mattina di settembre. L’intero mondo ha potuto vedere le fiamme rosso fuoco prorompere da un lato della Torre Sud. Più tardi, ha avuto anche modo di vedere i piani più alti, prima di una Torre e poi dell’altra, incominciare a crollare, ogni piano giù su quello sottostante, finché l’intera struttura è implosa con un enorme boato, con tutti quegli esseri umani intrappolati dentro. Io ero in Europa in quel momento e ho visto molta gente piangere di fronte a quella vista. Quella esperienza ha fatto nascere una risolutezza finora sconosciuta alla nostra nazione, forse ancora più imponente dello shock subito, quasi esattamente sessanta anni prima, con l’attacco a Pearl Harbor il sette Dicembre 1941. L’undici settembre ha provocato il Grande Risveglio che Robert Fogel, uno dei nostri premi Nobel, aveva recentemente previsto - il Quarto Grande Risveglio della nostra nazione (dal 1731). E la canzone che echeggiò per tutta l’America nei giorni successivi - cantata spontaneamente, magari in modo un po’ stonato, prima nel Congresso americano e poi da piccoli gruppi che se la passavano lungo le avenue che portano via dal centro e lontano dal World Trade Center, mentre i camion carichi degli eroi di Ground Zero passavano rombando - la canzone che ha pervaso l’America per settimane, la canzone che gli americani cantavano volta dopo volta quando sentivano il bisogno di esprimere ciò che avevano nell’anima era questa: God bless America, land that I love / Stand beside her, and guide her, through the night with a light from above. / From the mountains, to the prairies, to the oceans white with foam / God bless America, my home sweet home (Dio benedica l’America, la terra che amo / Che le stia accanto e la guidi per tutta la notte con una luce dall’alto. / Dalle montagne alle praterie, agli oceani bianchi di spuma / Dio benedica l’America, casa dolce casa.) Una delle virtù maggiormente ammirate dagli americani e che la maggior parte di loro cerca di mettere in pratica è la freddezza quando si è sotto pressione. Il più ambito obbiettivo a cui un americano può aspirare è di mantenere l’autocontrollo quando è sotto tiro. (Si può verificare nei momenti cruciali dei nostri tre sport preferiti, il football, la pallacanestro e il baseball). Vi ricordate del nostro eroe americano nei film di guerra e nei western, interpretato da Gary Cooper, Cary Grant, John Wayne, Robert Redford o Tom Cruise? Proprio nel momento in cui tutti gli altri perdono la testa, l’eroe agisce totalmente concentrato, composto, deciso, risoluto. Egli riesce a restare cool, freddo. Intere generazioni di adolescenti si sono impossessati di questa parola come termine tuttofare per esprimere apprezzamento. Sul momento, gli americani sono usciti da quell’undici settembre prodigiosamente calmi, uniti, cool, e in pace con loro stessi. E anche completamente risoluti a cambiare il mondo, succeda quel che succeda. Credo di non aver mai provato un senso così potente di fratellanza nazionale, un amore così forte per la nostra Repubblica. Non ci fu desiderio di agire in fretta. Nessun bisogno di correre. Ci voleva una deliberazione razionale; una preparazione attenta; la determinazione di fare un passo alla volta. Primo, «Bin Laden vivo o morto». Secondo, rovesciare il regime dei talebani che gli danno asilo. Terzo, muoversi per eliminare i maggiori imputati colpevoli di offrire rifugio ai terroristi che minacciano di distruggere i palazzi più edificanti di Venezia, Roma, Londra e Parigi. Metti in fila i piccioni e fanne fuori uno alla volta. Una cella terrorista dopo l’altra. Nessuno al mondo dovrebbe sottovalutare questa nuova passionalità, una passionalità fredda e silenziosa che ora anima l’America. Sarà motivo di una potenza duratura. È rimasta racchiusa nel sangue dei nostri concittadini sotterrati sotto le macerie delle Torri Gemelle.
Le conseguenze per l’Europa
Non è sfuggito agli americani che negli ultimi quindici anni la sinistra europea ha sempre più frequentemente espresso la sua antipatia per l’America. Per centocinquanta anni, la sinistra si è istruita a giudicare il capitalismo la matrice di ogni male e non vi è dubbio nella mente della sinistra europea che oggi l’America ne è la dimora naturale. Peggio ancora, l’America riesce molto meglio a creare nuovi posti di lavoro, nuove ricchezze, nuove invenzioni e nuove tecnologie di qualsiasi altro Paese in cui prevale la sinistra europea. Essendosi vantati per tutti gli anni Ottanta (gli anni di Reagan) che, a partire dal 1992, la Comunità europea avrebbe cominciato a lasciarsi dietro l’economia statunitense, la sinistra europea si trovò a dover fare i conti, uno a uno, con gli insuccessi delle proprie teorie economiche. L’Europa cominciò a sentirsi scivolare in un ruolo di secondo rango, proprio come era successo allo Stato comunista di Gorbaciov nel 1989 e nel 1991. Un numero sempre maggiore di europei incominciarono a dichiarare la superiorità dell’Europa rispetto all’America in diversi campi: la cucina, la cultura, lo stile di vita. Divenne di vitale importanza per la stampa europea descrivere il tessuto stesso della vita quotidiana americana in termini denigratori e presupponenti. Il complesso di inferiorità degli europei divenne evidenti sia agli americani che ad altri. Bene, l’undici settembre ha cambiato ogni cosa. Innanzitutto, si è visto che la maggior parte della gente comune in Europa si è immediatamente identificata con le sofferenze della gente comune in America. La divisione tra le classi politica e giornalistica europee - quelle che Lady Thatcher chiamava «le classi chiacchierone» - e la gente comune in Europa, è diventata più profonda di quanto non lo sia mai stata prima. Un giorno, in un punto sperduto dell’oceano, una nave da guerra americana passò davanti a un incrociatore tedesco il cui equipaggio era in piedi sul ponte in alta uniforme e sugli attenti. Il battello tedesco aveva issato una bandiera americana. I marinai avevano calato, sul lato della nave, un grande striscione sul quale erano state attentamente scritte le seguenti parole in nero: «Siamo con voi». Mentre le due navi solcavano veloci le onde spumeggianti, dirette in senso contrario, le emozioni provate sulla nave americana si fecero palpabili. Dio sia ringraziato per aver creato la gente comune.
