aprile 2001 - liberal bimestrale
Credo che sarà sempre più importante, nel valutare Forza Italia, considerare una sua singolare capacità: quella di costruire alleanze. E questa capacità si è manifestata in riferimento a forze antisistema della prima Repubblica come il Msi e la Lega Nord: forze che dissentivano sulla figura politica stessa dello Stato. Perché questo è stato possibile? Per comprenderlo occorre osservare due fenomeni significativi che si sono svolti prima della nascita di Forza Italia: i referendum Segni e la Lega Nord. L’importanza dei referendum Segni non può essere sottovalutata: l’eclisse di Mario Segni, rimasto ipnotizzato nella sua ora storica, non può far sottovalutare l’importanza del movimento referendario. Il referendum Segni manifestò il rigetto della partitocrazia (e in concreto del gruppo dirigente della sinistra democristiana) da parte dei democristiani di centro. La Dc era divisa in due gruppi: la sinistra democristiana e la «non sinistra». La definisco «non sinistra» perché questa parte della Dc non si sarebbe mai chiamata «destra». Infatti sia la sinistra che la «non sinistra» nascevano da Iniziativa democratica, la corrente sorta attorno a un uomo della sinistra dossettiana, Amintore Fanfani, che aggregò i centristi fedeli all’indicazione di De Gasperi: la Dc è un partito di centro che guarda a sinistra. Iniziativa democratica si frammentò in vari gruppi, ma il riferimento a sinistra rimase fondamentale anche per coloro che in concreto non si identificavano più con quel riferimento. Il gruppo da cui mosse Mario Segni nacque da un insieme di parlamentari democristiani che si definì Europa settanta. Il gruppo voleva l’elezione diretta dei sindaci e il maggioritario: era mosso immediatamente dalla volontà di eliminare la posizione di rendita socialista, quella del diritto di veto di Bettino Craxi. Ciò irritava i democristiani: ma il maggioritario infine, sia pure in nome dell’anticraxismo, toccava anche il primato del partito, metteva in luce il ruolo dei singoli candidati. Infine puntava contro il sistema da cui era nata la Dc, il sistema proporzionale. Il referendum Segni si poneva contro la sinistra democristiana di Ciriaco De Mita, che si considerava la sola classe dirigente politica della Dc proprio per la sua capacità di «guardare a sinistra»: e in questo senso si definiva laica. È quindi nell’area democristiana che comincia la rivolta antipartito. Essa si muove come linea antisocialista. Di fatto essa incontrò, con Occhetto, il Pds. L’uomo della Bolognina vide nel refendarismo la possibilità di marginalizzare il gruppo dirigente comunista e di selezionare una classe dirigente nuova che riconoscesse in lui il fondatore e il leader di sinistra che rompeva la continuità con il Pci. Nel refendarismo esiste quindi una rivolta contro il partito: e specificamente contro il partito di sinistra, espresso nella sinistra democristiana e nel gruppo dirigente comunista.
Ed è nell’elettorato democristiano che scoppia la rivolta: lo si vede nel successo in quell’elettorato del referendum Segni nel ‘91. Ma lo si vede anche nella rivolta leghista, che tocca nel ‘92 la fascia prealpina, una zona forte della tradizione democristiana. Forza Italia nasce dunque per la rivolta del ruolo di riferimento politico che aveva assunto, in tutte le sue forme, la sinistra. È un rigetto popolare della egemonia della sinistra sulla cultura di tutte le istituzioni. È la risposta italiana alla crisi del comunismo in Russia, ma prende la forma di rivolta contro i partiti di centro e specialmente contro la Dc egemonizzata dalla cultura di sinistra che ha nel Pci il suo punto di riferimento. Come ho scritto altre volte, la protesta italiana è simile alla protesta dei Paesi dell’Est. È una protesta contro l’egemonia della sinistra sul potere politico, culturale, sociale del Paese: e, poiché il personale delle istituzioni culturalmente dominato dalla sinistra era democristiano, è contro la Dc che prende forma la grande protesta popolare. La sinistra democristiana di Martinazzoli, sciogliendo la Dc e facendo nascere il Ppi fa una mossa in parallelo a quella della Bolognina che ha sciolto il Pci nel Pds, e tenta di appropriarsi della svolta indicando il regime passato proprio in chi lo aveva maggiormente combattuto, Bettino Craxi: mossa perfidamente intelligente, che poteva riuscire. Fu una operazione perfettamente gattopardesca: cambiare il nome per conservare la cosa. Berlusconi interviene quando si accorge che la Dc è finita e che è nata un’altra possibilità. Ciò non deriva all’imprenditore lombardo dalle sue frequentazioni politiche socialiste e democristiane, né dai suoi interessi imprenditoriali. L’intuizione di Berlusconi era che la Dc era finita ma l’elettorato della Dc esisteva ancora. E che era pronto ad abbandonare il simbolo scudocrociato. Non c’era nessun altro in Italia a pensare questo: e a credere di poterlo fare. Da ciò è nata Forza Italia con i due Poli della libertà: al nord con la Lega nord, con il Msi al centro sud. La Dc concreta, quella che ha governato l’Italia, era un partito di sinistra. E lo si vede proprio nel suo antifascismo dopo la liberazione. Il partito popolare di don Sturzo fu antifascista nei giorni del fascismo, fu sciolto e i suoi dirigenti perseguitati, ma era un partito di libertà, per questo politicamente antifascista, non essenzialmente antifascista. La Dc dopo la liberazione diviene un partito essenzialmente antifascista. Lo diviene già con De Gasperi e Scelba, cioè con i centristi di principio. Divenire essenzialmente antifascista dopo la fine del fascismo significa pensare che la società italiana è in sé potenzialmente fascista: e che la democrazia è un prodotto dei partiti che correggono un «volgo» potenzialmente autoritario. Questa concezione è laicista: perché la tensione autoritaria del popolo italiano viene fatta risalire al Cattolicesimo. Lo si vede chiaramente nella posizione di De Mita che ha sempre sostenuto che l’unità dei cattolici aveva senso perché a dirigerla era una cultura «laica»: quella della sinistra democristiana. Per l’antifascismo della prima Repubblica era essenziale pensare la distinzione culturale tra classe dirigente e «volgo»; la democrazia era un buon regime se retta da una cultura illuminista. E la direzione illuminista era data dalla cultura antifascista: la cultura che riteneva democratici i partiti, autoritario il «volgo» degli elettori. La Dc fu un partito riferito alla cultura di sinistra per cui l’antifascismo aveva un significato di rivelazione della natura autoritaria della società italiana. Questo è stata la Dc. Forza Italia è interamente altra dalla Dc. Berlusconi ha concluso la separazione tra la Dc e il suo elettorato iniziata da Segni e da Bossi. E perciò ha potuto fare l’alleanza con il Msi, appunto perché essenzialmente antifascista. Ha potuto creare ciò che la Dc era nata per negare: la destra.