L’illusione europea
Per oltre centocinquanta anni, gli europei si sono convinti che la libertà economica non può funzionare; che un alto grado di controllo statale sull’economia sia meglio per il bene comune; che non ci si può fidare dei singoli, specialmente in questioni economiche; che gli individui in un regime di libertà diventano creature solitarie ed egocentriche, prive di senso civile o di solidarietà. Perdurando attraverso intere generazioni, tali credenze hanno fatto sì che gli europei subissero l’attrazione delle chimere false e allettanti del comunismo, del fascismo, del nazismo, del socialismo e, più di recente, della socialdemocrazia. Ciò che hanno in comune queste tentazioni è il Grande Rifiuto della libertà. Gli intellettuali europei hanno tuttora enormi risorse investite nel pensiero anticapitalista. Questo substrato di pensiero anticapitalista li rende vulnerabili a qualsiasi argomentazione contraria alla libertà nella vita economica. Sono anti-affari, anti-borghesi, anti-individualisti. In aggiunta, persino gli europei non intellettuali esprimono un timore di fronte all’innovazione, il che li colloca all’estremità opposta dell’apertura all’innovazione degli americani, e fiducia verso le convenzioni e le tradizioni, cose invece piuttosto rare negli Stati Uniti. Succede spesso che in un hotel europeo, specialmente in una cittadina piccola, un americano si senta dire «ma noi non facciamo così». Anche dopo aver ascoltato l’americano spiegare, in modo costruttivo, come una tal cosa dovrebbe essere fatta, gli interlocutori europei spesso si oppongono e ripetono, «noi non facciamo così». Inoltre, la gente comune in Europa spesso crede nell’esistenza di una classe socialmente «superiore». Sono ossequiosi di fronte a coloro che appartengono a una classe sociale più alta, alla classe dei politici, alla classe degli intellettuali. Si comportano con umiltà e deferenza. Per contro, la maggior parte degli americani hanno imparato dagli insegnamenti evangelici protestanti che Dio li ha creati altrettanto validi quanto re, conti, duchi, principi, ingegneri, esponenti governativi e intellettuali. Un tassista americano non pensarà mai che la persona seduta nel retro della sua vettura sia superiore a lui. Certamente è anche così agli occhi di Dio. E anche agli occhi del semplice buon senso. In America esiste infatti un senso di eguaglianza istintivo che raramente si trova in Europa. Un aspetto di questo caratteristico senso di eguaglianza è che gli americani tendono a preferire un assetto sociale nel quale ogni persona possa raggiungere vette tanto alte quanto glielo permettono i suoi talenti e la sua buona stella anche se ciò comporta una società con risultati disomogenei. Finché esiste una pari opportunità, gli americani considereranno quel sistema sociale equo, seppure i risultati ultimi porteranno a grandi disparità di reddito e condizione sociale. Per contro, sondaggi di opinione dimostrano che gli europei preferiscono un sistema nel quale sono disposti a sacrificare un bel po’ di libertà purché tutti finiscano in una situazione di relativa eguaglianza. Ovviamente, questa preferenza degli europei poco fa per mettere in crisi la condizione sociale propria delle élites aristocratiche, politiche e intellettuali. La mancanza di pari opportunità significa che pochi, tra quelli nati poveri, saranno mai in grado di lanciare una sfida a quelli di rango più alto. Se gli europei vogliono dare vita a una nuova cultura capace di superare le illusioni della Terza Via, dovranno calarsi in una nuova mentalità. Questa mentalità non gli sarà estranea poiché è stata originariamente forgiata da pensatori europei e si basa interamente su principi propri degli europei agli inizi del loro sviluppo. L’unico problema è che, sedotta da illusioni antiliberali, la classe degli intellettuali europei non ha mai messo a frutto queste lezioni. Una nuova cultura della libertà degna delle donne e degli uomini liberi d’Europa, capace di spezzare le catene della povertà nelle quali si trovano tuttora intrappolati due miliardi di essere umani in condizioni di estrema povertà (per nessun valido motivo eccetto le illusioni create dal socialismo), potrà nascere soltanto grazie alle condizioni favorevoli di un’ecologia etica. È dunque il compito immediato degli intellettuali europei cominciare a cambiare l’ecologia etica d’Europa.
Un’ecologia etica
Man mano che l’Europa si libererà delle illusioni antiliberali e anticapitaliste, una volta che abbia deciso di intraprendere una nuova strada, i pensatori europei dovranno confrontarsi con il tema di un’ecologia etica. Permettetemi di suggerire, a questo proposito, alcune definizioni. L’ecologia etica è la somma di tutte quelle condizioni - idee, narrazioni, istituzioni, associazioni, sistemi semiotici, opinioni e pratiche prevalenti e amministratori degni di biasimo e di lode - che ci insegnano le abitudini necessarie a far fiorire l’umanità e che ci sostengono nel metterle in pratica. Le nostre famiglie, i nostri quartieri, le nostre scuole, chiese, associazioni e altre istituzioni hanno un impatto sulla nostra vita quotidiana, specialmente nella nostra giovinezza, e formano il «clima» nel quale cresciamo. Una cultura onesta, veritiera e schietta ci facilita molto a maturare in quanto persone morali, a sviluppare abitudini sane e un buon carattere e a comportarci con candore, onestà e sincerità. Crescere in una cultura che è tortuosa, corrotta e ostile, a dire la verità rende tale sviluppo non solo difficile ma anche molto meno frequente. Ma, in aggiunta a queste istituzioni più diffuse, l’ecologia nella quale viviamo la nostra eticità è anche o inquinata o rafforzata da narrazioni, simboli, immagini, idee, sollecitazioni e canzoni trasmesse dai mezzi di comunicazione moderni come la televisione, la radio, il cinema e altri strumenti, raggiungendo così le menti e le anime delle società moderne. Il professor Allen D. Hertzke è stato tra i primi ad aver presentato l’idea di una ecologia etica sostenibile come concetto intellettuale verificabile in un articolo intitolato The theory of moral ecology nell’edizione autunnale del 1998 di The review of politics. In questo articolo, egli delinea le analogie, ma anche le differenze, con il concetto di ecologia biologica. La sua impostazione al problema consiste nell’analizzare gli aspetti morali attraverso la lente della «tragedia del bene comune» e usa il concetto di «soglia» per individuare il punto in cui la relativa frequenza di alcuni comportamenti morali nell’ambito di un «ecosistema» delimitato causa il deterioramento o il «degrado» del quadro contestuale di molte altre azioni umane. Tale deterioramento a sua volta rende molto più arduo sostenere la validità delle decisioni prese da altri agenti e comporta costi onerosi per terzi (come la necessità di intraprendere azioni difensive). Egli sottolinea che il ricorso all’ecologia etica può essere sia di sinistra che conservatore e che il concetto stesso è ideologicamente neutro. Inoltre, esistono delle forme di degrado di un dato sistema ecologico morale sulle quali ci troviamo tutti concordi. Il mio studio sull’ecologia morale è in effetti antecedente al lavoro di Hertzke, come egli stesso indica nelle note. Sebbene abbia trovato la sua trattazione dell’argomento utile, seguirò il filo conduttore a modo mio. Quando gli esseri umani si possono aspettare che gli altri li tratteranno in modo onesto e non minaccioso, essi non sono obbligati a prendere delle precauzioni difensive. Transazioni quotidiane promuovono un alto grado di apertura e affabilità. Succede tutto il contrario nel caso di atti di violenza, furti o effrazioni, una crescente incidenza di violenze carnali, un maggior numero di minacce di estorsione, un crescente sdegno di fronte al funzionamento della giustizia, il diffondersi di pratiche ciniche e ingannevoli. Lo stesso vale per la pittura di graffiti sui muri di edifici e veicoli pubblici nella più totale impunità, la rottura di vetri, atti di vandalismo su telefoni o bagni pubblici, orinare in pubblico per strada e sparpagliare immondizia - tutti questi sono segni di libertà individuale e impulsi illeciti impazziti. Sono i segni di passioni profondamente violente e anomiche pronti a esplodere in spasmi di distruzione in qualsiasi momento.
Sul piatto più positivo della bilancia, ideali come ad esempio quello di una «società libera» portano con sé le proprie narrazioni, una storia carica di figure eroiche e simboliche, idee germinali, speciali discipline e asceticismi, insieme alla visione di una vita sana, che ci spingono in avanti e ci ispirano. Anche tutto questo fa parte di una ecologia etica. In architettura, una sana ecologia etica deve contenere almeno quattro principii essenziali (o ideali culturali fondamentali) intorno ai quali è possibile strutturare società libere. Ovviamente, ce ne sono anche altri. Per esempio, David Landes, nel suo libro su come l’Occidente sia progredito, più di altre culture, nello sviluppo economico, cogliendo di sorpresa l’autore stesso, ha tirato fuori alcune idee di origine biblica: per esempio, il concetto che il lavoro sia una cosa buona e nobilitante, che proviamo gioia a scoprire e creare cose nuove e che il rispetto della legge dovrebbe percorrere l’intera nostra quotidianità e altre cose simili. Comunque, in questa sede, mi limiterò ad analizzare concetti più filosofici e laici. Con ciò non è certo mia intenzione dare meno enfasi all’importanza delle tradizioni bibliche anche per quelli tra di noi che sono atei. Nell’insieme sono davvero troppo poche le tradizioni che hanno sottolineato la centralità storica della libertà umana con altrettanta costanza delle Scritture ebraiche e successivamente quelle cristiane. La mia enfasi su questo punto è tuttavia di natura filosofica.
I quattro principi fondamentali che vorrei investigare, ognuno dei quali è necessario affinché l’Europa si liberi delle proprie illusioni illiberali e costruisca una nuova cultura fondata sulla libertà, sono i seguenti: il concetto di uomo economico, l’ideale normativo della verità, le importanti abitudini economiche promosse dall’iniziativa e la cooperazione sociale.
1) L’uomo economico. Credo che il concetto di «uomo economico», elaborato dagli economisti nel corso degli anni, celi al suo interno alcuni presupposti che non vengono normalmente esplicitati. Ovviamente, il concetto così come viene usato dagli economisti, è un’astrazione funzionale; non sta certo a noi collocarla nell’ambito di tutta l’antropologia. A volte gli anticapitalisti gli danno un’accezione denigratoria per poter trionfalmente far risaltare quanto sia volgare, amorale e meschino l’uomo capitalista. Non fanno caso al fatto che questa astrazione funzionale, l’«uomo economico», ha una valenza uiversale e non ideologica; come ipotesi, è altrettanto applicabile a socialisti in una economia socialista quanto capitalista, a professori dell’università di Oxford quanto ai dimostranti anti-globalizzazione e a concessionari di automobili usate. Si può addirittura applicare a monaci e asceti per quanto riguarda la parte economica della loro vita. Si può applicare in qualunque caso in cui si opera un’attività economica, sotto qualsiasi regime e in qualsiasi momento storico. Il potere teorico che soggiace al costrutto «uomo economico» dipende dalla sua attinente aderenza ai propri limiti funzionali. Riguarda, ed era proprio questa l’intenzione, gli esseri umani in un solo percorso astratto della loro vita, importante e significativo, ma che è lontano dal rappresentare l’interezza di una vita equilibrata.
Non è forse vero che nel contesto di una società libera e progredita, si presuppone che l’«uomo economico» sia rispettoso delle leggi, sostenitore del progresso dell’umanità, con un potenziale abbastanza alto di compassione umana e ostinatamente indottrinato con una certa misura di spirito civico? Per contro, non ci aspettiamo che sia un fuori legge, senza scrupoli, cinico, maniacalmente egocentrico e sprezzante della comunità in cui vive e lavora. Mentre ci aspettiamo che l’uomo economico sia economicamente «ragionevole», ce lo immaginiamo anche giusto e solidale come, ad esempio, Adam Smith e David Hume. Quando passo in rassegna nella mia mente i nomi di alcuni vincitori del premio Nobel per l’economia per cui tutti abbiamo una grande stima, riconosco in loro uomini altamente ammirevoli e ragionevoli. Non posso proprio pensare che l’uso del termine «uomo economico» mi impedisca di immaginarlo come oltremodo corretto, affabile, ligio alle leggi, di mentalità aperta e con un forte spirito civico. Quando asserisco che sarebbe utile «contestualizzare» il significato che noi diamo a «uomo economico» in questo modo, intendo dire che questo ci aiuterebbe molto nel chiarire alcuni problemi legati all’ecologia etica. Quando l’uomo economico agisce in modo razionale in contesti altamente degradati, nei quali un comportamento etico e legalista appaiono controproducenti, al limite dell’autolesionismo, tali azioni possono contribuire a creare uno stato generale di devastazione economica. Quando tutti si comportano in modo illegale e autoincensante, fare altrettanto - seppure solo in autodifesa - non fa altro che dare ancora più forza al declino generale. La razionalità economica funziona al meglio delle sue capacità in una ecologia sociale caratterizzata da un comportamento raziocinante e rispettoso delle leggi. È vero che esistono circoli viziosi ma ce ne sono anche alcuni che sono benèfici. Far sì che gli incentivi sociali siano mirati in una direzione socialmente creativa equivale a potenziare fortemente il livello di razionalità economica dei singoli agenti. Nel dire «razionale», gli economisti normalmente intendono anche «legalista» o, quanto meno, «onesto», «fidato» e «moralmente affidabile». Ciò che dichiaratamente non intendono con il termine «uomo economico» è un truffatore, un imbroglione, un bugiardo, un manipolatore o narcisista al punto tale da rendere impossibile un qualsiasi rapporto razionale. Un affare deve rimanere un affare. Un socio di cui non ci si può fidare comporta un alto costo in termini di rendimento insieme a una alta probabilità di finire in modo disastroso. La vera antropologia del capitalismo - o di qualsiasi società in cui transazioni ragionevoli e leali sono la norma - e l’unica premessa sulla quale è in grado di funzionare, incorpora un alto grado di moralità.
2) Verità. Una delle maggiori scoperte dei popoli dell’Europa dell’Est, i quali convivevano quotidianamente con la presenza di generatori di ciò che possiamo chiamare la Menzogna è stata che molti di loro hanno imparato a rifiutarla o a convivere incondizionatamente con essa. Forse non era loro chiaro cosa fosse «la verità» ma erano diventati piuttosto abili nel riconoscere la menzogna. Persino le previsioni meteorologiche erano menzognere; in occasione di qualche grande parata o festa comunista, le previsioni meteorologiche erano invariabilmente favorevoli. Inoltre, mentre venivano torturati o tormentati in prigione, uomini come Scharansky o Mihailof spesso dichiaravano di aver imparato una lezione importante. Finché rimanevano fedeli a un loro senso di verità, mantenevano un potere che i loro aguzzini non potevano togliergli. Finché mantenevano la determinazione di non essere complici nella menzogna, riuscivano a sentirsi intimamente integri e dotati di un potere interno praticamente invincibile. Certo, potevano essere privati della loro libertà con droghe psicotropiche o anche tramite torture insopportabili con le quali era impossibile mantenere uno stato di coscienza. Tuttavia, quando raggiungevano tali limiti, prendevano dolorosamente atto dell’assoluto potere morale della loro determinazione a non mentire. Questa terribile esperienza può rispecchiare un modo retrogrado di arrivare al concetto di verità ma risultò essere del tutto appropriato. Questi uomini e donne incominciarono a pensare alla «verità» non come a una proposizione che veniva loro imposta bensì come una luce interiore che gli imponeva la fedeltà. Da questo punto di vista, mantenersi fedeli alla verità, in contrapposizione a mentire e falsificare, è di primaria importanza per una società civilizzata. È la conditio sine qua non per una società libera. Poiché, venendo meno un tale ideale normativo, qualsiasi relazione umana non potrà fare a meno di ricadere sotto l’autorità, non della verità e dell’evidenza, bensì di un potere e volere autoritario. In un modo o nell’altro, laddove non esiste la verità, non potranno certo esistere attacchi alla tirannia e denunce di violazioni dei diritti dei cittadini. In questo senso, la verità è una condizione indispensabile al fine di mettere in pratica la libertà. Il vecchio adagio secondo il quale «la verità ti renderà libero», è stato messo in pratica nell’esperienza di molti dissidenti al di là della Cortina di ferro. In effetti, la fedeltà alla verità era a volte l’unica forma di libertà fruibile nei campi di concentramento e nelle camere di tortura.
Quegli occidentali che si trastullano con l’idea che il relativismo è essenziale per la libertà dimenticano che i regimi edificati sul solo principio della menzogna, senza la possibilità di fare appello all’evidenza e a un equo giudizio, permangono sotto il segno del potere nudo e crudo. Sotto tale segno, i delinquenti presto conquistano posizioni egemoni mentre gli spiriti più puri, che si preoccupano di sottigliezze come l’evidenza e l’argomentazione, sono dapprima emarginati e in seguito incarcerati. Contro di loro non si può semplicemente gridare «ingiustizia!» perché gli altri rispondono «chi l’ha detto?». Né si può dire «quelle imputazioni sono false!» poiché non esiste più differenza tra il vero e il falso. A questo punto il solo a parlare è il potere, soltanto il potere. In questo senso, la verità intesa come ideale normativo è un concetto necessario se una persona deve rispettare la correttezza del ragionamento e del giudizio di un’altra e sottomettere giudizi contrastanti all’evidenza. Soltanto questo concetto puo far sì che una conversazione avvenga alla luce dell’evidenza. La gente civile conversa; ragiona insieme agli altri; discute. I barbari invece si prendono a randellate. I barbari vivono sotto il segno di un potere nudo e crudo.
3) Iniziativa. Un terzo concetto di fondamentale importanza per una società libera è l’idea di iniziativa, non solo in fatti economici bensì in ogni aspetto della vita. Il diritto a una propria iniziativa economica e politica è fondamentale per le dinamiche di un ordine politico ed economico libero. Dal punto di vista teologico, la capacità di iniziativa propria di ogni uomo e donna, rispecchia uno dei modi in cui «sono fatti a immagine di Dio», una idea antica quanto il Libro della Genesi. Ma anche dal punto di vista filosofico, è proprio la capacità di iniziativa, inventiva e ricerca la forza motrice di ogni investigazione umana in qualsiasi campo e anche dell’iniziativa e della creatività dell’uomo, sia in politica che in economia. L’iniziativa è un’abitudine al tempo stesso intellettiva e morale. È intellettiva perché riflette la capacità di percepire, spesso prima degli altri, e di avere un’intuizione pratica rispetto alle possibilità che gli altri non riescono a vedere. È un’abitudine morale perché dipende dalla cocciutaggine della volontà quanto da una praticità mentale che, insieme, riescono a convertire in fatti concreti quelle che all’inizio sono solo visioni. L’iniziativa è la virtù indispensabile agli ideatori di nuovi beni e servizi come anche di nuove aziende e industrie, per limitarci alla sua applicazione in campo economico. Tuttavia le società non danno un appoggio omogeneo alla messa in pratica dello spirito di iniziativa. In alcune società, non si fa molto caso all’ideale dell’iniziativa e non si promuove la realizzazione di una iniziativa intesa come virtù. In altre società invece, seppure questo ideale esiste, non viene dato un appoggio istituzionale alle persone intraprendenti e quelle che dimostrano di esserlo vengono ignorate, respinte o scacciate dalla vita pubblica con la scusa di conformarsi con il concetto di «così vanno le cose». Lo spirito di iniziativa è una virtù indispensabile nell’ecologia della libertà.
4) Collaborazione o fiducia sociale. Nel suo importante libro, Francis Fukuyama indica il ruolo fondamentale della «fiducia sociale» nella vita economica. Nel momento in cui la gente si fida della capacità degli altri di ragionare e condurre affari in modo leale e del fatto che siano pronti a collaborare, i costi incorsi nella vita economica diventano molto più ridotti di quanto non lo siano in mancanza di questa fiducia di base. Senza voler in nessun modo minimizzare la rilevanza del concetto di fiducia sottolineato da Fukuyama, vorrei aggiungere alla sua nozione la capacità di una collaborazione reciproca. Succede che anche questa capacità sia presente nelle diverse culture in modo disomogeneo. In alcune culture, riesce appena a emergere quanto basta per risultare visibile al pubblico. Questo mi fa venire in mente una storia raccontatami da un amico polacco. Quando era giovane, vedeva due autobus entrare nella sua città, nello stesso giorno ma in orario diverso, che trasportavano giovani turisti provenienti da terre lontane ma in direzione geograficamente opposta. Uno degli autobus proveniva dalla Russia e, man mano che si precipitavano giù, i giovani ragazzi si allontanavano dall’autobus e si dirigevano direttamente verso l’albergo, permettendo ai valletti di raccogliere il loro bagaglio e portarlo dentro. Più tardi arrivava un autobus pieno di giovani americani, più o meno della stessa età, i quali scendevano e si allineavano davanti al bagagliaio dell’autobus, passandosi il bagaglio di mano in mano finché non erano tutti provvisti del loro bagaglio e solo allora si dirigevano in modo ordinato verso l’albergo.
Gli studenti americani possedevano un senso dell’organizzazione istintivo per cui un paio si erano messi carponi nel bagagliaio per tirare fuori tutte le valigie mentre altri prendevano in mano le valigie e leggevano i nomi sulle etichette ad alta voce, e il resto dei giovanotti aspettavano a sentire chiamare il proprio nome prima di avvicinarsi a prendere le valigia o a passarla a chi di dovere. La capacità degli americani di autoorganizzarsi e di collaborare tra di loro, in modo spontaneo e senza aspettare ordini da nessuno, fece una grande impressione su di lui. Questa è una capacità ampiamente diffusa in molte società progredite ed è invece assente nelle altre. L’abitudine ad avere una fiducia di tipo sociale e a collaborare reciprocamente costituisce una parte importante nell’ecologia della libertà. Ma viene troppo spesso data per scontata nelle culture nelle quali è radicata. Di fatto queste attitudini rappresentano una grande conquista culturale, nata dal rispetto reciproco e da una lunga verifica della forza intrinseca al lavoro di squadra.
Le regole di una società libera
«La prima legge della democrazia», scriveva Alexis de Tocqueville nel suo La democrazia in America, «è il principio di associazionismo». De Tocqueville credeva che, nella Francia del 1789, non ci fossero neanche dieci persone capaci di costituire associazioni con la stessa facilità che invece gli americani mostravano ogni giorno. Gli americani costituiscono associazioni per ogni scopo possibile: per mandare missionari dall’altra parte del mondo, per costruire scuole e università indipendentemente dallo Stato, per istituire biblioteche, per creare cliniche mediche, per costruire parchi e piscine, per svolgere attività politiche, per aiutarsi reciprocamente in caso di calamità, ecc. Gli americani si costituiscono in associazioni con grande naturalezza. Conducono una intensa vita di comunità, solo che la loro è una comunità di associazioni e non una comunità di nascita, consuetudine, inerzia e xenofobia. Per contro, de Tocqueville pensava che la gente comune francese oscillasse tra l’isolamento di una vita individuale, priva dei legami o rapporti che gli avrebbero dato potere politico tra i loro concittadini, e l’alto grado di unità colletiva creata dal grande uomo che fu Napoleone. La democrazia, sostiene de Tocqueville, dipende dal fatto che la «massa» di individui isolati, quale esisteva in Francia, divenissero un «popolo», attraverso la pratica dell’associazionismo. Attraverso la pratica dell’associazionismo, i singoli non vengono più lasciati soli; sono in continua collaborazione con gli altri e, grazie a questa multitudine di benefici sociali e personali che potrebbero derivare da tali fondi. Darebbero alle famiglie un senso di patrimonio e di partecipazione nella dinamica della crescita economica attraverso i propri investimenti e anche attraverso l’acquisizione di un nuovo senso delle possibilità create dalla propria capacità di investire in assistenza medica, educazione e altri campi ancora. Questi fondi le renderebbero indipendenti dallo Stato. Aiuterebbero a fortificare le famiglie. Fornirebbero il modo per dimostrare l’affetto e l’impegno di una generazione verso l’altra e verso tutta la posterità. Persino nei Paesi più poveri, e in quelli più poveri del mondo, possedere un capitale (per quanto piccolo) porta con sé un nuovo sentimento di orgoglio, responsabilità e opportunità. E, se dovessimo generalizzare ulteriormente l’idea di Piñera, potremmo inventarci altri modi di trasformare gli attuali schemi a ripartizione in piani a capitalizzazione individuali. Per fare un esempio, le indennità mediche potrebbero essere ideate sotto forma di depositi di risparmio per l’assistenza medica, di cui ogni lavoratore è titolare, che potrebbero essere investiti come segue: una parte in una polizza medica per coprire le malattie o gli infortuni più gravi, e un’altra parte in fondi di investimento ai quali far ricorso in caso di spese mediche ordinarie. La parte inutilizzata di un tale fondo potrebbe essere lasciato in eredità ai nostri cari. Più velocemente di qualsiasi altro meccanismo, questi fondi di investimento personalizzati potrebbero riscattare i poveri dalla miseria, generazione dopo generazione. Inoltre, metterebbero ogni nuova generazione su un piano di partenza più alto di quello dei loro genitori. Comunque, non voglio concludere questa mia analisi in tono esclusivamente positivo. Stiamo solo ora emergendo da uno tra i secoli più brutali, oscuri e sanguinari della storia. È più che possibile che gli errori del Ventesimo secolo si ripetano di nuovo nel Ventunesimo secolo. Tuttavia, non c’è niente che ci condanni a questo destino per forza. Vivere da uomini liberi significa avere un’opportunità. Nessuno ci può garantire il risultato, ma almeno ci possiamo provare. Il Dio che ci ha dato la vita ci ha, allo stesso tempo, dato la libertà. La nostra dignità risiede nell’utilizzare questa libertà in modo responsabile. Certo, è proprio quando guardiamo negli occhi gli altri membri della nostra famiglia che sentiamo questa responsabilità in modo più profondo.
La famiglia dell’Umanità
Il mondo che sta attualmente lottando per emergere è un mondo imperniato su un’unica famiglia dell’umanità. Se vi ricordate l’immagine della Terra catturata dal primo americano ad aver messo piede sulla Luna - quella immagine in cui la Terra è una minuscola palla grigio-azzurrastra sospesa nel vuoto dello spazio - la visione percepita è quella di un’unica famiglia dell’umanità. Tuttavia, questa unica famiglia non è omogenea in tutte le culture; proprio il contrario: la sua bellezza e le sue potenzialità di sviluppo future nascono da una ricca varietà di culture. Secondo le leggi della probabilità, più grande è la varietà all’inizio, più grandi saranno le probabilità di risultati evolutivi positivi nel futuro. La varietà è il nostro tesoro. D’altra parte, non v’è dubbio che la Dichiarazione universale dei diritti umani già presagiva un mondo in cui tutti i popoli del pianeta si sarebbero uniti nel proteggere i diritti umani di cui il Creatore ha fatto dono a tutti gli esseri umani. Questo significa un mondo sotto un’unica e universale ala protettiva dei diritti umani di tutti i popoli. Inoltre, in un mondo globale, imperniato su un’unica famiglia umana, non si può permettere che un popolo sia emarginato o escluso dal processo di sviluppo universale e da una prosperità comune. Ogni nazione ha diritto a essere inclusa in tale processo di sviluppo. Ogni nazione ha diritto a essere partecipe della prosperità comune. Questo significa che ci deve poter essere una economia che, nel pieno rispetto della libertà e della varietà, possa essere messa a disposizione, in modo costruttivo e benefico, di ogni popolo del mondo.
Al di là della Terza Via
Il mondo ha imparato che ciò che ci spinge verso la prosperità è l’inventiva, l’investimento e l’iniziativa. L’iniziativa rispecchia quella mentalità per la quale i singoli imparano a tenere gli occhi aperti, pronti ad afferrare nuove opportunità e imparano le competenze necessarie a realizzare tali opportunità. Non basta avere idee geniali; è di cruciale importanza sapere come realizzare queste idee. Ne consegue che l’iniziativa riflette una mentalità sia intellettiva che morale. È intellettiva in quanto permette a coloro che ne sono dotati di percepire le opportunità che gli altri non vedono. È morale in quanto aiuta coloro che hanno queste intuizioni a trovare il modo di realizzarle. Sia l’aspetto intellettivo che quello morale dello spirito di iniziativa, sono straordinariamente importanti per la prosperità e il bene comune dell’umanità. È opportuno che ogni nazione celebri, promuova, incoraggi e faciliti la diffusione della virtù dello spirito di iniziativa tra i suoi cittadini. Anche in questo caso si può vedere l’importanza delle abitudini create in regime di libertà. Si può vedere l’importanza che un regime può dare alle libertà individuali. Solo laddove esistano la libertà individuale e la libera concorrenza, gli individui di grande ingegno saranno in grado di trovare le sfide quotidiane che possano stimolarne il desiderio di eccellere: emulare il meglio di quanto è stato fatto, dare sfogo alla propria inventiva, essere innovativi e scoprire nuove possibilità. Grazie alle ricchezze nazionali, l’ingegno umano si trova a essere sotto la spinta della concorrenza e di lotte comuni. Fortunate sono le persone di talento che sono circondate da rivali degni poiché il loro esempio li sospinge verso nuove vette. Con lo scopo di agire per il bene di tutti, essi competono per raggiungere l’eccellenza. Uno spirito di iniziativa ampiamente diffuso è la forza motrice dello sviluppo economico. È strano che quando molti europei (specialmente tedeschi e francesi) si trovano di fronte al problema della disoccupazione, propongono di ridurre l’orario di lavoro settimanale nella vana speranza di poter distribuire meglio il volume di lavoro disponibile. Che strano modo di ragionare! Come se la quantità di lavoro fosse una variabile fissa che possa essere continuamente suddivisa a beneficio di un numero crescente di lavoratori.
Esiste tuttavia un altro modo di contestualizzare il problema. Consideriamo per un attimo l’intero continente latino-americano. Attualmente, circa un milione di sudamericani hanno meno di quindici anni e, a partire da adesso, ogni anno il maggiore tra questi giovani entrerà nel mercato del lavoro. Ma ci sono già più di 100 milioni di adulti in Sud America che sono disoccupati o sotto-occupati. In altre parole, più di 100 milioni di adulti sono in cerca di un posto di lavoro ma, dall’altra parte dell’equazione, c’è il fatto che in Sud America esiste un’immensa potenzialità di lavoro. C’è da costruire cliniche, scuole, nuove abitazioni e da installare cavi elettrici, condutture e fognature in interi distretti delle città più grandi e c’è anche da costruire tavoli e sedie, ecc. La situazione reale è la seguente: da una parte, un’ingente quantità di lavoro da svolgere e, dall’altra, cento milioni di lavoratori in cerca di un impiego. Come far combaciare queste due realtà? Ciò che manca nell’attuale scenario è un numero rilevante di uomini e donne con spirito di iniziativa, capaci di far combaciare lavoratori in cerca di un impiego con il lavoro da svolgere. Tuttavia, non possono esistere lavoratori senza datori di lavoro. La creatività nel sapere mettere insieme, in modo innovativo, i disoccupati e il gran numero di lavori che devono essere svolti, è una capacità di enorme utilità sociale. È l’iniziativa che crea posti di lavoro - posti di lavoro costruttivi, socialmente utili e disperatamente necessari. L’iniziativa è il fattore di maggior dinamismo nella vita economica: rispecchia le abitudini, competenze e conoscenze necessarie sia alle nazioni povere che a quelle con alto tasso di disoccupazione. Laddove ci sono più lavoratori volenterosi che non posti di lavoro, ciò che manca è l’abitudine a intraprendere iniziative. Dal punto di vista sociale, la giusta soluzione al problema della disoccupazione non è suddividere le ore di lavoro disponibili. È piuttosto nutrire la creatività insita nel percepire, prima di altri, le nuove opportunità di attività economica, le nuove possibilità di lavori mai fatti prima (o almeno non fatti altrettanto bene). È di liberare, incoraggiare, nutrire e educare il potenziale di inventiva di cui il Creatore ha dotato la gente e che è stato troppo spesso represso o pesantemente vincolato da Stati e culture prive di immaginazione.
Rompere le catene della povertà
Se vogliamo aumentare il reddito di due miliardi di esseri umani che attualmente vivono con meno di due dollari al giorno, dobbiamo intraprendere tre azioni creative volte a mettere tre istituzioni a disposizione dei poveri. I Paesi poveri nel mondo sono poveri proprio perché gli mancano queste istituzioni il cui obbiettivo è di sostenere le capacità creative e lo spirito d’iniziativa dei propri cittadini. 1) Istituzioni atte ad aiutare i poveri a ottenere piccoli prestiti che possano permettere loro di acquistare i materiali e le attrezzature necessarie a offrire beni e servizi attraverso una attività commerciale propria; 2) Istituzioni in grado di permettere ai poveri di trasformare le loro attività in società (o di trovare delle concessioni) in modo veloce, economico, legale e senza dover pagare pizzi o bustarelle, poiché è un diritto umano costituire qualsiasi forma di associazione per la conduzione dei propri affari o di qualsiasi altra attività; 3) Istituzioni che possano fornire formazione, supporto e consulenza tecnica ai nuovi imprenditori, per aiutarli a superare ostacoli e difficoltà pratiche. Se, per esempio, l’America latina fosse in grado di incoraggiare dieci-quindici milioni di persone di ingegno ad aprire piccole aziende nel corso dei prossimi anni, e se ognuna di queste potesse impiegare (diciamo) dieci persone, l’America del Sud potrebbe drasticamente ridurre il tasso di disoccupazione. I poveri cesseranno di essere poveri solamente quando troveranno un buon posto di lavoro. E non troveranno mai buoni posti di lavoro a meno che e finché uomini e donne di ingegno non creino tali posti di lavoro o finché loro stessi non acquisiscano lo spirito di iniziativa in prima persona. L’alternativa alla Terza Via è una visione dell’essere umano positiva e creativa che gode dell’appoggio di istituzioni che sostengano il loro spirito di iniziativa e la loro inventiva e creatività. La nuova strada è vedere le persone umane come esseri intraprendenti e creativi, capaci di dare impulso a iniziative economiche e di mettere in pratica una giustizia sociale, attraverso il servizio che offrono agli altri, mettendo a frutto il loro lavoro e la loro creatività. Laddove le diverse forme di socialismo del passato favorivano uno Stato in un ruolo attivo e i cittadini in un ruolo passivo, la nuova strada invece favorisce l’attivismo delle persone con uno Stato limitato; il che implica che la persona dotata da Dio di un grande spirito di iniziativa e di un grande potenziale creativo, debba essere sostenuta dallo Stato di diritto. Quando lo Stato di diritto è al servizio di un gran numero di iniziative, portate avanti da persone creative, si compiono le parole del classico inno patriottico americano: Confirm thy soul in self-control / Thy liberty in law (Afferma il tuo spirito nell’auto-controllo / La tua libertà nella legge).